Archivi tag: oceano

Milioni di euro buttati in un mare di plastica

Settimana scorsa si è tenuta a Malta la conferenza Our Ocean, promossa tra gli altri dalla Commissione Europea. Ho aspettato a scriverne per vedere cosa ne sarebbe uscito e soprattutto cosa avrebbe implicato per il portafoglio Ue. Le cifre: 550 milioni di Euro stanziati direttamente con una stima di 6 miliardi globali annunciati a fine lavori dalla Commissione e dagli altri soggetti pubblici e privati provenienti da più di 112 paesi di tutto il mondo. Una enorme quantità di denaro che si spera sia gettata in mare, ma non nel senso peggiore.

Inquinamento, aree protette, sicurezza, sostenibilità, cambiamento climatico, la lista completa di impegni è lunga. Ma non è niente rispetto al problema chiave: consideriamo gli oceani come la nostra cloaca ultima. Continuiamo a comportarci a livello globale come se fossimo in un “Wc”, con lo scarico da azionare. Ma lo scarico non c’è e prima o poi rischiamo che l’ondata ci cascherà addosso.

Non sarà neanche troppo nera a giudicare da quanta plastica colorata galleggia al largo. Un breve filmato tra quelli diffusi in occasione dell’incontro è esauriente per come si stanno desertificando le barriere coralline.

Potremmo aggiungere le isole di plastica grandi come nazioni che galleggiano nei mari e gli spargimenti di monnezza che alcuni stati continuano a rovesciare in acqua. La lista è lunga e se alcuni temi di ecologia sono controversi – il cambiamento climatico spacca il mondo degli scienziati – il danno che stiamo perpetrando al nostro cuore blu è sotto gli occhi di tutti, da vedere e da toccare.

Speriamo di vedere presto in azione i milioni. MI basterebbero piccole azioni concrete a iniziare dalla sensibilizzazione degli stati “zozzoni” e dal perseguimento dei responsabili di eco-crimini. Almeno per non dovere più assistere a certi spettacoli come quello della foto che ha vinto il World Press Photo 2017 per la natura. Sarebbe davvero imbarazzante spiegare ai nostri nipoti con quale coraggio abbiamo permesso che una delle specie più protette del mare fosse tristemente addobbata in una rete.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Superman intervistato, il merito è tutto del figlio

Ho avuto modo di intervistare Nico Valsesia. 
Se vi chiedeste chi fosse, è l’atleta che ha portato l’Italia sul podio della Race Across America RAAM 2014. Il 43enne era già diventato famoso nel giro degli atleti outdoor per aver raccontato alle telecamere di Fazio l’impresa della pedalata record tra Genova e il Monte Bianco, ma il ragazzo si era già misurato in corse tra deserti e montagne al limite del possibile.

Nico incoraggiato dal figlio Santiago

La sua ultima impresa è stata appunto la coast to coast USA dal Pacifico all’Atlantico. Se la trasponessimo in misure europee, è come se avesse pedalato da Gibilterra a Mosca con in mezzo un dislivello di quattro volte il Monte Bianco. Il tutto a un ritmo continuato con solo un’ora e mezzo di sonno al giorno durante l’unica sosta lunga (si fa per dire) quotidiana. Anche se me lo avevano anticipato come un personaggio molto alla mano, la sensazione di essere di fronte a superman c’era. E superman questa volta si era portato il figlio ed era intenzionatissimo a non sfigurare. Da qui la tentazione di fargli qualche domanda.

1- Nico, cosa aggiunge questa impresa al tuo già ragguardevole repertorio?

Innanzitutto gioia immensa per essere stato seguito e supportato dal mio primo figlio Santiago: il motivo principale che mi ha dato la forza di tornare alla Race Across America e soprattutto la sicurezza mentale di non ritirarmi per nessun motivo al mondo, poiché sarebbe stato un pessimo esempio per lui. Vederlo gioire lungo la strada facendomi il tifo era uno spettacolo!
E poi anche i rapporti umani con i componenti del mio team, che hanno confermato ancora una volta grandi amicizie e consolidato altre.
Comunque posso dire serenamente che questa quinta edizione sarà anche l’ultima. Se la RAAM fosse un essere umano a questo punto potrei abbracciarla: io e lei abbiamo fatto pace… ma non so ancora se un giorno mi mancherà oppure no!

2- Nico Valsesia se non fosse Nico Valsesia chi sarebbe?

Vorrei essere un sacco di altre cose: se non lo sono comunque è solo colpa mia… ma per questa vita mi accontento di essere me stesso 

3- La celebrità è indispensabile per gli sponsor o ne faresti volentieri a meno?

Per mia fortuna non sono un professionista ma un semplice amatore: chi mi supporta mi ha sempre fatto capire che lo fa per passione più che per promuovere il proprio brand: questo fa sì che su di me non ci sia nessuna pressione, ed è bellissimo poter fare ciò che ti piace… nel modo in cui ti piace!


4- Nico Valsesia spieghi Nico Valsesia all’uomo della strada…..(fisicamente un po’ sovrappeso e finanziariamente con una certa preoccupazione di arrivare a fine mese senza vendersi un rene)

Non mi permetterei mai di sovrappormi alla parola di chi deve spiegare a me chi è: di chi, non tanto per il sovrappeso, quanto perché ha difficoltà ad arrivare a fine me, ha molte più cose da dire. Starei io ad ascoltare lui, vergognandomi di quanto sono fortunato!


5- Come scegli un’impresa e come ti prepari cerebralmente? 

Semplice: mi viene in mente qualcosa che mi piace o che mi diverte e cerco di esaudire i miei sogni. Più che le letture, a stimolarmi può essere un semplice oggetto, tipo una scarpa da running; solo guardandola intensamente mi suscita il pensiero di dove potrebbe portarmi, su quale montagna o in chissà quale deserto…

6- Quando i tuoi figli ti chiederanno “perchè papà?”, cosa gli risponderai?

Non lo hanno ancora fatto e sono sicuro non lo faranno mai: li reputo molto intelligenti!! (probabilmente: contrariamente al giornalista che gli ha appena fatto la domanda, ndr)

7- Agli occhi di qualcuno fai imprese titaniche usando solo il corpo che ti è stato dato o quasi: lo useresti anche per un semplice, anonimo, intimo pellegrinaggio?

Le imprese titaniche sono ben altre! Senza andare lontani, basti pensare all’uomo della strada di cui parlavamo poco fa. Per quanto mi riguarda, ogni giorno è un anonimo pellegrinaggio; anche se, nel mio caso, pellegrinaggio mi sembra un termine improprio: non ho fatto nessun voto e non devo scontare alcuna pena. Lo faccio perché amo farlo, perché mi sento vivo e continuerei a farlo all’infinito. I miei figli lo hanno capito. Per questo, come dicevo, non mi chiederanno mai il perché di ciò che faccio.

8- Una domanda alla tua ufficio stampa: ma lui è sempre così?

Incredibilmente sì: un concentrato assoluto di energia, sincerità, allegria e determinazione, in qualunque situazione e circostanza. All’inizio mi era venuto il dubbio che arrivasse da un altro pianeta. Invece – mi garantiscono – è un “normale” terrestre. Sarà…


I NUMERI DELLA RAAM (così non potevate dire che non eravate stati avvisati se vi doveste iscrivere)

– Distanza totale: oltre 3.000 miglia (4.800 chilometri)
– Partenza: Oceanside (CA); 10 giugno 2014
– Percorso: da Oceanside (California) ad Annapolis (Maryland), per un totale di 12 stati attraversati
– Altitudine minima raggiunta: 52 metri sotto il livello del mare
– Altitudine massima raggiunta: 3.050 metri slm
– Il totale del dislivello positivo del percorso è di oltre 35.600 metri ( tre volte l’altitudine di volo degli aerei di linea e a oltre quattro volte l’altezza del Monte Everest)
– Sono circa 350 in tutto il mondo i Solo Racer che hanno ufficialmente portato a termine la RAAM guadagnandosi il titolo di “RAAM Finisher”
– la prima RAAM si è corsa nel 1984, dal Santa Monica Pier di Los Angeles all’Empire State Building a New York City
– quella del 2014 è stata la 33a edizione, e la 10a con partenza da Oceanside

Questo articolo è pubblicato anche dall’Huffington Post con la photogallery ufficiale.

La foca che muore è un brutto segnale

Si intensificano nell’Oceano Pacifico ritrovamenti di foche gravemente malate o morte. Se in un primo momento il fenomeno si riteneva essere una delle drammatiche conseguenze del disastro di Fukushima, ora pare che le cause dell’epidemia possano essere altre, comunque imputabili all’azione dell’uomo.

I sintomi che portano alla morte, e che sembrano riguardare anche alcuni esemplari di trichechi, sono acqua nei polmoni, ingrossamento del cervello nella scatola cranica, anomalie nel fegato, perdita del pelo e lacerazione della cute fino a scoprire il muscolo. Tutte patologie che portano alla morte dopo atroci dolori.

Escluse momentaneamente le radiazioni, non c’è da stare tranquilli. I ricercatori puntano il dito su fattori di stress e intossicazione da tossine, effetti legati anche alle conseguenze del cambiamento del ghiaccio e di certi fattori climatici. Le immagini che ci arrivano non lasciano sperare una soluzione a breve. Le cause potrebbero essere troppe.

C’è un segnale preoccupante che volenti o nolenti prima o poi dovremo cogliere: radiazioni o no, prima o poi tutto quello che produciamo o trasformiamo finisce in mare. Dal mare, però, è uscita anche la vita che ha iniziato l’avventura sulle terre emerse, di cui la civiltà contemporanea è solo l’ultima scena. E se adesso proprio dal mare iniziasse a uscire la morte, sapremmo capire in tempo la lezione?

Il tuffo di Assad nel mare pattumiera

La Siria distruggerà il proprio arsenale chimico. In mare. Avete letto bene. Il piano sarebbe americano. Dopo il “no” dell’Albania ad ospitare sul proprio territorio le operazioni di bonifica (e, lo ammetto, sono curioso di sapere dove sarebbero stati gli impianti per rendere innocuo il micidiale Sarin a così pochi chilometri da noi) l’opzione dei super-controllori a stelle e strisce sarebbe quella di rendere le sostanze chimicamente inerti su piattaforme o navi in acque internazionali.

Pensi alla posizione della Siria e rifletti che il mare più vicino è… già, il Mediterraneo. In alternativa ci sarebbe un sistema mobile sofisticato basato sull’idrolisi. L’unico ispettore italiano tra gli osservatori è l’ingegner Silvestro Mortillaro.«È una tecnologia che non conosco – afferma il tecnico – La distruzione in mare è una tecnologia impegnativa, ma permetterebbe di aggirare le proteste ed è un grosso vantaggio se si ha fretta.»

La fretta non è mai una buona consigliera però.
I residui del processo di distruzione, tra cui la diossina, possono finire in mare e nella catena alimentare degli oceani – precisa Jean-Pascal Sanders, esperto dell’EUISS, l’agenzia per la sicurezza europea.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.