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L’aria pulita non è populismo

Un adulto medio a riposo inala circa 8 litri di aria al minuto. Facendo due conti, sono 11 mila litri giornalieri. Come dire che l’aria, piaccia o non piaccia, è il componente principale della nostra dieta. Provate a visualizzare una fila di bottiglie, in piedi una accanto all’altra per una lunghezza di 880 metri (8 campi di calcio): se ci riuscite significa che avete chiaro quanto passa per i nostri polmoni quotidianamente. Siamo praticamente dei filtri che camminano.

Quando ci mettiamo ai fornelli siamo attenti alla qualità di quello che cuciniamo. Difficilmente andremmo ad acquistare un alimento scadente. Tanto più se l’ingrediente è così importante da segnare un consumo quotidiano di 11000 litri. Purtroppo non possiamo scegliere la qualità dell’aria del luogo dove viviamo, ma almeno possiamo fare gesti concreti per migliorare l’aria. CI servono alberi. Ci servono tanti alberi. Ma il punto è che non bastano più solo quelli.

La BBC ha appena divulgato un documentario sull’inquinamento dell’aria. Si apre con un dato agghiacciante: solo in UK, sono 40.000 i morti prematuri a causa dell’aria inquinata. E’ una delle tante battaglie che ogni governo deve combattere. La domanda è la solita: fino a che punto i politici sono disposti a scelte impopolari? Il filmato è la storia di una piccola comunità che ha deciso di dichiarare guerra all’inquinamento – il titolo Fighting for Air è già una premessa – e racconta il tentativo di fermare la contaminazione in un luogo per un giorno. Nelle scene iniziali un cittadino punta il dito verso un politico e gli intima di non permettersi di decidere cosa sia buono e cosa no per lui e per la sua famiglia.

Siamo agli albori di un nuovo governo con forze che affermano di voler “davvero” cambiare. Fenomeni di passaggio o visionari positivi come lo era Steve Jobs? Solo i fatti potranno dire cosa succederà. A me basta intanto cominciare a chiedere loro (e a chi verrà dopo di loro come scrissi a chi è venuto prima) di non decidere cosa è buono e cosa no per noi che respiriamo. l’aria deve essere pulita e basta, senza compromessi.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Aids, a Milano non si sta tranquilli

Tra i tanti messaggi di speranza legati alla cura dell’AIDS mi ha colpito la notizia diffusa dal Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità in merito a Milano. Nel territorio della ASL del capoluogo lombardo si rilevano il 56% delle nuove infezioni nazionali, con 10 casi registrati alla settimana. Questo significa che proprio nella grande città, dove il livello di informazione e sensibilizzazione dovrebbe essere più alto, il rischio è sottovalutato. E non è finita qui, purtroppo, come spiega Gianmarino Vidoni, direttore del servizio Malattie a trasmissione sessuale dell’Asl Milano:

I dati che abbiamo sono da considerare sottostimati almeno del 30%  perché prendono in considerazione solo chi si è sottoposto a test. Le persone che credono di non correre alcun rischio e non fanno il test, anche se malate, non figurano nelle nostre statistiche.

Provocatorio, ma non troppo, lo spot realizzato proprio dal dipartimento di Prevenzione Medica dell’Asl meneghina e che si spera di diffondere grazie ai social. Dalle Parole di Coco Chanel, il regista Luca Mariani (lavora tra Milano e Barcellona, sua, tra le altre cose, la clip di Mondo di Cesare Cremonini) parte con un messaggio chiaro. Ora più che mail il profilattico è l’unico accessorio non accessorio

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.


Toccati le palle: non è superstizione

Si era già detto in queste pagine come uno spot ben fatto e per nulla provocatorio sia stato censurato, nonostante parlasse del tumore al seno, una patologia la cui cura, presa per tempo, vanta un successo del 98%.

Esiste anche l’equivalente maschile, della quale in Italia, probabilmente, non sentiremo mai parlare. Una squadra di rugbysti insegna l’autodiagnosi per il tumore ai testicoli sui teleschermi, con tanto di dettaglio del tipo di ispezione necessaria a scoprire possibili focolai.
“Prevenire è meglio che curare”, recitava uno spot famosissimo. Prevenire è anche un vantaggio in termini di sofferenza, costi, posti letto occupati, qualità della vita, risorse distolte altrove, mi permetto di aggiungere. Sono convinto che imparare a toccare il proprio corpo per conoscerlo è quanto di più ecologico si possa fare verso noi stessi.
C’è anche un paradosso: continuiamo a vedere sventolare tette e culi sugli schermi di ogni genere senza neanche troppo scandalo, quando le tette e le palle che interessano la salute (mia e di qualche milioncino di persone) suscitano sdegno e proteste. Qualcosa non mi torna.
Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Se ti dicono “sei un animale” potrebbe essere un complimento

Ci sono comportamenti animali che sono da premiare per il valore di sopravvivenza della specie.
Rimando a un articolo che arriva da una summa di studi di etologia. Le nove lezioni da apprendere:

1- fare più riposini durante il giorno aiuta la concentrazioni (fonte di ispirazione: i gatti)
2- non trascurare gli amici è uno stimolo riduttivo dello stress (pipistrelli)
3- la metodicità dell’ersercizio fisico come la camminata riduce il rischio malattie (criceti)

4- l’appredimento e gli stimoli che ne derivano aumentano il buon umore (mucche)
5- il fair play aiuta a sopravvivere (cani)
6- idem il condividere le informazioni (cetacei)

7- essere più lenti prendendosi l’impegno di fare le cose con calma aumenta la concentrazione permettendo di elaborare più informazioni (uccelli e certi insetti)
8- l’empatia rafforza i legami di ambiente (cani)
9 – un obbiettivo preciso o una forte motivazione aiutano il perseguimento del successo (salmoni).

Beviti l’acqua, non la bottiglia

Non guardatevi troppo attorno, Non c’è nessun pazzo in circolazione.  Tutti, ma proprio tutti rischiamo  di bere plastica senza accorgercene. 
A volte la gente mi guarda strano quando finita l’acqua o la coca non butto la bottiglietta ma la accartoccio e me la metto in valigia per mollarla al primo contenitore della differenziata. Se poi intuisco che è “differenziata, ma per finta”, me la porto fino a casa.



“E’ troppo preziosa per buttarla”, rispondo a chi è con me.
Se poi leggo dell’interesse nello sguardo di chi ho di fronte, parto all’affondo nello spiegare il perché del gesto cercando di non abusare della pazienza altrui.

Ho chiesto a Gianluca Bertazzoli, che lavora per COREPLA e di plastica se ne intende, di aiutarmi a sintetizzare in tre brevi punti la risposta al domandone
PERCHE’ NON BUTTARE LA BOTTIGLIA NELL’INDIFFERENZIATA?


Per conoscenza di tutti, ecco i 3 spunti spendibili con chiunque.
1> La plastica riciclata, interpretata come risorsa, è versatile rispetto a materiali più “tradizionali”. Dipende molto dagli utilizzi: certamente non tutto si può fare con la plastica riciclata, ma molte cose possono essere fatte assai bene spendendo meno. Pensiamo al campo del tessile e dell’arredamento con rivestimenti ed imbottiture. C’è poi  tutto un mondo di applicazioni specifiche della plastica riciclata come materiale specifico ed “inedito”, con particolare

riguardo all’arredo urbano, da giardino, alle dotazioni stradali.

2> Anche la rilavorazione e la rimessa in circolo è un processo che potremmo  definire “ecologico” in termini di emissioni e dispendio energetico. Solo alcuni numeri per spiegare le potenzialità ambientali dell’utilizzo della plastica riciclata: nel solo 2011 l’attività di COREPLA per l’avvio a riciclo e recupero di imballaggi in plastica ha evitato 798.000 tonnellate di emissioni equivalenti di CO2. Potremmo visualizzarla come una colonna di 6500 TIR che occupano la distanza tra Firenze e Milano. Se proiettata nel decennio 2002-2011, le tonnellate di CO2 evitate diventano 6,5 milioni, mentre sono 2,9  le tonnellate di imballaggi in plastica sottratti allo smaltimento in discarica e 2 milioni i Giga Joule di energia recuperati. Come dire che con l’energia risparmiata ci illumino una piccola regione per un bel po’.

3> Nell’ambito precedente, la raccolta differenziata di qualità diventa un  valore aggiunto per la comunità che la produce. Il primo valore aggiunto della raccolta differenziata è l’aumento di “capitale sociale”: si tratta, infatti, di un vero e proprio indicatore della qualità della convivenza civile oltre che della qualità dei servizi pubblici. La filiera che deriva dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica è poi un elemento importante della “green economy”, sviluppando nuove imprese nel settore della valorizzazione e del riciclo e necessitando di ricerca ed innovazione per il miglior utilizzo dei  nuovi materiali che ne derivano.



Soprattutto un elemento va ben tenuto presente di fronte all’ecoscettismo: non é vero che la plastica, alla lunga, si dissolve. Lo spiega molto bene Alan Weisman ne “Il mondo senza di noi” quando intitola un capitolo centrale “I polimeri sono per sempre”. Vi invito a procurarvelo se volete scoprire come dagli anni ’50, con la massiccia diffusione delle plastiche, flaconi e recipienti sono diventati frammenti e poi sminuzzati fino a ridursi a microparticelle in sospensione nelle correnti marine. Il segnale di allarme é evidente: se nel centro del Pacifico galleggia un’isola di rifiuti di plastica ampia quanto il Texas, se delfini e albatros muoiono tra gli stenti per aver ingoiato sacchetti e tappi, i prossimi potremmo essere noi quando non ci accorgeremo della presenza in falda di queste microparticelle e finiremo quindi per berci non solo acqua ma i bicchieri e le bottiglie che l’hanno contenuta anni fa. 
Se avete avuto la pazienza di leggermi fino a qui, sono sicuro che la prossima volta che finirete l’acqua porterete anche voi la bottiglietta fino a casa e magari farete perfino notare a qualcuno che, anche chi non ricicla, prima o poi deve bere.
Questo articolo è stato pubblicato anche sull’HuffingtonPost.