Salire in quota d’autunno: quattro libri tra lutto, sublime e istinto

Ottobre: la montagna si veste di magia. I larici virano all’oro, i sentieri si svuotano, la luce si fa radente e allunga le ombre sui versanti. I silenzi si fanno lunghi. È la stagione in cui la quota restituisce il meglio di sé prima della pausa invernale, con una pienezza di colore che la primavera raramente eguaglia. Quattro libri partono da qui, ciascuno con una propria angolazione sulla  solitudine del camminatore autunnale.

Quando l’autunno è la vita stessa

Il primo porta in montagna nel momento in cui è l’esistenza a segnare la propria stagione declinante. Il bene che vi voglio (Temposospeso) è l’ultimo romanzo di Matteo Pellegrini. Il giovane autore, ci dona un libro sul lutto, sull’affetto e sulla memoria. Pellegrini lo definisce una fiaba filosofica, e dalla fiaba eredita gli archetipi: una casa nel bosco, una madre assente, due bambini che a un certo punto devono mettersi in cammino per scoprire i confini del proprio mondo, lasciando la sicurezza della baita in cui vivevano con il padre. Il registro resta laico: nel romanzo manca qualsiasi riferimento a Dio, e la ricerca di senso si gioca tutta sul piano interiore dei personaggi. Descrizioni paragonabili a una sceneggiatura, di quelle potenti, degna di chi, come Pellegrini, gestisce un cinema selezionando personalmente i titoli che proietta.

La vetta come soglia

Che la montagna sia da secoli uno spazio in cui l’uomo misura i propri limiti lo racconta Vittorio Sgarbi in Il cielo più vicino. La montagna nell’arte (La nave di Teseo). Il percorso attraversa l’arte dal Trecento a oggi e tratta la montagna come soggetto delle opere anziché come fondale. Per Sgarbi tutto comincia con Giotto. Poi il sublime romantico, che il libro declina in una linea ascetica e verticale, quella di Friedrich, e una visionaria e atmosferica, quella di Turner. Con Van Gogh la montagna diventa proiezione dello stato d’animo, con Segantini dimensione dell’anima, fino a Depero, Sironi e Buzzati e a uno scatto di Luigi Ghirri sull’Alpe di Siusi che chiude il volume. Tra le pagine più riuscite, quella sul tramonto in quota: per quanto straordinario, sappiamo che potrà ripetersi domani e ancora fra qualche giorno. È la stessa certezza ciclica che rende l’autunno sopportabile. La sintesi dell’autore sta in una frase: «Nulla è più vicino all’eterno della montagna».

Con gli occhi del lupo

La solitudine assume un’altra grana quando la si osserva da dentro la natura. Il lupo solitario di Adam Weymouth (Iperborea, tradotto da Luca Fusari) ha vinto la 52ª edizione del Premio ITAS del Libro di Montagna. Al centro c’è Slavc, che nel 2011 lascia le montagne slovene, attraversa in un inverno gelido Austria e Italia e si stabilisce in Lessinia, dove forma una famiglia con un’altra lupa errante, Giulietta. Nel Nord Italia di lupi mancavano da secoli, oggi ci sono interi branchi. Weymouth ne ripercorre le orme a piedi, in un continente segnato da temperature in aumento, confini difesi con il filo spinato e populismo dilagante. Il lupo diventa così lo specchio in cui vorremmo rifletterci e insieme il capro espiatorio di un futuro imprevedibile.

La bestia è umana

All’estremo opposto, la voracità di un essere umano alla ricerca della madre. Bestia di mamma di David Goudreault (marcos y marcos, traduzione di Sara Giuliani) è l’esordio dello scrittore quebecchese: una confessione feroce e comica che espone la brutalità con tale padronanza da farla sembrare natura. L’io narrante è un giovane adulto strappato alla madre a sette anni per i ripetuti tentativi di suicidio di lei. Passato da una famiglia disfunzionale all’altra, cresce come un manipolatore cinico, razzista e sessista, attratto dal male e dall’illegalità, finché la notizia che la madre è stata rintracciata innesca la sua ricerca. Goudreault attinge alla propria esperienza di assistente sociale e il tono della confessione in prima persona espone la brutalità senza filtri, a tratti ostentandola, con una padronanza tale da farla apparire naturale. Accanto alla Bestia, la ferocia del lupo appare quasi innocente.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 9 ottobre 2026

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Alcune storie sono più coinvolgenti di altre perché hanno risvolti autobiografici e affondano nei ricordi d’infanzia. Lo scrittore Matteo Pelliti aveva quattro anni quando ricevette in regalo dal padre una bicicletta-rottame raccolta da un robivecchi con la promessa di un restauro. «Allora non ero in grado di comprendere quanto amore vi fosse in quel gesto», spiega l’autore. Quel “trauma” infantile diventa anni dopo materia narrativa: prima nella raccolta poetica Versi Ciclabili del 2007, poi nel 2016 quando Pelliti propone all’editore Topipittori l’idea di una fiaba costruita attorno a una bicicletta.

Le prime bozze in prosa de La bicicletta gialla faticano a trovare equilibrio tra parole e immagini potenziali. In un contesto culturale dominato dall’immediatezza, lo scrittore ritorna poeta e sceglie un testo in ottava rima, funzionale per rappresentare l’attesa, il tempo necessario alla costruzione, la pazienza del fare manuale.

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Archetipi e disegni

La figura del genitore che ricostruisce la bicicletta intreccia riferimenti letterari e memoria personale. «Il babbo di Giovannino è per metà un archetipico Geppetto e per metà mio padre», dichiara Pelliti. Il padre della fiaba eredita dal babbo di Pinocchio la capacità di dare vita agli oggetti attraverso il lavoro manuale, mentre dalla biografia dell’autore arriva il gesto affettivo del restauro, quel sapere tecnico messo al servizio del desiderio infantile.

Fin dall’inizio, Pelliti identifica in Riccardo Guasco l’illustratore ideale per il progetto. I due condividono riferimenti estetici comuni, in particolare il gusto per l’arte del primo Novecento. Licenziato il testo definitivo, Pelliti aspetta per due anni senza sapere del lavoro che Guasco sta sviluppando. «Ci siamo incontrati per la prima volta a una sua mostra ad Alessandria, sua città natale, quando il libro stava ormai per uscire, e lui pensava io ne avessi già visto le tavole!»

Il risultato finale dimostra una sintonia profonda, Osserva Pelliti. «I suoi disegni hanno tradotto anche il modo in cui ho scritto».

Sostenibilità sul palcoscenico

Il tema del recupero della bicicletta usata introduce elementi di economia circolare e sostenibilità ambientale. «L’idea di partenza era trasferire qualcosa di universale e nitido, una felicità capace di depositarsi in un oggetto simbolico come la bicicletta: di libertà, di misura del mondo e dell’umano».

La trasposizione teatrale curata da Giulia Solano per VivaVoce sviluppa la stratificazione linguistica dell’opera. La drammaturgia integra le tavole di Guasco, le strofe e le animazioni video. Il dispositivo scenico – una parete con finestra che funziona come teatrino, kamishibai monumentale e schermo artigianale – permette la coesistenza di piani narrativi differenti.

La recente prima teatrale al Nuovo di Pisa ha registrato un riscontro che attraversa le fasce d’età. «Nonostante sia un lavoro pensato per bambini in età elementari, in sala c’erano bimbi più piccoli e molti adulti coinvolti emotivamente», dichiara la regista. Il dato più significativo emerge dal confronto post-spettacolo con «tantissime domande su tematiche legate al mondo della bicicletta e sulla trama, ma anche sugli strumenti e meccanismi scenici utilizzati. È sintomo del fatto che lo spettacolo avvicina e incuriosisce i più piccoli all’arte teatrale».

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Un’idea di felicità raggiungibile

Pelliti definisce la bicicletta gialla «un’idea di felicità raggiungibile, a patto di riconoscerla come tale. Un’idea che l’infanzia ha molto più chiara ed evidente e che, progressivamente, l’età adulta dimentica o mistifica».

Il pubblico ha apprezzato l’idea di bicicletta che diventa strumento di una libertà essenziale, nelle parole di Pelliti «Pedalo e misuro il mondo con le mie forze».

Dal trauma biografico alla forma poetica, dalla collaborazione editoriale alla messinscena teatrale, la pièce costruisce un percorso che restituisce al pubblico – bambini e adulti insieme – la possibilità di riconoscere una forma di felicità concreta, fondata sulla dimensione umana del movimento e sul tempo necessario alla costruzione delle cose che desideriamo. Sul palco, Francesca Torelli impersona il risveglio della bicicletta con Paolo Croce babbo-meccanico che maneggia enormi chiavi inglesi. Hanno una freschezza lontana dalla velocità del web e per questo, forse, ci rendono felici.

Una felicità che risuona nella citazione di Antonella Bellutti (oro nella specialità bici su pista alle Olimpiadi di Atlanta 1996 e Sydney 2000) all’inaugurazione del museo ACDB proprio della città di Riccardo Guasco: «L’unica catena che ci rende liberi è quella della bicicletta».

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 5 febbraio 2026

Marie Curie, resilienza e umiltà di una scienziata rivoluzionaria

Di Marie Curie conosciamo tutti la parte wikipediana. Quella in cui leggiamo “prima donna a vincere il Nobel, prima e unica figura scientifica a vedersene riconoscere due in campi distinti, prima figura femminile alla docenza della Sorbona”, e si potrebbe continuare. Nell’ultimo libro di Sara Rattaro il ritratto assume colori diversi e tiene conto della ingombrante cornice. “Io sono Marie Curie” (Sperling e Kupfer) racconta di quello che Marie visse e dovette sopportare, suo malgrado, nella pur avanzata società parigina che l’aveva accolta dalla Polonia occupata dai russi, dove non le era manco permesso di frequentare l’università.

“Niente nella vita va temuto, dev’essere soltanto compreso. Ora è tempo di comprendere di più, così possiamo temere di meno”, è una citazione spesso riportata per far capire la forza di volontà di questa ebrea emigrata da una regione povera verso la più vivace delle città europee dell’epoca.

L’angolazione della Rattaro è interessante per comprendere le ragioni della grandezza di Marie.

«Ho unito i due aspetti, pubblico e privato, perché raccontarla solo come scienziata sarebbe un modo per limitarla – dichiara – La parte umana ci arriva dai suoi scritti e da tutte le lettere che trasmettono i suoi sentimenti, anche da quelle che probabilmente non avrebbe voluto divulgare ma che le furono rubate per essere pubblicate sui giornali scandalistici dell’epoca».

Con una tematica purtroppo estremamente attuale, il problema della Curie è che il suo privato fu spiattellato in pubblico con inaudita cattiveria. Il lavoro della Rattaro è stato capillare, attinto da tutte le fonti disponibili, compreso l’Istituto Curie di Parigi, che ha fornito supporto anche per la parte scientifica. «La più complessa per me, ma che ho cercato di rendere in chiave narrativa», aggiunge la scrittrice.

Sara Rattaro, che è docente di scrittura creativa, inizia la narrazione con l’evento più drammatico della vita della scienziata, ossia la morte del marito e collega Pierre. Il marito morì in un incidente mentre attraversava la strada, ma le malelingue arrivarono ad affermare che si suicidò gettandosi sotto un carro per il dispiacere di essere stato tradito dalla moglie. In realtà la Curie conobbe sì un secondo amore, ma solo dopo la scomparsa del marito, che amò al punto da stringere nel pianto perfino gli abiti macchiati di sangue a distanza di giorni dall’accaduto.

«Con la morte di Pierre perde un marito, un compagno, il padre delle figlie, un socio, ma soprattutto perde la protezione nei confronti del mondo. Pierre è stato un uomo straordinariamente intelligente e tutta Parigi si inchinò alla sua morte, per Marie aggravata dall’idea di pensare che il tuo amato esca di casa al mattino e non vi faccia più ritorno la sera. Inizio da lì perché da quel momento la sua vita cambierà vertiginosamente, diventerà più complicata. Prima era “la moglie di”, ma dal quel giorno sarà solo lei e basta».

Sara Rattaro oggi conosce Marie Sklodowska Curie come poche altre. Ha lavorato su di lei e con lei per due anni, «se mi fosse concesso farle una domanda, però, le chiederei come ha fatto a fare tutto. Però, con un po’ di presunzione, sono una donna anch’io e questa risposta la conosco, come la conoscono tutte le donne. Noi riusciamo a fare davvero tutto solo se siamo messe nelle condizioni di farlo».

Marie Curie morì giusto novant’anni fa, ma la sua lezione è più attuale che mai. Con questo libro, due donne, Marie e Sara, si rivolgono a noi uomini e a chi pensa che resilienza e umiltà siano inutili in una società che ci vuole appariscenti e feroci.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 26 luglio 2024

“Are You Proud?”, il documentario sulla comunità LGBTQ in Inghilterra

Nelson Mandela disse che «essere liberi non è solo aver tolto le catene, ma vivere in modo da rispettare e aumentare la libertà degli altri». Con l’inizio di giugno e del mese dei Pride, mi piace ricordare questa frase a chi chiede se c’è ancora bisogno di sfilate, carri, canti e interruzioni del traffico connesse.

La risposta è nelle news. L’Italia non è affatto libera da omofobia e discriminazione, a partire dal mondo della scuola. Le reazioni che arrivano sono per certi versi incoraggianti, come il #siamotuttifroci dell’Istituto di Brindisi che è insorto per difendere uno studente insultato, ma il lavoro da fare resta tanto. C’è ancora molta semina che ci aspetta. Per me, da Milano, 40 anni fa non fu facile crescere sentendosi chiamare “finocchio”, ma si trattò comunque di un percorso attutito dall’avere una comunità attorno, dai primi tentennanti momenti di consapevolezza al coming out. Sono stato molto fortunato rispetto a tanti, troppi, altri casi. La verità è che l’Italia non è Milano.

Nemmeno la “civilissima” Europa è libera da omofobia. In Francia si segnala un aumento del 36% di vittime di attacchi omofobi. La società polacca è a proprio agio con l’idea di aree LGBTQ free. In Ungheria si sono preoccupati di fare una legge che vieti la “promozione” dell’identità LGBTQ ai minori usando lo stesso criterio di censura per i film dell’orrore.

Le cose non vanno bene nemmeno nel resto del mondo. La mappa ILGA delle leggi concernenti l’orientamento sessuale è praticamente ferma a toni di colore medievali, con metà del pianeta che persegue penalmente chi si riconosce nella comunità LGBTQ.

Ecco perché la guardia non va mai abbassata.

Al recente Lovers Film Festival di Torino, la direttrice Vladimir Luxuria ha presentato la versione italiana del documentario Are You Proud?, distribuito dalla Magnitudo Film con un calendario speciale che prevede proiezioni speciali su richiesta dei comitati Pride nelle date delle rispettive manifestazioni. È la prima volta che succede nel nostro paese.

«È un modo per avvicinarsi ancora di più alla comunità – dichiara Francesco Invernizzi della Magnitudo – I più grandi nemici dei diritti LGBTQ sono stati l’invisibilità e il silenzio. Quando si rimane nell’ombra, quando non ci si rivela per quello che siamo, l’ignoranza prevale. La paura prevale. L’omofobia prevale. La prima volta che vidi questo documentario, pensai subito che parlare della storia dei Pride era parlare dell’uscita dall’ombra, della vittoria della luce sugli atteggiamenti e sui pensieri più cupi».

Firmato dal giovanissimo Ashley Joiner, “Are You Proud?” è la documentazione della presa di coscienza della comunità LGBTQ e dei Pride in Inghilterra. Contiene storie cha partono da esperienze di soldati gay nel secondo conflitto mondiale. Passa dall’attacco frontale della Thatcher al diritto inalienabile di essere gay. Arriva all’incitamento alla folla del sindaco di Londra con l’ “Are You Proud?” che diventa il titolo del film.

Nell’inquadrare il documentario, aiuta l’opinione di Valerio Barbini, attivista de I Sentinelli di Milano. «Negli ultimi anni, in Italia ma non solo, si manifesta un nuovo interesse per la storia LGBTQI+. A raccontarla non é più solo il lavoro fondamentale di attiviste e attivisti, ma il disporre finalmente di prodotti editoriali, film, documentari. “Are you proud?” mi pare un lavoro prezioso per la capacità di riportare l’evoluzione del movimento, inglese ma con un occhio internazionale. Molto si sta pubblicando per raccontare e approfondire passaggi chiave ed episodi particolari, ma “Are you proud?” riesce a raccontare il percorso della comunità, senza perdere dettagli importanti e i passaggi principali, con prezioso materiale d’archivio e interviste a protagonisti delle vicende».

È importante che il documentario arrivi in Italia mentre si sta sempre più strutturando anche nel nostro paese la presa di coscienza popolare sulla storia dei movimenti LGBTQ. A dimostrarlo è la nascita del comitato italiano del LGBTQ+ History Month, che nasce proprio per dare rilievo al passato, perché solo imparando dalla storia possiamo affrontare il futuro. Lo auspica Barbini riferendosi ad Are You Proud: «Il documentario si chiude raccontando quelle che ora sono le avanguardie del movimento, nuove soggettività che pretendono, anche in maniera critica, di avere voce, di avere spazio, portando l’attenzione sull’importanza di un approccio inclusivo e davvero intersezionale. “Are you proud?” ci accompagna dalla storia al futuro del Pride, come momento politico vivo, di celebrazione e di lotta. É qualcosa che serve e che non c’era».

Esattamente come i pride.

“Are You Proud?”, il documentario sulla comunità LGBTQ in Inghilterra

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 1 giugno 2022

L’invasione di Putin e il pacifismo da rivedere

Mentre le democrazie stanno a discutere, un uomo, che ha accentrato il potere nelle proprie mani sottomettendo di fatto una nazione, invade uno stato confinante adducendo gli interessi di connazionali minacciati. C’è qualcosa che non funziona. Se pensate a Putin, sappiate che la frase calza perfettamente anche al 1939 con Hitler e la sua gita in Polonia.

In altri tempi si recitava «si vis pacem para bellum» («se vuoi la pace, prepara la guerra»). La frase latina, anonima in questa forma, è presente, in modo poco diverso nella formulazione o nella sostanza, in vari autori. Napoleone compreso. Le armi rimangono i mezzi più efficaci per assicurare la pace perché ci dimostrano in grado di difenderci?

Mi riconosco di più in Gino Strada, quando afferma «Io non sono pacifista, sono contro la guerra». La verità è che mentre il tempo è lineare, la storia è ciclica. Perchè? Semplicemente perché l’uomo vive, pensa e agisce in base a precisi meccanismi. La guerra è uno di questi. Sempre meno utilizzata ma pur sempre utilizzata. Studiare la storia aiuta a prevederla senza per questo essere degli indovini. È la storia stessa che ci insegna che, unendoci e dimostrandoci una compatta marea di ribellione, possiamo provare ad affermare il nostro “no”. Putin, uno che arriva dalla scuola del KGB potrà fregarsene, ma solo finché l’onda gli bagnerà la porta di casa. Sua e/o di qualcuno dei suoi sostenitori con portafoglio.

Non si è dittatori a tempo indeterminato, anche se si ha un discreto successo sul piano mediatico, prima o poi la Storia presenta il suo conto. Una piazza colma, un uomo solo davanti a un carro armato, un papa da un ambasciatore possono accelerare il processo.

Achille Lauro e l’orgasmo di Bernini

Achille Lauro a Sanremo ha scatenato i critici dalla tastiera facile, finendo di colpo alla ribalta dei notiziari. Non è una novità per Achille Lauro, visto che successe anche in passato e probabilmente capiterà in futuro, sono colpito dall’ondata di commenti che si è scatenata per aver portato in scena il battesimo.

Credo di potermi esprimere da una posizione interna alla chiesa, affermando che le accuse di oltraggio siano infondate e abbiano gloriosi precedenti. A partire dal Vangelo, che lo stesso Osservatore Romano evidenzia come ben più trasgressivo.

Alle interviste degli esperti per i documentari su Caravaggio e Bernini, raccolsi opinioni forti sul tema della trasgressione di questi artisti che avevano osato. Il pittore lombardo definito maledetto si era servito di donne ritenute peccatrici come modello per raffigurare la Madonna.  L’artista romano che lavorò per otto papi, invece, fece scandalo con la raffigurazione di Santa Teresa definita addirittura un orgasmo di marmo.

L’Estasi di Santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini

Achille Lauro è un artista, un appassionato di citazioni colte e uno che non ha paura a mettersi a nudo. È Caravaggio ed è Bernini.

Non vedo blasfemia nel suo brano Domenica. Vedo semmai una trasgressione della conformità che non mi dispiace. Non mi sono sentito offeso da cristiano, ho visto una rappresentazione del battesimo accompagnato da voci di tutto rispetto che cantavano Alleluia.  A chi fosse stato disturbato dalla mancanza di un officiante ricordo che Giovanni Battista nel Giordano non aveva nessuna investitura ufficiale prima che arrivasse un certo Gesù.

Leggo dell’oltraggio alla religione cristiana. Chi lo scrive dovrebbe precisare che l’offesa è personale, senza coinvolgere tutta la religione. Il problema è semmai nei suoi gusti, rispettabili come quelli di tutti. Con un pianeta che va in rovina e bambini che muoiono assiderati o annegano nei barconi, Dio ha in agenda problemi ben peggiori di Sanremo. Trovo più di cattivo gusto l’esempio di chi sventola il principio della famiglia dimenticando che l’amore non è un concetto zootecnico. Come sono più infastidito dalle Madonne e dai santi inchinati nelle processioni sotto casa dei mafiosi.

Qualcuno ha poi spronato Achille Lauro a prendersela coi musulmani. Se lo avesse fatto, probabilmente lo avrebbero aspettato fuori, ma non i musulmani, quanto i fanatici. Ben ricordando quanta gente è stata bruciata – e cosciente che sarei stato probabilmente tra quelli – sono fiero che la confessione in cui mi riconosco abbia superato da secoli questa fase. E sono anche felice che la mia fede abbia superato la necessità di piangersi addosso e vestire i panni dell’oltraggiata. Dio ci ha creati ragionevoli di fronte alle rappresentazioni, a prescindere che si svolgano in spazi sacri o su palcoscenici profani. Si chiama libertà, di arbitrio e di espressione. E non è affatto scontata in un mondo che ci vuole uniformati. Sta qui la nostra forza.

E ai catto-tormentoni che vedono il diavolo ovunque, perfino nell’arte, chiedo dunque di parlare a titolo personale. Dio vuole per noi il meglio, ci vuole felici. Non si pone limiti e non ci chiede interessi.

Felice è il Lupo di paolo cognetti

Ne Le otto montagne con cui ha vinto lo Strega, ma ancora prima ne Il ragazzo selvatico e ora con La felicità del Lupo, Paolo Cognetti è un amplificatore di suoni, odori, gusti. I suoi personaggi si usmano tra loro per scoprire che sanno “di gennaio e di stufa”. Scrive come se dovesse prepararsi a girare un documentario, rivelando la scuola di cinema frequentata.

Per Paolo Cognetti, una stufa non è una presenza casuale, in un rifugio come in una casa

Ne La felicità del lupo, il suo ultimo lavoro da poco in libreria, c’è una pagina magistrale in cui ci rende i predatori che si affacciano per la prima volta a una valle. Il senso dell’esplorazione di Cognetti emerge netto anche nel documentario Sogni del grande Nord, di cui è protagonista e co-autore.

È il viaggio tra la tomba di Raymond Carver e il bus che fu ultimo rifugio per Chirs Mccandless. Il pick up scorre tra le foreste e i golfi dove l’Oceano Pacifico intaglia Canada e Alaska. L’autobus oggi è volato via, letteralmente. Erano in troppi ad averne fatto una specie di Mecca e molti non erano preparati al deserto boreale. Gente che poi è stato necessario soccorrere.

Paolo e Nicola durante una delle conversazioni verso l’Alaska

Il documentario racconta bene lo scrittore, ma rivela anche gli scrupoli della pianificazione con l’amico Nicola Magrin. Nicola è un illustratore, sua è la copertina de Le otto montagne. Nel documentario è l’alter ego perfetto di Paolo, riuscendo a fissare in un’immagine quello che lo scrittore esprime in parole. È anche grazie alle conversazioni tra i due che capiamo come Cognetti sia ben lontano dalla galassia fricchettona dei brand d’alta quota indossati in città. Del resto non avrebbe scelto di lasciare Milano per andare in montagna, non avrebbe scelto di viverci, non avrebbe ululato di fronte al fuoco come ha fatto in una delle scene più toccanti del film. «A volte perfino uno scrittore non trova le parole per descrivere un momento e in quel momento a me venne da ululare», mi ha confessato.

Nei libri Cognetti racconta le anime che ha incontrato sulle sue (otto) montagne, perché lui è un documentarista e proprio per questo sono convinto che non abbia inventato nessuno dei suoi personaggi. Ha descritto solo incontri reali. Ha trovato spiriti universali e di ognuno ha colto gradazioni dell’anima mundi. Perfino nel lupo.

Gli ho chiesto se crede in Dio. La sua risposta è stata no, quantomeno “no, se la domanda è quella asciutta posta così”. Precisa che, vivendo a stretto contatto con la natura, trova la vita un grande mistero. È l’autore da milioni di copie che si domanda cosa ci faccia essere vivi? «È la cosa più vicina a Dio che io riesco a sentire. Faccio fatica a pensare all’universo, ai pianeti, allo spazio. Per me è una dimensione molto collegata alla vita, all’acqua che scorre, a un bosco che cresce. Sento qualcosa di più alto, di duraturo, quasi di eterno rispetto alla mia esistenza che invece è uno spazio di tempo minuscolo».

Dà anche una sua visione del paradiso. «Sono passati quattro lupi davanti alla fototrappola vicino alla baita. Non hanno paura, ho questa immagine del paradiso terrestre che è in realtà il luogo in cui l’uomo e gli altri esseri viventi convivono in armonia. Per me la felicità spezzata della cacciata dal paradiso è questa: gli animali ci temono perché noi siamo la specie più feroce della storia».

Cognetti crede che la cosa più bella che si inizia ad avvertire stando nella natura è il sentirsi solo un pezzettino di un ciclo. «Capisci che nascita, vita e morte sono continui. Ti capita di trovare un animale morto e poi incontri un cucciolo. Sentiamo una primavera, l’estate, l’autunno, poi arriverà l’inverno e significa che moriremo. E partirà la primavera da qualche altra parte».

A uno dei suoi personaggi fa dire che “qualcosa scompare e qualcos’altro prenderà il suo posto, così va il mondo”. In ogni suo romanzo ci siano un “prima” e un “dopo” molto netti. Lo ammette egli stesso quando afferma che il “dopo” del Cognetti documentarista e del Cognetti scrittore, sarà il Cognetti gestore di rifugio.

Con il successo dello Strega è riuscito a ristrutturare la stalla a fianco alla sua baita. Pannelli solari, impianto geotermico, vetrate ad alta efficienza termica, un edificio in grado di produrre l’energia che gli serve e che farebbe contenta Greta Turnberg, “una vera lupa” secondo Paolo. C’è anche una cucina professionale per i risotti in compagnia, perché il Cognetti del futuro lo spiega il Cognetti del presente citando Thoreau. Nel suo capanno a Walden, l’autore di Vita nei boschi aveva un tavolo con tre sedie. Una era per la solitudine della scrittura, una seconda per l’amicizia, una terza per la socialità. Paolo ha pronte un bel po’ di queste terze sedie.

A chi gli chiede dove andrebbe se non in Val d’Ayas, risponde che in una vita parallela forse farebbe come Pietro de Le otto montagne e volerebbe in Nepal. Però non da solo, «prima in un viaggio non avrei mai fatto mancare un libro, e adesso direi anche un amico. Si cambia. Ci piacerebbe che tutto rimanesse immobile, per esempio pensiamo alla montagna come un luogo che dovrebbe essere sempre fermo, ma il tempo scorre. Vorremmo i posti immutabili come li conserviamo nei nostri ricordi. Questo è qualcosa su cui rifletto anche quando si parla del cambiamento climatico. Certi commenti mi sembrano affermazioni di nostalgia, di quando c’erano i ghiacciai e tanta neve».

Gli capita talvolta di trovare indumenti nelle baite abbandonate e gli vengono in mente i pastori che ci hanno dormito, non si sa quanto tempo fa. Si rammarica che siano una razza in via di estinzione, di conoscerne ormai pochi, convinto che in futuro la montagna sarà sempre più un parco da ammirare.

C’è nostalgia nelle sue parole, da chiedergli dove siano allora le sue radici. «Io le sto mettendo lassù, un po’ a sorpresa perché non sono i luoghi dove sono nato. Milano dovrebbe essere la mia casa, però per qualche strano motivo non sento lì le mie radici.»

Il Cognetti di tutti i giorni si sveglia con i ritmi della natura, con un caffè, prestissimo in estate e un po’ più tardi in inverno. Nelle baite c’è sempre da fare. Il fuoco che le scalda è ciò che le rende vive, ma per lui la montagna significa stare all’aperto, lavorando intorno. Ha piantato degli alberi, ha inciso un corso d’acqua, cammina molto. Rimane in giro ore, tornando a casa nel pomeriggio per dedicarsi alla lettura e alla scrittura fino alla cena. Poi arriva il momento di scendere a vedere qualcuno al bar.

«Stare lassù può essere un’illusione – dice – devi coltivare delle cose tu, dove sei, e quindi inizi a capire che cos’è la felicità dell’albero, quella dello stare fermi, del mettere radici. È lì che si inizia a essere rifugio di se stessi».

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Just Look Up, Please

Just look up, perché tutto è già successo

Questo è un post per chi ha già visto Don’t look up, la produzione Netflix che continua a far parlare di sé.

Non è una recensione, perché ce ne sono già di ottime in queste pagine. È piuttosto un breve riassunto del perché andrebbe considerato con un’angolazione documentaristica anche se si tratta di un prodotto di fiction. Può sembrare un ossimoro, ma se fotografiamo il film per singoli argomenti non lo è. Tutto è già successo. Il poster stesso dichiara che il film è basato su fatti realmente possibili, ma è più corretto affermare che tutto quel che c’è nel film si è già verificato (e dovrebbe farci riflettere).

È un esempio di vena comica su un evento catastrofico, come ci erano già passati Stranamore e un’indimenticabile pagina di Stefano Benni. Nel piccolo delle nostre esistenze, non siamo distanti dalla vis comica di Fantozzi, una vita reale che viene estremizzata al ridicolo anche se Fantozzi è tutti noi.

Quando si entra al museo di Storia Naturale a Londra, all’inizio del percorso di visita, una lunga linea del tempo ci ricorda che gli ELE (Extinction Level Event – eventi di portata tale da provocare l’estinzione di massa) sono fenomeni naturali e il nostro pianeta ne ha già vissuti almeno cinque. Dunque il film parte da un presupposto reale e possibile per quanto raro.

Proprio per questa rarità, tutta la macchina narrativa è un pretesto. Nessun politico denuncerà l’arrivo di un killer di pianeti contro il quale potremo ben poco e che quando arriverà sarà tenuto nascosto il più possibile per non creare panico. Lo sapremo da qualche scienziato e attraverso la rete. Il film, come spiega Leonardo di Caprio nel suo commento, è un monito a non ignorare i messaggi della scienza. Sul clima – e non entro nel merito della cronaca covid – la scienza è continuamente messa in discussione contro l’evidenza dei dati.

Nel film il suo personaggio lo ribadisce più volte: ragioniamo sulle evidenze inconfutabili.

Il paradosso continua con certe abitudini reali della comunità planetaria. In ordine sparso qualche esempio.

Il proprietario della Bash è un business guru che fonde Steve Jobs ed Elon Musk. Ma soprattutto raccoglie consensi grazie a un’ottima comunicazione progettata per attirare profitti. Confermata dai “we love you” urlati dalla platea e ribaditagli da un bambino che il businessman disprezza. Il denaro e i consensi mossi dai poteri forti aprono facilmente le porte della Casa Bianca e, letteralmente, della stanza dei bottoni che faranno tornare a terra tutti i missili anticometa. Senza tirare in ballo l’astronomia, questi poteri si sono già visti con gli oleodotti avvallati dalle amministrazioni Bush ed ereditati da Obama.

Lo staff della Casa Bianca nel film è una macchietta dell’amministrazione Trump. Non credo alle dichiarazioni della produzione quando afferma che la scelta di Merryl Streep sia arrivata dopo il rifiuto di altre attrici. Interpretare la presidente degli USA è stata una magnifica risposta agli attacchi personali subiti da Trump che la definì “sopravvalutata”. Così indossa il cappellino, scimmiotta in pubblico, nomina il figlio capo di gabinetto. Con Trump si era istituzionalizzato il nepotismo.

Siccome l’ex-presidente era impossibile da volgere al femminile, sulla costruzione del personaggio gli sceneggiatori hanno guardato a Sarah Palin, l’ex governatrice dell’Alaska che si faceva ritrarre col fucile.

Sul tema del non essere troppo crudi con le cifre, invece, i creativi hanno attinto al marketing e si sono basati sulle tecniche presenti nello sketch delle sette linee rosse tracciate con l’inchiostro blu, giusto perché “non bisogna mai essere troppo negativi”.

La nota comica sulla parte televisiva parte dal nome della trasmissione condotta da Brie-Cate Blanchett: Daily RIP. Rip è l’acronimo di rest in peace, riposa in pace. La conduttrice interpretata da Cate Blanchett è un’insulto/denuncia al fatto di essere in video dopo aver portato a letto due presidenti. È praticamente la parodia discutibile del come fare carriera in salsa Weinstein.

Sempre in tema media, se non si viene bene in tv, è pronta la macchina bullizzante che umilia la scienziata interpretata da Jennifer Lawrence. Di casi simili ne è piena la cronaca. La stessa macchina acchiappalike si incendia con la cantante pop interpretata da Ariana Grande, parodia che è via di mezzo tra Chiara Ferragni e le minidive del mondo giapponese.

Un’ultima riflessione scaturisce dai costumi, dove la fiction è stata più realista del re. Vogue ha pubblicato un’intervista a Susan Matheson, la costumista. Leggendola, Ci si rende conto che anche l’apocalisse vuole la sua immagine e non bisogna cascare nella trappola dell’outfit sbagliato.

Melania Trump, elegantissima e bellissima, scivolò sull’abbigliamento visitando un centro di detenzione per bambini lungo il confine col Messico indossando un impermeabile con una scritta che suonava più o meno come un “non me ne frega davvero niente”. Nessuno a Hollywood avrebbe osato tanto. Ma dal vero è successo. Segno che quando ci raccontano una cosa, per quanto incredibile, faremmo meglio a domandarci cosa ci stia dietro. O Sopra. Just look up, please.

è in irlanda Il titanic che possiamo vedere oggi

Titanic Experience a Cobh, il pontile di
Titanic Experience a Cobh, il pontile di imbarco

Una notte di 109 anni fa, al largo delle coste canadesi si inabissava il Titanic. Gli appassionati dell’argomento sanno che esistono due modi per rendersi conto, oggi e dal vero, di cosa fosse realmente il vascello protagonista del naufragio più famoso della storia.

Se siete facoltosi o fanatici al punto di sborsare centomila euro, potete infilarvi in un sommergibile tascabile per raggiungere l’abisso dove giace il relitto. 

Era una nave dove per viaggiare sul ponte di prima classe serviva essere facoltosi, ma pare uno scherzo del destino che bisogna essere almeno altrettanto ricchi anche per visitarla da affondata. Per quanto possa essere un’avventura, non è il genere di esperienza che comunque permette di capire di fronte a cosa ci si trovi. A causa del buio dei quattro chilometri di profondità e dell’opacità dell’acqua, non potreste che godervela un pezzetto alla volta. Per non parlare del pessimo stato di conservazione che confonde molte parti. 

Diverso è il caso se invece andate in Irlanda, a Belfast dove fu costruito, o a Cobh dove fece l’ultima tappa prima della traversata fatale. Il Titanic Belfast è una costruzione suggestiva per le quattro prue che la modellano. Ospita la più completa esposizione dedicata al transatlantico, ma ancora non racconta nulla di nuovo su questa nave in merito alla quale è stato detto e scritto quasi tutto, comprese molte panzane.

Titanic
Titanic Belfast

Per rendervi conto davvero di quanto fosse grande, dovete aspettare la sera e guardare i vicini scali dove fu costruito con le sue due gemelle, Olimpic e Britannic. Con il buio, proprio a fianco del Titanic Belfast, una fila di led ricrea le sagome di questi giganti del mare, per la loro lunghezza in grado di competere con le navi da crociera di oggi. Pur molto diversi per altezza e numero di ponti, un’idea ancora più precisa la trasmette il bacino di carenaggio che ospitò gli scafi in via di finitura, a poche centinaia di metri di distanza dal museo.

Sempre a Belfast, potete anche imbarcarvi sul Nomadic, il tender che aveva il compito di trasportare passeggeri e bagagli dal porto di Cherbourg al Titanic durante il suo scalo francese.

Sulla costa meridionale dell’Irlanda si trova Cobh, un tempo nota come Queenstown. Questo è il porto dal quale si imbarcarono gli ultimi passeggeri. La Titanic Experience è ospitata nell’edificio della stazione marittima dove transitarono gli sfortunati viaggiatori. Al suo interno sono proposti gli interni delle cabine della nave e un filmato attendibile su come debba essere apparso l’affondamento agli occupanti delle scialuppe. La parte interattiva è ben fatta e compensa la scarsità di molti cimeli originali, anche se il cimelio principale è l’edificio in cui ci si trova.

Titanic Experience a Cobh, una delle
Titanic Experience a Cobh, una delle cabine

Pezzi interessanti si trovano invece al Cobh Heritage Center, ambientato sotto le volte della vecchia stazione ferroviaria dove terminarono il loro viaggio in treno i milioni di irlandesi emigrati oltreoceano. All’ingresso, ogni biglietto è abbinato al nome di uno dei passeggeri e lungo la visita si scopre quale sia stata la sua sorte nella notte della collisione con l’iceberg che inghiottì 1503 persone.

Una foto sfata la leggenda che il Titanic fosse talmente grande da non riuscire a entrare nel porto. L’immagine ritrae il vascello solitario al largo dell’imbocco della baia, dove aveva calato le ancore in attesa di essere affiancato dal tender che trasportava persone, merci e posta. Il Titanic avrebbe potuto tranquillamente approdare, ma, per la movimentazione che richiedeva, era molto più semplice ed economico mantenerlo fuori dalla rada e farlo affiancare da un più maneggevole tender. Sola, sul filo dell’orizzonte, la grande nave sembra consapevole del suo destino.

Ho molto apprezzato che gli irlandesi, popolo di migranti come noi italiani, abbiano posto all’ingresso del museo dei computer attraverso i quali si può accedere ai data base con i nomi e i dati anagrafici di chi ha tentato la fortuna attraversando il mare. Ho trovato anche un mio omonimo, proveniente come me dalla Brianza. La Memoria è un esercizio sempre molto utile per capire e comprendere che la storia è ciclica e che un tempo toccò a noi italiani quello che oggi ci disturba veder accadere nel Mediterraneo.

Titanic. Il bacino di carenaggio a

Il dalai lama e la nostra casa comune

Tra i grandi voti che pronunciano i monaci buddisti si recita “per quanto numerosi siano gli esseri, faccio voto di farli pervenire tutti alla liberazione”. Non solo il genere umano, dunque, ma tutti gli esseri viventi, compresi quelli del regno vegetale, sono degni di rispetto.

Che il nostro pianeta non sia una entità morta lo trasmettono anche i nativi americani per i quali Madre Terra è viva e tutti dipendiamo da lei per l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo con cui ci nutriamo. Tra le grandi filosofie e le religioni più diffuse ad esse collegate, il buddismo è probabilmente quella più vicina all’idea di Gaia, opposta a quella di certe impostazioni del pensiero occidentale che inquadrano l’uomo “misura di tutte le cose”, come sosteneva Protagora, e gli animali come macchine, con le parole di Cartesio ad affermare che “grazie alla scienza, l’uomo sarà d’ora innanzi il padrone e il possessore dell’universo”. 

Nel libro Amiamo il pianeta. Un appello per salvare la nostra unica casa, il Dalai Lama Gyatso Tensin sintetizza le ragioni perché non possiamo fare a meno di allontanarci da certi pensieri antropocentrici.

«Abbiamo bisogno di una rivoluzione della compassione – dichiara Sua Santità – che dipende dal calore, dalla comprensione della coesione dell’umanità, dalla preoccupazione per il benessere degli altri e dal rispetto per i loro diritti. L’intera famiglia umana deve riunirsi in una comunità sostenibile, globale ed ecologica, che collabora e si prende cura della nostra casa».

Il pensiero buddista, avallato un comitato scientifico internazionale, è presentato in versione video da Feedback Loops, una miniserie di documentari visibili a tutti. All’evento di presentazione, il Dalai Lama era affiancato da Greta Thunberg, mentre i testi originali sono letti da Richard Gere, che da anni ha abbracciato la fede buddista.

Proprio Sua Santità il Dalai Lama, domani 7 aprile all’alba, terrà un insegnamento sulle Quattro Nobili Verità (denpai shi), seguito da una sessione di domande e risposte. I contenuti saranno disponibili nei prossimi giorni sui social dell’Unione Buddista Italiana. 

Per il buddismo sono le fasi nella comprensione di ogni verità che ci permettono di capire quale deve essere la nostra posizione, fisica e mentale, su questa Terra che ci ospita. Ancora una volta, fede e scienza non sono poi così distanti nell’affermare che la logica del profitto a tutti i costi non è quella che deve guidarci. È forse la ragione per cui nasciamo persone, non amministratori delegati.

Giornalista e scrittore