Earth Day, dobbiamo credere nel miracolo

Earth Day, dobbiamo credere nel miracolo

Il 22 aprile è l’Earth Day. Se penso alla tragedia delle 59 guerre attualmente in corso sul pianeta, mi viene voglia di rinunciare a ricordare che serva una Giornata per la Terra. Poi però mi guardo intorno, in cerca di stimoli da chi può aiutare a non scoraggiarsi.

Il primo è una mostra. I Believe in Miracles racconta la storia di David LaChapelle nei suoi oltre quaranta anni di carriera. Sono quattro decenni di scatti, in cui il fotografo e regista afferma di aver sentito di dover fare in fretta.

«Ho avvertito un senso di urgenza già a 18 anni. I miei amici morivano di AIDS e sentivo che anch’io avrei avuto poco tempo. Cercavo un qualcosa che mi proteggesse, che mi facesse sentire al sicuro e non mi obbligasse a pianificare troppo. Sono un creativo, ma mi è impossibile creare quando c’è qualcosa di distruttivo in corso. Come un’epidemia o una guerra».

Nella esibizione al MUDEC di Milano – “la più completa mai fatta sul mio lavoro”, ha dichiarato l’artista – questi passaggi sono chiari. Ci sono i momenti dell’Aids, così attuali anche in tempi di Covid. Si trovano le citazioni ai conflitti, che non sono solo quelli pur drammatici sugli schermi di questi giorni. Sono evidenti le minacce sempre più pesanti all’ambiente, con la serie Land Scape fatte di industrie e centrali pericolosamente iridescenti, pompe di benzina avvinghiate nella vegetazione, navi colossali incagliate in bilico tra ghiacci immacolati.

Serve un miracolo per uscire da tutto questo. Ecco perché lui ci crede e ce lo comunica con scatti che vanno dritti al cuore con la Fede.

«Io amo le connessioni, avevo urgenza di capire come fosse l’anima, così ho cominciato a rappresentare il Paradiso. È in quel momento che ho capito di potermi riavvicinare a Dio. La Natura è minacciata, la vita è minacciata, allora ho cercato sicurezza nella vita, nella Famiglia. A un certo punto fatto in modo che fosse il Creatore a lavorare».

«C’è un’idea di condivisione veramente importante – dichiara Denis Curti, curatore e guru dell’arte contemporanea – io mi immagino David LaChapelle come uno sciamano contemporaneo dotato di un sismografo particolare che è in grado di registrare con grande anticipo i sentimenti i desideri e forse anche le delusioni di quello che stiamo vivendo in questo momento. LaChapelle è un artigiano, tutte le sue fotografie sono l’opera di una ricostruzione di una messa in scena con miniaturisti e modellisti. La fotografia di 64 metri quadrati all’inizio della mostra è un modellino realizzato su progetto di David da chi ha fatto il Titanic di Cameron».

Mi domando se ci sia davvero bisogno di tanto dettaglio e tante espressioni in una sola foto. «Ne abbiamo bisogno – precisa Curti – perché c’è bisogno di tornare a credere nel genere umano. Abbiamo vissuto così tante delusioni in quest’ultimo periodo che sento intorno una grande sfiducia. La mostra di David, con questo titolo, dimostra che credere in un miracolo è un invito a ritornare a credere negli uomini e nelle donne, nel genere umano e David ci dice che non può si può essere felici da soli. Si è davvero felici solo se si è con gli altri».

Il pianeta è allora in crisi (anche) per la mancanza di connessione? È il tema di Uomo e Terra – Un solo destino – in onda su Sky Nature in occasione della programmazione dell’Earth Day. Ci troviamo

Isolani costretti ad arginare i litorali con sacchi di sabbia, barriere coralline in agonia, un intero continente come l’Australia in fiamme, lotte contro il cambiamento del paesaggio deciso da logiche che non tengono conto delle connessioni. Superpotenze economiche che non hanno nessun interesse a preservare la piccola isola di una nazione lontana. È un cancro, in cui i gas serra creano danni lenti e di nascosto ma letali, proprio come le cellule tumorali. Se un posto è malato, la malattia colpisce anche chi lo abita.

La regista Jennifer Abbot sceglie di denunciare il dramma citando la sua vita personale. Nel film racconta come, dopo la morte della sorella a causa del cancro, le siano più chiari gli intimi paralleli tra il dolore per la sua perdita e la sofferenza del pianeta. «Non ti rendi conto di quello che hai perso finche non ti fermi a pensarci – dice uno dei personaggi – Dobbiamo domandarci se stiamo vedendo lo stesso paesaggio dei nostri nonni. E se i nostri nipoti avranno a loro volta modo di vedere lo spesso paesaggio che vediamo noi.» Nessuno sa come sarò il futuro, ma quel che è peggio, nessuno si assume la responsabilità di rispondere alla domanda di come sia possibile che una crescita marginale dell’economia possa giustificare il disastro, irreversibile e senza confini.

Sono utili le manifestazioni, ben venga l’esempio di Greta, che interviene nel film. Serve però un cambio di paradigma in ognuno di noi.

Il tema è affrontato da Stig Dagerman ne Il nostro bisogno di consolazione.

«Da una direzione di cui ancora non ho idea si avvicina il miracolo della liberazione. Può accadere sulla spiaggia e, la stessa eternità che poco fa ha suscitato la mia paura, ora testimone della mia nascita alla libertà. In che cosa consiste dunque questo miracolo? Semplicemente nella scoperta improvvisa che nessuno, nessuna potenza e nessun essere umano, ha il diritto di esigere da me tanto da far dileguare la mia voglia di vivere.

Dal momento che mi trovo sulla riva del mare dal mare posso imparare che nessuno al diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o di esigere dal vento che riempie costantemente tutte le vele. Così nessuno al diritto di pretendere da me che la mia vita diventa una prigionia al servizio di certe funzioni. Non il dovere prima di tutto ma prima di tutto la vita!»

La stessa che vediamo negli scatti di LaChapelle, nelle inquadrature della Abbot, nelle nostre scelte quotidiane a favore della casa comune che il 22 aprile ci chiede di essere ricordata.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 22 aprile 2022