Tutti gli articoli di stefano paolo

Milanese, laureato in Bocconi, giornalista e autore di documentari di carattere storico e geografico per i canali tematici di Sky (con specializzazione in ambiente, storia, tradizioni). Ha firmato progetti per National Geographic e per History Channel. Collabora, tra gli altri, con RViaggi di Repubblica e il Corriere della Sera e l'Huffington Post (http://www.huffingtonpost.it/stefano-paolo-giussani) Libri pubblicati: Gli italiani del Titanic, L'Ultima onda del lago (Premio Brianza 2012), Sentieri di fede e una serie di monografie per Touring Editore e l'Istituto Geografico De Agostini. Il suo blog è Cronache dalla Terra degli orsi. Continua a viaggiare, scrivere e fotografare per Agenzia Geografica (www.agenziageografica.it).

AAA cercasi prossimi estinti

Nessuno è così sciocco da credersi immortale, eppure certi comportamenti della razza umana lo lasciano supporre. Nel documentario Dinosaurs, raccontiamo i protagonisti dell’ultima grande estinzione di massa.

165 milioni di anni in un film

I dinosauri sono apparsi 230 milioni di anni fa e hanno regnato per 165 milioni di anni. Provate a contare fino a un milione e poi fatelo per 165 volte. Capirete che sono numeri tali da rendere ridicola la linea evolutiva umana, di appena 7 milioni di anni, limitabile a due per il concetto di uomo come lo intendiamo oggi. Nel film, realizzato con la consulenza del paleontologo divulgatore Stefano Piccini – quello che ha ispirato il Doctor Steve dei science comic – si presenta il percorso che riporta pochi frammenti di ossa fossilizzate ad essere un dinosauro. Ma non è solo questo il punto.

Come racconta Peter Larson, direttore del Black Hills Institute of Geological Research dove è stata girata una parte del film, i dinosauri sono innanzitutto una grande lezione di ecologia:

I fossili non sono rari. In ogni luogo in cui trovi una roccia sedimentaria troverai dei fossili. Avere un fossile da toccare, che un bambino può guardare, insegna a vedere che l’evoluzione è una cosa reale, che questi animali sono cambiati nel tempo e che la Terra è antica. Quindi è una lezione di scienza, una lezione di valore, qualcosa che ci insegna che la scienza e quello che sappiamo della Terra sono cose molto, molto importanti e ci aiutano ad apprezzare davvero l’importanza che ha per noi. È il solo posto dove saremo mai in grado di vivere. Dobbiamo prenderci cura di questo pianeta. L’estinzione è una cosa che accade. Gli animali si estinguono. E anche noi un giorno ci estingueremo. Potrebbe essere tra un milione di anni, oppure tra sei mesi.

Larson non è solo uno scienziato. È un mito. Gli appassionati di tutto il mondo considerano il suo museo a Hill City – South Dakota una specie di luogo sacro. Di fatto è colui che ha portato a noi i due scheletri di T-Rex più completi mai rinvenuti. Nel film c’è anche Ben Pabst, tra i paleontologi viventi più famosi, con un dinosauro che porta il suo nome. I colleghi gli hanno tributato l’onore per gli scavi negli USA e, più recentemente, per le scoperte dei sauri europei. Che Ben abbia lavorato anche nel West si intuisce dall’aspetto, visto che sembra appena uscito da una pagina di Tex Willer. A Frick, nel cantone svizzero di Argovia, sta estraendo dei Plateosauri, tra i pochissimi rinvenuti in posizione eretta perché morti annegati nelle sabbie mobili. Chi crede che la Svizzera sia solo belle montagne e ottimo cioccolato, dovrà ricredersi, il museo del paese è una chicca da non perdere.

Come (ri)nasce un dinosauro

Un film su Cretacico e Giurassico è un po’ il sogno di ogni documentarista. Prima della telefonata in cui la voce del regista tuonava un perentorio “ho un’idea sui dinosauri” e mi proponeva di seguirlo in South Dakota e Wyoming, pensavo che tra scavi e scheletri dei musei passasse solo una spolverata e un po’ di colla. Oggi so che non è così, ci sono studi e storie fatte di tempo (tanto) e pazienza (tantissima). Spero che il film aiuti a rendere questa idea.

Una deriva interessante e inedita è quella che tocca anche il mondo del commercio dei giganti del passato. Luca Cableri è un dealer, un esperto in collezionismo di oggetti originali che gira i mercati di tutto il mondo per farli convergere nel suo Theatrum Mundi. Dal centro storico di Arezzo, dove ha allestito una vera “wunderkammer”, spiega come i dinosauri siano diventati opere d’arte ambite dai più facoltosi. Sua è l’intuizione di portare in un’asta la scena di combattimento tra un allosauro e un brontosauro. Il risultato è stato battuto a più di un milione di euro.

Per promuovere il film, la copia di Stan è stata lasciata una settimana a fissare i viaggiatori in transito nel salone della Stazione Centrale di Milano. Era anche una specie di monito: ricordare che quanto è successo può succedere ancora. L’estinzione esiste, ricorda Larson, solo che – per i segnali che arrivano dagli scienziati in tema di cambiamenti climatici e inquinamento – per la prima volta nella storia della terra, noi rischiamo di fare tutto da soli. Non male per chiudere un ciclo evolutivo.

Quel che Cappuccetto rosso non capirebbe

Lo scorso dicembre mi colpì la notizia di un cacciatore di frodo condannato per aver ucciso selvaggina al solo scopo di accaparrarsi trofei. Praticamente: faceva la posta agli animali selvatici, li ammazzava, staccava loro la testa e lasciava il resto del corpo a marcire nel bosco.

Il tutto, solo per il gusto di appendere al muro il bottino o rivenderlo. Sul mercato un cervo con un palco imponente può valere parecchie migliaia di dollari. Un orso o un lupo ancora di più. Il giudice lo ha condannato a guardare Bambi, in carcere e con una pena esemplare.

Se condividete la scelta del magistrato, leggete I figli del bosco di Giuseppe Festa. È un libro, ma garantisco che davanti ai vostri occhi scorrerà come un documentario. Soprattutto è una storia coinvolgente che vi porterà a seguire due lupi, Ulisse e Achille. Della specie, è anche una sorta di riscatto.

Grazie ai volontari del Centro Monte Adone, i due protagonisti – ma scoprirete che gli attori sono in realtà molti di più – sono stati rimessi in libertà. Giuseppe Festa ha trascorso quindici mesi tra i boschi seguendo le indicazioni dei volontari del centro di recupero che ospita specie a rischio ferite. L’intento è recuperare la fauna senza creare negli animali dipendenza dall’uomo. Il centro non è nuovo a queste esperienze, nel suo passato ci sono storie potenti del legame che gli animali manifestano tra loro e tra loro e noi.

Se non credete che un umano possa riportare in vita un lupo con la respirazione bocca a bocca, godetevi il filmato di Navarre. Ha superato le quattro milioni di visualizzazioni suscitando in chi scrive un fiume di emozioni.

Le stesse che ho ritrovato nelle pagine (ben scritte) di Festa. Il lupo che crea un effetto di spavento sull’umano dovrebbe essere solo in Cappuccetto Rosso. Cito testualmente:

Liberando un lupo, liberiamo noi stessi. Ridiamo energia alla parte più istintiva e selvaggia del nostro essere. Per un istante è come se fossimo noi a schizzare fuori dalla gabbia e a correre liberi nei boschi.

Leggasi: siamo tutti lupi. Con la squadra del Monte Adone, l’autore ha condiviso notti all’addiaccio e infiniti silenzi rotti solo dai fruscii delle zampe nel sottobosco. Il lupo in Italia è oggetto di animate discussioni, come se si potesse schiacciare un interruttore sull’esistenza di un essere che è più padrone della wilderness di quanto non lo siamo noi.

Eppure i lupi sono abbattuti a centinaia ogni anno. Credo che al libro di Festa vada riconosciuto il merito di portarci sul piano dell’equilibrio per capire come un compromesso sia possibile senza farsi sopraffare dalla paura. Capisco le ragioni degli allevatori e di chi vive al margine del bosco (sono uno di quelli e i lupi li sento ululare da vicino) ma la ragionevolezza ci deve portare a capire che dobbiamo qualcosa anche alla natura e al selvaggio. Serve smettere di pretendere che sia lei a doversi adattare a noi. Un cambio di mentalità che Cappuccetto Rosso forse non capirebbe.

Il mare che non ammette sconti

Tra i flagelli che affliggono i mari ci sono la pesca clandestina e i danni provocati da reti killer lunghe chilometri. Gli effetti sono la decimazione degli animali che ci finiscono dentro solo per poi essere ributtati in mare (morti o malconci) e l’aumento delle montagne di plastica che galleggiano negli oceani.

Tra chi è particolarmente attivo nel cercare di contrastare le azioni che danneggiano i mari c’è Sea Shepherd. Una delle loro navi, la Sam Simon, è in questi giorni ormeggiata a La Spezia reduce da una campagna di contrasto alla pesca illegale in Namibia. Ci sono salito a bordo, ho parlato coi membri dell’equipaggio, mi hanno raccontato le condizioni difficili in cui spesso lavorano e operano. Una delle situazioni recenti più impegnative è stata quando per tre giorni e tre notti si sono alternati in turni di due ore per issare a bordo una delle reti killer recuperate dal mare.

È probabile che dalle foto la riconosciate come una di quelle che a colpi di scafo ha disturbato le baleniere giapponesi durante le loro attività truccate da missioni scientifiche. L’incipit del documentario di Animal Planet che racconta alcune delle missioni di Sea Shepherd inizia in modo epico: “Una guerra inizia nelle regioni lontane del pianeta Terra, le acque cristalline dell’Antartide si colorano di sangue. Preparatevi a scene cruente. Il titolo Whale Wars è chiaro nell’anticipare i contenuti. Le immagini sono forti.

Vista da bordo, la nave è curiosa. Intanto è un dono del defunto papà dei Simpson. L’aneddoto da raccontare è che lo scafo stesso era a supporto dell’attività baleniera giapponese, un vero massacro in mare aperto, finché Simon non se n’è fatto carico acquistandola e andando a ritirarla con gli uomini di Sea Shepherd in incognito. Solo un attimo dopo dell’avvenuta consegna, gli uomini e le donne dell’associazione si sono tolte le tute per rivelare il simbolo piratesco che li distingue. La Sam Simon è ora in aiuto agli organi di polizia degli stati che ne fanno richiesta per contrastare le attività illegali. Alla già citata Namibia, si sono aggiunti Gabon e Tanzania.

“Non è il problema di quanti pesci o cetacei si salvano, è piuttosto lo sforzo per creare un tessuto culturale in grado di far capire che le creature marine meritano rispetto”, dichiara Andrea Morello, direttore di Sea Shepherd Italia. In plancia campeggiano le scritte DEFEND – CONSERVE – RESPECT, mentre i caratteri giapponesi sono stati lasciati in ricordo del passato e a monito che c’è sempre un tempo per redimersi e recuperare. A bordo gli ambienti sono spartani, la deroga è la cambusa con stampe colorate e balenottere in peluche appese al soffitto. Anche sulle scale, tra i ponti, c’è spazio per temi marini. C’è perfino un angolo con un piccolo tempietto buddista.

Qualche foto ricorda invece senza sconti i motivi delle missioni. Fondamentalmente, limitare lo spargimento di sangue inutile. Balene squartate sugli spazi aperti, delfini soffocati, foche uccise a sprangate sul cranio per non rovinare la pelliccia. Da una parte l’uomo in tutta la sua crudeltà e dall’altra gente come quelli di Sea Shepherd. Gente che si può anche aiutare finanziandoli anche solo con l’acquisto di un libro e di una maglietta. Skira, ad esempio, ha appena pubblicato il volume fotografico del loro quarantennale. Oppure li si può supportare organizzando eventi, invitandoli a conferenze, perfino imbarcandosi con loro. Se pensate che un mese su una nave a caccia di cacciatori sia troppo caro, ricordate che il mare non ammette sconti. Nessuna pietà per chi lo attenta.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Captains of Operation No Compromise Locky Maclean, Paul Watson, and Alex Cornellisen

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5 disastri per la Giornata dell’Ambiente

5 giugno, Giornata Mondiale dell’Ambiente. Potremmo elencare una serie di minacce che ogni giorno sono rivolte alla parte naturale della nostra Terra. Raggruppando 5 macrocategorie, distingueremmo:

Cambiamento climatico: ha già creato effetti evidenti sull’ambiente. I ghiacciai si sono ritirati, fiumi e laghi si scongelano prima, piante e e alberi fioriscono in anticipo. L’effetto è un lento inesorabile innalzamento delle temperature che porterà a sconvolgimenti come l’inaridimento di alcune aree mentre altre conosceranno disastrosi effetti per le precipitazioni improvvise.

Deforestazione: anche se il tasso di deforestazione è diminuito (e in Italia la tendenza è a un aumento delle aree verdi) continuiamo a giocarci 130.000 km2 l’anno di fonti di ossigeno. È come se ogni 12 mesi perdessimo una distesa d’alberi grande come l’Italia da Napoli in giù.

Inquinamento: tira una cattiva aria, in Italia sono 30.000 i decessi annui imputabili alle pessime condizioni della miscela che respiriamo. Per rendervi conto cosa significa respirare bene anche in città, se vivete a Roma, Milano o Padova, vi consiglio di entrare nella AirShip, un bosco itinerante che Austria per l’Italia ha installato per qualche giorno nelle nostre città, sulla scia del memorabile padiglione di Expo 2015.

Perdita di biodiversità: negli ultimi 40 anni abbiamo perso il 52% della biodiversità, il dato sale al 58% se consideriamo i soli vertebrati.

Crescita esplosiva della popolazione: di questo passo, mantenendo il ritmo di vita attuale, entro il 2100 ci serviranno tre pianeti per mantenerci, chi ce li da?

Leggendo la lista, che è limitata a macroproblemi a loro volta sfaccettati in moltissime ulteriori criticità, non pensiamo a 5 elementi completamente indipendenti tra loro, ma a 5 concause che da qui al 2050 potrebbero cambiare l’immagine della Terra in modo tale da non farcela riconoscere se solo avessimo il potere di materializzarci a 32 anni da oggi.

Nello stesso periodo di tempo, ma al passato, sono cambiati – solo per fare qualche esempio – il modo di muoverci (si viaggia tra Milano e Roma in meno di tre ore e si vola in tutta Europa per il weekend), di comunicare (ognuno di noi ha in tasca un processore potente come i più potenti di allora), di mangiare (in Italia è ormai normale trovare vini sudafricani e frutti sudamericani), di acquistare (compriamo con un clic beni di cui conosciamo poco o nulla oltre quello che ci viene detto attraverso lo stesso strumento da cui stiamo acquistando).

Cosa siamo disposti a fare, dunque, per aprire gli occhi e non rimanere sconvolti dalla visione del 2050? Buona Giornata dell’Ambiente a tutti noi, Terra compresa. Intanto ecco 6 minuti di Pianeta come vorrei ritrovare.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

L’aria pulita non è populismo

Un adulto medio a riposo inala circa 8 litri di aria al minuto. Facendo due conti, sono 11 mila litri giornalieri. Come dire che l’aria, piaccia o non piaccia, è il componente principale della nostra dieta. Provate a visualizzare una fila di bottiglie, in piedi una accanto all’altra per una lunghezza di 880 metri (8 campi di calcio): se ci riuscite significa che avete chiaro quanto passa per i nostri polmoni quotidianamente. Siamo praticamente dei filtri che camminano.

Quando ci mettiamo ai fornelli siamo attenti alla qualità di quello che cuciniamo. Difficilmente andremmo ad acquistare un alimento scadente. Tanto più se l’ingrediente è così importante da segnare un consumo quotidiano di 11000 litri. Purtroppo non possiamo scegliere la qualità dell’aria del luogo dove viviamo, ma almeno possiamo fare gesti concreti per migliorare l’aria. CI servono alberi. Ci servono tanti alberi. Ma il punto è che non bastano più solo quelli.

La BBC ha appena divulgato un documentario sull’inquinamento dell’aria. Si apre con un dato agghiacciante: solo in UK, sono 40.000 i morti prematuri a causa dell’aria inquinata. E’ una delle tante battaglie che ogni governo deve combattere. La domanda è la solita: fino a che punto i politici sono disposti a scelte impopolari? Il filmato è la storia di una piccola comunità che ha deciso di dichiarare guerra all’inquinamento – il titolo Fighting for Air è già una premessa – e racconta il tentativo di fermare la contaminazione in un luogo per un giorno. Nelle scene iniziali un cittadino punta il dito verso un politico e gli intima di non permettersi di decidere cosa sia buono e cosa no per lui e per la sua famiglia.

Siamo agli albori di un nuovo governo con forze che affermano di voler “davvero” cambiare. Fenomeni di passaggio o visionari positivi come lo era Steve Jobs? Solo i fatti potranno dire cosa succederà. A me basta intanto cominciare a chiedere loro (e a chi verrà dopo di loro come scrissi a chi è venuto prima) di non decidere cosa è buono e cosa no per noi che respiriamo. l’aria deve essere pulita e basta, senza compromessi.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Qualcosa sul doodle di oggi

Oggi è la Giornata della Terra. Non tanto una ricorrenza da festa e fuochi d’artificio, piuttosto il momento di qualche riflessione e promessa per il futuro. Con il doodle di oggi, una magnifica Jane Goodall racconta in 145 secondi la sua vita e il suo rapporto con tutto quello che ci circonda.

Non credo ci sia una sola virgola da aggiungere a colei che ha fatto dello studio degli animali la sua vita. Mi permetto solo uno spunto: immaginatevi seduti all’interno della ISS (la stazione spaziale che orbita sulle nostre teste) e guardiamo giù grazie a questa diretta NASA. Quella meravigliosa sfera azzurra che vedete lì sotto è il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro. Per inciso, è anche l’unica bolla d’aria respirabile, acqua potabile e fonte di cibo che conosciamo in tutto l’universo. Fareste mai qualcosa per danneggiarla? Se avete letto fino a qui, probabilmente no. Ma qualcuno potrebbe non essere della nostra stessa opinione, ecco perché servono la Giornata della Terra, qualcuno che la ricordi e qualcuno che la faccia rispettare.

Non so in quanti, consultando oggi Google, si siano domandati il perché della faccia di una signora con le rughe tra alberi e radici. Nell’era dei belli ad ogni costo e dell’apparire fighi per qual che si ha, penso che ogni ruga, ogni foglia, ogni radice, valga la pena di una battaglia. Una presa di impegno per la Terra e per chi continua a non considerarla un bene comune ma una specie di discarica.  Ancora una volta è questa Terra che ci chiede da che parte stare. E noi a decidere. Lo decidiamo ogni volta che usiamo la bici o un mezzo pubblico al posto dell’auto, ogni volta che differenziamo il vetro dalla carta e dalla plastica, ogni volta che scegliamo un bidone per buttare anche un piccolo rifiuto. Anche ogni volta che raccogliamo un rifiuto magari buttato da qualcun altro che la prossima volta – si spera – non lo farà più perché ci ha visto raccoglierlo al posto suo.

Milioni di euro buttati in un mare di plastica

Settimana scorsa si è tenuta a Malta la conferenza Our Ocean, promossa tra gli altri dalla Commissione Europea. Ho aspettato a scriverne per vedere cosa ne sarebbe uscito e soprattutto cosa avrebbe implicato per il portafoglio Ue. Le cifre: 550 milioni di Euro stanziati direttamente con una stima di 6 miliardi globali annunciati a fine lavori dalla Commissione e dagli altri soggetti pubblici e privati provenienti da più di 112 paesi di tutto il mondo. Una enorme quantità di denaro che si spera sia gettata in mare, ma non nel senso peggiore.

Inquinamento, aree protette, sicurezza, sostenibilità, cambiamento climatico, la lista completa di impegni è lunga. Ma non è niente rispetto al problema chiave: consideriamo gli oceani come la nostra cloaca ultima. Continuiamo a comportarci a livello globale come se fossimo in un “Wc”, con lo scarico da azionare. Ma lo scarico non c’è e prima o poi rischiamo che l’ondata ci cascherà addosso.

Non sarà neanche troppo nera a giudicare da quanta plastica colorata galleggia al largo. Un breve filmato tra quelli diffusi in occasione dell’incontro è esauriente per come si stanno desertificando le barriere coralline.

Potremmo aggiungere le isole di plastica grandi come nazioni che galleggiano nei mari e gli spargimenti di monnezza che alcuni stati continuano a rovesciare in acqua. La lista è lunga e se alcuni temi di ecologia sono controversi – il cambiamento climatico spacca il mondo degli scienziati – il danno che stiamo perpetrando al nostro cuore blu è sotto gli occhi di tutti, da vedere e da toccare.

Speriamo di vedere presto in azione i milioni. MI basterebbero piccole azioni concrete a iniziare dalla sensibilizzazione degli stati “zozzoni” e dal perseguimento dei responsabili di eco-crimini. Almeno per non dovere più assistere a certi spettacoli come quello della foto che ha vinto il World Press Photo 2017 per la natura. Sarebbe davvero imbarazzante spiegare ai nostri nipoti con quale coraggio abbiamo permesso che una delle specie più protette del mare fosse tristemente addobbata in una rete.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Il labirinto di bambù

Copernicus, l’agenzia europea che si occupa dell’osservazione del territorio, ha pubblicato i dati degli incendi boschivi degli ultimi mesi. In una delle estati più incandescenti che si ricordi, in Europa vince il Portogallo, che si è fumato circa 2300 kmq (circa due volte la provincia di Napoli). L’Italia è buona seconda con 1300 kmq (quasi la provincia di Milano). La mappa dei focolai è impressionante: domina il rosso dove le fiamme sono divampate, con i dati che stanno peggiorando rispetto all’annata precedente. Su scala mondiale, la graticola non cambia, le foto del satellite mostrano il pianeta come un grande barbecue, con le prossime salamelle che rischiamo di essere noi. Secondo la Bbc, entro il 2025 ci saremo giocati oltre il 50% delle specie della foresta amazzonica. Non illudiamoci che se un bosco brucia lo si ripianti e -pluff- tutto rispunta e torna come prima. Spesso lo si brucia apposta per fare spazio ad allevamenti lager, piantagioni intensive, miniere. In ogni caso perdiamo una fonte di ossigeno, ci giochiamo l’azione stabilizzante delle radici, mandiamo in fumo l’ecosistema. Potremmo continuare, ma mi fermo qui.

Nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Per esempio, prestare attenzione negli acquisti cercando sull’etichetta l’origine della materia prima, che deve essere proveniente da foreste certificate. Dovremmo privilegiare nell’acquisto le specie a ricrescita veloce. Personalmente ho scoperto il bambù. Il che non fa di me un panda (è il loro alimento principale), ma uno consapevole di scegliere una sorta di pianta dei miracoli (per l’ambiente). Ha un ritmo di crescita che arriva ai 30 cm al giorno, a parità di età produce il 35% in più di ossigeno della media delle altre piante, arriva ad assorbire 12 tonnellate di CO2 per ettaro all’anno, cresce da zero a 4000 m e infine è versatile. Se ne fanno carta, arredi, costruzioni, cibo (perfino se non siete dei panda). In Giappone sono anche sicuri che le foreste di bambù abbiano un potere senza eguali sul fisico e sulla psiche. Grazie al shinrin-yoku, letteralmente bagno di foresta, camminare tra i tronchi migliora il potere immunitario e diminuisce lo stress.

Volete provare l’esperienza del perdervi in una foresta di bambù ma non potete volare fino a Kyoto? Andate verso Parma, al Bosco della Masone. Franco Maria Ricci – sì, è l’editore, il bibliofilo, il designer e il collezionista – ha creato nei pressi della sua abitazione il labirinto più grande del mondo radunando una ventina di specie di bambù. Un’occasione a cui non mancare, perfino se non siete dei panda.

Il weekend del 23 e 24 settembre sarà anche quello di Under the bamboo tree, una due giorni dedicata a questa pianta dei miracoli. Il bambù sarà il vero fil vert della manifestazione: si potrà passeggiare tra i viali del Labirinto, accompagnati dalle guide che illustreranno le peculiarità delle varie specie presenti, ci si potrà cimentare nella costruzione di oggetti di uso quotidiano o gustare speciali infusi al gusto di bambù. I più piccoli potranno divertirsi a costruire aquiloni o osservare le spregiudicate acrobazie dei trapezisti e i
mirabolanti spettacoli dei giocolieri, che utilizzeranno attrezzi rigorosamente in bambù.
I viali del dedalo verde saranno popolati anche da musicisti, che terranno piccoli concerti di flauto tra le fronde, da scovare negli angoli segreti, e dai disegnatori, impegnati a dipingere en plein air sotto la guida del maestro acquerellista Lorenzo Dotti.

Come racconta Franco Maria Ricci:

La pianta tradizionale dei labirinti è il bosso; anch’io forse
l’avrei usato, se fossi stato più giovane; ma il bosso cresce lentamente, mentre il bambù è velocissimo. L’età mi ha fatto innamorare di questa pianta meravigliosa, che è uno dei molti doni
dell’Oriente.
Se i bambù (il mio parco ne conta venti specie diverse) sono cresciuti così rigogliosi è forse perché respirano bene, a poca distanza da un fiume il cui nome profuma  di Cina: il Po. Si tratta di una pianta straordinaria, che non si ammala, non si spoglia d’inverno, a causa della sua impaziente crescita assorbe grandi quantità di anidride carbonica lasciando a noi l’ossigeno e non provoca disastri a causa di tifoni o trombe d’aria (nessuno è mai morto perché gli era caduto addosso un tronco di bambù).

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

 

 

 

Il traffico e le code ci rendono acciughe un mese ogni anno

A causa del traffico, piaccia o no, sono almeno 23 i giorni che trascorriamo in macchina ogni anno, e molti di questi giorni li trascorriamo in coda. Lo rivela uno studio promosso da Ipsos e Boston Consulting Group per l’Osservatorio Europeo della Mobilità. Perdendo 128 minuti al giorno siamo in fondo alla classifica europea, davanti solo della Grecia.

Oltre due ore rubate a una esistenza più rilassante che potrebbe essere quella del meditare, del dedicarsi alla cucina, dello stare con gli amici, leggere un libro. Mettetecene quante ne volete di voci, fatto sta che questo tempo trascorso in scatola a me da proprio l’impressione di essere un uomo stretto. Del resto, se fossimo nati per stare in macchina forse avremmo avuto le ruote e la spina dorsale a forma di sedile. Invece no.

Usiamo auto per andare a lavorare o a studiare (69 per cento contro la media europea del 61%), per andare a fare la spesa settimanale (86% contro il 76%), per star dietro ai figli (64% contro il 56%) probabilmente convinti di proteggerli quando invece gli stiamo solo dando un cattivo esempio.

A onor del vero, all’essere auto-dipendenti corrisponde contemporaneamente l’essere tra i primi a usare la bici – va al lavoro o a scuola il 6% degli intervistati – e alcune nostre città sono in testa alle classifiche europee.

Vuoi vedere che allora il problema è in quello che ci sta in mezzo, l’isola tra lo scegliere la bici e lo spostarsi in auto privata? La nota barcollante è in effetti il nodo dei mezzi pubblici. Agli intervistati mancano i collegamenti di coincidenza, i raccordi parcheggi-linee, le aree di interscambio dove finiscono le autostrade e iniziano le città.

Rimedi? Ne butto un po’ sul tavolo da cittadino, avendo ben chiaro che i pesi delle infrastrutture vanno valutati caso per caso e circostanziati sulle necessità individuali. Forse dobbiamo sviluppare una mentalità più disposta a qualche piccolo sacrificio, non c’è niente di male a camminare per 15 o 20 minuti lungo un avvicinamento, ne beneficerebbe il nostro fisico e limiteremmo l’inquinamento (“secondo i ricercatori dell’Harvard Center for Risk Analysis, il traffico delle 83 più grandi città degli Stati Uniti ha causato nel 2010 più di 2.200 morti premature e ha fatto spendere alla sanità pubblica 18 miliardi di dollari”).

Poi potremmo davvero unirci per chiedere agli amministratori azioni forti come biglietti integrati, corse speciali, mezzi attrezzati a trasportare le bici (l’unione fa la forza – e i voti – dopotutto).

Un’altra soluzione sarebbe quella di incentivare il telelavoro: siamo davvero sicuri che non potremmo lavorare almeno un giorno alla settimana da casa, o dalla biblioteca, o dal parco locale?

Sono poi un grande sostenitore del carpooling: basta posti vuoti in auto se si usano app come quella di BlaBlaCar, che in Francia sta addirittura sperimentando una specie di servizio di linea su tratte precise battute dai pendolari.

Esistono anche rimedi non risolutivi per il numero delle auto circolanti, ma almeno agevolanti per il traffico. Per esempio educare chi guida a consultare le app per risparmiare minuti di coda. Oppure si potrebbe scaglionare ingressi e uscite da uffici, fabbriche e scuole. Un po’ come si fa per le partenze intelligenti delle vacanze.

Il trucco sta nel non essere deficienti noi nel pretendere di muoverci tutti agli stessi orari e chiedere sempre più strade perché quelle vecchie non ci bastano più. Insomma, basta mari di asfalto perfetti solo per le sardine contemporanee che nessuno di noi vuole essere.

Trump cow boys e indiani, la lotta infinita

Contro Trump e i suoi cow boys gli indiani perdono, la storia si ripete. Mi hanno colpito molto le immagini delle fiamme che si levano alte dai teepee della pianura centrale americana. Se non fosse stato per le auto e i cellulari, sarei tornato allo scontro tra cowboy e pellerossa, tra i cattivi conquistatori e i nativi delle praterie. I servizi relativi alla Dakota Pipeline hanno dato rilievo alla notizia calcando la mano su come il presidente Trump abbia riaperto – e subito messo a tacere tra le polemiche di atti imposti – questioni ambientali che Obama aveva chiuso con un certo successo.

Non sono certo sulle posizioni ambientali di Trump – anzi, mi ci riconosco come un granchio sul Monte Bianco – ma val la pena di rimarcare qualche fatto:

  • Obama aveva già autorizzato la posa dell’oleodotto Dakota, accogliendo la richiesta di una deviazione che rispettasse il territorio Sioux e non mettesse a rischio le falde acquifere dell’area considerata sacra dalle tribù. Trump ha “solo” deciso di soprassedere alla deviazione scegliendo il percorso più breve.
  • Di fatto, la condotta, è un progetto di oltre tre miliardi di euro in grado di pompare 470.000 barili di petrolio al giorno lungo i 1900 km che separano i pozzi del Canada dalle raffinerie dell’Illinois ed era autorizzata da anni.
  • Questo petrolio era già comunque trasportato su rotaia, con i rischi che le manovre comportano. Intendiamoci, un oleodotto non è scevro di rischi, ma sono minori che non quelli legati alla movimentazione con veicoli.

Precisato quanto sopra lascio i fatti per le riflessioni, assolutamente personali, su come si è arrivati a un caso emblematico.

In questo momento Trump è il mostro da sbattere in prima pagina. Il suo essere maldestro in certe affermazioni lo porta a essere ridicolizzato o giudicato facilmente. Troppo facilmente, affermano i sostenitori. Però, ammettiamolo, se le cerca. Così la scena delle tende bruciate diventa quella del nativo cacciato dall’invasore.

Curiosamente, nel suo recente decreto sull’immigrazione, Trump ha dimenticato che i nativi erano loro, i pellerossa. E che il muro che lui vorrebbe costruire per contenere i messicani, gli indiani non hanno fatto in tempo a farlo perché i bianchi erano un casino di più e avevano i Winchester. Guardatevi le vignette satiriche sul tema, sono esilaranti.

Altrettanto curiosamente, la stampa americana ha scoperto che fino a giugno il nuovo presidente aveva una partecipazione nella società incaricata di realizzare l’opera. Trump non ha mai confermato, o smentito. Però ha ricevuto da personaggi legati all’azienda 100.000 dollari a sostegno della campagna elettorale.

Per offuscare la notizia, nell’atto di firma ha sottolineato almeno tre volte che per tutte le future condotte si sarebbe usato acciaio americano e si sarebbero creati nuovi posti di lavoro.

In questo momento dire nell’interno degli States che si creano posti di lavoro significa promettere oro. La crisi più nera si estende tra gli Appalachi e le Montagne Rocciose. Questo dall’Europa ci è poco chiaro. Ed è vero che i posti di lavoro si faranno e saranno circa 40.000, ma saranno relativi al solo periodo delle costruzioni e del loro indotto, perché a regime le condotte saranno tutte automatizzate e a farle funzionare basteranno meno di 40 persone. Uso il plurale perché c’è anche un altro oleodotto, il Keystone, in merito al quale l’amministrazione appena insediata ha invitato società amiche a candidarsi per la costruzione.

Il privilegiare un investimento tanto massiccio ci conferma che al di là delle belle parole sulle fonti rinnovabili si continuano a premiare le fonti fossili. Anche convertendo i miliardi investiti nell’estrazione e nelle condotte in opere e ricerche par limitare il petrolio, una società energivora come la nostra non riuscirebbe a cambiare a breve. Servirebbe crederci.

Trump non mi dà questa impressione, al di là di quello che dice è uno che premia logiche palazzinare e di sfruttamento del territorio. Più che “Trump il cattivo a priori” temo il ritorno agli anni ’80 che anche in Italia hanno fatto disastri per l’ambiente., riotrno di cui Trump potrebbe essere un attore perfetto. Stai a vedere che quella macchina del tempo che i programmi satirici americani invocano per tornare a prima delle elezioni, il neo presidente sempre più biondo la sta davvero azionando a suo favore.