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Quattro giorni a Pisa: il Tuttomondo di Keith Haring arriva sul grande schermo

Alle tre del mattino, dal balcone dell’albergo di fronte, Keith Haring vedeva ancora arrivare persone. Si fermavano davanti al muro, lo guardavano, ne parlavano. «È la prima volta che dipingo un murale abitando proprio dall’altra parte della strada – racconta l’artista davanti alla macchina da presa – La mattina, appena sveglio, la prima cosa che vedo è il muro. La sera, l’ultima». È il giugno del 1989 e la parete è quella laterale del convento di Sant’Antonio Abate, a pochi passi dalla stazione di Pisa.
Quelle immagini tornano ora al pubblico. Giovedì 1° ottobre alle 18, all’Auditorium del Complesso di San Micheletto, il Lucca Film Festival presenta in prima mondiale la versione integrale di Tuttomondo, il documentario prodotto da Andrea De Gioia e diretto da Andrea Soldani, all’interno della rassegna “Arte e Musica sul Grande Schermo”. Il film, già mostrato nel 2025 in una proiezione privata a New York presso The Center, storico punto di riferimento della comunità LGBTQ+, racconta la nascita dell’ultima grande opera pubblica permanente di Haring. Praticamente un manifesto del suo pensiero e dei diritti che lo hanno sempre visto schierato.

Dal Greenwich Village a Sant’Antonio

La storia comincia nell’inverno del 1987 nel Greenwich Village. Roberto e Piergiorgio Castellani, padre e figlio, imprenditori di Pontedera, incontrano per caso Haring e gli propongono un grande murale in Toscana. L’idea iniziale guarda a Firenze, ma è Pisa a raccoglierla. Il priore del convento, padre Luciano Masetti, accetta che il linguaggio della strada entri in dialogo con la parete di una chiesa. Haring ha trentun anni, ha già esposto a Documenta, alla Biennale del Whitney e a Venezia, ha dipinto il Muro di Berlino. A Pisa lavora gratuitamente.
Tre giovani pisani — Andrea De Gioia, Roberto Burchielli e Andrea Soldani, fondatori di Interference — decidono di seguirlo con la cinepresa per tutta la durata del lavoro.

Il cantiere danzante

Il documentario restituisce il ritmo di quei cinque giorni. Il tempo di Haring a tracciare le figure con il nero da solo, poi le ore con cinque ragazzi a stendere il colore. Infine una giornata per i ritocchi.
Sull’impalcatura c’era una grande cassa acustica. La musica, spiega Haring, serve a mantenere l’energia e la concentrazione, a isolarsi da quanto accade intorno e a dare al gesto «un ritmo, una battuta». L’ultimo giorno, sotto il ponteggio, arrivano un DJ con i giradischi e ragazzi che ballano breakdance. «È diventato un evento più che una pittura – dice – Qualcosa di cui tutti fanno parte, una collaborazione tra me e l’intera città».

Un messaggio per i secoli

Nel film Haring si sofferma anche sul significato dell’opera, pur preferendo lasciarne la lettura a chi guarda. A New York, osserva, un murale come quello contro il crack funzionava da cartellone: parlava di un problema del momento ed era destinato a sparire. Tuttomondo appartiene invece a una chiesa e dovrà durare centinaia di anni, per questo il messaggio doveva essere universale, capace di assumere «un significato ancora più ricco tra cinquanta o duecento anni». Le trenta figure incastrate l’una nell’altra diventano così una metafora del mondo e della sua armonia, «un’idea di pace». Quanto al titolo, Haring ricorda di aver lasciato quasi tutte le sue opere senza nome. «Se dovessi sceglierne uno, sarebbe qualcosa come Tuttomondo. Qualcosa sul mondo. È il mondo». Lo dice in italiano. E commuove.

Lo sguardo di chi era sull’impalcatura

Tra i ragazzi che stendevano il colore c’era Alessandro Romanini, allora studente universitario, oggi storico dell’arte, professore e curatore della rassegna lucchese. Rivedere quelle immagini, racconta, lo riporta a un’epoca in cui l’arte internazionale arrivava in provincia attraverso le riviste, come Interview di Andy Warhol reperibile a Firenze o a Milano, e conservava «un’aura quasi mitologica». A Pisa sbarcava l’artista che aveva fatto della democratizzazione dell’arte la propria battaglia: i disegni nella metropolitana, il Pop Shop, la collaborazione con Fiorucci nel 1983.
Romanini sintetizza quell’eredità in una formula: «semplicità del segno e profondità del messaggio». Un’iconografia archetipica — il bambino radiante, il cane, la maternità, a Pisa anche il serpente tagliato dalle forbici e le figure che sorreggono la croce cittadina — piegata all’impegno civile, dalle campagne contro l’AIDS a quelle contro l’apartheid. E il muro come supporto primario, visibile a tutti e gratuito, in una logica di divulgazione che secondo Romanini anticipa quella dei social network. «Insieme a Basquiat, Haring ha portato la street art dalle pareti della città alle gallerie e ai musei, destinando parte dei proventi alla sua fondazione e a cause filantropiche», precisa Romanini.

Il patrimonio digitale ritrovato

La nuova versione del film aggiunge un capitolo poco noto: settanta disegni e animazioni realizzati da Haring al Paintbox per il progetto audiovisivo, recuperati nel 2023 durante la ricostruzione degli archivi originali grazie al contributo di Adrian Wilson, curatore di una delle principali collezioni di opere digitali degli anni Ottanta. Materiale rimasto invisibile per oltre trent’anni, che documenta l’interesse dell’artista per i nuovi linguaggi negli ultimi mesi di vita. Haring avrebbe dovuto vedere il documentario finito. La morte, nel febbraio del 1990, glielo ha impedito.
Alla proiezione seguirà un incontro con il regista, il produttore e Piergiorgio Castellani, ingresso libero con prenotazione su luccafilmfestival.it.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 29 settembre 2026

Da Madrid alle Asturie, lezioni di sostenibilità dalla Spagna

La sala è al buio, le pareti respirano. Radici che si allungano come vene, cellule che si aprono e si richiudono, una farfalla spiega le ali e pare di sentirne l’aria mossa, il muso di un felino occupa per intero la parete di fondo. Somos naturaleza, al CaixaForum di Madrid fino al 7 marzo 2027, è un percorso audiovisivo immersivo di settanta minuti prodotto da OASIS Immersive Studios con la National Geographic Society: tre ambienti, proiezioni e suono avvolgente costruiti intorno alla tesi che la cura della biodiversità sia una faccenda collettiva, fatta della somma dei gesti individuali.
Il CaixaForum occupa una centrale elettrica di fine Ottocento, adattata da Herzog & de Meuron sul paseo del Prado. Si passeggia nel cuore della capitale al suono della cascata che bagna il piano basamentale e isola dal rumore del traffico, mentre sul muro cieco accanto all’ingresso Patrick Blanc ha appeso il giardino verticale diventato la facciata più fotografata dell’isolato. È la natura che entra in città in verticale, mentre a pochi metri scorrono quattro corsie e, appena oltre, c’è una delle più grandi collezioni d’arte al mondo.
Resta la domanda che le suggestioni dei filmati delle sale pongono: dove quelle immagini diventano luoghi veri?

La costa che si consuma

Cinquecento chilometri più a nord, la risposta prende la forma di una linea di sabbia. A Barayo, riserva naturale tra Navia e Valdés, l’estuario e le dune restano quasi vuoti perfino ad agosto, perché ci si arriva soltanto a piedi e il sentiero seleziona il pubblico. Poco più a est, lungo il paesaggio protetto della costa orientale asturiana, i bufones di Pría sparano getti d’acqua quando la mareggiata comprime l’aria dentro il calcare. Per effetto della salsedine, sopra la falesia la prateria arretra di qualche centimetro l’anno.
Quanto sia sottile questa linea si è visto nel gennaio 2024, quando i pellet di plastica arrivarono fin qui: ventisei tonnellate uscite da un container perso l’8 dicembre precedente dal cargo Toconao al largo di Viana do Castelo, prima sulle spiagge galiziane e poi su quelle asturiane, raccolte dai volontari che restituirono un luogo pulito.
Le chiesette che punteggiano questo tratto di costa testimoniano la sostenibilità dimostrando come si possa andare oltre le nostre singole vite. San Antolín de Bedón sta a duecento metri dalla spiaggia, l’arenaria dei muri mangiata dal salino, l’abside voltata verso l’interno. La Ermita de la Regalina, a Cadavedo, occupa un promontorio sull’oceano e ha poco meno di un secolo. Il preromanico asturiano — Santa María del Naranco sopra Oviedo, San Salvador de Valdediós consacrato nell’893, per fare da esempi — dura da dodici secoli perché costruito con pietra di cava locale, con pendenze e orientamenti calcolati per un clima piovoso.

Trecento bandiere

Novecento chilometri a sud, in provincia di Málaga, la parola inclusività ha assunto una forma concreta. Villanueva de Algaidas, quattromila abitanti in un mare di uliveti, è nata intorno a un convento francescano — Nuestra Señora de la Consolación, fondato dal primo duca di Osuna — e a due eremi rupestri mozarabici scavati nell’arenaria tra IX e X secolo. Ma nel giugno 2020 il paese è finito sui giornali nazionali per una ragione completamente diversa: il sindaco José Antonio Cívico ritirò dal balcone del municipio la bandiera arcobaleno, in applicazione di una sentenza del Tribunale supremo sui vessilli privi di carattere ufficiale esposti negli edifici pubblici. La risposta arrivò dalle case: circa trecento bandiere apparvero ai balconi e alle finestre, in tutte le frazioni. La legittimità istituzionale era stata rispettata alla lettera, ma la comunità ha risposto sull’unico piano che le restava, quello delle proprie finestre, dimostrando che un mondo rispettoso è possibile.

Mulini e zafferano

Il cerro Calderico, sopra Consuegra, è la schiena di un gigantesco animale accasciato sulla piana di Castiglia-La Mancia. Il sole basso all’orizzonte allunga le ombre tra i mulini in fila e il castello dei cavalieri ospitalieri. Ci si trova immersi nel silenzio tra i giganti di Cervantes. Sotto, la campagna trasmette l’idea di operosità secolare. Qui si producono vino e zafferano in un’economia agricola retta da ritmi ancestrali. Gli stimmi più preziosi del mondo si raccolgono all’alba di ottobre, la monda si fa a mano, fiore per fiore. Un prodotto che reggerà finché ci sarà la manodopera, in una regione che perde abitanti da decenni. La letteratura aveva fissato l’immagine di questa pianura ben prima che qualcuno la chiamasse paesaggio.
Un paesaggio che dura finché qualcuno continua a lavorarlo pone una domanda antica: chi ha titolo su una terra, e in nome di che cosa. In Spagna quella domanda ha una data e un luogo. Nel De indis del 1539, dalle aule di Salamanca — la più antica università spagnola, fondata nel 1218 — il domenicano Francisco de Vitoria argomentò per la prima volta con rigore giuridico il riconoscimento della sovranità e della dignità politica delle popolazioni indigene: la scoperta geografica, da sola, restava priva di valore come titolo di dominio.
Da lì passa, per una linea lunga e discontinua, l’idea che i diritti riguardino tutti. Estenderla a chi verrà dopo di noi è, in fondo, la definizione operativa di sostenibilità. Ambientale, sociale, economica.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 3 settembre 2026

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Alcune storie sono più coinvolgenti di altre perché hanno risvolti autobiografici e affondano nei ricordi d’infanzia. Lo scrittore Matteo Pelliti aveva quattro anni quando ricevette in regalo dal padre una bicicletta-rottame raccolta da un robivecchi con la promessa di un restauro. «Allora non ero in grado di comprendere quanto amore vi fosse in quel gesto», spiega l’autore. Quel “trauma” infantile diventa anni dopo materia narrativa: prima nella raccolta poetica Versi Ciclabili del 2007, poi nel 2016 quando Pelliti propone all’editore Topipittori l’idea di una fiaba costruita attorno a una bicicletta.

Le prime bozze in prosa de La bicicletta gialla faticano a trovare equilibrio tra parole e immagini potenziali. In un contesto culturale dominato dall’immediatezza, lo scrittore ritorna poeta e sceglie un testo in ottava rima, funzionale per rappresentare l’attesa, il tempo necessario alla costruzione, la pazienza del fare manuale.

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Archetipi e disegni

La figura del genitore che ricostruisce la bicicletta intreccia riferimenti letterari e memoria personale. «Il babbo di Giovannino è per metà un archetipico Geppetto e per metà mio padre», dichiara Pelliti. Il padre della fiaba eredita dal babbo di Pinocchio la capacità di dare vita agli oggetti attraverso il lavoro manuale, mentre dalla biografia dell’autore arriva il gesto affettivo del restauro, quel sapere tecnico messo al servizio del desiderio infantile.

Fin dall’inizio, Pelliti identifica in Riccardo Guasco l’illustratore ideale per il progetto. I due condividono riferimenti estetici comuni, in particolare il gusto per l’arte del primo Novecento. Licenziato il testo definitivo, Pelliti aspetta per due anni senza sapere del lavoro che Guasco sta sviluppando. «Ci siamo incontrati per la prima volta a una sua mostra ad Alessandria, sua città natale, quando il libro stava ormai per uscire, e lui pensava io ne avessi già visto le tavole!»

Il risultato finale dimostra una sintonia profonda, Osserva Pelliti. «I suoi disegni hanno tradotto anche il modo in cui ho scritto».

Sostenibilità sul palcoscenico

Il tema del recupero della bicicletta usata introduce elementi di economia circolare e sostenibilità ambientale. «L’idea di partenza era trasferire qualcosa di universale e nitido, una felicità capace di depositarsi in un oggetto simbolico come la bicicletta: di libertà, di misura del mondo e dell’umano».

La trasposizione teatrale curata da Giulia Solano per VivaVoce sviluppa la stratificazione linguistica dell’opera. La drammaturgia integra le tavole di Guasco, le strofe e le animazioni video. Il dispositivo scenico – una parete con finestra che funziona come teatrino, kamishibai monumentale e schermo artigianale – permette la coesistenza di piani narrativi differenti.

La recente prima teatrale al Nuovo di Pisa ha registrato un riscontro che attraversa le fasce d’età. «Nonostante sia un lavoro pensato per bambini in età elementari, in sala c’erano bimbi più piccoli e molti adulti coinvolti emotivamente», dichiara la regista. Il dato più significativo emerge dal confronto post-spettacolo con «tantissime domande su tematiche legate al mondo della bicicletta e sulla trama, ma anche sugli strumenti e meccanismi scenici utilizzati. È sintomo del fatto che lo spettacolo avvicina e incuriosisce i più piccoli all’arte teatrale».

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Un’idea di felicità raggiungibile

Pelliti definisce la bicicletta gialla «un’idea di felicità raggiungibile, a patto di riconoscerla come tale. Un’idea che l’infanzia ha molto più chiara ed evidente e che, progressivamente, l’età adulta dimentica o mistifica».

Il pubblico ha apprezzato l’idea di bicicletta che diventa strumento di una libertà essenziale, nelle parole di Pelliti «Pedalo e misuro il mondo con le mie forze».

Dal trauma biografico alla forma poetica, dalla collaborazione editoriale alla messinscena teatrale, la pièce costruisce un percorso che restituisce al pubblico – bambini e adulti insieme – la possibilità di riconoscere una forma di felicità concreta, fondata sulla dimensione umana del movimento e sul tempo necessario alla costruzione delle cose che desideriamo. Sul palco, Francesca Torelli impersona il risveglio della bicicletta con Paolo Croce babbo-meccanico che maneggia enormi chiavi inglesi. Hanno una freschezza lontana dalla velocità del web e per questo, forse, ci rendono felici.

Una felicità che risuona nella citazione di Antonella Bellutti (oro nella specialità bici su pista alle Olimpiadi di Atlanta 1996 e Sydney 2000) all’inaugurazione del museo ACDB proprio della città di Riccardo Guasco: «L’unica catena che ci rende liberi è quella della bicicletta».

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 5 febbraio 2026

Cade la terra e canta l’Azzurro per lo scacco alla camorra

Ogni tanto capita di imbattersi in luoghi abbandonati, così densi di suggestione e talmente ricchi di fascino che spesso è difficile non rimanerne incantati. Proprio in quanto abbandonato, il luogo in questione – paese, palazzo, parco, metteteci quello che volete purché ci sia quella patina da relitto – non ha il potere di attrarre nessun interesse economico. Solo emozioni. Rettifico, non dovrebbe avere, perché invece non è così e vorrei innescare il contraddittorio di questa nostra Italia che a volte procede a tre velocità, di cui una, ahimè, è una retromarcia.

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Partiamo da questa. Della camorra abbiamo sentito un po’ di tutto. Cinquanta sfumature di male non basterebbero a raccontare quanto questa piaga danneggia l’ambiente, oltre alla società. Vorrei portare all’attenzione di chi ancora non la conoscesse la vicenda della Reggia del Carditello, perché è un caso esemplare di luogo lasciato abbandonato dove l’abbandono è fine a se stesso e agli interessi locali. Di chi? Citofonare camorra. Brevemente: i Borbone costruiscono un idillio architettonico definita una piccola Versailles, la storia lo fa abbandonare, la camorra se ne impossessa, un ministro e una giornalista che prendono posizione contro la malavita e pro recupero sono minacciati in prima persona in pure stile da film: “Piantatela di parlare di Carditello o siete morti”. Non posso non sottoscrivere le parole di Gian Antonio Stella:

C’è una sola risposta che il governo può dare alle minacce contro Massimo Bray e Nadia Verdile, la cronista che da anni denuncia il degrado della reggia borbonica nella Terra dei Fuochi. Deve raddoppiare gli sforzi e gli investimenti e la presenza di agenti e carabinieri: la battaglia di Carditello va vinta. E la camorra deve uscirne umiliata. Ne va dell’onore dello Stato.

Aggiungo di mio che gente così va colpita con ogni strumento che la legge mette a disposizione, a partire da quella che queste bestie non sopportano: il diritto.

Ci sono poi altri strumenti, da marcia avanti veloce. Ne vorrei citare uno letterario e uno musicale. Chi meglio può aver trattato il tema dell’abbandono se non un’abbandonologa? La qualifica arriva da un bimbo che, domandando all’autrice Carmen Pellegrino di cosa si occupasse, si è sentito rispondere dalla stessa che lei si dedica alla (ri)scoperta dei luoghi abbandonati. L’abbandonologa ha adesso pubblicato un libro. Cade la Terra è la sua opera prima ed è davvero un bell’esordio.

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Potete trovare in rete qualche anticipazione, ma solo perdendovi in Alento, paese in abbandono, potrete respirare quella patina così forte che fa tanto Italia dell’entroterra. Il book trailer è davvero toccante. Per quanto mi riguarda un piccolo film da mandare ai concorsi.  Qualcuno dice che c’è molto sud nelle parole dell’autrice campana, ma non sono d’accordo. Per esperienza, potrei dirvi che ho trovato molta provincia dispersa, dalle valli alpine al tavoliere pugliese, passando per una dorsale appenninica che trova degli appunti lirici che la Pellegrino coglie e amplifica benissimo. A partire dalla scelta della protagonista Estella, una ex suora. La storia è narrata a più voci. Sono fantasmi o persone reali? A voi scoprirlo. Di concreto ci sono i magnifici piani fotografici sul paesaggio. C’è il taglio dei particolari.

Mi voltai e subito, solitario, mi apparve l’olmo le cui foglie, benché si fosse in inverno, erano tutte intatte. Sembrava un monumento, simile tanto a una grossa statua di cui però non aveva l’immobilità. Mi parve infatti che fosse diverso dalla sua fama, che non avesse nulla di letargico, nulla degli alberi che per anni non si muovono, o lo fanno poco, a dirla grande. L’olmo, conclusi, era del tipo fracassone, lievemente avvinazzato, con le radici che sembravano sfuggire dal suolo con una ramificazione randagia che andava dove ce ne era bisogno, caduta la terra, cadute le stelle…. Questo grande albero dal sonno insonne, questo generoso fracassone dall’odore povero credeva nella gioia di darsi, come fa il frutto che cade, felice com’è di farlo, perché solo ciò che non si dà muore

E poi ci sono gli scorci delle vedute d’insieme.

Dovrò dirglielo che la prossima casa a crollare sarà la sua, che ci resterà sotto se non viene via. Ma sarà inutile perché lascerà quel fosso tanto abilmente guarnito di nebbie, con tutte le erbe e le paludi. Da qui, il paese morto sembra oscillare nella sua massa convessa, come una nave nel mezzo della tempesta, e dalla poppa non si vede la prua. Il fogliame che fino a ieri pendeva lasco dagli alberi oggi ha piombato la strada. I pipistrelli riappaiono veloci, corrono di qua e di là e si suicidano contro le rovine. Succede sempre così quando viene novembre: da un momento all’altro sopraggiunge la notte e non si vede più niente. In quel buio so che c’è lei e ci sono loro

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Carmen fa un’ottima regia sul paesaggio, proponendoci i fotogrammi di una storia densa di poesia che probabilmente ambienterete in luoghi che il vostro cuore ha ben presente.

C’è anche chi si sta occupando di luoghi abbandonati a tempo di musica. Il Libero Coro Bonamici di Pisa è uno dei cori vocal pop più premiati della Penisola. La film maker Francesca Carrera, con la direttrice Ilaria Bellucci, i suoi coristi e qualche volontario, hanno scelto luoghi dimenticati in Toscana – tra tutti: il Teatro Rossi a Pisa e il borgo fantasma di Toiano nel comune di Palaia – per ambientare il loro prossimo video. Hanno scelto Azzurro di Celentano e si sono lanciati in un crowdfunding per finanziarsi e riuscire così a raccontare questi posti (anche) con la melodia. Ve la sentite di fare una piccola scommessa? Mettiamola così: pochi euro per portare alla ribalta luoghi fuori dal comune e toglierli dal dimenticatoio a suon di musica.

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Notizie, storie, melodie. Cose che nessun camorrista capirà mai.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Mi piace il Lego, da oggi anche di più con Greenpeace e contro Shell

Lego, Shell, Greenpeace e un filmato avvincente pur nella sua brevità dimostrano che le petizioni servono. Ricordate la campagna di Greenpeace sulle trivellazioni della Shell nell’Artico? Lego ha ufficialmente deciso di non procedere alla pluriennale collaborazione col colosso petrolifero.

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A chi dovesse storcere il naso sull’ennesimo ecointegralismo, ricordo che le navi Shell si sono spinte talmente sottocosta da provocare già due inchieste. A prescindere dalle dichiarazioni e dalle indagini, bastano le immagini. Nel 2012 la Noble Discover si è quasi arenata fuori dal porto. Pochi mesi più tardi la piattaforma Kulluk è andata a finire sugli scogli dell’isola di Kodiak mentre, pare, la stavano facendo navigare alla svelta fuori dalle acque territoriali per motivi poco chiari.

Nessuno è così illuso da credere di poter puntare al 100% di rinnovabili a breve termine. Un minimo di ricerca di materie prime di origine fossile ci è dunque ancora indispensabile. Esattamente indispensabile come il senso di responsabilità per tutte le precauzioni perché nessuna Kulluk o Noble discover finiscano a combinare il disastro che per ora si è evitato. Quello spot della Lego è stato davvero a un passo dalla realtà. Il gioco ha aiutato a far capire che la Terra non può essere in gioco.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Sono tornati i prati dopo il sangue della guerra

 

In occasione della ricorrenza della prima guerra mondiale, ho deciso di non perdermi i due film italiani della stagione dedicati all’argomento. Confesso di essere andato alle anteprime con l’occhio un po’ critico del documentarista e con l’aggravante del forte interesse per l’argomento. Torneranno i prati di Ermanno Olmi e Fango e gloria di Leonardo Tiberi mi hanno a loro modo coinvolto. Il forte denominatore comune delle atmosfere rese non si stempera nella forza evocativa delle due pellicole.

Olmi trasporta con la bella fotografia nei silenzi della montagna. C’è molto Deserto dei tartari di Buzzati nella storia di una notte interamente ambientata in una trincea sospesa nel paesaggio argentato dalla luna. Quando la quiete è interrotta da un pesantissimo bombardamento, la pace della montagna sprofonda irrimediabilmente nel dosso dove il sogno di un soldato mostra un larice diventare d’oro e poi bruciare con le vite di molti militi. Manca una storia, ma forse Olmi voleva esattamente questo per intrecciare il non-senso di una guerra che porta in contatto gli uomini senza venire a capo di nulla. Qualche lacuna sui dialoghi è compensata da particolari struggenti come il soldato che bacia il tozzo di pane, l’uomo che canta sulla cima del dosso e la marcia del plotone in ritirata nella neve. Massimo rispetto per il maestro che ha seguito tutte le riprese sfidando il gelo sul set e che chiude con la citazione del padre.

Tiberi la storia invece ce l’ha e la racconta in modo originale. Narrazione in prima persona, intercalarsi frequente di immagini d’epoca colorate allo scopo di avvicinare il pubblico, passaggi intensi dalla zona di fronte a quella delle retrovie dove l’attesa di una notizia dei propri cari era forse ancora più pesante che l’attacco imminente dalla trincea.

Se per il maestro Olmi era abbastanza scontato il traguardo della produzione grazie al suo nome, a Tiberi non si prospettava vita facile. Anche grazie al Banco Desio, è comunque riuscito a creare qualcosa che si avvicina all’esperimento (riuscito) del documentario rafforzato da una linea di fiction. O, se preferite, il viceversa di una storia arricchita dal valore documentario che racconta anche la storia del Milite ignoto. A ognuno la scelta. Ogni occasione è buona per ricordare e il cinema riesce qui a svolgere il suo ottimo servizio, convinto più che mai che andrebbe portato sempre più spesso anche nelle scuole per raccontare con poche immagini quel che tante parole spesso non rendono. Nell’era virtuale, la memoria passa ancora da qui.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

La casa del futuro passa dalle Canarie

Alle Canarie c’è un luogo dove ecologia, vacanza e ricerca si fondono in una realtà che non ha uguali al mondo. Non è un’affermazione da depliant pubblicitario. La storia: qualche anno fa il Cabildo Insular di Tenerife (il governo locale) decide di bandire un concorso per la casa ecologica ideale. Partecipano 400 studi e i 24 progetti finalisti sono effettivamente realizzati in una conca rocciosa nella porzione meridionale dell’isola. Se inizialmente si pensa di mettere le case a disposizione del personale del vicino Istituto Tecnologico di Energia Rinnovabile (ITER), col tempo alcune delle residenze vengono aperte al pubblico e la gente, principalmente dal nord Europa, inizia a scegliere questo villaggio per trascorrerci le vacanze.  

Casas iter di TenerifeNon è un ambiente che capita di vedere spesso, immaginate la prateria costiera come una conca di origine vulcanica, circondata da generatori eolici e affacciata sulla deliziosa spiaggetta di sabbia a ridosso della Riserva naturale della Montaña Pelada. Soprattutto immaginate di vedere, sparse qua e là nella vegetazione, 24 costruzioni completamente diverse tra loro a condividere l’ispirazione bioclimatica del loro progetto. A ognuno dei tecnici era stato richiesto infatti di adattare la casa al principio per cui terreno, agenti atmosferici, orientamento della costruzione, vegetazione e materiali concorressero al miglior comfort termico senza intervento di energia esterna. Al consumo di energia per luce ed elettrodomestici si è provveduto attingendo a due risorse di cui le Canarie abbondano, sole e vento. Casa iter di Tenerife

I progetti sono molto originali e per conformazione e distribuzione degli spazi è un po’ come essere in un museo a cielo aperto. Nella casa che mi ha ospitato, la Bernuolli, avevo a disposizione due piani circondati da un portico che mitigava la calura esterna, con i soffitti realizzati in modo da sfruttare i moti convettivi naturali per avere una temperatura ideale, che potevo monitorare e modificare dal televisore. Miren, che mi ha accompagnato a scoprire le altre case, mi ha spiegato che ogni edificio ha delle peculiarità.

A Tenerife esistono decine di microclimi diversi e nel villaggio ITER non c’è la “casa perfetta” in assoluto. Non è detto che l’edificio particolarmente efficiente qui al livello del mare lo sia anche 1000 metri più sopra. Noi abbiamo finanziato queste costruzioni per dimostrare che alle diverse condizioni climatiche si possono adattare altrettante soluzioni architettoniche perseguendo il risultato delle zero emissioni di CO2 per la climatizzazione degli edifici.


Tenuto conto che Tenerife è estesa come un quarto della Corsica e, con una variazione altimetrica di oltre 3700 metri, è praticamente un vulcano in mezzo al mare, ci hanno appena detto che i progetti delle case ITER sono applicabili a buona parte del pianeta. Le pendici del Teide, il cratere più alto dell’isola che è anche il punto più elevato di Spagna, riescono effettivamente a offrire una varietà di climi che spaziano dal deserto alle spiagge, passando per le foreste di conifere, le vigne, i cunicoli sotterranei scavati dai fiumi di lava. Tutte queste realtà sono visitabili concedendo al viaggiatore la sensazione di essere su un piccolo continente. Perfino l’escursione nel vulcano  riesce a dare suggestioni “marziane”, il test del Rover NASA che sta girando sul pianeta rosso è stato fatto proprio qui. Personalmente, ammetto che essere a Tenerife è un po’ come atterrare in un racconto di fantascienza. Non mi sento attratto alle grandi spiagge del sud, più affini ai ‘turistifici’ di massa, ma posso garantire a chiunque volesse approdare qui e starci una settimana che vivrebbe sette giorni ognuno diverso dagli altri. Per visitare tutta l’isola disponendo di pochi giorni, il mezzo ideale è l’auto, noleggiabile in molti dei centri abitati. Gli autobus di linea sarebbero più ecologici ma servirebbe più tempo. 

Se il villaggio ITER è una opportunità per aggiungere qualcosa di diverso alla vacanza, c’è anche un’altra sorpresa. Gli edifici sparsi nella brughiera dove lo sciabordio delle onde si mescola con il fruscio delle pale dei generatori eolici, hanno quotazioni molto interessanti. La Casa Estrella, una stella in pietra lavica con una grande cucina e 4 stanze protette dagli arbusti di rosmarino, ospita sei persone da 180 euro al giorno. Ci hanno sempre abituato che per il “bio” e “l’eco” dovevamo pagare un po’ di più, ma non  bastassero vulcani, foreste secolari e ottimi vini,  la Tenerife che ho vissuto riesce a stupire anche in questo.

Aggiungo 4 eco raccomandazioni per vivere una Tenerife che non tutti conoscono. Non perdetevi una camminata nel Parco nazionale del Teide, fatevi accompagnare ad ascoltare il silenzio nei canali sotterranei formati dalla lava alla Cueva del Viento, rendete omaggio all’albero monumentale El Drago, perdetevi in un trek urbano tra i vicoli cinquecenteschi dell’antica capitale La Laguna. Alla fine dell’esperienza potreste scoprire che in mezzo all’oceano si sta davvero bene.

Social Street, che bello salutarsi in città

Social Street compie un anno e a Bologna, Milano, reggio Calabria e Palermo, solo cper citare alcune città è tempo di bilanci. L’occasione dell’internet festival di Pisa è il momento per ascoltare come il fenomeno si sia diffuso dalle sue origini fino ad arrivare ad essere un fenomeno di ecologia urbana. Social Street è innazittutto un social di ritorno. Per chi crede che facebook sia l’anticamera della solitudine, Social Street è la smentita. Ci si incontra su fb, ma poi ci si vede anche perchè ci si scopre vicini. Milano è la seconda città per Social Street dopo Bologna, l’ultima aggiunta è Reggio Calabria, ma nella lista ci sono anche piccoli paesi a conferma che non c’è più distinzione tra grande città e centro minore. A Palermo diventa l’occasione per rompere schemi consolidati.
Forse c’è una Social Street anche vicino a te
La forza delle Social Street è quella di nascere dal basso, non c’è competizione tra le vie ma grandissima libertà e socialitá a costo zero. Si aiutano a recuperare beni, si trasforma un parcheggio abusivo in area pedonale, si fa in modo che perfino l’amministrazione si rende conto del vivere comune senza esprimere una direzione. Pierluigi, ricercatore chimico in pensione della storica via Fondazza bolognese da cui è partita la scintilla, racconta della signora che da Trieste esprime il desiderio di tornare nella sua Bologna e i cittadini si attivano per aiutarla a trovare casa.
Qualcuno chiede, qualcuno offre, senza regolazioni economiche, solo il sapere che ci sia qualcuno che magari ti nutre il gatto se sei via è un aiuto. Non servono milioni di investimento ma un sistema protetto dove non ci sono amministrazioni o movimenti politici a cui rendere conto. E’ dunque l’affermazione che la città appartiene ai cittadini e non alla pubblica amministrazione. L’obbiettivo primario è creare socialità e se fallisce questo non è più Social Street. Poi possono esserci altri obbiettivi secondari come organizzare mostre, eventi, recuperi, ma non vogliamo perdere la concentrazione sulla socialità
Un fenomeno di questo tipo è molto simile al vecchio sistema che nei paesi era vicino all’assistenza sociale, quella positiva che non solo vigilava ma era anche un aiuto a vivere. Ed è curioso che proprio ora, nell’era dei social virtuali, ci sia un ritorno. Federico Bastiani, ideatore di Social Street, spiega la ragione dell’interesse dei sociologi al fenomeno.
Nell’implementare Social street volutamente non abbiamo creato una struttura che stabilisse regole ferree, non abbiamo registrato loghi, non abbiamo sposato i classici meccanismi che guidano la nostra economia basati sul do ut des, abbiamo tenuto fuori l’economia e la politica per preservare l’obiettivo originale del progetto, ricostruire la socialità nelle città, a costo zero. Un messaggio semplice dal forte impatto sociale, la potenza del saluto, di un abbraccio fra vicini di casa, la potenza del dono… non sono misurabili in un “bilancio” perché sono relazioni, sono capitale sociale impagabile. Da questa “banalità” del messaggio sta scaturendo un’energia ed una forza che a detta dei sociologici, non ha precedenti e per questo siamo oggetto di studio. Non è un caso che attualmente abbiamo diciotto tesi di laurea differenti che studiano il modello Social street fra sociologici, antropologi, psicologi della comunità, economisti.
Sembra insomma un progetto che di positivo non ha solo il fatto che forse si ritrova l’interesse a sapere cosa puoi fare per il tuo vicino, ma anche l’idea che si crei una responsabilità comune. La strada dove abito è anche mia, se tengo in ordine la casa dove abito, perché non dovrei fare altrettanto con l’ambiente fuori della porta? Vale per la pulizia, l’ordine, la cortesia tra le persone. Chiamateli pure sognatori, se vi va, ma nella vita alcuni sogni, se ci si crede fortemente, sono raggiungibili.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Fatti una stazione

Le ferrovie dimenticate sono occasione di gite in bici e a piedi. Specialmente quelle meno importanti, corrono a volte in posti selvaggi dove il paesaggio è praticamente incontaminato e spesso legato a nomi dalla forte attrattività turistica. Tra le prime che mi vengono in mente penso al tratto Sestri Levante – La Spezia (Cinque Terre), alla provincia di Lecce (Salento), al tratto Siena – Grosseto (parco della val d’Orcia), alla dorsale appenninica in quel meraviglioso mondo rurale tra Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria.
Molte volte, pedalando lungo questi selciati, mi sono lasciato trascinare dal sogno di recuperare uno di questi caselli e farne qualcosa di produttivo. Qualcuno ci ha pensato, proponendo ad esempio stazioni di sosta per biciclette o creando la sede di una piccola onlus come è successo nella stazione di Ronciglione. In Liguria, solo per fare un esempio avvicinabile da tutti, consiglio a chi fosse curioso di saperne di più sultratto tra Levanto e Bonassola. Il percorso pianeggiante che passa sul vecchio tracciato dismesso è pedalabile, pattinabile o camminabile dodici mesi l’anno. Ogni finestra nella roccia delle gallerie è un quadro. Ogni spazio tra i tunnel un’oasi per tuffarsi o fare un bagno di sole. Nel passaggio principale hanno perfino organizzato una galleria d’arte.
 
In tutta la penisola, le ferrovie stanno effettivamente dismettendo alcuni loro edifici e chi cerca qualche idea per lanciarsi nel turismo sostenibile dovrebbe leggere la pagina dedicata. Cito il passaggio chiave:
Fanno parte del Patrimonio FS anche 3.000 km di linee ferroviarie dismesse, di cui 325 km sono stati destinati a greenways: piste ciclabili e percorsi verdi accessibili a tutti, riservati alla mobilità dolce. Il Gruppo vuole infatti definire un Piano Nazionale di Greenways, seguendo l’esempio di altre nazioni europee, come la Spagna, con il coinvolgimento delle Istituzioni, in particolare del Ministero dell’Ambiente, delle Regioni, degli Enti Locali e delle principali Associazioni ambientaliste.
Responsabili di associazioni, volontari, appassionati del pedale e del plein air, è il momento di dimostrare che la creatività ha mille sfaccettature, anche sul verde.
Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Legno vecchio e poesie di mare

Le vele d’epoca degli yacht 15 metri stazza internazionale in una sera d’autunno a Portofino. La montagna rinfresca l’aria tra le case che non perdono i colori, semmai li fondono con le ombre che scendono dal bosco vicino. Le barche in porto sono allineate all’ormeggio con la prua verso il mare aperto. Le luci sui loro alberi sostituiscono le stelle nel cielo plumbeo. Le sartie si stiracchiano e il legno degli scafi respira, sono le voci di queste signore del mare che stanno raccontandosi le imprese della loro vita. Sono solo a passeggiare sul molo e origlio. 


Ne hanno di esperienze da raccontare. La più anziana, Mariska, è del 1908. Non posso non pensare a questi 106 anni che hanno visto il secolo più travagliato dell’uomo, lo stesso in cui mani sapienti hanno creato e mantenuto uno scafo che sembra la forma lignea dell’onda perfetta. Curioso no? La stessa mano che distrugge e crea.

Una targa al suo interno elenca i nomi dei suoi proprietari, ma quello attuale non vuole definirsi tale. “L’ho solo in consegna prima di passarla al prossimo che la condurrà per mare”, ha raccontato a cena. È il principio della sostenibilità, mantenere non per consumare ma per permettere a chi viene dopo di beneficiarne. Di una barca, del vento, della Terra. Così quando mi invitano a bordo e appoggio i piedi nudi sul ponte in teak avverto sotto di me il mare, il fondale, Gaia.
Tra le persone che hanno vissuto con Mariska anche un pianista. Ne aveva fatto la propria casa e le foto in bianco e nero ritraggono un uomo felice in tutto quel legno. Se mi metto a guardare le insegne degli altri gioielli galleggianti non posso non notare simboli di altri uomini meno anonimi, la corona del Re di Spagna e i colori dei principi Ranieri. Leggo le storie e trovo anche i nomi degli Agnelli, dei Rothschild e di un pezzo di Europa.


Poi, col giorno, le belle signore prendono il largo. Sanno di essere uniche al mondo ma salpano con calma. Poi in mare aperto corrono e sembra che la fatica non le riguardi. Stanno gareggiando sullo sfondo del parco che divide il Golfo di Genova dal Tigullio. Il Portofino Rolex Trophy è la manifestazione che lo Yacht Club Italiano, con la maison orologiera, dedica alle barche che hanno fatto la storia dello yachting mondiale. Sfilano con gli scafi affusolati e 400 metri di vele spiegate a raccogliere la più flebile delle brezze.


Le quattro “sorelle centenarie” Mariska, Hispania, Tuiga e The Lady Anne appartengono alla famiglia dei 15 metri stazza internazionale e sono accompagnate dalle cugine minori, 12 metri. Tutte ingaggiano un duello dove non scorrerà sangue. È la loro specialità. Le signore son abituate a sfidarsi in mare, salvo poi affiancarsi in porto. E ne sono passati di porti attorno ai loro alberi maestosi. 


La storia che le riguarda è cominciata nel 1908 quando il re Alfonso XIII di Spagna commissiona all’architetto navale William Fife uno yacht di quella che era la classe più all’avanguardia dell’epoca: nasce così Hispania II, varata nel 1909. La barca partecipa a numerose regate e trova un’agguerrita avversaria nella velocissima Mariska. Nel 1909 un amico del re diventa il suo primo e più competitivo rivale. Luis Fernández de Córdoba y Salabert, dodicesimo duca di Medinaceli, si fece costruire Tuiga, dandole il nome swahili delle giraffe per ricordare la sua passione per l’animale che svetta nella savana come il suo scafo svetta sul mare. La leggenda narra che a volte, durante le regate, il duca lascasse le vele per rallentare e lasciar primeggiare il suo sovrano. Quando si dice stile.


La regata è finita, tutte rientrano in porto e i colpi di cannone celebrano la vincitrice. Una Portofino molto diversa dal turistificio dei giorni di punta le abbraccia. Guardo le barche abituate a farsi ammirare e mi convinco ancora una volta che la vera eleganza non abbia età. Ma c’è qualcosa in più. Questi legni da 100 anni assecondano il vento. La scia bianca che lasciano dura solo un attimo prima che il mare la richiuda alla loro poppa. Si muovono senza tracce del proprio passaggio. Una bella lezione vecchia di un secolo ma tanto attuale.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.