Nelson Mandela disse che «essere liberi non è solo aver tolto le catene, ma vivere in modo da rispettare e aumentare la libertà degli altri». Con l’inizio di giugno e del mese dei Pride, mi piace ricordare questa frase a chi chiede se c’è ancora bisogno di sfilate, carri, canti e interruzioni del traffico connesse.
La risposta è nelle news. L’Italia non è affatto libera da omofobia e discriminazione, a partire dal mondo della scuola. Le reazioni che arrivano sono per certi versi incoraggianti, come il #siamotuttifroci dell’Istituto di Brindisi che è insorto per difendere uno studente insultato, ma il lavoro da fare resta tanto. C’è ancora molta semina che ci aspetta. Per me, da Milano, 40 anni fa non fu facile crescere sentendosi chiamare “finocchio”, ma si trattò comunque di un percorso attutito dall’avere una comunità attorno, dai primi tentennanti momenti di consapevolezza al coming out. Sono stato molto fortunato rispetto a tanti, troppi, altri casi. La verità è che l’Italia non è Milano.
Nemmeno la “civilissima” Europa è libera da omofobia. In Francia si segnala un aumento del 36% di vittime di attacchi omofobi. La società polacca è a proprio agio con l’idea di aree LGBTQ free. In Ungheria si sono preoccupati di fare una legge che vieti la “promozione” dell’identità LGBTQ ai minori usando lo stesso criterio di censura per i film dell’orrore.
Le cose non vanno bene nemmeno nel resto del mondo. La mappa ILGA delle leggi concernenti l’orientamento sessuale è praticamente ferma a toni di colore medievali, con metà del pianeta che persegue penalmente chi si riconosce nella comunità LGBTQ.
Ecco perché la guardia non va mai abbassata.
Al recente Lovers Film Festival di Torino, la direttrice Vladimir Luxuria ha presentato la versione italiana del documentario Are You Proud?, distribuito dalla Magnitudo Film con un calendario speciale che prevede proiezioni speciali su richiesta dei comitati Pride nelle date delle rispettive manifestazioni. È la prima volta che succede nel nostro paese.
«È un modo per avvicinarsi ancora di più alla comunità – dichiara Francesco Invernizzi della Magnitudo – I più grandi nemici dei diritti LGBTQ sono stati l’invisibilità e il silenzio. Quando si rimane nell’ombra, quando non ci si rivela per quello che siamo, l’ignoranza prevale. La paura prevale. L’omofobia prevale. La prima volta che vidi questo documentario, pensai subito che parlare della storia dei Pride era parlare dell’uscita dall’ombra, della vittoria della luce sugli atteggiamenti e sui pensieri più cupi».
Firmato dal giovanissimo Ashley Joiner, “Are You Proud?” è la documentazione della presa di coscienza della comunità LGBTQ e dei Pride in Inghilterra. Contiene storie cha partono da esperienze di soldati gay nel secondo conflitto mondiale. Passa dall’attacco frontale della Thatcher al diritto inalienabile di essere gay. Arriva all’incitamento alla folla del sindaco di Londra con l’ “Are You Proud?” che diventa il titolo del film.
Nell’inquadrare il documentario, aiuta l’opinione di Valerio Barbini, attivista de I Sentinelli di Milano. «Negli ultimi anni, in Italia ma non solo, si manifesta un nuovo interesse per la storia LGBTQI+. A raccontarla non é più solo il lavoro fondamentale di attiviste e attivisti, ma il disporre finalmente di prodotti editoriali, film, documentari. “Are you proud?” mi pare un lavoro prezioso per la capacità di riportare l’evoluzione del movimento, inglese ma con un occhio internazionale. Molto si sta pubblicando per raccontare e approfondire passaggi chiave ed episodi particolari, ma “Are you proud?” riesce a raccontare il percorso della comunità, senza perdere dettagli importanti e i passaggi principali, con prezioso materiale d’archivio e interviste a protagonisti delle vicende».
È importante che il documentario arrivi in Italia mentre si sta sempre più strutturando anche nel nostro paese la presa di coscienza popolare sulla storia dei movimenti LGBTQ. A dimostrarlo è la nascita del comitato italiano del LGBTQ+ History Month, che nasce proprio per dare rilievo al passato, perché solo imparando dalla storia possiamo affrontare il futuro. Lo auspica Barbini riferendosi ad Are You Proud: «Il documentario si chiude raccontando quelle che ora sono le avanguardie del movimento, nuove soggettività che pretendono, anche in maniera critica, di avere voce, di avere spazio, portando l’attenzione sull’importanza di un approccio inclusivo e davvero intersezionale. “Are you proud?” ci accompagna dalla storia al futuro del Pride, come momento politico vivo, di celebrazione e di lotta. É qualcosa che serve e che non c’era».
Esattamente come i pride.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 1 giugno 2022