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	<title>Portfolio &#8211; Stefano Paolo Giussani</title>
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	<link>https://www.stefanopaologiussani.it</link>
	<description>Giornalista e scrittore</description>
	<lastBuildDate>Mon, 02 Nov 2026 00:07:14 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Salire in quota d’autunno: quattro libri tra lutto, sublime e istinto</title>
		<link>https://www.stefanopaologiussani.it/2026/10/salire-in-quota-dautunno-quattro-libri-tra-lutto-sublime-e-istinto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 11:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[HuffPost Italia]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
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					<description><![CDATA[Due bambini che lasciano la baita, un pittore che cerca il cielo in una parete di roccia, un lupo che attraversa le Alpi in cerca di un branco, un ragazzo che brucia tutto per ritrovare la madre]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ottobre: la montagna si veste di magia. I larici virano all’oro, i sentieri si svuotano, la luce si fa radente e allunga le ombre sui versanti. I silenzi si fanno lunghi. È la stagione in cui la quota restituisce il meglio di sé prima della pausa invernale, con una pienezza di colore che la primavera raramente eguaglia. Quattro libri partono da qui, ciascuno con una propria angolazione sulla  solitudine del camminatore autunnale.</p>
<p><strong>Quando l’autunno è la vita stessa</strong></p>
<p>Il primo porta in montagna nel momento in cui è l’esistenza a segnare la propria stagione declinante. <a href="https://edizionitemposospeso.it/negozio/nostro-catalogo/il-bene-che-vi-voglio/"><em>Il bene che vi voglio</em></a> (Temposospeso) è l’ultimo romanzo di Matteo Pellegrini. Il giovane autore, ci dona un libro sul lutto, sull’affetto e sulla memoria. Pellegrini lo definisce una fiaba filosofica, e dalla fiaba eredita gli archetipi: una casa nel bosco, una madre assente, due bambini che a un certo punto devono mettersi in cammino per scoprire i confini del proprio mondo, lasciando la sicurezza della baita in cui vivevano con il padre. Il registro resta laico: nel romanzo manca qualsiasi riferimento a Dio, e la ricerca di senso si gioca tutta sul piano interiore dei personaggi. Descrizioni paragonabili a una sceneggiatura, di quelle potenti, degna di chi, come Pellegrini, gestisce un cinema selezionando personalmente i titoli che proietta.</p>
<p><strong>La vetta come soglia</strong></p>
<p>Che la montagna sia da secoli uno spazio in cui l’uomo misura i propri limiti lo racconta Vittorio Sgarbi in <a href="https://lanavediteseo.eu/portfolio/il-cielo-piu-vicino-la-montagna-nellarte/"><em>Il cielo più vicino. La montagna nell’arte</em> </a>(La nave di Teseo). Il percorso attraversa l’arte dal Trecento a oggi e tratta la montagna come soggetto delle opere anziché come fondale. Per Sgarbi tutto comincia con Giotto. Poi il sublime romantico, che il libro declina in una linea ascetica e verticale, quella di Friedrich, e una visionaria e atmosferica, quella di Turner. Con Van Gogh la montagna diventa proiezione dello stato d’animo, con Segantini dimensione dell’anima, fino a Depero, Sironi e Buzzati e a uno scatto di Luigi Ghirri sull’Alpe di Siusi che chiude il volume. Tra le pagine più riuscite, quella sul tramonto in quota: per quanto straordinario, sappiamo che potrà ripetersi domani e ancora fra qualche giorno. È la stessa certezza ciclica che rende l’autunno sopportabile. La sintesi dell’autore sta in una frase: «Nulla è più vicino all’eterno della montagna».</p>
<p><strong>Con gli occhi del lupo</strong></p>
<p>La solitudine assume un’altra grana quando la si osserva da dentro la natura. <a href="https://iperborea.com/titolo/730/il-lupo-solitario/"><em>Il lupo solitario</em></a> di Adam Weymouth (Iperborea, tradotto da Luca Fusari) ha vinto la 52ª edizione del Premio ITAS del Libro di Montagna. Al centro c’è Slavc, che nel 2011 lascia le montagne slovene, attraversa in un inverno gelido Austria e Italia e si stabilisce in Lessinia, dove forma una famiglia con un’altra lupa errante, Giulietta. Nel Nord Italia di lupi mancavano da secoli, oggi ci sono interi branchi. Weymouth ne ripercorre le orme a piedi, in un continente segnato da temperature in aumento, confini difesi con il filo spinato e populismo dilagante. Il lupo diventa così lo specchio in cui vorremmo rifletterci e insieme il capro espiatorio di un futuro imprevedibile.</p>
<p><strong>La bestia è umana</strong></p>
<p>All’estremo opposto, la voracità di un essere umano alla ricerca della madre. <a href="https://marcosymarcos.com/libri/gli-alianti/bestia-di-mamma/"><em>Bestia di mamma</em></a> di David Goudreault (marcos y marcos, traduzione di Sara Giuliani) è l’esordio dello scrittore quebecchese: una confessione feroce e comica che espone la brutalità con tale padronanza da farla sembrare natura. L’io narrante è un giovane adulto strappato alla madre a sette anni per i ripetuti tentativi di suicidio di lei. Passato da una famiglia disfunzionale all’altra, cresce come un manipolatore cinico, razzista e sessista, attratto dal male e dall’illegalità, finché la notizia che la madre è stata rintracciata innesca la sua ricerca. Goudreault attinge alla propria esperienza di assistente sociale e il tono della confessione in prima persona espone la brutalità senza filtri, a tratti ostentandola, con una padronanza tale da farla apparire naturale. Accanto alla Bestia, la ferocia del lupo appare quasi innocente.</p>
<p><em>Pubblicato originariamente su <a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/10/09/news/salire_in_quota_dautunno_quattro_libri_tra_lutto_sublime_e_istinto-22878276/">HuffPost Italia</a> il 9 ottobre 2026</em></p>
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		<title>Quattro giorni a Pisa: il Tuttomondo di Keith Haring arriva sul grande schermo</title>
		<link>https://www.stefanopaologiussani.it/2026/09/quattro-giorni-a-pisa-il-tuttomondo-di-keith-haring-arriva-sul-grande-schermo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 12:18:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[HuffPost Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.stefanopaologiussani.it/?p=6029</guid>

					<description><![CDATA[Al Lucca Film Festival la prima mondiale della versione integrale del documentario girato nel 1989 da tre giovani filmmaker pisani. Il film include settanta disegni e animazioni digitali dell'artista, recuperati nel 2023]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Alle tre del mattino, dal balcone dell&#8217;albergo di fronte, Keith Haring vedeva ancora arrivare persone. Si fermavano davanti al muro, lo guardavano, ne parlavano. «È la prima volta che dipingo un murale abitando proprio dall&#8217;altra parte della strada &#8211; racconta l&#8217;artista davanti alla macchina da presa &#8211; La mattina, appena sveglio, la prima cosa che vedo è il muro. La sera, l&#8217;ultima». È il giugno del 1989 e la parete è quella laterale del convento di Sant&#8217;Antonio Abate, a pochi passi dalla stazione di Pisa.<br />
Quelle immagini tornano ora al pubblico. Giovedì 1° ottobre alle 18, all&#8217;Auditorium del Complesso di San Micheletto, il <a href="https://www.luccafilmfestival.it/programma-e-ospiti-del-lucca-film-festival-2026/">Lucca Film Festival</a> presenta in prima mondiale la versione integrale di <em>Tuttomondo</em>, il documentario prodotto da Andrea De Gioia e diretto da Andrea Soldani, all&#8217;interno della rassegna &#8220;Arte e Musica sul Grande Schermo&#8221;. Il film, già mostrato nel 2025 in una proiezione privata a New York presso The Center, storico punto di riferimento della comunità LGBTQ+, racconta la nascita dell&#8217;ultima grande opera pubblica permanente di Haring. Praticamente un manifesto del suo pensiero e dei diritti che lo hanno sempre visto schierato.</p>
<p><strong>Dal Greenwich Village a Sant&#8217;Antonio</strong></p>
<p>La storia comincia nell&#8217;inverno del 1987 nel Greenwich Village. Roberto e Piergiorgio Castellani, padre e figlio, imprenditori di Pontedera, incontrano per caso Haring e gli propongono un grande murale in Toscana. L&#8217;idea iniziale guarda a Firenze, ma è Pisa a raccoglierla. Il priore del convento, padre Luciano Masetti, accetta che il linguaggio della strada entri in dialogo con la parete di una chiesa. Haring ha trentun anni, ha già esposto a Documenta, alla Biennale del Whitney e a Venezia, ha dipinto il Muro di Berlino. A Pisa lavora gratuitamente.<br />
Tre giovani pisani — Andrea De Gioia, Roberto Burchielli e Andrea Soldani, fondatori di Interference — decidono di seguirlo con la cinepresa per tutta la durata del lavoro.</p>
<p><strong>Il cantiere danzante</strong></p>
<p>Il <a href="https://www.google.com/search?q=trailer+tuttomondo+keith+haring">documentario</a> restituisce il ritmo di quei cinque giorni. Il tempo di Haring a tracciare le figure con il nero da solo, poi le ore con cinque ragazzi a stendere il colore. Infine una giornata per i ritocchi.<br />
Sull&#8217;impalcatura c&#8217;era una grande cassa acustica. La musica, spiega Haring, serve a mantenere l&#8217;energia e la concentrazione, a isolarsi da quanto accade intorno e a dare al gesto «un ritmo, una battuta». L&#8217;ultimo giorno, sotto il ponteggio, arrivano un DJ con i giradischi e ragazzi che ballano breakdance. «È diventato un evento più che una pittura – dice &#8211; Qualcosa di cui tutti fanno parte, una collaborazione tra me e l&#8217;intera città».</p>
<p><strong>Un messaggio per i secoli</strong></p>
<p>Nel film Haring si sofferma anche sul significato dell&#8217;opera, pur preferendo lasciarne la lettura a chi guarda. A New York, osserva, un murale come quello contro il crack funzionava da cartellone: parlava di un problema del momento ed era destinato a sparire. <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tuttomondo"><em>Tuttomondo</em></a> appartiene invece a una chiesa e dovrà durare centinaia di anni, per questo il messaggio doveva essere universale, capace di assumere «un significato ancora più ricco tra cinquanta o duecento anni». Le trenta figure incastrate l&#8217;una nell&#8217;altra diventano così una metafora del mondo e della sua armonia, «un&#8217;idea di pace». Quanto al titolo, Haring ricorda di aver lasciato quasi tutte le sue opere senza nome. «Se dovessi sceglierne uno, sarebbe qualcosa come <em>Tuttomondo</em>. Qualcosa sul mondo. È il mondo». Lo dice in italiano. E commuove.</p>
<p><strong>Lo sguardo di chi era sull&#8217;impalcatura</strong></p>
<p>Tra i ragazzi che stendevano il colore c&#8217;era Alessandro Romanini, allora studente universitario, oggi storico dell&#8217;arte, professore e curatore della rassegna lucchese. Rivedere quelle immagini, racconta, lo riporta a un&#8217;epoca in cui l&#8217;arte internazionale arrivava in provincia attraverso le riviste, come <em>Interview</em> di Andy Warhol reperibile a Firenze o a Milano, e conservava «un&#8217;aura quasi mitologica». A Pisa sbarcava l&#8217;artista che aveva fatto della democratizzazione dell&#8217;arte la propria battaglia: i disegni nella metropolitana, il Pop Shop, la collaborazione con Fiorucci nel 1983.<br />
Romanini sintetizza quell&#8217;eredità in una formula: «semplicità del segno e profondità del messaggio». Un&#8217;iconografia archetipica — il <a href="https://www.singulart.com/blog/en/2024/02/25/radiant-baby-by-keith-haring/?srsltid=AU7gw4UHE2NaymJRp11Dje5ytvjbFdQHfN-6jT2-5ZHO5JItvTMrx73L">bambino radiante</a>, il cane, la maternità, a Pisa anche il serpente tagliato dalle forbici e le figure che sorreggono la croce cittadina — piegata all&#8217;impegno civile, dalle campagne contro l&#8217;AIDS a quelle contro l&#8217;apartheid. E il muro come supporto primario, visibile a tutti e gratuito, in una logica di divulgazione che secondo Romanini anticipa quella dei social network. «Insieme a Basquiat, Haring ha portato la street art dalle pareti della città alle gallerie e ai musei, destinando parte dei proventi alla sua fondazione e a cause filantropiche», precisa Romanini.</p>
<p><strong>Il patrimonio digitale ritrovato</strong></p>
<p>La nuova versione del film aggiunge un capitolo poco noto: settanta disegni e animazioni realizzati da Haring al Paintbox per il progetto audiovisivo, recuperati nel 2023 durante la ricostruzione degli archivi originali grazie al contributo di Adrian Wilson, curatore di una delle principali collezioni di opere digitali degli anni Ottanta. Materiale rimasto invisibile per oltre trent&#8217;anni, che documenta l&#8217;interesse dell&#8217;artista per i nuovi linguaggi negli ultimi mesi di vita. Haring avrebbe dovuto vedere il documentario finito. La morte, nel febbraio del 1990, glielo ha impedito.<br />
Alla proiezione seguirà un incontro con il regista, il produttore e Piergiorgio Castellani, ingresso libero con prenotazione su luccafilmfestival.it.</p>
<p><em>Pubblicato originariamente su <a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/09/29/news/quattro_giorni_a_pisa_il_tuttomondo_di_keith_haring_arriva_sul_grande_schermo-22813262/">HuffPost Italia</a> il 29 settembre 2026</em></p>
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		<item>
		<title>Da Madrid alle Asturie, lezioni di sostenibilità dalla Spagna</title>
		<link>https://www.stefanopaologiussani.it/2026/09/da-madrid-alle-asturie-lezioni-di-sostenibilita-dalla-spagna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 09:03:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[HuffPost Italia]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[spagna]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Una mostra immersiva sulla biodiversità al CaixaForum della capitale spagnola sensibilizza su coste erose, diritti civili e campi di zafferano: ambiente, società, economia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La sala è al buio, le pareti respirano. Radici che si allungano come vene, cellule che si aprono e si richiudono, una farfalla spiega le ali e pare di sentirne l&#8217;aria mossa, il muso di un felino occupa per intero la parete di fondo. <a href="https://www.esmadrid.com/it/agenda/siamo-natura-caixaforum-madrid">Somos naturaleza</a>, al CaixaForum di Madrid fino al 7 marzo 2027, è un percorso audiovisivo immersivo di settanta minuti prodotto da OASIS Immersive Studios con la National Geographic Society: tre ambienti, proiezioni e suono avvolgente costruiti intorno alla tesi che la cura della biodiversità sia una faccenda collettiva, fatta della somma dei gesti individuali.<br />
Il CaixaForum occupa una centrale elettrica di fine Ottocento, adattata da Herzog &amp; de Meuron sul paseo del Prado. Si passeggia nel cuore della capitale al suono della cascata che bagna il piano basamentale e isola dal rumore del traffico, mentre sul muro cieco accanto all&#8217;ingresso Patrick Blanc ha appeso il giardino verticale diventato la facciata più fotografata dell&#8217;isolato. È la natura che entra in città in verticale, mentre a pochi metri scorrono quattro corsie e, appena oltre, c&#8217;è una delle più grandi collezioni d&#8217;arte al mondo.<br />
Resta la domanda che le suggestioni dei filmati delle sale pongono: dove quelle immagini diventano luoghi veri?</p>
<p><strong>La costa che si consuma</strong></p>
<p>Cinquecento chilometri più a nord, la risposta prende la forma di una linea di sabbia. A <a href="https://www.turismoasturias.es/it/descubre/costa/playas/playa-de-barayo">Barayo</a>, riserva naturale tra Navia e Valdés, l&#8217;estuario e le dune restano quasi vuoti perfino ad agosto, perché ci si arriva soltanto a piedi e il sentiero seleziona il pubblico. Poco più a est, lungo il paesaggio protetto della costa orientale asturiana, i bufones di Pría sparano getti d&#8217;acqua quando la mareggiata comprime l&#8217;aria dentro il calcare. Per effetto della salsedine, sopra la falesia la prateria arretra di qualche centimetro l&#8217;anno.<br />
Quanto sia sottile questa linea si è visto nel gennaio 2024, quando i pellet di plastica arrivarono fin qui: ventisei tonnellate uscite da un container perso l&#8217;8 dicembre precedente dal cargo Toconao al largo di Viana do Castelo, prima sulle spiagge galiziane e poi su quelle asturiane, raccolte dai volontari che restituirono un luogo pulito.<br />
Le chiesette che punteggiano questo tratto di costa testimoniano la sostenibilità dimostrando come si possa andare oltre le nostre singole vite. San Antolín de Bedón sta a duecento metri dalla spiaggia, l&#8217;arenaria dei muri mangiata dal salino, l&#8217;abside voltata verso l&#8217;interno. La Ermita de la Regalina, a Cadavedo, occupa un promontorio sull&#8217;oceano e ha poco meno di un secolo. Il preromanico asturiano — Santa María del Naranco sopra Oviedo, San Salvador de Valdediós consacrato nell&#8217;893, per fare da esempi — dura da dodici secoli perché costruito con pietra di cava locale, con pendenze e orientamenti calcolati per un clima piovoso.</p>
<p><strong>Trecento bandiere</strong></p>
<p>Novecento chilometri a sud, in provincia di Málaga, la parola inclusività ha assunto una forma concreta. <a href="https://www.villanuevadealgaidas.es/">Villanueva de Algaidas</a>, quattromila abitanti in un mare di uliveti, è nata intorno a un convento francescano — Nuestra Señora de la Consolación, fondato dal primo duca di Osuna — e a due eremi rupestri mozarabici scavati nell&#8217;arenaria tra IX e X secolo. Ma nel giugno 2020 il paese è finito sui giornali nazionali per una ragione completamente diversa: il sindaco José Antonio Cívico ritirò dal balcone del municipio la bandiera arcobaleno, in applicazione di una sentenza del Tribunale supremo sui vessilli privi di carattere ufficiale esposti negli edifici pubblici. La risposta arrivò dalle case: circa trecento bandiere apparvero ai balconi e alle finestre, in tutte le frazioni. La legittimità istituzionale era stata rispettata alla lettera, ma la comunità ha risposto sull&#8217;unico piano che le restava, quello delle proprie finestre, dimostrando che un mondo rispettoso è possibile.</p>
<p><strong>Mulini e zafferano</strong></p>
<p>Il cerro Calderico, sopra <a href="https://www.spain.info/it/top/itinerari-mulini-a-vento/">Consuegra</a>, è la schiena di un gigantesco animale accasciato sulla piana di Castiglia-La Mancia. Il sole basso all&#8217;orizzonte allunga le ombre tra i mulini in fila e il castello dei cavalieri ospitalieri. Ci si trova immersi nel silenzio tra i giganti di Cervantes. Sotto, la campagna trasmette l&#8217;idea di operosità secolare. Qui si producono vino e zafferano in un&#8217;economia agricola retta da ritmi ancestrali. Gli stimmi più preziosi del mondo si raccolgono all&#8217;alba di ottobre, la monda si fa a mano, fiore per fiore. Un prodotto che reggerà finché ci sarà la manodopera, in una regione che perde abitanti da decenni. La letteratura aveva fissato l&#8217;immagine di questa pianura ben prima che qualcuno la chiamasse paesaggio.<br />
Un paesaggio che dura finché qualcuno continua a lavorarlo pone una domanda antica: chi ha titolo su una terra, e in nome di che cosa. In Spagna quella domanda ha una data e un luogo. Nel De indis del 1539, dalle aule di Salamanca — la più antica università spagnola, fondata nel 1218 — il domenicano <a href="https://www.domenicani.it/francisco-de-vitoria/">Francisco de Vitoria</a> argomentò per la prima volta con rigore giuridico il riconoscimento della sovranità e della dignità politica delle popolazioni indigene: la scoperta geografica, da sola, restava priva di valore come titolo di dominio.<br />
Da lì passa, per una linea lunga e discontinua, l&#8217;idea che i diritti riguardino tutti. Estenderla a chi verrà dopo di noi è, in fondo, la definizione operativa di sostenibilità. Ambientale, sociale, economica.</p>
<p><em>Pubblicato originariamente su <a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/09/03/news/da_madrid_alle_asturie_lezioni_di_sostenibilita_dalla_spagna-22635024/">HuffPost Italia</a> il 3 settembre 2026</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;eclissi tra gli orsi e il silenzio dei mustang</title>
		<link>https://www.stefanopaologiussani.it/2026/08/leclissi-tra-gli-orsi-e-il-silenzio-dei-mustang/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 09:49:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[HuffPost Italia]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
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					<description><![CDATA[Sui Picos de Europa, davanti all'eclissi totale, tutti si sono zittiti. Come fecero i mustang nel Wyoming e come, probabilmente, i primitivi di Atapuerca.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Picos de Europa, la Spagna più alpina, quella di orsi e aquile. Il sole è basso, prossimo al tramonto. Con l&#8217;astro a pochi gradi dall&#8217;orizzonte, la catena montuosa davanti a me ha smesso di essere paesaggio ed è diventata il bordo di qualcosa. C’era un prato, un pianoro con figure umane che si stagliavano nell’aria, poi il vuoto della valle, infine il crinale roccioso. Terra. Il pianeta, più che la materia.<br />
Vicini, Francesco e Matteo, ventitré e vent&#8217;anni, alla prima eclissi totale. Appena il sole è diventato nero, dal prato tra i <a href="https://www.spain.info/it/natura/parco-nazionale-picos-europa/">Picos</a> si è levato un <em>oooh </em>di stupore. Qualcuno ha applaudito. Il sole oscurato, però, era e resta un ossimoro per il cervello. Forse per questo, nello scorrere dei minuti della totalità, è prevalso il silenzio. A me ha trasmesso l’effetto di essere in una bolla. Ho risentito le voci altrui solo quando tutto era finito.<br />
È questo silenzio, quel che più mi fa riflettere. Perché c’è stato un attimo, quando il sole è diventato un disco cupo, lasciando tutti con il naso all&#8217;insù, in cui le parole sono diventate superflue.<br />
Mi era già successo nelle praterie del Wyoming. Era il 2017. Eravamo una troupe ridotta, al lavoro su un <a href="https://magnitudofilm.com/film/dinosaurs/">documentario</a> dedicato ai paleontologi, i cercatori di dinosauri contemporanei. Il set erano gli altopiani abitati ancora dai nativi americani. Intorno a noi galoppavano i mustang, facevano vibrare il terreno. Fino al disco nero, quando tutti si immobilizzarono sotto il cielo, in un fermo immagine cinematografico.<br />
Un cavallo ignora tutto di orbite e occultazioni. Eppure reagisce come reagiamo noi. La conclusione è scomoda per chi ritiene lo stupore un fatto culturale, perché c’è un silenzio che precede la cultura, sta più in basso, nel corpo.</p>
<p>Qualcosa succede dentro, in effetti. La temperatura cala di colpo di alcuni gradi e la pelle se ne accorge prima della mente. La luce cambia natura. Viene meno il sole, ma i contorni restano, le ombre conservano un profilo netto che le tenebre vere cancellerebbero. È un buio che somiglia a un&#8217;ora strana, sbagliata, più che a una notte. Soprattutto, il sole smette di scaldare e in quel momento si capisce fisicamente, senza mediazioni, che è quella distanza a dare la vita.<br />
Il sapere toglie la paura, mai lo stupore. È la ragione per cui l&#8217;esperienza mette in comunicazione con chiunque ci abbia preceduto. Appena il giorno prima ero sotto la volta del <a href="https://artsandculture.google.com/story/UgWRhHBcepIpqw">Cielo de Salamanca</a>, dipinta cinque secoli, dove gli astri hanno il volto delle figure del mito. Un modo per dare un nome al cielo, più che per spiegarlo. Le paure restavano intatte. Mia suocera, Miranda, da bambina vide un&#8217;eclissi sull&#8217;aia della casa di mezzadri in val di Cecina. Si spaventò. Capì bene solo molto tempo dopo. In mezzo restarono anni in cui quell&#8217;evento era accaduto e basta, privo di nome.</p>
<p>A <a href="https://museoevolucionhumana.com/">Burgos</a>, due giorni dopo l’eclissi, ho visitato il museo dell&#8217;evoluzione umana, quello costruito attorno agli scavi della Sierra de Atapuerca. Vetrine di crani di ominidi vissuti oltre quattrocentomila anni fa, in una zona che dista poco più di cento chilometri dal pianoro dove mi sono fermato a guardare in alto. Anche quei nostri parenti lontani, probabilmente, videro un’eclissi. Con gli stessi occhi, la stessa pelle che avverte il calo di temperatura, la stessa percezione di un&#8217;anomalia.<br />
In quel buio imperfetto, credo di essere stato vicino ai primitivi come mai prima. Mi capita a volte di pensare agli antichi camminando scalzo, quando il suolo torna a essere una superficie da sentire anziché uno spazio da attraversare. Sui Picos è stato più forte e senza alcuno sforzo di immaginazione. La differenza tra me e loro, in quei due minuti, era sottile. Io avevo le parole: sizigia, cono d&#8217;ombra, diametro apparente. Loro avevano il terrore. O il presagio, chissà. Il gesto però era identico, la testa che si alza, la voce che si spegne, l’occhio puntato dove normalmente brucia. E identico era l&#8217;oggetto, lo stesso sole, la stessa luna, la stessa geometria celeste.<br />
Proprio quella geometria, quando il sole se ne è andato, mi ha bloccato. Il diametro della nostra stella è quattrocento volte quello della luna, che è quattrocento volte più vicina: per questo i due dischi coincidono. È una combinazione transitoria, perché la luna si allontana da noi di qualche centimetro l&#8217;anno. La fisica descrive tutto con esattezza. Quello che la scienza lascia aperto è il perimetro: dove stia il bordo dell&#8217;universo, ammesso che ne abbia uno.<br />
È in quel margine che si è insinuata la domanda. Come tutto questo possa essere possibile senza essere stato pensato da una Mente unica. Mistero è il nome che gli uomini attribuiscono all’incompletezza di ogni spiegazione riuscita. Le eclissi hanno il pregio di restituirlo in un tempo misurabile in minuti.<br />
Poi la luce è tornata. In pochi secondi, ha bagnato le cime, poi il prato, infine il mondo. In modo gentile, come un tramonto di montagna sa fare. I nipoti e la gente intorno hanno ripreso a parlare. Chissà in quanti hanno trovato, come me, difficoltà con le parole per dire quello che avevano provato nel momento più buio.</p>
<p><em>Pubblicato originariamente su <a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/08/18/news/leclissi_tra_gli_orsi_e_il_silenzio_dei_mustang-22551707/">HuffPost Italia</a> il 18 agosto 2026</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>A piedi nudi nel bosco e mille metri dentro la montagna</title>
		<link>https://www.stefanopaologiussani.it/2026/08/a-piedi-nudi-nel-bosco-e-mille-metri-dentro-la-montagna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 13:06:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[HuffPost Italia]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
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					<description><![CDATA[Un adulto compie circa ventimila atti respiratori al giorno ma ne governa consapevolmente solo una minima parte. In Alto Adige, fra boschi e antiche miniere, il respiro diventa una pratica di salute]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Alois Steger si toglie gli scarponi dove il sentiero si inerpica fra gli alberi e attende che io faccia lo stesso. Sotto i larici il terreno è soffice e cede al mio peso. La pianta del piede sente le radici della foresta, il muschio è ancora umido dalla notte.</p>
<p>Alois conosce le leggende della <a href="https://www.ahrntal.com/it/vacanza-in-valle-aurina.html">Valle Aurina</a> come le sue tasche perché le disegna e le racconta. È un artista e poeta, tra gli alberi e di fronte alla cascata, dice che certe storie si capiscono meglio senza suole che ci separano dalla terra. Cammina narrando di santi citati dagli archivi parrocchiali e di creature che si animano nelle lunghe notti d’inverno davanti al focolare. «Respirare è la prima cosa che facciamo e l’ultima che impariamo», dice. Mentre il piede nudo obbliga a rallentare, il respiro si allunga e le storie iniziano a materializzarsi. Una roccia concava è la tana dei folletti, una cappellina è la casa montana del santo protettore. E via così.</p>
<p><strong>Il maso</strong></p>
<p>Arriviamo al Platterhof. La casa è poggiata su un prato a monte di San Giovanni. Erika e Hans Hofer gestiscono il focolare coi suoi quattrocentocinquanta anni di fumo. In estate, però, si mangia fuori, all’altezza delle cime degli alberi. Dopo due ore a piedi scalzi, sedersi produce l’effetto curioso per cui la pianta continua a mandare segnali per un pezzo, come una linea rimasta aperta. Arrivano i taglieri. C’è anche il Graukäse, il formaggio grigio. Lo si trova in tutto l’Alto Adige, ma nasce qui, in questa valle, da latte scremato acidificato. Ne deriva un prodotto quasi privo di grassi, con una quota proteica alta che la nutrizione sportiva valorizza. A settembre l’area vacanze Valle Aurina, che comprende i comuni di Campo Tures, Valle Aurina e Predoi, gli dedica le <a href="https://www.ahrntal.com/it/vacanza-in-valle-aurina/manifestazioni/eventi-top/giornate-del-graukaese-in-valle-aurina.html">Giornate del Graukäse</a>.</p>
<p><strong>L’ascolto</strong></p>
<p>Appena un cambio di versante e trovo <a href="https://www.instagram.com/angelika.kirchler/">Angelika Kirchler</a>. La sua è una bellezza che supera il tempo. Ha la classe di una Bond Girl, ma per l’armonia che trasmette potrebbe anche essere una delle Madonne delle cappelle votive. Mi accompagna alla scoperta dei sensi invitandomi a seguirla nella baita del padre. Prima il silenzio della salita. Poi l’ascolto, una sorgente alla volta: le foglie, gli uccelli, il vento fra i rami. Quindi gli esercizi. L’abbraccio degli alberi, la carezza delle cortecce, gli occhi chiusi con le braccia spalancate. L’unica regola che conta davvero è che l’espirazione duri il doppio dell’inspirazione, perché il rilassamento si attiva in uscita.</p>
<p>La baita è fatta di tronchi che il bosco ha ceduto. Il torrente che la sfiora scende dalle vedrette. La sua acqua ha una temperatura appena superiore ai dieci gradi ma è un invito a immergersi. Il diaframma si contrae per riflesso e il respiro diventa per qualche secondo ingovernabile. Poi si riprende il controllo. Il recupero è il cuore dell’esercizio. Si pranza coi canederli preparati da lei. Suo padre sale qui in alpeggio e la stanza è piena dei suoi attrezzi, appesi dove li ha lasciati: falci, binocolo, coltelli, il cappello. A una parete, una preghiera. La finestra inquadra la valle e lo scorcio dove questa finisce.</p>
<p><strong>Il trenino </strong></p>
<p>È da lì che scorgo l’ultima tappa. Predoi è il comune più a nord d’Italia. Sofia Steger mi accompagna al trenino che entra in galleria. Fuori il calendario dice che è agosto, ma dentro si entra in un tempo indefinito, dove la temperatura si attesta fra gli 8 e i 10 gradi tutto l’anno. L’umidità sfiora l’89%. Nell’aria mancano pollini, polveri e allergeni: la roccia li ha filtrati per conto suo, senza impianti né manutenzione. A 1.100 metri dentro la montagna, dove per secoli si è estratto rame, ha sede il <a href="https://www.museominiere.it/it/centro-climatico/centro-climatico-1477.html">Centro Climatico</a>. Il silenzio è di un tipo introvabile in superficie. Senza fondo, senza correnti d’aria, senza il rumore residuo che nei boschi resta comunque. Chi decide di beneficiarne resta seduto o sdraiato sotto le coperte per quasi un’ora, con luci soffuse e ombre colorate. A luglio uno studio pubblicato su Scientific Reports ha rilevato un aumento della forza dei muscoli respiratori in tutti i gruppi di pazienti coinvolti: 208 in totale, con asma, BPCO e Long Covid, seguiti in nove centri fra Germania, Austria e Italia. Predoi era uno di questi. Gli alveoli, qui, lavorano in condizioni che all’aperto si verificano raramente. Dove il bosco lascia il posto al buio, la montagna continua a fare il suo mestiere con altri mezzi.</p>
<p><em>Pubblicato originariamente su <a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/08/06/news/a_piedi_nudi_nel_bosco_e_mille_metri_dentro_la_montagna-22495986/">HuffPost Italia</a> il 6 agosto 2026</em></p>
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		<title>Aalborg, la stella di Picasso e le navi dei vichinghi</title>
		<link>https://www.stefanopaologiussani.it/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 11:44:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[HuffPost Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Una città che il fiordo taglia in due, un porto industriale diventato waterfront di architetture mentre il New York Times l'ha collocata tra i luoghi da vedere: in Danimarca viaggio tra un mosaico d’autore e la collina-necropoli]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sembra la storia di un lungo viaggio nel mare del tempo, e in un certo senso lo è. La stella della collezione del Kunsten Museum of Modern Art di Aalborg &#8211; il Visage d&#8217;étoile &#8211; è un volto in tessere di vetro disegnato da Picasso. Proprio sotto lo stesso cielo, uno dei più limpidi d&#8217;Europa, le navi in pietra dei vichinghi. Silenziose, riposano da secoli mentre è in corso la mostra <a href="https://kunsten.dk/en/late-picasso-comprehensive-exhibition-celebrating-one-greatest-masters-20th-century-modernism-555">Late Picasso</a>, con opere dell&#8217;ultima fase dell&#8217;artista spagnolo. Il percorso parte dal mosaico della collezione permanente segnando un legame stellare. Ma è solo la soglia di un percorso. Aalborg, quarta città della Danimarca e un tempo grigio scalo industriale, si è trasformata in un waterfront costellato da architetture d&#8217;autore, al punto che nel 2019 il New York Times l&#8217;ha collocata all&#8217;ottavo posto tra i suoi «52 luoghi da vedere» nell&#8217;anno.</p>
<p><strong>Le architetture dell&#8217;acqua</strong></p>
<p>Il Limfjord taglia Aalborg in due — la città a sud, Nørresundby a nord — e separa dal continente l&#8217;intero Jutland settentrionale, rendendolo di fatto un&#8217;isola. Sulla riva meridionale, là dove un tempo si affacciavano i cantieri, si allineano oggi due edifici che da soli valgono la sosta.</p>
<p>L&#8217;<a href="https://utzoncenter.dk/en">Utzon Center</a> porta il nome di Jørn Utzon, l&#8217;architetto delle vele della Sydney Opera House. Quello di Aalborg fu il suo ultimo progetto, portato a termine con il figlio Kim e inaugurato nel 2008, l&#8217;anno stesso della sua morte, sul lungomare della città in cui era cresciuto tra barche e cantieri. I tetti curvi e riflettenti nascono proprio da quella memoria navale. All&#8217;interno, volle un luogo d&#8217;incontro per studenti di architettura, con mostre di design e il suo archivio.</p>
<p>Poco più in là, la Casa della Musica, Musikkens Hus, porta la firma dello studio viennese Coop Himmelb(l)au: inaugurata nel 2014, è una massa decostruttivista di vetro e cemento in cui la scuola «abbraccia» la sala da concerto, sede dell&#8217;Orchestra Sinfonica di Aalborg e del conservatorio.</p>
<p>Il waterfront rinato va oltre l&#8217;architettura. Il vecchio porto è diventato una passeggiata di panchine e pontili, con ristoranti allestiti su barche e vasche all&#8217;aperto in cui i danesi nuotano, pagaiano in kayak e prendono il sole sulle acque cristalline del fiordo.</p>
<p><strong>Alberi che cantano</strong></p>
<p>Pochi minuti a piedi portano nel cuore della città. A pochi passi dalla stazione, il <a href="https://www.enjoynordjylland.com/north-jutland/plan-your-trip/kildeparken-gdk596185">Kildeparken</a> è il primo parco pubblico di Aalborg. Disegnato nel 1802, allinea lungo i viali una collezione di sculture e fontane d&#8217;autore, a partire dalle Tre Grazie di Thorvaldsen. Ma il pezzo più celebre è il Parco della Musica. Dal 1987 gli artisti che si esibiscono al centro congressi e cultura della città vi mettono a dimora un albero a ricordo del concerto. Premendo il pulsante sulla colonnina ai piedi di ciascuna pianta, il bosco suona e restituisce le voci di Sting, Kenny Rogers, Rod Stewart, Take That, Elton John, solo per citarne alcuni.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="802" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-02.jpg" alt="Aalborg, la stella di Picasso e le navi dei vichinghi" class="wp-image-6268" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-02.jpg 802w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-02-300x168.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-02-768x431.jpg 768w" sizes="(max-width: 802px) 100vw, 802px" /></figure>
<p>Attraversando il contiguo cimitero antico che è esso stesso un parco, tra gli alberi della collina, spunta il <a href="https://kunsten.dk/en">Kunsten</a> da cui siamo partiti. L&#8217;edificio è opera di Alvar Aalto, che lo progettò alla fine degli anni Cinquanta. Aprì nel 1972 ed è considerato esso stesso un&#8217;opera d&#8217;arte, con la luce filtrata e i pavimenti di marmo di Carrara. Resta un museo di riferimento per gli appassionati di arte contemporanea. La collezione permanente e le grandi rassegne, come quella in corso sull&#8217;ultimo Picasso, meritano un viaggio.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="801" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-03.jpg" alt="Aalborg, la stella di Picasso e le navi dei vichinghi" class="wp-image-6269" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-03.jpg 801w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-03-300x169.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-03-768x431.jpg 768w" sizes="(max-width: 801px) 100vw, 801px" /></figure>
<p><strong>Sedici cucine in una fabbrica di mobili</strong></p>
<p>Ai danesi piace valorizzare il passato, remoto e prossimo. Sul fiordo si giocano due partite. Da un lato la tappa gastronomica. In un&#8217;ex fabbrica di mobili, dal 2017 ha sede The Lighthouse, il primo mercato di street food permanente di Aalborg. Sotto le capriate e su pavimenti di cemento a vista, una sedicina di cucine allinea piatti da mezzo mondo, dallo smørrebrød danese al sushi, dai gyros al ramen. La formula sta nel gusto di ordinare a banchi diversi e ritrovarsi allo stesso tavolo. Il guscio industriale dell&#8217;edificio, con i suoi soffitti altissimi, resta a vista, riconvertito in luogo d&#8217;incontro affacciato sull&#8217;acqua.</p>
<p>Basta poi attraversare il fiordo, verso Nørresundby, per compiere un salto di quindici secoli. Su una collina battuta dal vento, <a href="https://nordjyskemuseer.dk/en/u/vikingemuseet-lindholm-hoje-en/">Lindholm Høje</a> è la più vasta necropoli di età vichinga della Danimarca e tra le meglio conservate della Scandinavia. Quasi settecento tombe, segnate da pietre disposte in cerchi, triangoli e nella forma di navi. Sono le skibssætninger, le navi di pietra disegnate al suolo, a dire quanto quel popolo di navigatori legasse il passaggio nel Valhalla all&#8217;acqua e al viaggio. Il sito rimase in uso dall&#8217;età del ferro germanica fin verso l&#8217;anno Mille, quando la sabbia lo ricoprì per intero, conservandolo.</p>
<p>Come se la rotta delle navi di pietra fosse guidata dalla stella disegnata da Picasso, Aalborg si lascia raggiungere come meta di una lunga riflessione sull&#8217;acqua e su quel cielo a cui tutti, prima o poi, guardiamo.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="801" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-04.jpg" alt="Aalborg, la stella di Picasso e le navi dei vichinghi" class="wp-image-6270" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-04.jpg 801w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-04-300x169.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/aalborg-la-stella-di-picasso-e-le-navi-dei-vichinghi-04-768x431.jpg 768w" sizes="(max-width: 801px) 100vw, 801px" /></figure>
<p><em>Pubblicato originariamente su <a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/07/28/news/aalborg_la_stella_di_picasso_e_le_navi_dei_vichinghi-22444680/">HuffPost Italia</a> il 28 luglio 2026</em></p>
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		<title>Una Sardegna di onde e sussurri</title>
		<link>https://www.stefanopaologiussani.it/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 10:13:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[HuffPost Italia]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalle piattaforme di legno di Torre Ruja ai graniti della valle della Luna, risalire il vento verso l'interno gallurese sulle tracce di chi lo ha abitato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Grazia Deledda scriveva di aver vissuto &#8220;coi venti, coi boschi, colle montagne&#8221; e “mille e mille volte ho appoggiato la testa ai tronchi degli alberi per ascoltarne la voce”.<br />
A <a href="https://www.costarossasardegna.com/tour/isola-rossa/">Isola Rossa</a> ci sono delle piattaforme di legno appoggiate agli scogli. Sono nove bolle di quiete sospese sul blu, con il sole che vi tramonta esattamente di fronte. A piedi nudi sulle tavole, il libro di Grazia Deledda si sfoglia nel vento, in quell&#8217;ora del giorno in cui i refoli di mare e quelli di terra si incontrano e giocano tra loro.</p>
<p>Lì ho assorbito l’autrice sarda Premio Nobel. C’erano le voci di tutti quelli che erano passati prima di me: banditi e questori, pescatori e cacciatori, pastori e costruttori di nuraghi. Sono ancora tutti al loro posto, nell&#8217;entroterra. Basta risalire il vento per andarli a trovare. Come il ponte di una nave nel tempo, quelle tavole sono un punto di partenza. L’anima dell’<a href="about:blank">Hotel Torreruja</a>, tappa del gruppo gallurese Delphina, le ha create per i suoi ospiti. </p>
<p><strong>I pescatori</strong></p>
<p>Isola Rossa comincia da lì. Borgo di mare sul Golfo dell&#8217;Asinara, dà il nome — insieme al colore delle sue rocce — a quel tratto di costa nord-occidentale che si chiama Costa Rossa. Il paesaggio conserva un carattere ruvido e schivo fatto di calette, piscine naturali dai fondali sabbiosi, acque limpide che si aprono su spiagge di sabbia fine, le onde che lavorano la pietra.</p>
<p>Su un promontorio che degrada verso la baia e verso la roccia di Punta Li Canneddi, un occhio attento coglie le casupole di un’altra struttura, il Marinedda, cinque stelle con centro Thalasso e SPA che prende il nome dalla spiaggia. Affacciarsi alla distesa mediterranea è una soglia. Si esce al mattino, si rientra la sera con i piedi impolverati e la testa piena di silenzi. Nel mezzo, i riflessi del giro in kayak, le impronte lasciate sul bagnasciuga, i profumi sui sentieri nella pineta, l&#8217;acqua salata dei percorsi Thalasso. E ogni sera il tramonto, puntuale, sul Golfo, un invito a trattenere il sole catturandolo tra le dita appena prima che si sciolga in acqua. Da qui, comincia la scoperta dell’entroterra.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-02.jpg" alt="Una Sardegna di onde e sussurri" class="wp-image-6265" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-02.jpg 800w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-02-300x169.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-02-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>
<p><strong>I pastori e i cacciatori</strong></p>
<p>Si sale, nel cuore della Gallura. Destinazione <a href="https://www.sardegnaturismo.it/it/esplora/aggius">Aggius</a>. Chi ha fondato gli alberghi è nato lì. Il paese si annuncia con le sue case in pietra, tra le più curate del territorio. Bandiera Arancione del Touring, l&#8217;economia dell’abitato poggiava sulla lavorazione del granito e sulla tradizione per l&#8217;arte della tessitura. Camminare tra i vicoli nel primo pomeriggio, quando le imposte restano chiuse e le case trattengono il fiato, è già una forma di ascolto.</p>
<p>Aggius, del resto, parla, anzi canta. Il coro locale, celebre per le sue sonorità, fu ribattezzato da Gabriele D&#8217;Annunzio &#8220;Coro del galletto di Gallura&#8221;. Il museo etnografico intitolato a <a href="https://www.sardegnacultura.it/articolo/aggius-i-titlemuseo-etnografico-oliva-carta-cannasmeoci-museo-etnografico-oliva-carta-cannas">Oliva Carta Cannas</a> custodisce le melodie, ma anche oggetti e macchinari originali che raccontano la vita quotidiana di tutta la Gallura, quella dei pastori negli stazzi e di chi batteva i boschi.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-03.jpg" alt="Una Sardegna di onde e sussurri" class="wp-image-6266" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-03.jpg 800w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-03-300x169.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-03-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>
<p><strong>I banditi e i questori</strong></p>
<p>Le voci antiche rimbalzano di muro in muro fino a un palazzetto. In pietra come tutto il resto del paese. È il <a href="https://idese.cultura.gov.it/place/museo-del-banditismo/">museo del Banditismo</a>, ospitato nell’edificio della vecchia Pretura. Un luogo che tiene insieme le due parti della stessa storia, chi fuggiva e chi inseguiva. Ci sono le foto di molti banditi. Messi al bando dalla società per qualche ragione, a volte da una legge ingiusta. C’è anche una donna, colpevole di aver ucciso per difendersi da un aggressore. Il grigiore di una quotidianità lontana, oggi ha un contrappunto nei colori vivaci dei murales che animano saracinesche e facciate. Uno addirittura prolunga su una casa il profilo della montagna che incornicia l&#8217;abitato.</p>
<p>Attorno ai tetti si apre la piana dei Grandi Sassi. A Giovanni Lilliu, padre dell&#8217;archeologia sarda, i macigni parvero &#8220;rottami di giganti divelti da un dio vendicatore&#8221;, disseminati per la valle, levigati da pioggia e vento fino a forme morbide e ondulate. Da qui il secondo nome del pianoro, <a href="https://www.galluraturismo.eu/aggius-valle-della-luna/">valle della Luna</a>. Alcuni massi assumono fattezze antropomorfe e si finisce per riconoscervi un frate incappucciato, una testa Moai, la sagoma di un animale. Al tramonto, la luce radente accende le sculture naturali e la valle rallenta. Nelle cavità chiamate tafoni, la gente del luogo ha trovato riparo per secoli. Chi vi si siede dentro capisce perché. È la terra che parla mentre si attraversano i boschi di querce da sughero, lecci e corbezzoli. Fino al nuraghe Izzana, il più grande della Gallura. Dentro, l&#8217;aria è fresca. Fuori, il vento continua a fare il suo lavoro, come da quattromila anni. </p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="802" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-04.jpg" alt="Una Sardegna di onde e sussurri" class="wp-image-6267" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-04.jpg 802w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-04-300x168.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/una-sardegna-di-onde-e-sussurri-04-768x431.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 802px) 100vw, 802px" /></figure>
<p><em>Pubblicato originariamente su <a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/07/20/news/una_sardegna_di_onde_e_sussurri-22393746/">HuffPost Italia</a> il 20 luglio 2026</em></p>
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		<item>
		<title>Nello Jutland del sud, natura e architettura attraverso i secoli</title>
		<link>https://www.stefanopaologiussani.it/2026/07/nello-jutland-del-sud-natura-e-architettura-attraverso-i-secoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 09:13:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[HuffPost Italia]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.stefanopaologiussani.it/?p=6017</guid>

					<description><![CDATA[Dalla preisotria ai mattoncini in plastica passando dai vichinghi, viaggio in Danimarca per godersi la storia d'Europa]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel centro dello Jutland le distanze restano brevi e i secoli si accumulano. Bastano pochi chilometri per passare da un tumulo dell&#8217;età del bronzo a una fortezza seicentesca, da una cittadina disegnata dai fratelli moravi al primo Legoland del mondo. Qui la Danimarca racconta la propria storia e, con essa, un capitolo dell&#8217;intera vicenda europea.</p>
<p>Preistoria da vivere<br />
Il percorso comincia oltre tremila anni fa, con <a href="https://www.visitdenmark.it/danimarca/pianifica-il-viaggio/world-egtved-girl-gdk1154206">la ragazza di Egtved</a>. La sua sepoltura, riemersa quasi intatta, apre uno spiraglio su una società dell&#8217;età del bronzo già raffinata e legata a mezza Europa. Lo dicono la lana dell&#8217;abito, i bronzi, gli scambi lungo rotte che arrivavano fino alle Alpi. Il centro visite inaugurato da pochi giorni ha finiture materiche che dialogano perfettamente con la campagna. Poco distante, l&#8217;ambiente dell&#8217;età del ferro di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=FpVE5oL2GvQ">Vingsted</a> ricostruisce spazi comuni, capanne seminterrate e piccoli campi. Uomini e bestiame condividevano lo stesso tetto, l&#8217;orzo e il frumento scandivano le stagioni. Adulti e bambini possono provare l&#8217;esperienza di dormire sui giacigli in legno e pelli, battere il metallo e lavorare gli abiti.</p>
<p>L’epopea vichinga<br />
Con l&#8217;età vichinga la Danimarca prende forma di regno. Sulla strada per Jelling, sul lago di Fårup si incrocia la replica di una nave vichinga, memoria della cultura marittima locale.<br />
La sosta di mezzogiorno cade a proposito, accanto ai monumenti, al Café Sejd. Il nome viene dal seiðr, la pratica rituale norrena legata alla profezia e alla sfera spirituale, un rimando alle credenze del tempo in cui si sta entrando. A <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Pietre_runiche_di_Jelling">Jelling</a> quel passaggio storico diventa monumento. Nel X secolo re Harald Dente Blu fece erigere la pietra runica che, per le scritte incise sopra, proclama l&#8217;unità del paese e la sua conversione al cristianesimo. Pietre, tumuli e chiesa, oggi patrimonio UNESCO, sono quello che i danesi considerano il certificato di nascita della nazione.<br />
Il Medioevo conduce a Kolding, cresciuta intorno al fiordo e ai traffici. Al centro sorge <a href="https://denkongeligesamling.dk/en/koldinghus/">Koldinghus</a>, l&#8217;imponente castello reale del 1268, cardine di amministrazione e difesa. Un incendio lo ridusse in rovina nel 1808. Il restauro novecentesco ha intrecciato le mura medievali con l&#8217;architettura contemporanea.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/nello-jutland-del-sud-natura-e-architettura-attraverso-i-sec-02.jpg" alt="Nello Jutland del sud, natura e architettura attraverso i secoli" class="wp-image-6263" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/nello-jutland-del-sud-natura-e-architettura-attraverso-i-sec-02.jpg 800w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/nello-jutland-del-sud-natura-e-architettura-attraverso-i-sec-02-300x169.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/nello-jutland-del-sud-natura-e-architettura-attraverso-i-sec-02-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>
<p>Le grandi battaglie<br />
Accanto al castello, le scuderie cinquecentesche di Staldgården custodiscono la pagina cupa dell&#8217;occupazione tedesca, quando gli edifici ospitarono il quartier generale della Gestapo. Le pareti delle celle hanno ancora inciso i nomi dei prigionieri che subivano gli interrogatori. A due minuti a piedi, il Restaurant Valdemar riporta al presente con lo smørrebrød classico, le tartine preparate con prodotti di stagione e materie prime locali, in un accostamento alla cultura della tavola danese. Poco oltre, la Den Blå Bistro lavora su una cucina di radice danese ed europea, con attenzione alla stagionalità e alla cura dell&#8217;esecuzione. I locali si raccolgono attorno a due piazze contigue, e l&#8217;insieme restituisce un colpo d&#8217;occhio che onora lo hygge.<br />
Il Seicento militare si scopre a <a href="https://forte-cultura.com/it/fredericia-dk/">Fredericia</a>, città fortificata fondata nel 1650. I terrapieni che la cingono restano tra i meglio conservati del paese. Salendo sui bastioni si ripercorre la battaglia del 1849 e la vocazione precoce della città alla tolleranza religiosa, che ne fece un rifugio per molti. La sera, il Café MUMS sul canale della marina, mescola abitanti e turisti. Atmosfera distesa, piatti danesi classici e lo stjerneskud, la &#8220;stella cadente&#8221;, una tartina di pesce fritto e al vapore con gamberetti, insalata croccante e salsa cremosa.<br />
Nel 1773 i fratelli moravi, comunità protestante di radici centro-europee, disegnarono <a href="https://citypilgrimblog.com/2021/09/03/chrisitianfeld-il-villaggio-dei-fratelli-moravi-patrimonio-unesco-christianfeld-the-moravian-brothers-village-unesco-heritage/">Christiansfeld</a> secondo i propri ideali. Pianta rigorosa, piazza centrale, mattoni gialli uniformi, orti e cimitero, il tutto nel rispetto di sorellanza e fratellanza. È l&#8217;insediamento moravo meglio conservato del Nord Europa, dove fede, urbanistica e vita comune si leggono ancora in ogni facciata.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/nello-jutland-del-sud-natura-e-architettura-attraverso-i-sec-03.jpg" alt="Nello Jutland del sud, natura e architettura attraverso i secoli" class="wp-image-6264" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/nello-jutland-del-sud-natura-e-architettura-attraverso-i-sec-03.jpg 800w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/nello-jutland-del-sud-natura-e-architettura-attraverso-i-sec-03-300x169.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/07/nello-jutland-del-sud-natura-e-architettura-attraverso-i-sec-03-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>
<p>Verso il contemporaneo<br />
In direzione nord, Give nasce come villaggio sulla brughiera e cresce con la ferrovia Vejle–Give del 1892. Il Museum Give ricostruisce l&#8217;agricoltura d&#8217;un tempo, i mestieri, la scuola di paese, la fatica di ricavare una vita da terre sabbiose. La locanda di Filskov risale al 1853 e trasmette il carattere intatto della vecchia kro danese.<br />
L&#8217;itinerario si completa a Billund. Nel 1932 la falegnameria di Ole Kirk Christiansen prese il nome di LEGO, dal danese &#8220;leg godt&#8221;, giocare bene. Il primo mattoncino di plastica è del 1958. Legoland aprì qui nel 1968. Il parco tematico, oggi è affiancato dalla <a href="https://www.legohouse.com/en-gb">Lego House</a>, l&#8217;esperienza dedicata ai master e a chi vuole conoscere tutto dei mattoncini Lego. Una curiosità per gli amanti degli orsi: appena oltre la strada, c’è il museo sull&#8217;arte dei <a href="https://teddybearartmuseum.dk/p/english">Teddy Bear</a>, uno dei più completi al mondo, con scene di film e storie interpretate dagli orsetti in peluche. Nulla di meglio per chiudere un anello che prova a rispondere alle domande su chi siamo davvero e da dove veniamo.</p>
<p><em>Pubblicato originariamente su <a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/07/10/news/nello_jutland_del_sud_natura_e_architettura_attraverso_i_secoli-22330929/">HuffPost Italia</a> il 10 luglio 2026</em></p>
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		<title>Meglio morto che gay: il mostro è ancora lì</title>
		<link>https://www.stefanopaologiussani.it/2026/06/meglio-morto-che-gay/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 14:33:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[HuffPost Italia]]></category>
		<category><![CDATA[gay]]></category>
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					<description><![CDATA[In Versilia l’epilogo tragico di una storia già scritta che potrebbe ricapitare "perché si è già tutelati"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Camaiore, 24 giugno. Un uomo di 63 anni, Piero Moriconi, <a href="https://firenze.repubblica.it/cronaca/2026/06/24/video/versilia_delitto_uccide_moglie_e_figlio_camaiore-425431609/">prende il fucile e spara</a> alla moglie e al figlio. Kathy Andreoni, 52 anni, muore. Mirko, 24 anni, muore. Il movente che emerge dalle prime indagini è la mancata accettazione dell&#8217;omosessualità del figlio. Prima di sparare, quell&#8217;uomo aveva già pronunciato la frase. Mirko stesso l&#8217;aveva raccontata in un video: «<a href="https://firenze.repubblica.it/cronaca/2026/06/24/news/versilia_camaiore_uccide_moglie_figlio_omicidio-425431330/">Meglio morto che gay</a>», avrebbe detto il padre dopo il coming out.</p>
<p>Dieci anni fa avevo scritto un racconto. Era la storia di un ragazzo chiuso in una stanza ad ascoltare il padre avvicinarsi con un fucile dopo aver scoperto la sua omosessualità. Non era un esercizio di immaginazione. Dietro quelle pagine c&#8217;era una testimonianza vera: un amico, una persona reale, che mi aveva raccontato cosa aveva vissuto. Il terrore di quella notte, il rumore di una serratura, il cigolio di un gradino evitato apposta. Avevo trascritto quella paura con la speranza — quasi la certezza — che in dieci anni diventasse un documento del passato, qualcosa da leggere dicendo: guarda com&#8217;era, guarda quanto siamo cambiati.</p>
<p>In quel racconto il padre era un cacciatore. Andavano insieme a caccia di cinghiali, padre e figlio, nel bosco. Nelle parole che avevo messo in bocca al ragazzo c&#8217;era una domanda che bruciava: che differenza c&#8217;è tra il cinghiale e il figlio frocio? Il cinghiale lo mangi e lo racconti agli amici. Ci ridi sopra. Il figlio frocio lo devi nascondere. Non ci ridi sopra. E poi, nella stessa voce, la vergogna descritta come l&#8217;unico metro: una vergogna per il paese, come poteva guardare ancora in faccia i suoi amici. Come se il problema fosse lo sguardo degli altri al bar, non una vita da accettare.</p>
<p>Invece eccola, la notizia.</p>
<p>Camaiore è in Versilia, tra gli ulivi. Un posto bello, associato nella memoria collettiva alla vacanza, al mare, a qualcosa di mite. Avevo scelto un paesaggio simile perché certi orrori sembrano impossibili dove tutto è quieto. Ma la dolcezza del luogo lascia i fatti immutati.</p>
<p>Nel frattempo, fuori dall&#8217;Italia, le cose peggiorano. In <a href="https://www.amnesty.it/uganda-il-presidente-approva-la-legge-contro-lomosessualita/">Uganda</a> la legge anti-omosessualità prevede la pena di morte. In <a href="https://www.lastampa.it/esteri/2024/03/30/news/mosca_gestori_di_bar_lgbt_sono_terroristi-14187697/">Russia</a> chi difende i diritti delle persone gay rischia il carcere. In numerosi paesi africani e mediorientali l&#8217;orientamento sessuale espone a pene detentive, a violenza istituzionale, talvolta alla morte. Sono dati verificabili, e arrivano insieme a questa notizia da Camaiore come tessere di un unico quadro.</p>
<p>Mirko aveva pubblicato un video. Aveva parlato, aveva detto cosa stava vivendo. Qualcuno lo aveva ascoltato abbastanza?</p>
<p>A chi chiede se valga la pena leggere, manifestare, fare pride — a chi liquida tutto con un &#8220;<a href="https://www.facebook.com/reel/4817066971853176">ormai siete tutelati</a>&#8220;, con un &#8220;ci sono problemi più urgenti&#8221; — rispondo con questa notizia. Il mostro è ancora lì, in agguato. Qualche volta porta il fucile. Qualche volta si annida in una legge, in un commento dato per normale, nel silenzio di chi poteva intervenire e ha scelto di guardare altrove. Mentre il mostro aspetta solo che si scriva un’altra storia.</p>
<p><em>Pubblicato originariamente su <a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/06/25/news/meglio_morto_che_gay-22212916/">HuffPost Italia</a> il 25 giugno 2026</em></p>
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		<title>Ritratto di famiglie: una mostra-coming out a Palazzo Pirelli</title>
		<link>https://www.stefanopaologiussani.it/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 12:56:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[HuffPost Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[gay]]></category>
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					<description><![CDATA[16 famiglie, un laboratorio di fotografia e filosofia, in un'esposizione ideata dalla fotografa e filosofa Alle Bonicalzi con e per Agedo Milano, associazione di genitori, parenti, amiche e amici di persone LGBTQIA+. Un messaggio forte, ma zoppo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Due genitori abbracciano la loro creatura tenendola in mezzo, le loro mani sono appoggiate sul suo torace e tutte le tre figure guardano in macchina con uno sguardo di consapevolezza. Sull&#8217;immagine sono appoggiate delle strisce di carta manoscritte. Come dei pizzini appesi. Affermano &#8220;ho compreso la complessità dell&#8217;essere umano, la potenza delle differenze, la bellezza della diversità. Il percorso è prezioso se lo puoi condividere, se serve solo a te, funziona a metà. Per vedere, capire, vale la pena attraversare la vita con gli occhi e il cuore aperto&#8221;. È una delle opere che arricchiscono il piano terra del Consiglio Regionale della Lombardia. In concomitanza con la ricorrenza del 17 maggio, giornata contro l&#8217;omobitransfobia, la mostra <a href="https://www.agedomilano.it/agedo-in-regione-lombardia-mostra-fotografica-e-talk/">Ritratto di famiglie</a> porta un messaggio alla nostra società dal cuore delle istituzioni. È un messaggio forte, ma zoppo.</p>
<p>Lo ha ideato la fotografa e filosofa Alle Bonicalzi con e per Agedo Milano, l&#8217;associazione di genitori, parenti, amiche e amici di persone LGBTQIA+. All&#8217;inaugurazione del 12 maggio, al piano terra del Palazzo Pirelli di Milano sono intervenuti l&#8217;autrice del progetto, la presidente di Agedo Milano Cinzia Valentini, le famiglie protagoniste del percorso e Luca Paladini, consigliere regionale del Patto Civico e fondatore de I Sentinelli di Milano, che ha voluto l&#8217;esposizione in Regione.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-02.jpg" alt="Ritratto di famiglie: una mostra-coming out a Palazzo Pirelli" class="wp-image-6260" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-02.jpg 800w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-02-300x169.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-02-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>
<p>Mentre appena il giorno prima il presidente Sergio Mattarella <a href="https://www.quirinale.it/it/video/presidente-mattarella-fondazione-renzo-piano">pronunciava</a> al vicino Politecnico la frase «ai giovani possiamo trasmettere valori di convivenza, non pretendere di trasmettere modelli di comportamento», a pesare sull&#8217;apertura della mostra è stata l&#8217;<a href="https://www.milanotoday.it/politica/mostra-lgbt-pirellone.html">assenza di rappresentanti</a> dell&#8217;Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, che pure ha concesso la sede. A denunciarla è lo stesso Paladini: «Una mancanza di rispetto che trasuda imbarazzo verso il tema. Un&#8217;assenza ancora più significativa se si considera che, in occasione di molte altre iniziative al Pirellone, il presidente del Consiglio è normalmente presente. In questo caso non vi è stata neppure l&#8217;indicazione di un delegato dell&#8217;Ufficio di Presidenza per portare un saluto istituzionale». Sulla stessa linea Cinzia Valentini: «È grande la soddisfazione di vedere esposte le nostre foto in una sede così prestigiosa, ma ci è dispiaciuto non ci fosse un rappresentante dei vertici della Regione all&#8217;inaugurazione». Una distanza che, in una città come Milano e a poche settimane dal Pride, segnala lo scollamento fra la presidenza regionale e una parte del tessuto sociale del capoluogo. Un&#8217;assenza che non è la prima in Italia per iniziative simili, ma che non scoraggia chi continua a portarle nelle sedi istituzionali.</p>
<p>Anche per questo motivo, è auspicabile che questa mostra giri. Magari proprio grazie ad Agedo, che ha una presenza capillare nel nostro Paese. Le opere che la compongono sono collage digitali che intrecciano fotografia e scrittura creativa, frutto di un laboratorio condotto dall&#8217;autrice con alcuni nuclei familiari dell&#8217;associazione. Ogni ritratto dialoga con frammenti di parole tratti dai manoscritti dei partecipanti, secondo un metodo che restituisce corpo, luce e voce alle storie raccolte. «Il ritratto è uno, collettivo e corale, ma le famiglie sono tante, diverse, uniche e irripetibili», spiega <a href="https://www.allebonicalzi.com/">Alle Bonicalzi</a>, che descrive l&#8217;esposizione come «essa stessa un coming out, l&#8217;epifania di una possibilità nuova di essere famiglia».</p>
<p>Il metodo, racconta l&#8217;autrice, è nato dall&#8217;incrocio tra la sua doppia formazione, fotografica e filosofica. Sedici famiglie convocate nella sede di Agedo Milano, un&#8217;unica sessione di scatti con fondo neutro e luce classica per non distrarre dall&#8217;unicità di ciascun volto. Ma le foto, da sole, non sarebbero bastate: «le immagini mostrano, non dimostrano &#8211; precisa Bonicalzi &#8211; qui c&#8217;era una storia delicata, profonda, articolata. Non volevo dare in pasto ritratti classici a occhi pieni di pregiudizio, volevo che le persone ritratte ci mettessero la voce». Ha allora chiesto ai partecipanti di guardarsi negli occhi senza parlarsi per tre minuti, poi di scrivere per un quarto d&#8217;ora senza fermarsi a partire dalla frase &#8220;Se guardi attraverso i miei occhi vedrai…&#8221;, infine di confrontarsi all&#8217;interno del proprio nucleo familiare decidendo cosa leggere agli altri e cancellare il resto. «Si sono detti e dette cose che non avevano mai condiviso», ricorda. Al momento di selezionare cosa rendere pubblico, è successo qualcosa di raro. «Agedo non ha cancellato quasi niente, mentre di solito mi arrivano fogli cancellatissimi. Lì ho capito che ogni famiglia dovrebbe guardarsi come si guarda Agedo».</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-03.jpg" alt="Ritratto di famiglie: una mostra-coming out a Palazzo Pirelli" class="wp-image-6261" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-03.jpg 800w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-03-300x169.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-03-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>
<p>«La mostra è un invito a guardare il mondo con occhi nuovi — afferma Valentini — perché solo vedendo davvero l&#8217;altra persona possiamo costruire una società più libera e accogliente». Agedo Milano fa parte di Agedo Nazionale, rete che da oltre trent&#8217;anni accompagna i genitori nel percorso di accoglienza e comprensione delle proprie figlie e dei propri figli, promuovendo dialogo, riconoscimento dei diritti civili e contrasto a ogni forma di discriminazione. Nel 2009, al sodalizio è stato conferito l&#8217;Ambrogino d&#8217;Oro dal Comune di Milano.</p>
<p>Il percorso si propone come esperienziale prima ancora che espositivo. Accanto ai ritratti si trovano poster tipografici che rilanciano allo spettatore le stesse domande filosofiche poste alle famiglie ritratte. Di fronte, un quaderno invita a lasciare delle riflessioni e una boccia piena di strisce di carta coi toni arcobaleno dialoga con le sfumature dei manifesti didascalici. Una ragazza davanti a me ne pesca uno. Non le chiedo cosa ci sia scritto sopra, mi basta il suo sorriso e pensare che stasera, quando rientrerà, si sentirà accolta da quel senso di calore che ognuna di queste foto trasmette.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="450" src="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-04.jpg" alt="Ritratto di famiglie: una mostra-coming out a Palazzo Pirelli" class="wp-image-6262" srcset="https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-04.jpg 800w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-04-300x169.jpg 300w, https://www.stefanopaologiussani.it/wp-content/uploads/2026/05/ritratto-di-famiglie-a-palazzo-pirelli-04-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>
<p><em>Pubblicato originariamente su <a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/05/22/news/ritratto_di_famiglie_a_palazzo_pirelli-21972728/">HuffPost Italia</a> il 22 maggio 2026</em></p>
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