Sono passate tre ore dai primi allarmi. Un tempo trascorso molto lentamente tra volti tesi, smartphone in mano per cercare notizie, aggiornamenti, una qualche forma di chiarezza in mezzo alle prime news battute dai siti.
Il suono delle sirene non era quello di un’esercitazione, due volte si è levato e due sorde esplosioni si sono avvertite mentre scendevamo le scale verso i rifugi. Colpisce la calma e la disciplina di un popolo abituato a confrontarsi con questa realtà di minaccia. Come se il dirigersi verso i luoghi sicuri fosse una meccanica acquisita negli anni, una routine. Ma la situazione non è di routine, perché nel mezzo di queste ore c’è stato l’attacco all’Iran. Quello che da giorni tutti aspettavano, sussurrato nelle conversazioni diplomatiche, temuto nei telegiornali, analizzato negli editoriali. È arrivato mentre Tel Aviv dormiva.
Nella lobby dell’albergo dove ci hanno concentrato il silenzio è punteggiato dai suoni delle notifiche. Tra le ultime, quella che tutti gli aerei sono stati allontanati dall’aeroporto per precauzione. Una ritorsione da parte dell’Iran è possibile, per quanto ritenuta improbabile. Il problema, però, è che questa terra potrebbe essere il bersaglio di molti attori. Hamas, Hezbollah, Houthi, lo stesso Iran potrebbe tentare un’estrema reazione, la mossa di chi non ha più nulla da perdere.
Intanto fuori albeggia. Macchine e bus riprendono il loro traffico. Vista dai titoli dei siti questa città sembrerebbe minacciata. Ogni fischio per strada mi aspetto finisca con un’esplosione, anche se in realtà è solo uno dei suoni di una città che ricomincia a vivere.
Qui dentro cerchiamo di capire cosa può succedere mentre l’app di sicurezza del governo emette il segnale di allerta massima e invita a uscire solo se necessario. Le voci si rincorrono, le ipotesi si moltiplicano. C’è chi controlla ossessivamente i notiziari, chi chiama familiari lontani, chi rimane in silenzio fissando il vuoto. I più piccoli dormono ancora, incuranti o forse troppo consapevoli di quello che sta accadendo.
Nei giorni scorsi, le persone intervistate ci hanno raccontato che, qui, i bambini non sono più bambini. È il caso di Reut Karp, che nell’attacco del 7 ottobre ha perso il padre dei suoi tre figli. Non era sul luogo del massacro, ma è diventata celebre come la madre coraggio che è riuscita a tenere al telefono la figlia piccola mentre i terroristi frugavano la casa. Con il padre della bambina e la sua compagna morti sul pavimento, uccisi mentre cercavano di difendere i piccoli, la bimba è rimasta sotto la coperta, a fianco al fratellino minore, domandando alla mamma perché non si può fare la pace. Con Gaza, con tutti. Reut, una donna dal fisico scolpito, capelli lunghi e rossi che incorniciano lo sguardo deciso, dice che sua figlia, a distanza di quasi due anni, ha paura che quando fa la doccia, l’acqua possa lavare via il ricordo del papà, che era un maestro cioccolatiere. Aveva il sogno di aprire un museo del cioccolato, ora Reut vorrebbe realizzarlo. Ma oggi la sua cioccolateria non riaprirà. Almeno per ora.
Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 13 giugno 2025