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Il traffico e le code ci rendono acciughe un mese ogni anno

A causa del traffico, piaccia o no, sono almeno 23 i giorni che trascorriamo in macchina ogni anno, e molti di questi giorni li trascorriamo in coda. Lo rivela uno studio promosso da Ipsos e Boston Consulting Group per l’Osservatorio Europeo della Mobilità. Perdendo 128 minuti al giorno siamo in fondo alla classifica europea, davanti solo della Grecia.

Oltre due ore rubate a una esistenza più rilassante che potrebbe essere quella del meditare, del dedicarsi alla cucina, dello stare con gli amici, leggere un libro. Mettetecene quante ne volete di voci, fatto sta che questo tempo trascorso in scatola a me da proprio l’impressione di essere un uomo stretto. Del resto, se fossimo nati per stare in macchina forse avremmo avuto le ruote e la spina dorsale a forma di sedile. Invece no.

Usiamo auto per andare a lavorare o a studiare (69 per cento contro la media europea del 61%), per andare a fare la spesa settimanale (86% contro il 76%), per star dietro ai figli (64% contro il 56%) probabilmente convinti di proteggerli quando invece gli stiamo solo dando un cattivo esempio.

A onor del vero, all’essere auto-dipendenti corrisponde contemporaneamente l’essere tra i primi a usare la bici – va al lavoro o a scuola il 6% degli intervistati – e alcune nostre città sono in testa alle classifiche europee.

Vuoi vedere che allora il problema è in quello che ci sta in mezzo, l’isola tra lo scegliere la bici e lo spostarsi in auto privata? La nota barcollante è in effetti il nodo dei mezzi pubblici. Agli intervistati mancano i collegamenti di coincidenza, i raccordi parcheggi-linee, le aree di interscambio dove finiscono le autostrade e iniziano le città.

Rimedi? Ne butto un po’ sul tavolo da cittadino, avendo ben chiaro che i pesi delle infrastrutture vanno valutati caso per caso e circostanziati sulle necessità individuali. Forse dobbiamo sviluppare una mentalità più disposta a qualche piccolo sacrificio, non c’è niente di male a camminare per 15 o 20 minuti lungo un avvicinamento, ne beneficerebbe il nostro fisico e limiteremmo l’inquinamento (“secondo i ricercatori dell’Harvard Center for Risk Analysis, il traffico delle 83 più grandi città degli Stati Uniti ha causato nel 2010 più di 2.200 morti premature e ha fatto spendere alla sanità pubblica 18 miliardi di dollari”).

Poi potremmo davvero unirci per chiedere agli amministratori azioni forti come biglietti integrati, corse speciali, mezzi attrezzati a trasportare le bici (l’unione fa la forza – e i voti – dopotutto).

Un’altra soluzione sarebbe quella di incentivare il telelavoro: siamo davvero sicuri che non potremmo lavorare almeno un giorno alla settimana da casa, o dalla biblioteca, o dal parco locale?

Sono poi un grande sostenitore del carpooling: basta posti vuoti in auto se si usano app come quella di BlaBlaCar, che in Francia sta addirittura sperimentando una specie di servizio di linea su tratte precise battute dai pendolari.

Esistono anche rimedi non risolutivi per il numero delle auto circolanti, ma almeno agevolanti per il traffico. Per esempio educare chi guida a consultare le app per risparmiare minuti di coda. Oppure si potrebbe scaglionare ingressi e uscite da uffici, fabbriche e scuole. Un po’ come si fa per le partenze intelligenti delle vacanze.

Il trucco sta nel non essere deficienti noi nel pretendere di muoverci tutti agli stessi orari e chiedere sempre più strade perché quelle vecchie non ci bastano più. Insomma, basta mari di asfalto perfetti solo per le sardine contemporanee che nessuno di noi vuole essere.

Trump cow boys e indiani, la lotta infinita

Contro Trump e i suoi cow boys gli indiani perdono, la storia si ripete. Mi hanno colpito molto le immagini delle fiamme che si levano alte dai teepee della pianura centrale americana. Se non fosse stato per le auto e i cellulari, sarei tornato allo scontro tra cowboy e pellerossa, tra i cattivi conquistatori e i nativi delle praterie. I servizi relativi alla Dakota Pipeline hanno dato rilievo alla notizia calcando la mano su come il presidente Trump abbia riaperto – e subito messo a tacere tra le polemiche di atti imposti – questioni ambientali che Obama aveva chiuso con un certo successo.

Non sono certo sulle posizioni ambientali di Trump – anzi, mi ci riconosco come un granchio sul Monte Bianco – ma val la pena di rimarcare qualche fatto:

  • Obama aveva già autorizzato la posa dell’oleodotto Dakota, accogliendo la richiesta di una deviazione che rispettasse il territorio Sioux e non mettesse a rischio le falde acquifere dell’area considerata sacra dalle tribù. Trump ha “solo” deciso di soprassedere alla deviazione scegliendo il percorso più breve.
  • Di fatto, la condotta, è un progetto di oltre tre miliardi di euro in grado di pompare 470.000 barili di petrolio al giorno lungo i 1900 km che separano i pozzi del Canada dalle raffinerie dell’Illinois ed era autorizzata da anni.
  • Questo petrolio era già comunque trasportato su rotaia, con i rischi che le manovre comportano. Intendiamoci, un oleodotto non è scevro di rischi, ma sono minori che non quelli legati alla movimentazione con veicoli.

Precisato quanto sopra lascio i fatti per le riflessioni, assolutamente personali, su come si è arrivati a un caso emblematico.

In questo momento Trump è il mostro da sbattere in prima pagina. Il suo essere maldestro in certe affermazioni lo porta a essere ridicolizzato o giudicato facilmente. Troppo facilmente, affermano i sostenitori. Però, ammettiamolo, se le cerca. Così la scena delle tende bruciate diventa quella del nativo cacciato dall’invasore.

Curiosamente, nel suo recente decreto sull’immigrazione, Trump ha dimenticato che i nativi erano loro, i pellerossa. E che il muro che lui vorrebbe costruire per contenere i messicani, gli indiani non hanno fatto in tempo a farlo perché i bianchi erano un casino di più e avevano i Winchester. Guardatevi le vignette satiriche sul tema, sono esilaranti.

Altrettanto curiosamente, la stampa americana ha scoperto che fino a giugno il nuovo presidente aveva una partecipazione nella società incaricata di realizzare l’opera. Trump non ha mai confermato, o smentito. Però ha ricevuto da personaggi legati all’azienda 100.000 dollari a sostegno della campagna elettorale.

Per offuscare la notizia, nell’atto di firma ha sottolineato almeno tre volte che per tutte le future condotte si sarebbe usato acciaio americano e si sarebbero creati nuovi posti di lavoro.

In questo momento dire nell’interno degli States che si creano posti di lavoro significa promettere oro. La crisi più nera si estende tra gli Appalachi e le Montagne Rocciose. Questo dall’Europa ci è poco chiaro. Ed è vero che i posti di lavoro si faranno e saranno circa 40.000, ma saranno relativi al solo periodo delle costruzioni e del loro indotto, perché a regime le condotte saranno tutte automatizzate e a farle funzionare basteranno meno di 40 persone. Uso il plurale perché c’è anche un altro oleodotto, il Keystone, in merito al quale l’amministrazione appena insediata ha invitato società amiche a candidarsi per la costruzione.

Il privilegiare un investimento tanto massiccio ci conferma che al di là delle belle parole sulle fonti rinnovabili si continuano a premiare le fonti fossili. Anche convertendo i miliardi investiti nell’estrazione e nelle condotte in opere e ricerche par limitare il petrolio, una società energivora come la nostra non riuscirebbe a cambiare a breve. Servirebbe crederci.

Trump non mi dà questa impressione, al di là di quello che dice è uno che premia logiche palazzinare e di sfruttamento del territorio. Più che “Trump il cattivo a priori” temo il ritorno agli anni ’80 che anche in Italia hanno fatto disastri per l’ambiente., riotrno di cui Trump potrebbe essere un attore perfetto. Stai a vedere che quella macchina del tempo che i programmi satirici americani invocano per tornare a prima delle elezioni, il neo presidente sempre più biondo la sta davvero azionando a suo favore.

 

Global warming, certa neve è bollente

Hanno pubblicato i dati 2016 sul global warming, il famigerato riscaldamento globale. Con mezza Italia sepolta dalla neve e battuta dalle tempeste, quello che state per leggere può suonare pazzia, ma è solo la prova che certi eventi non si controllano da una stanza dei bottoni.

Alla faccia degli scettici – in testa il signore che si è appena insediato al 1600 di Pennsylvania Avenue in Washington – la situazione sta peggiorando e il 2016 è stato il peggior anno dalla prima rilevazione “ufficiale”, ossia da quando è iniziata la registrazione metodica delle temperature nel 1880. Prima lo erano stati il 2015 e prima ancora il 2014. Sequenza peggiorativa, insospettiamoci!

I negazionisti saranno pronti a sostenere che cicli climatici ce ne sono sempre stati (vero!) e che anche a memoria d’uomo si sono vissuti periodi particolarmente caldi e altri particolarmente freddi (vero!). Nel filmato Nasa, date però un’occhiata a dove si sviluppano le temperature e a quale grado di aumento si arriva e poi dite voi se il global warming non è un problema.

La verità che in pochi dicono in parole semplici è che il pianeta ha la febbre e se la febbre sale troppo, bisognerà correre all’ospedale. Lo racconta bene un’animazione, che nel suo minuto e mezzo però non arriva alla conclusione che potrebbe essere tragica: non conosciamo la medicina istantanea e il paziente potrebbe innescare delle conseguenze dannose e non controllabili per la comunità umana.

L’unico vero rimedio è prevenire e sensibilizzarci sul tema del rispetto dei trattati. Non facile se non ti chiami Trump o Jinping, ma, spargere la voce e diventare parte di chi sa, aiuta. Mattoncino su mattoncino si arriva a costruire la consapevolezza. Anche divulgare le iniziative è un modo per fare parlare del problema.

Una eclatante e con un tocco di poesia è stata quella di GreenPeace che ha portato Elegy for the Artic di Einaudi vicino al polo e lo ha filmato. Musica che si spera arrivi alle orecchie di chi, quei trattati firmati, ha il potere/dovere di farli rispettare.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Obama – Trump, sfida all’ultimo pianeta

Obama e Trump si passeranno il testimone alla Casa Bianca il 20 gennaio. Nessuno sa bene cosa potrebbe accadere alla Terra da quel giorno, visto che la direzione politica dello stato più potente del pianeta passerà da chi ha dimostrato di esserci impegnato (anche) per l’ambiente a chi ha pubblicamente dichiarato che “il concetto di riscaldamento globale è stato montato dai cinesi per rendere non competitive le industrie statunitensi”. Sì, Trump dubita pubblicamente delle prove scientifiche del global warming.

In attesa dei prossimi 4 anni di mandato e pronto a ricredermi se le dichiarazioni twittate dal neoeletto saranno smentite, voglio ricordare Obama per qualche suo gesto coerente con le dichiarazioni in campagna elettorale in tema di rispetto per l’ecologia.

  1. Ha sottoscritto il trattato di Parigi che prevede un drastico taglio alle emissioni di anidride carbonica.
  2. Con il suo omologo canadese Trodeau è riuscito a imporre limiti restrittivi alla ricerca e allo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas sulle coste atlantiche e artiche.
  3. Ha dichiarato riserva marina un’area del Pacifico la cui superficie è quasi tre volte quella della penisola italiana.
  4. Ha bandito i microgranuli, particelle di plastica indistruttibili presenti in molti dentifrici e creme cosmetiche. Finiti in mare, questi componenti sono alla fine ingoiati da pesci e uccelli.
  5. Ha posto il veto sul progetto di un oleodotto di circa 2000 chilometri tra i porti del Texas e l’Alberta, in Canada.
  6. Ha esteso la protezione della costa californiana includendo circa 20000 micro-isole e scogliere.
  7. Ha ratificato accordi con 13 case automobilistiche per ridurre le emissioni inquinanti e migliorare le prestazioni ecologiche dei veicoli.
  8. Ha spinto in direzione delle centrali energetiche pulite.
  9. Ha esteso la protezione dell’ambiente in nove stati iscrivendo i territori come wilderness, cioè inviolabili da strade e costruzioni di qualsiasi genere.
  10. Ha usato per 23 volte il potere dell’Antiquities Act del 1906 per proclamare monumenti nazionali. Nessun presidente prima di lui era arrivato a tutelare un numero così elevato di tesori naturali e storici.
  11. In piena recessione ha puntato sulle fonti rinnovabili con 90 miliardi di dollari di investimenti per impianti e posti di lavoro.
  12. Ha stabilito una strategia nazionale per proteggere le api e gli insetti impollinatori.
  13. Si è lasciato coinvolgere in molti programmi di divulgazione a favore della protezione dell’ambiente. Rimane memorabile la sua partecipazione alla trasmissione di Bear Grylls. Durante l’episodio Obama si è lasciato guidare in Alaska per commentare il considerevole ritiro dei ghiacciai. Il sentiero e le situazioni erano evidentemente preparate in anticipo, ma l’impegno è stato apprezzabile.
  14. Una nota che non c’entra con l’ambiente naturale ma con la naturalità delle cose: ha tinto di rainbow la Casa bianca e il mondo prendendo più volte posizioni a favore della comunità LGBT.

Obama poteva fare di più? Certo! Gli Usa hanno dormito sonni pesanti nelle ratifiche dei trattati internazionali, probabilmente per gli enormi interessi in gioco. Per l’ambiente non si fa mai abbastanza, non ci si stanca di ripeterlo. Intanto, però, qualcosa Obama ha fatto.

Ora ci aspettano quattro anni di Trump. Speriamo che qualcuno gli ricordi che la  Terra non è uno yacht per miliardari che se affonda offre una scialuppa ovattata per salvarsi su una spiaggia dorata. Anche se poi fosse, chi sale sulla scialuppa? L’augurio d’obbligo è “Buon lavoro Mr. Trump, ci risentiamo nel 2020 sperando di scrivere altrettanto bene di lei”.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Good news per il 2017 della Terra

Le good news per la Terra non dovrebbero mai mancare. Anziché dieci all’anno, ce ne vorrebbero dieci di una certa portata ogni giorno. E probabilmente non basterebbero a compensare i disastri, ambientali e non, che produciamo quotidianamente, soprattutto nelle aree dove le priorità sono altre (vedere alle voci “pace” e “fame”).

Convinto però che le buone notizie siano contagiose, ecco qualche pillolina verde che dovrebbe farci strizzare l’occhio al 2017 con un po’ di ottimismo.

  1. Le emissioni di anidride carbonica non sono aumentate per il terzo anno consecutivo. Gli studiosi del Global Carbon Project – un gruppo di scienziati che misura le emissioni di CO2 in atmosfera – hanno confermato che piante, terre e acque hanno compensato il gas emesso dall’attività umana. Non un vero e proprio invito a respirare in città a pieni polmoni ma una conferma che lasciare la macchina in garage e piantare alberi serve.
  2. Barack Obama e il suo omologo canadese Trodeau sono riusciti a imporre limiti restrittivi alla ricerca e allo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas sulle coste atlantiche e artiche. Trump era già stato eletto con le sue affermazioni stile “non esiste un problema climatico” ma il presidente uscente è riuscito a piantare qualche cartello off limits sulle aree sensibili. Trump e suoi hanno quattro anni per scoprirli.
  3. La grid parity per il fotovoltaico – energia prodotta dal solare allo stesso prezzo dell’energia generata dalle fonti fossili – è sempre più vicina. Secondo il centro studi della Deutsche Bank il risultato potrebbe essere conseguito già entro i prossimi due anni. Tra i fattori determinanti per il raggiungimento figurano l’aumento dei prezzi dell’elettricità generata dalle fonti convenzionali e i costi del solare in continuo calo. Se lo dicono i tedeschi che l’astro vicino lo vedono spesso solo in cartolina, noi che siamo il paese del sole dovremmo crederci di più. Pannelli alla mano, gente!
  4. Il traffico sulle nostre strade si conferma in diminuzione. Il rapporto Traffic Scorecard 2016 della Inrix, azienda specializzata nell’analisi dei dati sulla mobilità, ha preso in esame i livelli di congestionamento di 96 città europee classificando l’Italia al decimo posto, con Milano in testa ai luoghi più intasati. Guardiamola così: prima eravamo messi peggio, ma possiamo migliorare e i dati sono un incoraggiamento.
  5. Per il traffico, infatti, non si fa mai abbastanza e per vedere come è andata nel 2016 non ci resta che aspettare. Nell’attesa, pedaliamo, magari incoraggiati dai dati di vendita delle bici a pedalata assistita, ottime per muoversi nel traffico senza arrivare grondanti di sudore agli appuntamenti. L’aumento della produzione di questi gioielli meccanici è del 90,36%, con le esportazioni volate al +166,9%.
  6. E al volo si ispirano quasi le velocità dei treni che da dicembre sfrecciano nel nuovissimo tunnel del San Gottardo. Con una estensione di 57 km, permette a persone e merci di muoversi tra il nord e il sud delle Alpi con molta più agilità che in precedenza, risparmiando traffico ed emissioni ad un ambiente (quello di montagna) spesso massacrato da colonne di camion e auto.
  7. Anche alle Eolie sono arrivati i fenicotteri rosa. Dopo le segnalazioni del 2015 tra Sicilia, Sardegna e Puglia, anche a Lipari il blu si è tinto di rosa per il ritorno di grandi volatili sulla rotta migratoria. Contestualmente, la buona notizia si estende alla reintroduzione in ambiente degli esemplari che hanno richiesto attenzioni mediche.
  8. Dopo il piombo (dei fucili) il peggior nemico degli uccelli è l’olio di sintesi che intacca il piumaggio. Il delta del Po è una delle aree più a rischio e il sistema industriale della Lombardia il maggior contribuente di acque reflue da impianti e scarichi. La good news è che la stessa regione ha stabilito il record del riciclo degli olii esausti. Intendiamoci: riciclare l’olio è un obbligo, ma da qui a stabilire un record è comunque un buon segnale, anche sulla via del recupero e del riuso. Sul piano nazionale il Consorzio Obbligatorio che coordina l’attività di 74 aziende private di conferimento e di 4 impianti di rigenerazione ha raccolto nel 2015 in tutta Italia 167.000 tonnellate di olio lubrificante usato, un dato considerato vicino al 100% del potenziale raccoglibile.
  9. Il consumo di carne è ai minimi storici sulle tavole italiane. Se teniamo conto che bistecche e hamburger non si materializzano sui banchi dei supermercati ma sono spesso il risultato di una catena di sfruttamento intensivo del territorio oltre che del bestiame costretto a spazi di vita ristretti e condizioni di trasporto imbarazzanti, il calo è una buona notizia. Da prima, la carne è passata a essere la seconda voce del budget alimentare delle famiglie italiane dopo frutta e verdura. La spesa relativa alla bistecca è scesa a 97 euro al mese, mentre l’incidenza è del 22% sul totale. Non consumare (troppa) carne è un segno di civiltà.
  10. Il rispetto, coerentemente, si estende anche alle vacanze. Gli italiani apprezzano sempre di più la vacanza verde e rispettosa delle comunità locali. Secondo i dati di Ipr Marketing presentati alla Borsa del Turismo 2016 di Milano, la sostenibilità della destinazione e della vacanza scelta è un requisito che fa la differenza e quindi è una leva per rendere un’esperienza di viaggio di qualità, gratificante e completa. La conferma arriva dal fatto che quasi la metà degli italiani è disposta a pagare di più per le vacanze sostenibili.

Nota: molti dei dati citati si riferiscono a rilevamenti del 2015 ma sono stati presi in considerazione in quanto divulgati nel corso del 2016. Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Un libro, se vi va, per capire la natura

Tra un libro e l’altro, al Pisa Book Festival 2016 non sono mancati i colori del paesaggio tra racconti di mare, storie di montagna e sguardi alla campagna espressamente rivolti ai bambini. Tra le tante promesse prereferendarie, almeno la letteratura ci lascia qualche certezza.

Mauro Corona racconta il suo nuovo romanzo La via del sole allontanandosi dai canoni per i quali lo conosciamo. Un giovane ingegnere ha tutto dalla vita, ma non basta. Nessuno è tanto annoiato quanto un ricco, sostiene lo scrittore citando il poeta Brodskij. Così il protagonista rinuncia al superfluo per ritirarsi su una montagna e scoprire che non tutto si può comprare.

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Corona invita a liberarsi dal superfluo per concentrarsi sull’essenziale. È un libro – afferma l’autore – nato per autocritica in una giornata dalla luce pallida dello scorso gennaio. Ha inseguito il sole per un giorno e quando è tramontato ne voleva ancora, di più. Non gli bastava nonostante le ore precedenti. La lezione è per quando ci sentiamo drogati dal non accontentarci, esattamente come quando facciamo il gioco dei signori del marketing che ci vogliono in overdose di oggetti e non riusciamo a fermarci dal volerne di nuovi.

Avete presente le file per l’ultimo cellulare appena uscito? Ecco! È questa fame che ci fa provocare disastri e spesso ci rende infelici. Il rampollo protagonista scopre che, una volta tra i monti dove finalmente può dedicarsi – senza preoccupazioni – unicamente alla contemplazione della palla infuocata che attraversa il cielo, le ore di luce a sua disposizione non gli bastano più e inizia a far abbattere le montagne che gli fanno ombra. Lezione durissima da uno scrittore che arriva da una valle, quella del Vajont, dove una società energivora e cieca si è macchiata del delitto di 2000 persone.

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Björn Larsson è il papà della bellissima storia del pirata Long John Silver. Nell’intervista ci lancia anche uno scoop made in Napoli. Se lo abbiamo amato nei racconti del fuorilegge che, ritiratosi tra le baie del Madagascar, traccia un bilancio della sua vita, se ci ha incantato con il capitolo aggiuntivo, ora l’autore torna ad affascinarci con una raccolta dedicata al mare attraverso le parole di Conrad, Maupassant, Cristoforo Colombo e molti altri.

Larsson conosce molto bene la materia, e non solo perché vive buona parte del suo tempo su una barca a vela. In Raccontare il mare usa tutta la capacità di romanziere e di fine paesaggista per tracciare quella cornice dell’anima che il regno di Nettuno rappresenta per ognuno di noi. Se amate le grandi distese blu, il rumore delle onde e i battiti d’ala dei gabbiani sopra di voi, questo è un saggio da non perdere. Magari in abbinata a Long John, casomai non lo aveste ancora letto. O vi andasse di riscoprirlo.

C’è un’appendice campagnola dedicata all’infanzia che ho apprezzato nel panorama del Book Festival. Lo spaventagente è una fiaba scritta da Davide Mazzocco e illustrata da Paula Dias con immagini dal sapore di bozzetto cinematografico che fanno di ogni tavola un quadro.

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Con i punti di vista di un corvo e la narrazione in rima, il tema della guerra tra gli spazi chiusi (del contadino) e quelli aperti senza confini (dei volatili) riveste un’attualità pazzesca. Ci vedo la volontà di chi alza barriere come se la natura si potesse fermare. La battaglia ha una sola soluzione sensata, però, come sempre: quella di non combatterla e avere il coraggio di fare un passo indietro. Se vi sembra che questa storia abbia il sapore di una lezione di umanità, non siete lontani. La confezione portagiochi fatta a tubo e riciclabile è un valore aggiunto per un’opera dedicata all’infanzia e non solo.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Non buchiamo il referendum delle trivelle

Tra malinformazione e silenzi, domenica 17 ci sarà chiesto di dire la nostra al referendum sulle trivelle, ribattezzato No Triv.

Estremizzo le due posizioni che vi sarà capitato di sentire. La prima: se continuiamo a bucare, ci si sgonfia il pianeta sotto i piedi e sarà un gran casino con un disastro via l’altro tra maree nere, terremoti e torri in metallo all’orizzonte così brutte che neanche i gabbiani vorranno farci sopra la cacca. La seconda: se non buchiamo dovremo andare a piedi, avremo orde di disoccupati per le strade, diventeremo una specie di terzo mondo fuori dal terzo mondo.
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Chi se ne frega degli incendi dall’altra parte del mondo?

Incendi di vaste proporzioni stanno incenerendo le foreste primordiali della Tasmania, il fuoco si sta mangiando interi boschi primordiali. Guardo il mappamondo, scopro che è proprio dall’altra parte del globo, tiro un sospiro di sollievo. Chissene? Poi, non ci hanno sempre detto che il fuoco non doloso che si mangia un bosco, fa parte della natura? Le fiamme svolgono un ruolo chiave di rinnovamento in un ecosistema e tiro pure un sospiro di sollievo.

Perché allora molti media di tutto il mondo se ne stanno occupando? Continua la lettura di Chi se ne frega degli incendi dall’altra parte del mondo?

Le rondini che non fanno più primavera

C’è Rondini di Lucio Dalla che si apre con il loro canto e ti immerge nel cuore della nostra Italia paesana. Ti vien da alzare la testa mentre le senti garrire, per scoprire che sotto il cornicione c’è uno dei loro nidi. Che però, da qualche tempo non sono più così frequenti.A dispetto del calendario, rondini se ne vedono sempre meno.

È vero che una rondine sola non ha mai fatto primavera, ma uno studio condotto dall’Università di Milano Bicocca e dal Parco Adda Sud ha dato la sua interpretazione. Dai dati emersi in 16 anni di ricerca, nella popolazione di Hirundo Rustica – nome scientifico del volatile di inizio primavera – i nidi hanno subito un calo del 70%. Anche la media Europea è generalmente in calo, ma con diminuzioni ben meno drastiche. Il perché occuparcene nelle parole del presidente del Parco Silverio Gori.

Le rondini rappresentano un pezzo di storia dei nostri territori perché da sempre vivono in simbiosi con le stalle e gli allevamenti della pianura padana. Un legame forte anche in un territorio come quello del Parco Adda Sud che è per quasi il 90% è agricolo. Inoltre sono formidabili nemiche di insetti molesti e zanzare. Aiutare le rondini significa aiutare un po’ anche noi stessi

Il Parco ha pubblicato un libro che comprende anche un piccolo prontuario di pronto soccorso per rondini. Del resto, il loro viaggio non è mai stato facile, volano arrivando a percorrere fino a 300 km in un giorno e solo il 35% riesce a compiere il giro completo. Alcuni esemplari sono stati dotati di gps per seguire le rotte e cercare di capire meglio le ragioni del calo. La più plausibile non è tanto dovuta all’inquinamento quanto alla chiusura delle stalle e alla diffusione delle monocolture, con la relativa scomparsa di varietà biologica e delle divisioni di filari e siepi che un tempo era frequente.

Tenuto conto che le direttive su allevamenti e colture sono di emanazione europea, stai a vedere che il volatile associato dalla tradizione al giorno di san Benedetto – 21 marzo, inizio primavera – trova proprio nell’Europa, di cui lo stesso santo è il patrono, la causa della sua decrescita. Anche ai santi ora tocca il conflitto di interessi. Segno dei tempi.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

La fiaba di Ferrino nella grotta della Strega Bavosa

Questa fiaba è diffondibile liberamente con qualsiasi mezzo citando la fonte:  www.stefanopaologiussani.it

 

E’ divisa in sette capitoli, come le sette sere di festa che ci separano dalla notte di San Silvestro.

 

©2013  Francesco, Matteo e Stefano Giussani – AgenziaGeografica

 

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Ormai era una settimana che nevicava fitto fitto. Così fitto che gli alberi non ce la facevano più a reggere il peso e i rami facevano a gara per appoggiarsi a terra e non rischiare di rompersi. Ne era scesa talmente tanta che tutto era imbiancato e il soffice della neve si era mangiato perfino i rumori creando un mondo sottovoce.

Per questo, il TOC TOC sulla porta risuonò forte in tutta la casa. Nicolò chiuse di fretta il libro per vedere chi aveva sfidato la tormenta venendo a bussare alla loro porta, l’ultima prima del bosco. Si fermò sui primi gradini della scala, da dove vedeva Mattia che aveva raggiunto l’uscio prima di lui. Mattia era più grande di tre anni e ovviamente era stato più veloce. La porta aperta a metà lasciava intravedere un uomo con dietro la cascata di fiocchi che non smettevano di scendere.

Quando l’uomo domandò qualcosa e Mattia si fece da parte guardando verso la scala, anche Nicolò si girò e, non vedendo più nessuno dietro di sé, capì che il visitatore era venuto a chiedere proprio di lui.

Era Zanzone, il sindaco del paese, e teneva in mano un pacchetto. Raccontò che era successa una cosa molto strana. Dall’inizio della nevicata nessuno aveva più notizie di Ugo e Teo, i due giocattolai che abitavano nella casa a forma di torre vicino alla chiesa. Mandavano giocattoli in tutto il mondo vendendoli ai più bei negozi delle grandi città. Tutti facevano a gara per comprare i loro lavori e i due erano ben contenti di spedirli ovunque guadagnando. Se normalmente i loro giocattoli erano ben pagati, avevano però preso l’abitudine di regalarli ai bambini della loro valle. Nessun bambino viveva con loro, ma non c’era bambino in paese che non avesse ricevuto in regalo qualcosa fatto con le loro mani. Treni, bambole, carri, mulini. Non c’era oggetto che i due non sapessero riprodurre e ogni bambino e bambina delle sette frazioni sotto il monte Piangallina sapeva che, al compiere dei 9 anni, avrebbe ricevuto il suo regalo. Erano oggetti speciali, bellissimi, anche se erano fatti con gli scarti che la gente abbandonava o buttava.

«Tutto può avere una seconda vita» diceva sempre Ugo.

«Sta solo nel vederla con altri occhi» aggiungeva Teo.

Così giravano per cantine, solai e fienili a raccogliere oggetti abbandonati da trasformare. Dopo che passavano loro, quasi nulla andava buttato. La cosa straordinaria era che il giocattolo che veniva regalato diventava poi un’anticipazione del lavoro che ogni piccolo avrebbe fatto da grande. Chi aveva ricevuto in passato un forno fatto con dei vecchi scaldaletto era poi diventata la più brava pasticciera della capitale. Il bambino a cui avevano regalato un ponte costruito con le molle di un letto era ora un bravissimo ingegnere. La nave ricavata da un antico ferro da stiro era nella cabina di quello che nel frattempo era stato nominato capitano della più grande nave della flotta nazionale.

Ora erano spariti. La loro casa vuota. Il magazzino dei materiali deserto. La stanza degli arnesi senza più niente dentro. Niente, se non un burattino sbilenco fatto con tubi e bulloni e un biglietto con una scritta in una calligrafia strana che diceva “lui ci servirà perchè perfino un mostro sa crear” con a fianco un nome.

Nicolò!

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A Nicolò mancava ancora un giorno per i suoi nove anni e il regalo che gli spettava. Perché se ne erano andati proprio ora? Zanzone non aveva risposta, ma credeva che incontrare Nicolò potesse aiutarlo in qualche modo. L’uomo attraversò il locale lasciando una scia di neve sul pavimento in legno. A vederlo col suo cappotto lungo e la corporatura massiccia, si aveva la sensazione  che si fosse messo a camminare uno dei covoni in paglia che in estate si vedevano in mezzo ai campi.

Tolti gli scarponi, davanti alla stufa accesa i piedi di Zanzone stavano scaldandosi mentre dalla cucina arrivava il profumo dei biscotti che la mamma aveva appena sfornato. Nella calza destra c’era un grosso buco che lasciava uscire il grasso dito e faceva ridere Mattia mentre Zanzone raccontava i dettagli. Mentre parlavano, il burattino in metallo era appoggiato a fianco alla stufa e la luce del fuoco faceva vibrare la sua ombra dando l’impressione che si muovesse per ascoltare quel che veniva detto.

“Quello non può essere il mio giocattolo” pensava Nicolò, perché non solo l’ometto era brutto, ma non rappresentava nulla, e poi nessun regalo era mai arrivato prima del nono compleanno.

I pensieri accompagnarono Nicolò fino al suo letto. Aveva smesso di nevicare e la luna, che era sorta da dietro la montagna, allungava sul pavimento il quadrato della finestra fino all’angolo dove aveva appoggiato quel tubo arrugginito coi bulloni al posto delle gambe e delle braccia e due dadi come occhi.

“Non hai neanche un nome, pezzo di ferraglia”, pensava il bambino. «Sei solo un piccolo pezzo di metallo. Ti chiamerò Ferrino» sussurrò il bambino appena prima di addormentarsi.

La notte trascorreva nel silenzio più assoluto della camera dei due fratelli quando un ticchettio leggero si diffuse per la casa. Era un rumore come quello della pendola giù in sala, solo più irregolare del solito tic tac e fatto da un tic-shhh-tic-shhh, come se tra un ticchettio e l’altro ci fosse qualcosa che strisciava. Al bambino sembrava di aver sognato tutto. Solo a un certo punto della notte, svegliandosi per andare a fare pipì, si rese conto che Ferrino era sparito.

Mattia dormiva al piano sotto del letto a castello e non aveva sentito nulla. Quando Nicolò iniziò a strattonarlo, gli disse sbadigliando di non disturbarlo, che ci avrebbero pensato domani mattina.

Bello o brutto, Nicolò era convinto che il burattino fosse suo e non era disposto a perderlo così. Decise di scendere da basso. Notò subito che l’uscio era chiuso ma lo sportello del gatto era solo accostato. Affacciandosi sulla stanza della stufa vide Smer sul davanzale muovere la grossa coda e alzare la testa facendo brillare gli occhi nel buio. Oltre il vetro, il vialetto era ricoperto tutto di bianco, ma si distingueva una striscia di piccole impronte che puntavano dritte al Bosco Alto.

Nicolò odiava quel bosco. Ci si era perso da piccolo e avevano dovuto venire a cercarlo gli uomini del paese, che lo trovarono solo al mattino. “Se credi che il bosco dorma, è solo perché non ci sei mai stato dentro di notte” pensava da allora ricordando i tronchi che si lamentavano tra gli scricchioli e un sacco di altre cose che strisciavano, grattavano, mugolavano, ansimavano attorno a lui. Se quello sgorbio di burattino se ne era andato nel bosco non gli interessava, pensò ritornando sotto le coperte e apprezzando che i suoi piedi sentissero di nuovo il tiepido del piumone.

Riaprì gli occhi convinto di aver dormito tutta notte, ma l’ombra della finestra era cambiata solo di poco e al posto di Ferrino c’era Smer. Nicolò lo stava fissando con la testa appoggiata al cuscino quando con un gesto della testa puntò il naso verso la finestra, in direzione del Bosco Alto. Si affacciò ma ancora non vide nulla, se non la sagoma degli alberi che sembravano un esercito di soldati schierati per proteggere l’ultima parte della valle, quella oltre la quale c’erano solo pascoli e rocce senza nessun rifugio. Gatto e bambino stettero a fissarsi per un po’, zitti.

«Va bene, andiamo a cercarlo ma solo fino alla salita» sussurrò a Smer indossando sopra il pigiama tutte le cose pesanti che gli capitò di prendere dal cassetto.

3

Gli piaceva il profumo dell’aria dopo la nevicata. Il mondo sembrava più pulito. La luna colorava d’argento tutto e non c’era quasi bisogno della lampada per seguire le tracce di Ferrino, almeno fino al punto in cui erano ingoiate dal buio del bosco dove iniziava la salita. Smer lo precedeva affondando la sua larga zampa pelosa nel manto bianco.

Arrivati ai primi alberi, non fece in tempo a dire «io lì non entro!» che con un balzo il gatto era già scomparso oltre i cartelli che indicavano la salita del monte Piangallina e la via per il passo di Ventifreddi.

«Smer, non fare stupidaggini, torna». «Smer, ti prego». «Smer non così», disse per un po’ di volte.

«Smer ho paura», aggiunse con la voce tremolante. Il bosco la assorbì nel silenzio rotto solo dal tremore dei cristalli di neve sui rami. Voltandosi verso la casa, però, non gli sembrò tanto lontana. Il lampione giallo di fronte all’uscio era un rassicurante ombrello di luce in fondo al sentiero. Da quando si era perso nel bosco, era ormai trascorso un po’ di tempo e ora era cresciuto. Poteva dunque provare ad entrare, ma solo il tempo per trovare Smer e tornare veloce a casa, prima che si accorgessero della sua assenza. Bastò qualche passo per immergersi nel nero più assoluto squarciato solo dalla sua lampada. La foresta era silenziosa come non aveva mai notato prima. Sembrava quasi un altro posto. C’era anche molta meno neve che era invece sostituita dagli aghi di pino che rendevano morbido il camminare. Continuò fino a una radura dove fu sfiorato da un fruscio, FSSSHHHHH, seguito da una sagoma scura, che si fermò appena oltre lui. Il cuore gli andò in gola congelando ogni sua mossa. La fetta di luce che usciva dalla lampada illuminava Smer immobile dove finivano le impronte di Ferrino, circondate da molte altre grosse impronte che appiattivano il bosco mostrando il marrone della terra ben aggrappata alle radici dei grossi alberi.

«Ma sei pazzo? Mi hai fatto prendere paura. Andiamocene ora, che torniamo domani». Nicolò si stava chinando per prendere in braccio Smer quando sentì un altro rumore accompagnato da uno spostamento d’aria, prima sulla testa, poi alle sue spalle.

Non ebbe il coraggio di voltarsi.

4

«Uhu, i bambini non dovrebbero venire nel bosco da soli, menchemeno la notteuuu», disse improvvisamente una voce profonda come non aveva mai sentito. Stava rimpiangendo il suo letto, l’essere uscito, la camera calda, Mattia che lo avrebbe difeso. Qualsiasi cosa gli stesse parlando, avrebbe voluto non essere lì.

Si girò lentissimo, così lento da non ricordare quanto ci avesse messo, sperando che nel frattempo quella voce non ci fosse più. Si trovò di fronte agli occhi più grossi che gli fosse mai capitato di vedere. La pupilla era un taglio nero in due sfere gialle enormi in cui si specchiavano ricurvi lui, Smer, la lampada e tutto il bosco attorno. Le piume che li circondavano erano appuntite sulla testa a formare due orecchie aguzze mentre un disegno più chiaro convergeva verso il becco che terminava in una punta affilata. Non credeva che un gufo reale potesse essere alto come lui.

«S-s-s-s-scusi, io non-non-non volevo», fu la prima cosa che gli uscì dalla bocca.

«Volere o uhu non volere. Ormai sei qui e quuuuualcuno ti vuole parlare». Fu in meno di un istante che, wussshhh, le ali del rapace si spalancarono per allungare le zampe verso Nicolò e Smer e sollevarli da terra. Il bambino non fece in tempo a spaventarsi nel sentire i grandi artigli avvolgergli la pancia e la schiena. In pochi colpi d’ala erano già sopra il bosco e sentiva le grandi superfici di piume guadagnare quota sulla montagna. Nicolò tremava, ma Smer al suo fianco si godeva il volo. I pini che avevano già perso la neve, dall’alto sembravano delle stelle. A un certo punto il bosco finì e cominciarono le praterie imbiancate dove i ruscelli cristallizzati attraversavano la montagna come se stessero gocciolando rugiada. Il paese giù in basso era ormai solo un gruppo di fiammelle tremolanti come le lucciole in estate tra i campi.

Sotto la luna, più di tutto brillava il ghiacciaio che ormai era vicinissimo. Il gufo aveva smesso di salire e ora stava planando verso i picchi che, dalla casa, gli avevano sempre ricordato un castello. Solo avvicinandosi scoprì che lo erano davvero. I muri massicci si confondevano con la roccia e le torri spuntavano sopra tutto ma non erano abbastanza alte da eguagliare il palazzo che fino a poco prima aveva creduto essere la cima della montagna. Fu in quel momento che due puntini in basso presero vita diventando due grandi orsi bruni coperti da corazze che brillavano più del ghiaccio che li circondava. Insieme spalancarono la porta così larga che, wussshhh, il gufo ci atterrò dentro con le ali aperte appoggiando Smer e Nicolò di fronte a una scalinata con una donna bellissima in cima. Ancora più della bellezza lo stupì che il suo vestito era fatto di un velo d’acqua che continuava oltre il suo corpo e scendeva a ricoprire i gradini lisci come la fontana in paese.

«Benvenuto Nicolò, vi aspettavo – disse dal suo trono la donna allungando una ciotola di latte verso Smer, le gambe e le braccia erano lunghissime e potevano raggiungere ogni angolo della grande sala senza doversi alzare – sono Stellea, regina della montagna e ho fatto in modo che arrivassi qui perché abbiamo bisogno del tuo aiuto». Solo mentre parlava, Nicolò fece caso che c’era Ferrino seduto sul gradino più alto, proprio a fianco al trono. Tenendo le sue braccine di bullone tra le gambe, sembrava preoccupato in attesa di avere una risposta a qualcosa.

5

«Abbiamo bisogno della sincerità di un bambino – continuò Stellea – Ti stai chiedendo perché proprio tu?». In effetti Nicolò se lo stava domandando ma lei parlava come se potesse leggere il suo pensiero. «Perché già una volta hai conosciuto il Bosco Alto di notte. Così sono sicura che puoi superare il compito che sto per affidarti».

Compito? Un compito era l’ultima cosa che il piccolo si aspettava lì. «Non è un compito come quelli soliti della scuola, quelli che tutti possono risolvere. È un compito speciale per un bambino speciale. Nelle caverne sul retro della montagna vive la strega bavosa. Ormai non frequenta più nessuno e crede che nessuno la voglia più perché è vecchia. Così ha rapito i giocattolai, convinta che quando le avranno insegnato a fabbricare quello che i bambini desiderano, lei potrà avere tutta la compagnia che vuole e decidere chi sarà felice e chi no. Ti chiedo di andare a parlarle. Solo la voce di un bimbo può arrivarle dritta al cuore». Nicolò non fece in tempo a domandare come avrebbe raggiunto la caverna quando sentì il dorso della mano toccato dal pelo di un grosso animale. Girando la testa si accorse della presenza di un lupo grigio. Ne sentiva il respiro caldo, lo aveva affiancato assieme ad altri due, alti quasi fino alla sua spalla. Quello che sembrava il capobranco aveva una sella in velluto nero. Gli altri invece avevano un imbrago con tre tasche su ogni fianco. Ogni tasca era piena. Guardando meglio, notò che il fagotto di peli scuri che riempiva ogni tasca aveva due occhi neri e piccoli come due capocchie di spillo e un naso a punta sollevato verso l’aria.

«Le talpe ti aiuteranno quando sarai nel cuore della montagna e Ferrino verrà con te – disse la regina allungandogli il burattino fino alla sella sul lupo – lui è la prova che i bambini non possono perdere i loro sogni senza sprofondare nella tristezza».

Si incamminarono. I lupi conoscevano bene gli anfratti della montagna, ogni volta che i massi dividevano i sentieri, il capobranco imboccava senza esitazione un passaggio. Le rocce scorrevano veloci ai fianchi di Nicolò mentre con le mani si teneva al pelo dell’animale e sentiva gli spigoli di Ferrino pungere nella cintura. Le zampe felpate delle belve scivolavano sicure e zitte sulla traccia, fino a un punto in cui gli animali rallentarono per fermarsi e annusare l’aria. Quando si accucciarono, Nicolò poté di nuovo toccare terra. Erano di fronte a una parete più alta del campanile della chiesa. Una grossa crepa a forma di saetta la spaccava in due. All’improvviso fu investito da un gracchio seguito da uno sciame di pipistrelli. Fece appena in tempo a girarsi per trovarsi circondato e sentirsi sbattere alcuni di loro contro la schiena, ma riuscì a non gridare, rassicurato che i tre lupi fossero rimasti lì senza mostrarsi troppo preoccupati. La calma dei movimenti e lo sguardo del capobranco gli dicevano che poteva fidarsi. Qualsiasi cosa sarebbe successa, loro sarebbero stati lì ad aspettarlo.

Intanto le talpe erano scese e si erano allineate di fronte alla fessura come a formare un grappolo di palle di pelo lungo tanto quanto Nicolò da sdraiato. Stava guardando quello strano tappeto quando il naso del lupo grande lo spinse delicatamente verso gli animaletti.

«Devo cavalcarle?». Il lupo mosse la testa in un sì. Nicolò raggiunse allora la formazione di animaletti e ci si sdraiò sopra, provando la sensazione di un materassino fatto di palloncini. Quando il tappeto iniziò a muoversi si rese conto di come le talpe riuscissero a scivolare dappertutto, muovendosi sotto di lui come un torrente in piena e facendolo galleggiare sul pelo.

6

Nei punti più stretti avanzavano lungo la caverna e Nicolò a pancia in giù sentiva la volta sulla schiena. In altri momenti doveva aiutarsi come nuotando, toccando le rocce che a tratti erano umidicce o rivestite di muschio. Quando sembrò che non potevano andare oltre, un ultimo passaggio lo costrinse a scendere dalle talpe e a strisciare, con due animaletti davanti a fare strada e gli altri dietro a spingerlo. Li sentiva respirare forte con i cuori che battevano veloci per la fatica. Arrivarono a un improvviso slargo illuminato da una luce soffusa che scendeva dall’alto e creava delle ombre in movimento sulle rocce. Un ombra in particolare camminava sulla parete. Ansimava e produceva il sibilo fastidioso di una bocca malforme. Le talpe si alzarono in piedi e si disposero in cerchio attorno a Nicolò, alzandosi sulle zampe posteriori e formando una corona di artigli con le loro grosse unghie abituate a scavare.

«Cosa vuoi?», domandò una voce gracchiante che sembrava venire da ovunque.

«Parlarti».

«Io non voglio parlarti», tra una parola e l’altra la voce emetteva una specie di gorgoglio, non era armoniosa né rassicurante come quella della regina.

«Ti chiedo scusa se sono entrato qui – la testa di Nicolò continuava a spostarsi per seguire l’ombra – mi manda la regina», aggiunse.

«Buona quella, capace solo di fare la signora, là sulla sua cima che tutti si divertono a salire». Nonostante l’ombra non rimanesse ferma, la voce continuava ad arrivare indistinta.

«Mi manda a dirti che tutti i bambini hanno bisogno dei loro sogni», mentre parlava si rese conto che l’ombra ingobbita della strega ad ogni passaggio sulla parete lasciava una scia gocciolante come la bava delle lumache sulle foglie.

«E perché dovrei ascoltarti?». L’ombra allungava le dita sottili nell’aria ricordandogli le punte dei rami secchi degli alberi in inverno. Sulla parete opposta Nicolò riconobbe le sagome di Ugo e Teo, chini su un tavolo a lavorare con delle catene ai piedi. Tra le parole, l’eco delle gocce scandiva il tempo e l’odore di umido.

«Perché domani compirò nove anni e senza il mio giocattolo non sarò felice come gli altri bambini».

«E perché uno dovrebbe essere felice?».

«Perché è meglio essere felici che tristi, cioè – Nicolò pesava le parole stando attento a pronunciarle verso la strega – il mondo funziona meglio se lo si è. Pensa alle facce dei bambini che non possono avere più giocattoli. Smetterebbero di essere contenti… e se noi smettiamo di ridere, chi guarderete voi grandi per capire il bene che si prova quando si ha quello che si desidera?». L’ombra allungò la mano per afferrare la testa di Nicolò.

7

Le talpe si strinsero ancora di più attorno a lui, al punto che il bambino avvertiva il calore del pelo. Stretto nel gruppo, Nicolò sentì pungere il fianco e si ricordò di Ferrino. Essendo di metallo poteva usarlo per difendersi. Chinando la testa per evitare le dita gocciolanti della strega, lo estrasse dalla cinta e lo impugnò come se fosse una spada. Il collo era l’impugnatura e le gambe appuntite verso l’ombra erano le due lame. Appena ferro e ombra entrarono in contatto, le dita della strega si ritrassero.

«Cos’è questo?», domandò con voce sofferente.

«La mia arma, disse vergognandosi di quanto fosse brutta. Nel momento in cui Nicolò alzò Ferrino, dal tubo che era il suo corpo iniziò a uscire un cono di luce che colpì la parete. Nel riquadro illuminato iniziarono a scorrere immagini. Bambini che ridevano, giocavano, correvano in campi d’estate, facevano pupazzi in inverno. In tutte le scene non c’era un adulto che non sorridesse contagiato dal buon umore. Da Ferrino continuavano a uscire storie e, mentre prendevano forma, la grotta si faceva meno buia e si propagava il colore dei prati quando fioriscono, che non sono un colore solo ma tutti i colori assieme. Più fiori spuntavano dall’umido della roccia e meno Ferrino sembrava il pupazzo arrugginito che Zanzone aveva portato. Quando la grotta fu completamente tappezzata di petali, la bava era diventata rugiada e Nicolò si ritrovò all’improvviso nel proprio letto con a fianco la mamma e Mattia.

Si fissarono in silenzio.

Per terra nella stanza c’erano i suoi vestiti con attorno una pozzanghera d’acqua mentre fuori dalla porta si intravedevano Ugo e Teo che tenevano in mano un burattino che da lontano pareva simile per proporzioni a Ferrino. I giocattolai alzarono la mano per salutarlo e Nicolò rispose con lo stesso gesto. Visto da vicino, il burattino era un uomo massiccio e tutto snodato che indossava una specie di corazza che gli faceva spuntare un terzo braccio, snodato come il corpo. All’estremità c’era una scatola magica con un lato trasparente, appena presolo in mano iniziò a uscire un fascio di luce che proiettava oggetti animati sulle pareti vicino.

Nessuno aveva mai ricevuto un giocattolo così. La gente ne parlò a lungo.

La notizia fu perfino più importante di quella dei cacciatori che raccontavano di aver avvistato le impronte di tre grossi lupi nella neve fresca all’indomani della tormenta. Gli uomini coi fucili avvisavano di stare attenti, ma tra le case furono tutti impressionati dalla voce di quel bambino, persosi nel bosco anni prima, che invece rassicurava tutti dicendo che lui, di lupi così, non avrebbe mai avuto paura. E per aiutare la gente a capire cosa intendesse, girava le case mostrando il regalo del suo nono compleanno che proiettava a tutti immagini dei lupi, ma anche di orsi, talpe, gufi e uomini che vivevano insieme e in pace tra loro. La gente si sentiva subito più tranquilla e nel godersi la bellezza delle immagini pensava al bosco come alla preziosa cornice del loro paese. Tutti erano sicuri che quello successivo sarebbe stato un buon anno.