Questo post parla di ambiente, ma anziché mandare in un bosco, invita a scoprire il volto green della metropoli più famosa. New York, la conosciamo tutti per la meta scintillante dove è sempre un piacere tornare, ma qui vorrei proporne un punto di vista alternativo.
I nuovi grattacieli? Immaginiamoli come città verticali progettati anche pensando alla sostenibilità. Le linee metropolitane in disuso? Si trasformano in parchi lineari e gallerie d’arte open air. Mancano alberi? Si crea un’isola galleggiante con bosco e teatro.
Se è trascorso un po’ di tempo dall’ultimo passaggio nella Grande Mela, allora forse è il momento di tornarci. Se invece ci siete appena stati e avete ancora l’idea di città solo votata a caos e frenesia, i link che seguono sono un invito a riconsiderare l’affermazione.

Per spostarsi a NY in modo sostenibile, proviamo a dimenticare taxi e motori. La MTA card mette in tasca l’intera mappa dei trasporti urbani, ha diverse alternative di durata e connette tutte le mete del New York City Pass con le attrazioni principali da visitare a prezzi scontati.
L’itinerario tra arte e natura è centrato su Manhattan, quindi il suggerimento per il campo base è puntare su Chelsea e il flower district, a metà tra Central Park e Ground Zero. Qui ci sono hotel come il Moxy Chelsea, che Wallpaper ha descritto “un momento di tregua dal caos della città”. Forse per il negozio di fiori Putnam & Putnam che si attraversa per accedere alla hall o per la lounge che ricorda un giardino d’inverno o, ancora, per lo stile industrial con dettagli che fanno sentire in un museo boutique del design dalle stanze al rooftop fronteggiante l’Empire State Building.


Da qui, la scoperta della grande mela a piedi è facile. La camminata principe è quella della HighLine. Il tratto della West Side Line che costeggia l’Hudson è dismesso dagli anni ’80, ma dal 2009 la porzione tra la 13ª e la 34ª è stata riaperta con una passeggiata sospesa che mette in collegamento i quadri di Hopper al Whitney Museum con la scintillante Vessel, pigna di 8 piani costruita in Italia e assemblata oltreoceano. A fianco, il grattacielo The Edge è tra i più recenti inaugurati, con un terrazzo a forma di scheggia che mette a dura prova il senso di vertigini. Nell’attesa dell’ascensore, i pannelli spiegano come il complesso abbia fatto propria la sostenibilità innovativa con il riutilizzo delle acque piovane, ventimila metri quadri di spazi verdi pubblici e un design che privilegia i pedoni.
Il colpo d’occhio sulla High Line costellata di opere d’arte è quello di una vena creativa che pulsa nella città. La direzione di Cecilia Alemani ne ha fatto uno dei più grandi progetti di public art al mondo, favorito dal richiamo di visitatori e di donazioni. Senza sminuire il talento della First Lady italiana dell’arte che ha attratto opere e creatori da tutto il mondo, il successo è anche dovuto al brillante recupero architettonico della passerella che scorre sfiorando appartamenti per miliardari e i loft delle gallerie dove sfilano i best seller dell’arte contemporanea.


Un altro progetto simile alla High Line, chiamato in contrapposizione Low Line, punta a valorizzare un’area di smistamento ferroviario sotterraneo. Meno fortunato di quello in superficie, al momento è ancora in stand by, ma rimane un interessante spunto per convogliare il cielo di New York sottoterra grazie a un sistema di specchi. Confido che prima o poi si farà, l’America è dopotutto il paese dei pionieri. Lo dimostrano coloro che scelsero il maleodorante quartiere dei macellai per portare a Manhattan il gotha della creatività. Per capire cosa ci fosse qui ancora solo negli anni ’80, basta entrare in qualcuno degli spazi che mantengono carrucole e ganci dell’epoca. Oggi sono negozi, come lo store dell’eco brand Patagonia, ma rendono l’idea dei sognatori che riescono a realizzare i loro progetti.

Basta poi attraversare la West st. per arrivare alla ricostruzione seguita al passaggio dell’uragano Sandy sul molo 54, di cui si vedono ancora i pali sul fondo del fiume. Quel che ci si trova davanti è una piccola isola. Little Island ha l’aspetto di una grande foglia ondulata sull’acqua, con 400 specie di piante, 100 specie di alberi e (ancora) opere d’arte contemporanea sospese in 132 calici di calcestruzzo che, nell’insieme, creano una superficie omogenea con angoli per rilassarsi, spazi d’incontro e un anfiteatro da 700 posti. Il tutto realizzato grazie alla città di New York e al supporto del magnate Barry Diller con la fondazione von Fürstenberg. I loro milioni avranno anche fatto la differenza, ma credo che molto di questa new age newyorkese si debba alla gente comune che sposa i progetti e li sostiene con microdonazioni e con il portare vita nei luoghi credendoci, mettendosi in gioco, facendo del volontariato. Qui, chi ha un muro libero lo mette a disposizione degli street artist, chi vota si ricorda delle promesse dei candidati. Organizzazioni non profit, gruppi di cittadini e attivisti ambientali lavorano fianco a fianco con artisti, designer e architetti per promuovere pratiche sostenibili e costruire una città più resiliente e equa per tutti. Un successo? È sciocco pensare che una città di 8 milioni di abitanti sia estranea ai problemi, ma almeno, quello sì, è utile che se ne tragga un esempio per provarci.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 4 aprile 2024