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Da Madrid alle Asturie, lezioni di sostenibilità dalla Spagna

La sala è al buio, le pareti respirano. Radici che si allungano come vene, cellule che si aprono e si richiudono, una farfalla spiega le ali e pare di sentirne l’aria mossa, il muso di un felino occupa per intero la parete di fondo. Somos naturaleza, al CaixaForum di Madrid fino al 7 marzo 2027, è un percorso audiovisivo immersivo di settanta minuti prodotto da OASIS Immersive Studios con la National Geographic Society: tre ambienti, proiezioni e suono avvolgente costruiti intorno alla tesi che la cura della biodiversità sia una faccenda collettiva, fatta della somma dei gesti individuali.
Il CaixaForum occupa una centrale elettrica di fine Ottocento, adattata da Herzog & de Meuron sul paseo del Prado. Si passeggia nel cuore della capitale al suono della cascata che bagna il piano basamentale e isola dal rumore del traffico, mentre sul muro cieco accanto all’ingresso Patrick Blanc ha appeso il giardino verticale diventato la facciata più fotografata dell’isolato. È la natura che entra in città in verticale, mentre a pochi metri scorrono quattro corsie e, appena oltre, c’è una delle più grandi collezioni d’arte al mondo.
Resta la domanda che le suggestioni dei filmati delle sale pongono: dove quelle immagini diventano luoghi veri?

La costa che si consuma

Cinquecento chilometri più a nord, la risposta prende la forma di una linea di sabbia. A Barayo, riserva naturale tra Navia e Valdés, l’estuario e le dune restano quasi vuoti perfino ad agosto, perché ci si arriva soltanto a piedi e il sentiero seleziona il pubblico. Poco più a est, lungo il paesaggio protetto della costa orientale asturiana, i bufones di Pría sparano getti d’acqua quando la mareggiata comprime l’aria dentro il calcare. Per effetto della salsedine, sopra la falesia la prateria arretra di qualche centimetro l’anno.
Quanto sia sottile questa linea si è visto nel gennaio 2024, quando i pellet di plastica arrivarono fin qui: ventisei tonnellate uscite da un container perso l’8 dicembre precedente dal cargo Toconao al largo di Viana do Castelo, prima sulle spiagge galiziane e poi su quelle asturiane, raccolte dai volontari che restituirono un luogo pulito.
Le chiesette che punteggiano questo tratto di costa testimoniano la sostenibilità dimostrando come si possa andare oltre le nostre singole vite. San Antolín de Bedón sta a duecento metri dalla spiaggia, l’arenaria dei muri mangiata dal salino, l’abside voltata verso l’interno. La Ermita de la Regalina, a Cadavedo, occupa un promontorio sull’oceano e ha poco meno di un secolo. Il preromanico asturiano — Santa María del Naranco sopra Oviedo, San Salvador de Valdediós consacrato nell’893, per fare da esempi — dura da dodici secoli perché costruito con pietra di cava locale, con pendenze e orientamenti calcolati per un clima piovoso.

Trecento bandiere

Novecento chilometri a sud, in provincia di Málaga, la parola inclusività ha assunto una forma concreta. Villanueva de Algaidas, quattromila abitanti in un mare di uliveti, è nata intorno a un convento francescano — Nuestra Señora de la Consolación, fondato dal primo duca di Osuna — e a due eremi rupestri mozarabici scavati nell’arenaria tra IX e X secolo. Ma nel giugno 2020 il paese è finito sui giornali nazionali per una ragione completamente diversa: il sindaco José Antonio Cívico ritirò dal balcone del municipio la bandiera arcobaleno, in applicazione di una sentenza del Tribunale supremo sui vessilli privi di carattere ufficiale esposti negli edifici pubblici. La risposta arrivò dalle case: circa trecento bandiere apparvero ai balconi e alle finestre, in tutte le frazioni. La legittimità istituzionale era stata rispettata alla lettera, ma la comunità ha risposto sull’unico piano che le restava, quello delle proprie finestre, dimostrando che un mondo rispettoso è possibile.

Mulini e zafferano

Il cerro Calderico, sopra Consuegra, è la schiena di un gigantesco animale accasciato sulla piana di Castiglia-La Mancia. Il sole basso all’orizzonte allunga le ombre tra i mulini in fila e il castello dei cavalieri ospitalieri. Ci si trova immersi nel silenzio tra i giganti di Cervantes. Sotto, la campagna trasmette l’idea di operosità secolare. Qui si producono vino e zafferano in un’economia agricola retta da ritmi ancestrali. Gli stimmi più preziosi del mondo si raccolgono all’alba di ottobre, la monda si fa a mano, fiore per fiore. Un prodotto che reggerà finché ci sarà la manodopera, in una regione che perde abitanti da decenni. La letteratura aveva fissato l’immagine di questa pianura ben prima che qualcuno la chiamasse paesaggio.
Un paesaggio che dura finché qualcuno continua a lavorarlo pone una domanda antica: chi ha titolo su una terra, e in nome di che cosa. In Spagna quella domanda ha una data e un luogo. Nel De indis del 1539, dalle aule di Salamanca — la più antica università spagnola, fondata nel 1218 — il domenicano Francisco de Vitoria argomentò per la prima volta con rigore giuridico il riconoscimento della sovranità e della dignità politica delle popolazioni indigene: la scoperta geografica, da sola, restava priva di valore come titolo di dominio.
Da lì passa, per una linea lunga e discontinua, l’idea che i diritti riguardino tutti. Estenderla a chi verrà dopo di noi è, in fondo, la definizione operativa di sostenibilità. Ambientale, sociale, economica.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 3 settembre 2026

A piedi nudi nel bosco e mille metri dentro la montagna

Alois Steger si toglie gli scarponi dove il sentiero si inerpica fra gli alberi e attende che io faccia lo stesso. Sotto i larici il terreno è soffice e cede al mio peso. La pianta del piede sente le radici della foresta, il muschio è ancora umido dalla notte.

Alois conosce le leggende della Valle Aurina come le sue tasche perché le disegna e le racconta. È un artista e poeta, tra gli alberi e di fronte alla cascata, dice che certe storie si capiscono meglio senza suole che ci separano dalla terra. Cammina narrando di santi citati dagli archivi parrocchiali e di creature che si animano nelle lunghe notti d’inverno davanti al focolare. «Respirare è la prima cosa che facciamo e l’ultima che impariamo», dice. Mentre il piede nudo obbliga a rallentare, il respiro si allunga e le storie iniziano a materializzarsi. Una roccia concava è la tana dei folletti, una cappellina è la casa montana del santo protettore. E via così.

Il maso

Arriviamo al Platterhof. La casa è poggiata su un prato a monte di San Giovanni. Erika e Hans Hofer gestiscono il focolare coi suoi quattrocentocinquanta anni di fumo. In estate, però, si mangia fuori, all’altezza delle cime degli alberi. Dopo due ore a piedi scalzi, sedersi produce l’effetto curioso per cui la pianta continua a mandare segnali per un pezzo, come una linea rimasta aperta. Arrivano i taglieri. C’è anche il Graukäse, il formaggio grigio. Lo si trova in tutto l’Alto Adige, ma nasce qui, in questa valle, da latte scremato acidificato. Ne deriva un prodotto quasi privo di grassi, con una quota proteica alta che la nutrizione sportiva valorizza. A settembre l’area vacanze Valle Aurina, che comprende i comuni di Campo Tures, Valle Aurina e Predoi, gli dedica le Giornate del Graukäse.

L’ascolto

Appena un cambio di versante e trovo Angelika Kirchler. La sua è una bellezza che supera il tempo. Ha la classe di una Bond Girl, ma per l’armonia che trasmette potrebbe anche essere una delle Madonne delle cappelle votive. Mi accompagna alla scoperta dei sensi invitandomi a seguirla nella baita del padre. Prima il silenzio della salita. Poi l’ascolto, una sorgente alla volta: le foglie, gli uccelli, il vento fra i rami. Quindi gli esercizi. L’abbraccio degli alberi, la carezza delle cortecce, gli occhi chiusi con le braccia spalancate. L’unica regola che conta davvero è che l’espirazione duri il doppio dell’inspirazione, perché il rilassamento si attiva in uscita.

La baita è fatta di tronchi che il bosco ha ceduto. Il torrente che la sfiora scende dalle vedrette. La sua acqua ha una temperatura appena superiore ai dieci gradi ma è un invito a immergersi. Il diaframma si contrae per riflesso e il respiro diventa per qualche secondo ingovernabile. Poi si riprende il controllo. Il recupero è il cuore dell’esercizio. Si pranza coi canederli preparati da lei. Suo padre sale qui in alpeggio e la stanza è piena dei suoi attrezzi, appesi dove li ha lasciati: falci, binocolo, coltelli, il cappello. A una parete, una preghiera. La finestra inquadra la valle e lo scorcio dove questa finisce.

Il trenino

È da lì che scorgo l’ultima tappa. Predoi è il comune più a nord d’Italia. Sofia Steger mi accompagna al trenino che entra in galleria. Fuori il calendario dice che è agosto, ma dentro si entra in un tempo indefinito, dove la temperatura si attesta fra gli 8 e i 10 gradi tutto l’anno. L’umidità sfiora l’89%. Nell’aria mancano pollini, polveri e allergeni: la roccia li ha filtrati per conto suo, senza impianti né manutenzione. A 1.100 metri dentro la montagna, dove per secoli si è estratto rame, ha sede il Centro Climatico. Il silenzio è di un tipo introvabile in superficie. Senza fondo, senza correnti d’aria, senza il rumore residuo che nei boschi resta comunque. Chi decide di beneficiarne resta seduto o sdraiato sotto le coperte per quasi un’ora, con luci soffuse e ombre colorate. A luglio uno studio pubblicato su Scientific Reports ha rilevato un aumento della forza dei muscoli respiratori in tutti i gruppi di pazienti coinvolti: 208 in totale, con asma, BPCO e Long Covid, seguiti in nove centri fra Germania, Austria e Italia. Predoi era uno di questi. Gli alveoli, qui, lavorano in condizioni che all’aperto si verificano raramente. Dove il bosco lascia il posto al buio, la montagna continua a fare il suo mestiere con altri mezzi.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 6 agosto 2026

Chi vuole la testa del lupo

Michele Serra ha raccontato la morte del suo cane Osso, segugio di sette anni, sbranato da un branco di lupi a duecento metri dalla casa di Val Tidone, sull’Appennino piacentino. Il dolore privato si è subito fatto questione pubblica. La ferita di Serra merita rispetto, anche nell’ammirabile lucidità che ha mantenuto. «Qualcosa va fatto, e velocemente, se si vuole che la convivenza tra uomo e lupo resti possibile», ha scritto, chiedendo alle autorità di stabilire fino a quanti esemplari un territorio possa reggere. Negli stessi giorni, in provincia di Pisa, a poche centinaia di chilometri di distanza, due teste di lupo mozzate sono comparse appese a cartelli sulle strade. Il WWF ha parlato di «gesto di inaudita gravità e crudeltà», di un «atto intimidatorio» che, oltre al bracconaggio, segnala un clima crescente di ostilità verso la specie.

I due episodi raccontano lo stesso paese da angolature opposte: l’abitante delle aree meno antropizzate che chiede numeri, il bracconiere che li riduce in proprio. Tra l’uno e l’altro corre un filo di equivoci.

Quanti sono, davvero

I lupi italiani, protetti dagli anni Settanta, sono passati da poche centinaia a circa 3.300 esemplari censiti dall’Ispra. Il dato impressiona se letto come crescita lineare, ma perde drammaticità se si ricorda che, prima delle stragi otto-novecentesche, in Italia se ne contavano ventimila, senza che si registrassero aggressioni deliberate a esseri umani. Le popolazioni animali, peraltro, non crescono indefinitamente: seguono una curva logistica, accelerano e poi si appiattiscono quando l’ambiente smette di concedere spazio. Il lupo oggi avanza perché trova boschi tornati dopo l’abbandono dei terreni marginali, prede in abbondanza (cinghiali, caprioli, cervi) e tutela giuridica. Occupa, in altre parole, la nicchia che gli viene lasciata.

La contabilità delle predazioni

Sul versante zootecnico il dibattito si nutre di numeri ricorrenti e raramente verificati. Le stime su scala europea collocano la predazione da fauna selvatica sul bestiame allevato attorno a quote minime, residuali rispetto a malattie, parti difficili e abbandoni. A questo si aggiunge la possibilità di indennizzo per il capo perduto e l’efficacia provata delle misure di prevenzione come recinti elettrificati, cani da guardiania con collare antilupo, presenza del pastore al pascolo. Dove applicate insieme, abbattono le predazioni dell’ottanta per cento. Una quota residua di attacchi attribuiti al lupo, infine, è opera di cani inselvatichiti, spesso ex cani da caccia abbandonati: distinguere richiede analisi genetiche che non sempre vengono fatte.

Una funzione ecologica

Il lupo non è solo un problema da contenere: è una funzione. Tiene sotto controllo gli ungulati per pressione di presenza, prima che per predazione effettiva, alleggerendo il carico su colture, boschi giovani e incidenti stradali. L’esperienza di Yellowstone, da decenni studiata, ha mostrato come il ritorno dei lupi abbia innescato una cascata trofica che ha ridotto gli erbivori, restituito vegetazione alle rive dei corsi d’acqua, stabilizzato gli argini, favorito il ritorno di pesci, anfibi, uccelli. Le proporzioni italiane sono diverse, ma la direzione è la stessa: in un Appennino sovraffollato di cinghiali, ridurre i lupi significa scaricare il problema sull’agricoltura e sul dissesto idrogeologico.

Su questo punto il divulgatore Mario Tozzi è netto: «Ridurre i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie eletta sul quale nessun vivente può issarsi».

Lo specchio della società

Resta il nodo culturale, ed è il più resistente. Il lupo che entra nel discorso pubblico raramente è un animale, è la proiezione di una paura. Il biologo statunitense Carl Safina, che li ha studiati a lungo a Yellowstone, ha mostrato come quei branchi siano in realtà famiglie nucleari, con personalità individuali, legami forti e un repertorio emotivo che comprende l’attaccamento, il lutto, la rabbia. Animali che vivono una vita dura, percorrono lunghe distanze, affrontano il freddo estremo e incarnano una libertà che è l’essenza stessa della natura non addomesticata. Quando entrano nel nostro immaginario, però, diventano altro: una metafora del selvaggio, una banda fuorilegge che non rispetta confini né proprietà. Da qui la reazione viscerale, simile a quella che si riserva a un’incursione nemica.

A questa cornice culturale prova a rispondere, sul piano educativo, l’Università di Pisa, che da anni propone alle scuole il laboratorio Cane o lupo? Il racconto delle origini, dedicato alla domesticazione e al rapporto evolutivo tra le due specie, e ha pubblicato di recente con ETS Cappuccetto Rosso e il Lupo: la vera storia, a cura di Valentina Diara e Alessandra Coli, prefazione di Elisabetta Palagi: una riscrittura della fiaba in chiave scientifica, pensata per restituire ai bambini un lupo che non sia il mostro del bosco ma un animale sociale, intelligente, parte dell’ecosistema. Un lavoro paziente di decostruzione dell’archetipo, che procede in direzione contraria al gesto di chi appende una testa mozzata a un cavalcavia a poche decine di chilometri dalle stesse aule.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 11 maggio 2026

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Alcune storie sono più coinvolgenti di altre perché hanno risvolti autobiografici e affondano nei ricordi d’infanzia. Lo scrittore Matteo Pelliti aveva quattro anni quando ricevette in regalo dal padre una bicicletta-rottame raccolta da un robivecchi con la promessa di un restauro. «Allora non ero in grado di comprendere quanto amore vi fosse in quel gesto», spiega l’autore. Quel “trauma” infantile diventa anni dopo materia narrativa: prima nella raccolta poetica Versi Ciclabili del 2007, poi nel 2016 quando Pelliti propone all’editore Topipittori l’idea di una fiaba costruita attorno a una bicicletta.

Le prime bozze in prosa de La bicicletta gialla faticano a trovare equilibrio tra parole e immagini potenziali. In un contesto culturale dominato dall’immediatezza, lo scrittore ritorna poeta e sceglie un testo in ottava rima, funzionale per rappresentare l’attesa, il tempo necessario alla costruzione, la pazienza del fare manuale.

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Archetipi e disegni

La figura del genitore che ricostruisce la bicicletta intreccia riferimenti letterari e memoria personale. «Il babbo di Giovannino è per metà un archetipico Geppetto e per metà mio padre», dichiara Pelliti. Il padre della fiaba eredita dal babbo di Pinocchio la capacità di dare vita agli oggetti attraverso il lavoro manuale, mentre dalla biografia dell’autore arriva il gesto affettivo del restauro, quel sapere tecnico messo al servizio del desiderio infantile.

Fin dall’inizio, Pelliti identifica in Riccardo Guasco l’illustratore ideale per il progetto. I due condividono riferimenti estetici comuni, in particolare il gusto per l’arte del primo Novecento. Licenziato il testo definitivo, Pelliti aspetta per due anni senza sapere del lavoro che Guasco sta sviluppando. «Ci siamo incontrati per la prima volta a una sua mostra ad Alessandria, sua città natale, quando il libro stava ormai per uscire, e lui pensava io ne avessi già visto le tavole!»

Il risultato finale dimostra una sintonia profonda, Osserva Pelliti. «I suoi disegni hanno tradotto anche il modo in cui ho scritto».

Sostenibilità sul palcoscenico

Il tema del recupero della bicicletta usata introduce elementi di economia circolare e sostenibilità ambientale. «L’idea di partenza era trasferire qualcosa di universale e nitido, una felicità capace di depositarsi in un oggetto simbolico come la bicicletta: di libertà, di misura del mondo e dell’umano».

La trasposizione teatrale curata da Giulia Solano per VivaVoce sviluppa la stratificazione linguistica dell’opera. La drammaturgia integra le tavole di Guasco, le strofe e le animazioni video. Il dispositivo scenico – una parete con finestra che funziona come teatrino, kamishibai monumentale e schermo artigianale – permette la coesistenza di piani narrativi differenti.

La recente prima teatrale al Nuovo di Pisa ha registrato un riscontro che attraversa le fasce d’età. «Nonostante sia un lavoro pensato per bambini in età elementari, in sala c’erano bimbi più piccoli e molti adulti coinvolti emotivamente», dichiara la regista. Il dato più significativo emerge dal confronto post-spettacolo con «tantissime domande su tematiche legate al mondo della bicicletta e sulla trama, ma anche sugli strumenti e meccanismi scenici utilizzati. È sintomo del fatto che lo spettacolo avvicina e incuriosisce i più piccoli all’arte teatrale».

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Un’idea di felicità raggiungibile

Pelliti definisce la bicicletta gialla «un’idea di felicità raggiungibile, a patto di riconoscerla come tale. Un’idea che l’infanzia ha molto più chiara ed evidente e che, progressivamente, l’età adulta dimentica o mistifica».

Il pubblico ha apprezzato l’idea di bicicletta che diventa strumento di una libertà essenziale, nelle parole di Pelliti «Pedalo e misuro il mondo con le mie forze».

Dal trauma biografico alla forma poetica, dalla collaborazione editoriale alla messinscena teatrale, la pièce costruisce un percorso che restituisce al pubblico – bambini e adulti insieme – la possibilità di riconoscere una forma di felicità concreta, fondata sulla dimensione umana del movimento e sul tempo necessario alla costruzione delle cose che desideriamo. Sul palco, Francesca Torelli impersona il risveglio della bicicletta con Paolo Croce babbo-meccanico che maneggia enormi chiavi inglesi. Hanno una freschezza lontana dalla velocità del web e per questo, forse, ci rendono felici.

Una felicità che risuona nella citazione di Antonella Bellutti (oro nella specialità bici su pista alle Olimpiadi di Atlanta 1996 e Sydney 2000) all’inaugurazione del museo ACDB proprio della città di Riccardo Guasco: «L’unica catena che ci rende liberi è quella della bicicletta».

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 5 febbraio 2026

Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell’arte e della musica

Adagiata sulle sponde del Reno, al confine tra Svizzera, Germania e Francia, Basilea si è reinventata come una delle capitali mondiali dell’arte e del design, facendo corrispondere a poco meno di 200.000 abitanti la più alta concentrazione di musei pro capite in Europa.

Dal poggio su cui è adagiata la cattedrale dove riposa Erasmo da Rotterdam, i grattacieli della Roche dall’altra parte del Reno confermano il perpetuo evolversi dell’architettura urbana. Le suggestive strade medievali del centro storico duellano con gli edifici avveniristici, la cui firma più ricorrente è quella degli architetti locali Herzog & de Meuron, vincitori del premio Pritzker nel 2001. Tra le decine di loro opere in giro per la città, spicca lo St. Jakob-Park, il più grande stadio della Svizzera, che questa settimana sarà la cornice della finale dell’Eurovision Song Contest.

Il Novartis Campus

Il Novartis Campus rappresenta forse l’esempio più emblematico della visione basilese di fusione tra storia, arte, scienza e architettura. Dove c’erano fabbriche e uffici, ora c’è una sequenza di edifici griffati dalla crema dell’architettura mondiale. Percorrendo la Fabrikstrasse, la strada principale, si succedono le firme del calibro di Frank O. Gehry, dello spagnolo Juan Navarro Baldeweg, dell’inglese David Chipperfield, del giapponese Tadao Ando solo per citarne alcuni. L’ultimo gioiello ad arricchire questa collezione è il Novartis Pavillon, firmato dall’italiano Michele De Lucchi. Con il suo aspetto da nido primordiale, è rivestito di moduli solari cangianti con led e ospita il museo “Wonders of Medicine”.

Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell'arte e della musica
Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell'arte e della musica

Nel Dreispitz il futuro prende forma

Se il Novartis Campus rappresenta il presente dell’architettura basilese, Dreispitz ne incarna il futuro. Quest’area, ex deposito doganale al margine della città, sta vivendo una profonda trasformazione. È infatti una lezione di urbanistica per il work in progress che vede i vecchi capannoni convertirsi in bar, negozi, musei e perfino in un tempio buddista. Il processo di riqualificazione è iniziato nel 2014 con l’Accademia di Arte e Design della Fachhochschule Nordwestschweiz, progettata dagli architetti Morger + Dettli, e la Casa dello Studente firmata da Herzog & de Meuron. Passeggiando tra i vecchi binari e gli edifici riconvertiti, si può assistere in tempo reale alla metamorfosi di un’area industriale in un vibrante distretto urbano che ospiterà residenze e spazi professionali. Un progetto ambizioso nato sotto l’egida della fondazione Christoph Merian Stiftung, insieme al Cantone Basilea Città e alla catena Migros.

Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell'arte e della musica

L’opulenza culturale: musei e Art Basel

La ricchezza architettonica di Basilea si accompagna a un’opulenza culturale che trova la sua massima espressione negli oltre 40 musei della città, una concentrazione che non ha eguali in Europa. Il cuore di questa offerta è rappresentato dal Kunstmuseum Basel, una delle collezioni d’arte aperte al pubblico più antiche del mondo. Il museo si presenta in due edifici. L’Hauptbau, progettato nel 1936 dall’architetto basilese Rudolf Christ ospita una straordinaria collezione di opere dal XV secolo fino all’arte contemporanea, mentre il Neubau è disegnato dallo studio locale Christ & Gantenbein per le mostre temporanee. I due edifici sono collegati da un passaggio sotterraneo e la nuova ala ospita fino ad agosto la mostra epocale su Medardo Rosso.

Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell'arte e della musica

A completare il panorama museale troviamo gioielli come il Museo Tinguely progettato da Mario Botta, il Museo delle Culture dedicato all’arte extraeuropea, il recente Baselland Kunstmuseum e la Fondazione Beyeler, capolavoro di Renzo Piano che, in occasione dell’Eurovision, celebrerà l’inclusività dell’Eurofestival con un’originale mostra dedicata all’arcobaleno nello spazio dove natura e architettura si fondono armoniosamente. La vocazione artistica della città culmina ogni anno con Art Basel, la fiera d’arte contemporanea più prestigiosa al mondo, che si tiene a giugno attirando collezionisti, galleristi e appassionati da tutto il mondo.

Nel gioco tra passato e futuro, Basilea vince anche per la sua sostenibilità. La BaselCard è fornita gratuitamente negli hotel convenzionati e permette ai visitatori di utilizzare i trasporti pubblici senza costi aggiuntivi e ottenere sconti sull’ingresso nei musei.

Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell'arte e della musica

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 12 maggio 2025

Espresso Day, dal caffè al riciclo sostenibile delle capsule

Ho un marito caffeinomane e dunque tutto quello che state per leggere è influenzato da un clamoroso conflitto di interesse famigliare.

Il 23 novembre è l’Espresso Day. Secondo un’indagine di Mediobanca, se ne consumano nel mondo circa 3 miliardi di tazzine al giorno, per buona pace del mio consorte che sostiene che bisogna diffidare da chi rinuncia a questa bevanda che è anche un omaggio all’italianità.

La tazzulella è celebrata dal nostro cinema in titoli che hanno fatto la storia, da Totò e Peppino ne “La banda degli onesti” a Paola Cortellesi in “C’è ancora domani,” passando da “Bianco rosso e verdone”, “Vieni avanti cretino”, “Il mostro” di Benigni, “Benvenuti al Nord”, solo per citare alcune pellicole di culto.

Espresso Day, dal caffè al riciclo sostenibile delle capsule

Il nome “espresso” deriverebbe dal brevetto di Angelo Moriondo che nel 1844 ideò la prima macchina da bar in grado di estrarre un caffè rapidamente. Il manifesto pubblicitario del 1922 definiva questo modo di ottenere il caffè veloce come un treno espresso. Nota per i lettori più giovani: era l’intercity pre-boomer. La macchina a leva degli anni ’40, con la pressione di cui era capace, contribuì alla caratteristica crema color nocciola. Oggi ci sono macchine che con questo principio ci portano il caffè in casa ma buono come quello del bar. Di queste, le rivisitazioni più innovative trasmettono il genio e la creatività di uno dei simboli più riconoscibili del Made in Italy. Sono abbastanza sicuro che Leonardo ci avrebbe disegnato qualcosa di originale in proposito.

Intanto, l’estro italiano arriva anche quando il caffè, inteso come la miscela usata, ha dato la bevanda. La polvere, infatti è ottima come concime per le piante perché ancora ricca di nutrienti perfino dopo averci graziato con quell’inconfondibile gusto. Se la polvere del caffè utilizzato dalla moka o dal bar è facilmente riutilizzabile, le cialde di casa sono un problema, riciclarle non è facile.

Espresso Day, dal caffè al riciclo sostenibile delle capsule

Tra le aziende in prima linea sul recupero di questa preziosa risorsa estraendola dalle cialde c’è Nespresso, che ha avviato un programma nazionale capace di conciliare solidarietà e tecnologia. Così la miscela esausta concima risaie il cui prodotto è donato al Banco Alimentare, mentre l’alluminio torna ad essere risorsa preziosa.

Le cialde sono in grado di preservare meglio le caratteristiche organolettiche del caffè e l’alluminio utilizzato è di primissima qualità. Per questo è separato e destinato alle fonderie per avviare il processo di riciclo che lo trasformerà in nuovi oggetti come biciclette, lame, penne. A Gavardo, ho visitato l’impianto protagonista di questa fase dell’economia circolare alla GARM, Gavardo Recupero Metalli.

Tra i boschi a nord di Brescia, l’aroma dei fondi di caffè si avverte già nel piazzale. L’impianto è ben lontano dall’idea di una discarica, è piuttosto una stazione ecologica modello, ordinata e pulita, gestita da personale giovane. Il via vai di ruspe movimenta metri cubi di capsule esauste, come enormi cucchiaiate date in pasto alla macchina che le fagocita. Il lungo apparato (quasi) digerente è un parallelepipedo in cui la componente umida è separata dal metallo. La prima tornerà alla terra in forma di compost, il secondo diventerà materia prima “seconda”, ossia materiale, derivante da un processo di recupero, che diventa un input o nuova materia “prima” in una nuova produzione uguale o diversa da cui è stata generata. Sembra un processo facile, ma per quanto semplice da comprendere è complesso e realizzato attraverso un impianto progettato allo scopo. Tra le recycling bag che arrivano dai punti di riciclo Nespresso e il prezioso granulato a termine lavorazione ci sono tramogge, setacci, generatori di campi magnetici, macinatori, mulini, vibrovagliatori, frantumatori. Il granulato di alluminio che si ottiene è il “prodotto finito”, confezionato in grandi sacchi e avviato agli impianti a cui è destinato. Giovanni Bonacina è l’amministratore unico della GARM: «I materiali lavorati ammontano a 60mila tonnellate annue – carico di oltre 1300 TIR, ndr – il totale concesso dalle attuali autorizzazioni, ma esistono ampi margini di crescita perché le potenzialità dell’impianto sono notevoli e aprono a prospettive di importanti sviluppi, a livello produttivo e occupazionale.» Sulla bontà del caffè, sono sicuro che mio marito questi aspetti ancora li deve leggere nella tazza del suo piacere quotidiano.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 22 novembre 2024

Tecnologia verde, ponte tra innovazione digitale e sostenibilità ambientale

Il tema 2025 dell’Internet Festival di Pisa è stato “Generazioni” e uno degli incontri, coordinato da Luca Cantone, era espressamente dedicato al tema della tecnologia verde. C’è un ponte tra le innovazioni digitali e la sostenibilità ambientale?

Per rispondere, è illuminante il libro di Giovanna Sissa “Le emissioni segrete”. Alla domanda se la transizione digitale aiuterà quella ecologica, il sì dipende dalla gestione dei costi ambientali dei sistemi digitali.

L’incontro si è aperto con l’incoraggiamento delle Nazioni Unite. Le ICT (tecnologie dell’informazione della comunicazione) sono fondamentali per il conseguimento degli obiettivi dell’agenda 2030 di sviluppo sostenibile. Le parole del Segretario Generale Ban Ki-Moon “le persone di tutto il pianeta possono vivere i benefici della connettività”, ci portano a pensare che la transizione ecologica sia sempre sostenibile, oltre che socialmente, anche ambientalmente.

La tangibilità dell’intangibile

La verità è che perfino la più verde delle tecnologie, è tangibile e impattante in qualche punto della filiera. A confermarlo, un secondo filmato ha mostrato l’incendio che nel 2021 si è mangiato l’edificio di 5 piani che conteneva i server di OVH nei pressi di Strasburgo.

Il libro sulle emissioni segrete ci porta dunque a riflettere sull’effetto ambientale della digitalizzazione, distinguendo tre ordini di manifestazione. Il primo impatto è legato alla produzione, all’uso e allo smaltimento dei device e dei prodotti a loro collegati che vanno fabbricati, trasportati e, a un certo punto, portati al fine vita recuperando il più possibile delle risorse che contengono. Il secondo impatto afferisce al fatto che vadano ben applicati per dematerializzare efficacemente, ad esempio evitando di stampare i biglietti che possono essere solo elettronici o privilegiare gli incontri virtuali anziché spostarsi. Il terzo passaggio tocca il problema che l’ICT supporta un utilizzo pulito degli strumenti, ma porta anche informazioni che possono poi incoraggiare azioni fisiche impattanti. Banalmente, basta pensare che la tecnologia ci aiuta a dematerializzare e distribuire facilmente una guida sull’Alaska, ma aumentando la conoscenza di quel territorio ne incoraggia poi la visita e dunque un impatto del traffico aereo e di affluenza in paradisi naturali.

Soggetti giuridici del futuro

Intervenendo all’incontro, il professor Antonio D’Aloia, Ordinario di Diritto Costituzionale nell’Università di Parma e direttore del Centro Universitario di Bioetica, ricorda che il clima è il paradigma di tutte le crisi e le emergenze che stanno definendo il nostro tempo, avvolgendo il presente, e soprattutto il futuro, in una dimensione di perenne incertezza. Per questo motivo, è lecito immaginare che le generazioni future rivendichino una nuova soggettività giuridica. Tra i diritti delle generazioni future e i doveri delle generazioni presenti, la riforma del 2022 della nostra Costituzione introduce l’espressione «anche nell’interesse delle generazioni future» insieme a parole come “biodiversità” ed “ecosistemi”. La riforma lascia sperare in un cambio di approccio.

4+1 R per salvare l’ambiente

La ricercatrice Maria Gabriella Laratta ha illustrato gli ultimi risultati del suo lavoro nel campo delle tecnologie verdi e le potenziali applicazioni future con il loro impatto sull’ambiente. Concentrata su cambiamento climatico ed energie rinnovabili, la studiosa porta a riflette come ognuno di noi possa ragionare in termini di economia pensando alle 4R di ridurre, riusare, riciclare e recuperare, con l’aggiunta di una quinta R dedicata al re-design. Per esempio, riprogettare i sacchetti shopper usando materbio o riuscire ad ottenere vegetazione sotto i pannelli solari nei campi sarebbero soluzioni attuabili da subito. Per questo motivo, la ricercatrice ribadisce che sia impossibile avere una transizione senza tecnologia.

Ha completato il panel Sofia Pasotto, giovanissima attivista dell’ambiente, protagonista della pagina Instagram Telospiegasofia e volto di RaiPlay. Laureata in Studi Internazionali a Trento e con un Master in Climate Change a Copenhagen, lavora tra Italia e Bruxelles. Da professionista della comunicazione, invita a riflettere sull’importanza di ogni piccolo gesto che, come tante gocce formano il mare, può portare al cambiamento. È importante sapere come ridurre la propria impronta carbonica, ma è altrettanto importante documentarsi sul chi eleggere a rappresentarci. Molti confondono clima e meteo, e se tra questi ci sono politici o amministratori, si aggiunge problema a problema.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 15 ottobre 2024

Come mettere in pratica la Giornata della Terra

Il Doodle di oggi ci ricorda che è la Giornata della Terra identificando ogni lettera con un ambiente.

Ci sono tanti modi per riflettere e agire, il migliore dovrebbe essere arrivare a fare in modo che il nostro impatto sul cambiamento sia il minimo possibile. Potremmo addirittura fare qualcosa di migliorativo. Qualcosa di assimilabile a un’evoluzione.

L’evoluzione, del resto, è un fatto naturale, così come il cambiamento del clima. A preoccuparci oggi dovrebbe essere la velocità con cui stanno manifestandosi le variazioni.

Un ottimo spunto per documentarsi è quello della serie Terra – Un pianeta in evoluzione, in onda da oggi su Sky Nature. Nei cinque episodi, il biologo evoluzionista Shane Campbell-Staton dell’Università di Princeton spiega come la Natura si stia adattando ai cambiamenti climatici.

«Il pianeta dove viviamo sta cambiando molto rapidamente, a una velocità mai vista in milioni di anni… Gli animali stanno adattando i loro comportamenti o, addirittura, si stanno evolvendo per stare al passo con questo cambiamento.»

Campbell-Staton inizia la sua analisi dagli scimpanzè. Questi nostri “parenti stretti”, nel loro habitat africano sono costretti a compiere cose straordinarie.

Se volessimo immaginare noi un cambio di registro e provare? Adattamento, cambiamento, evoluzione possono infatti essere tracciati anche nella nostra vita. Uno spunto può manifestarsi nelle vacanze, il momento dell’anno in cui tutti abbiamo la possibilità di reinventarci. Il test è possibile affiancandosi a chi ha scelto di vivere nel rispetto dell’ambiente creando una certa simbiosi con esso.

Sono un esempio quelle famiglie che vivono sulle Alpi e hanno deciso di rimanere a lavorare i campi, allevare il bestiame ed educare i propri figli a un mondo possibile alternativo al PIL in crescita e alla logica di profitto.

In un momento in cui Milano è immersa nella settimana del design, Venezia nell’opening della Biennale d’arte, solo per citare due esempi che hanno visto il termine “sostenibilità” usato e spesso abusato, forse dovremmo guardare a chi ha scelto di disegnare la propria vita su un modello che con l’ambiente interagisce positivamente.

Quelli che seguono sono quattro esempi concreti di coppie che hanno fatto una scelta radicale che possiamo condividere visitandole, mangiandoci assieme, lavorando al loro fianco. O anche solo frequentandoli da ospiti.

Matthias viveva nel maso vitivinicolo di famiglia e quando ha incontrato Evi ce l’ha portata. Lei, bolzanina, era quasi spaventata percorrendo la prima volta la strada che finisce tra le vigne sul poggiolo assolato del Rielinger. L’affaccio è ancora sui ruderi del castello che governava la zona. Una tettoia solare protegge il loro piccolo allevamento, ma il maso è rimasto intatto e insieme ai loro bambini accolgono gli ospiti offrendo speck e vino a chilometro zero, letteralmente.

Come mettere in pratica la Giornata della Terra

Poco più a nord, Reinhard pascolava le mucche di famiglia fin da bambino. Oggi gestisce da solo una stalla modello per come è automatizzata, puntuale nel fornire ogni giorno il proprio latte alla latteria sociale di Bressanone. Quando ha incontrato Szilvia, è rimasto incantato dal racconto di come nel suo paese le case si facciano in paglia e argilla, materiali naturali per eccellenza con proprietà bioclimatiche. Così hanno trasformato il fienile del DietrichHof ricavandoci quattro ambienti cocoon che portano gli ospiti in una dimensione originalissima sospesa tra antichità e fantascienza.

Come mettere in pratica la Giornata della Terra

Sul versante opposto della valle, Franz è appassionato dalla lavorazione del legno. Tutta la creatività che ha messo nel calcetto – orgogliosamente home-made – si è materializzata nello chalet multiplo che ha arredato con Brigitte. I tetti simmetrici del NiederthalerHof sono affacciati al bosco con 4 unità che in ogni loro angolo propongono un tocco di originalità tra foto in bianco e nero, lampade con rami dal bosco e librerie retroilluminate.

Come mettere in pratica la Giornata della Terra

Per chi preferisce la comodità di essere a fondovalle e spostarsi da lì verso diverse montagne usando solo i mezzi pubblici, l’idea di Cristoph è stata quella di conservare il vecchio edificio trasformandolo in una chicca di design contemporaneo. Con il gusto di Irene ne è nato il volume dell’InnebachlerHof, esempio di minimalismo alpino con linee contemporanee e materiali naturali in un’oasi dove coesistono vigneto e frutteto con la comodità della piscina e dello spazio relax.

Come mettere in pratica la Giornata della Terra

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 22 aprile 2024

New York, il volto sostenibile della megalopoli

Questo post parla di ambiente, ma anziché mandare in un bosco, invita a scoprire il volto green della metropoli più famosa. New York, la conosciamo tutti per la meta scintillante dove è sempre un piacere tornare, ma qui vorrei proporne un punto di vista alternativo.

I nuovi grattacieli? Immaginiamoli come città verticali progettati anche pensando alla sostenibilità. Le linee metropolitane in disuso? Si trasformano in parchi lineari e gallerie d’arte open air. Mancano alberi? Si crea un’isola galleggiante con bosco e teatro.

Se è trascorso un po’ di tempo dall’ultimo passaggio nella Grande Mela, allora forse è il momento di tornarci. Se invece ci siete appena stati e avete ancora l’idea di città solo votata a caos e frenesia, i link che seguono sono un invito a riconsiderare l’affermazione.

New York, il volto sostenibile della megalopoli

Per spostarsi a NY in modo sostenibile, proviamo a dimenticare taxi e motori. La MTA card mette in tasca l’intera mappa dei trasporti urbani, ha diverse alternative di durata e connette tutte le mete del New York City Pass con le attrazioni principali da visitare a prezzi scontati.

L’itinerario tra arte e natura è centrato su Manhattan, quindi il suggerimento per il campo base è puntare su Chelsea e il flower district, a metà tra Central Park e Ground Zero. Qui ci sono hotel come il Moxy Chelsea, che Wallpaper ha descritto “un momento di tregua dal caos della città”. Forse per il negozio di fiori Putnam & Putnam che si attraversa per accedere alla hall o per la lounge che ricorda un giardino d’inverno o, ancora, per lo stile industrial con dettagli che fanno sentire in un museo boutique del design dalle stanze al rooftop fronteggiante l’Empire State Building.

New York, il volto sostenibile della megalopoli
New York, il volto sostenibile della megalopoli

Da qui, la scoperta della grande mela a piedi è facile. La camminata principe è quella della HighLine. Il tratto della West Side Line che costeggia l’Hudson è dismesso dagli anni ’80, ma dal 2009 la porzione tra la 13ª  e la 34ª è stata riaperta con una passeggiata sospesa che mette in collegamento i quadri di Hopper al Whitney Museum con la scintillante Vessel, pigna di 8 piani costruita in Italia e assemblata oltreoceano. A fianco, il grattacielo The Edge è tra i più recenti inaugurati, con un terrazzo a forma di scheggia che mette a dura prova il senso di vertigini. Nell’attesa dell’ascensore, i pannelli spiegano come il complesso abbia fatto propria la sostenibilità innovativa con il riutilizzo delle acque piovane, ventimila metri quadri di spazi verdi pubblici e un design che privilegia i pedoni.

Il colpo d’occhio sulla High Line costellata di opere d’arte è quello di una vena creativa che pulsa nella città. La direzione di Cecilia Alemani ne ha fatto uno dei più grandi progetti di public art al mondo, favorito dal richiamo di visitatori e di donazioni. Senza sminuire il talento della First Lady italiana dell’arte che ha attratto opere e creatori da tutto il mondo, il successo è anche dovuto al brillante recupero architettonico della passerella che scorre sfiorando appartamenti per miliardari e i loft delle gallerie dove sfilano i best seller dell’arte contemporanea.

New York, il volto sostenibile della megalopoli
New York, il volto sostenibile della megalopoli

Un altro progetto simile alla High Line, chiamato in contrapposizione Low Line, punta a valorizzare un’area di smistamento ferroviario sotterraneo. Meno fortunato di quello in superficie, al momento è ancora in stand by, ma rimane un interessante spunto per convogliare il cielo di New York sottoterra grazie a un sistema di specchi. Confido che prima o poi si farà, l’America è dopotutto il paese dei pionieri. Lo dimostrano coloro che scelsero il maleodorante quartiere dei macellai per portare a Manhattan il gotha della creatività. Per capire cosa ci fosse qui ancora solo negli anni ’80, basta entrare in qualcuno degli spazi che mantengono carrucole e ganci dell’epoca. Oggi sono negozi, come lo store dell’eco brand Patagonia, ma rendono l’idea dei sognatori che riescono a realizzare i loro progetti.

New York, il volto sostenibile della megalopoli

Basta poi attraversare la West st. per arrivare alla ricostruzione seguita al passaggio dell’uragano Sandy sul molo 54, di cui si vedono ancora i pali sul fondo del fiume. Quel che ci si trova davanti è una piccola isola. Little Island ha l’aspetto di una grande foglia ondulata sull’acqua, con 400 specie di piante, 100 specie di alberi e (ancora) opere d’arte contemporanea sospese in 132 calici di calcestruzzo che, nell’insieme, creano una superficie omogenea con angoli per rilassarsi, spazi d’incontro e un anfiteatro da 700 posti. Il tutto realizzato grazie alla città di New York e al supporto del magnate Barry Diller con la fondazione von Fürstenberg. I loro milioni avranno anche fatto la differenza, ma credo che molto di questa new age newyorkese si debba alla gente comune che sposa i progetti e li sostiene con microdonazioni e con il portare vita nei luoghi credendoci, mettendosi in gioco, facendo del volontariato. Qui, chi ha un muro libero lo mette a disposizione degli street artist, chi vota si ricorda delle promesse dei candidati. Organizzazioni non profit, gruppi di cittadini e attivisti ambientali lavorano fianco a fianco con artisti, designer e architetti per promuovere pratiche sostenibili e costruire una città più resiliente e equa per tutti. Un successo? È sciocco pensare che una città di 8 milioni di abitanti sia estranea ai problemi, ma almeno, quello sì, è utile che se ne tragga un esempio per provarci.

New York, il volto sostenibile della megalopoli

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 4 aprile 2024

Il Molise? Non è tanto distante dalla Patagonia

Un indimenticabile Robin Williams ne l’Attimo fuggente invitava i suoi studenti a cambiare il proprio punto di vista rompendo le regole e salendo sui banchi. Succede lo stesso quando, davanti a un territorio, si decide di osservarlo da una diversa angolazione. Lo possiamo constatare nella serie Patagonia, da questi giorni in programmazione su Sky Nature.

“Lo spirito dei pionieri, che vedeva la natura come antagonista, lascia piano piano spazio a un approccio differente, di collaborazione” recita la voce dello speaker accompagnando le immagini delle distese selvagge nella parte meridionale del continente sudamericano.

Grazie a Chatwin e Sepulveda, nel nostro immaginario, è diventata l’idea di un lembo di terra sperduto – Il mondo alla fine del mondo lo definisce l’autore cileno in uno dei suoi titoli più celebri – anche se in realtà è grande come mezza Europa e racchiude tra gli oceani Pacifico e Atlantico una biodiversità che spazia da praterie a ghiacciai, dai puma ai condor, dalle orche ai pinguini.

Un gruppo di documentaristi ha colto lo spunto di uscire dalla consuetudine di noi turisti in visita per iniziare il racconto di chi la Patagonia la vive. L’ormai “ex” cacciatore di puma ora collabora con chi tutela i grandi felini, cosciente che siano parte di un ecosistema che non può essere compromesso. Mesi di appostamento hanno reso possibile anche il punto di vista del predatore, mostrato nelle scene più tenere con la cucciolata o in quelle più cruente della caccia. Nei sei episodi, disponibili anche in streaming e on demand su NOW, il viaggio tra uomini, animali e paesaggi tocca le parti problematiche, come i cambiamenti indotti dall’uomo, qui principalmente riconducibili al climate change e all’introduzione degli ovini per la lana, con milioni di esemplari a pascolare su un’area enorme ma non per questo meno fragile di altre.

Prendendo in prestito il toponimo Patagonia, l’imprenditore Ivon Chouinard è stato tra i primi a proporre di devolvere una parte dei profitti alla conservazione del patrimonio naturale e il primo in assoluto a dichiarare tre mesi fa che, d’ora in avanti, tutti i profitti della sua azienda saranno devoluti alla tutela ambientale. “Il nostro unico azionista ora è il pianeta. Invece di estrarre valore dalla natura e trasformarlo in profitti per gli investitori, useremo la prosperità generata da Patagonia per proteggere la vera fonte di ogni ricchezza” ha dichiarato in una lettera che ci sensibilizza un po’ tutti nel momento in cui afferma che il nostro business dovrebbe essere salvare il pianeta.

Tutti noi dobbiamo fare qualcosa per l’ambiente, anche nella scelta dei luoghi dove trascorrere il tempo libero. A Finale Ligure si è conclusa la Destination Design Conference, una serrata due giorni di incontri tra persone che in Italia rappresentano quel cambio di visione che la Patagonia ci invita a considerare. La località ligure, per esempio, è un caso virtuoso. Solo trent’anni fa era meta gettonata da torinesi e milanesi per le vacanze estive, salvo conoscere il deserto negli altri mesi dell’anno, con alberghi chiusi e personale costretto a guardare altrove. Con il cambio di prospettiva del togliere il primo piano alla spiaggia per lasciarlo all’entroterra fatto di sentieri per escursionisti, itinerari per bikers, falesie per arrampicatori ed esperienza archeologiche per gli appassionati di percorsi storici, Finale è diventata una delle top 3 destinazioni outdoor italiane e tra le prime in Europa. La gente arriva tutto l’anno, si porta la bici e privilegia le specialità locali.

La Destination Design Conference del 2022 ha dato voce alle tante località che, pur in dimensioni contenute, guardano al modello Finale. Basta considerare i casi del borgo di San Ginesio, in provincia di Macerata, che si è reinventato con il teatro del Ginesio Fest, o Castel del Giudice, provincia di Isernia, che con il Buskersfestival e altre attività riesce a vincere la scommessa della destagionalizzazione.

È una piccola vittoria della sostenibilità che, non dimentichiamolo, non è solo ambientale ma anche economica e sociale. È così che la Patagonia e il Molise, in fin dei conti, non sono poi così lontani.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 20 dicembre 2022