A caccia di fari sull’altra penisola

A caccia di fari sull’altra penisola

Vibe ha occhi così blu che bucano il tetto del suo laboratorio e portano il cielo di Danimarca sulle ceramiche che modella. È vestita con un abito elegante, sul quale si distinguono le impronte delle sue mani, lasciate in un tentativo maldestro di pulirsele per venire a salutare mentre lavora la creta. Nelle tazze che crea ci sono le dune di sabbia che abbracciano i fari, i colori cangianti dei cottage, la natura degli spazi aperti che fanno del suo Paese una successione di quadri di Hopper sul versante europeo dell’oceano. 

Qui il bagno si fa in acque fredde ma cristalline, praticamente soli. Si è immersi nella natura di una penisola che è un po’ l’alter ego della nostra Italia, perché lo Jutland è nel Mare del Nord, verso la Scandinavia, quello che la nostra penisola è nel Mediterraneo verso l’Africa. Ponti di terra nella distesa blu, la differenza rispetto alle abitudine marine del nostro Paese è l’assenza di sdraio incatenate in pochi metri e l’inesistenza di città costiere da passeggio. 
Perché questa parte della Danimarca è un’ode alla natura e al rispetto della quiete, con una densità di popolazione bassissima. 

Camminare sulle sue spiagge con il vento che increspa la superficie del mare prima di accarezzare le dune e perdersi sulle chiome del bosco è un’esperienza da provare. L’alba o il tramonto sono i momenti migliori, quando i fari nel crepuscolo vigilano sulle rotte delle navi lontane e i cervi del Parco Nazionale di Thy pascolano ai margini della foresta diffondendo bramiti regali.

Nessun fucile gli sparerà mai, perché il cacciatore, qui, cerca i fari. Tra le grandi lanterne costiere riconosce quella di Bovbjerg, rossa per distinguersi dai campanili dei villaggi vicini, separati dalla prateria dove i cavalli scorrazzano come in una saga norrena.

A caccia di fari sull’altra penisola

Più a nord, il faro di Lodbjerg è in granito, spunta dalla foresta e pende leggermente verso il mare. Il responsabile del centro faunistico spiega che è stato costruito lì, a un chilometro dal mare, per appoggiarlo su un’altura e renderlo più visibile da lontano. Il Parco Nazionale di Thy, in cui è letteralmente immerso, è il più antico della nazione.

A caccia di fari sull’altra penisola

Il faro di Vorupør ricorda quello dei fumetti. A strisce bianche e rosse, anima la spiaggia dei surfisti.

Hanstolm è il punto in cui l’oceano si incanala tra Norvegia e Danimarca, con il faro protetto in una piccola caserma. Salendoci al tramonto, i prismi della lanterna docciano suggestivi effetti arcobaleno su chi sta risalendo la scala.

A caccia di fari sull’altra penisola

Il faro di Rubjerg Knude [in copertina N.d.R], invece, è una star di Youtube grazie al filmato che mostra il suo spostamento nell’entroterra su carrelli per salvarlo dal crollo dovuto all’erosione della costa. Anche se abbandonato, sono in molti ad avvicinarlo per godere la vista sul tratto più alto delle scogliere. 

Le ultime luci giganti sono quelle di Skagen. Alla fine dello Jutland, dove le acque giocano a modellare l’istmo di sabbia. Ce ne sono due. Quella anonima sul versante settentrionale è la più recente, l’altra dalle forme classiche è diventata centro visite per l’avifauna migratoria che qui transita copiosa. 

Il punto asciutto più estremo che si possa toccare coi propri piedi è Grenen. È qui che, danesi e non, consumano il rito dell’immergersi dove finisce questo blocco di Europa continentale. Lo sapevano bene gli eserciti arrivati fino a questo paesaggio, da cui si sorveglia facilmente il transito dei natanti. Gli ultimi arrivati furono i nazisti, i loro bunker sono una presenza che non passa inosservata su tutto il litorale. Le costruzioni ciclopiche sono ormai seppellite dalle dune o circondate dall’acqua come mastodonti marini imbalsamati dal tempo. 

Se le fortificazioni quasi spariscono nella vegetazione, non passano inosservate le folle che nelle ore centrali della giornata si incamminano per i venti minuti che dal parcheggio portano fino alla punta. Se ogni rito richiede il suo sacrificio, la colonna umana di Grenen è il pegno per un luogo tanto originale. I più pigri scelgono addirittura di farsi trascinare su un carrello mosso da un trattore. Il tragitto è fortunatamente tenuto lontano dal percorso pedonale, così la carovana diventa perfino suggestiva da fotografare. Va riconosciuto che è anche l’unico sistema per permettere di raggiungere questo luogo a chi ha problemi deambulatori. 
Per le anime romantiche che amano le passeggiate solitarie, c’è sempre l’opzione di muoversi all’alba, con il disco solare che si stiracchia dalla Svezia per allungare le ombre di chi sceglie le sabbie immacolate del mattino. Ogni giorno dell’anno, lo spettacolo è garantito con l’unica compagnia dei gabbiani.

È in questi momenti che ci si rende conto di trovarsi esattamente nel luogo che ha attratto gli artisti danesi degli ultimi tre secoli. Il perché lo si capisce guardandosi attorno, immergendosi nelle atmosfere delle brume che in autunno e in primavera ammantano queste terre, basse ma affatto noiose. Nel piccolo museo d’arte di Skagen si ammirano le immagini fissate nel tempo, come le case dei pittori e degli scrittori, che sembrano appena lasciate dai loro abitanti con la promessa di tornare subito e raccontare la raffinatezza dell’ ‘altra penisola’ d’Europa. 

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 25 agosto 2022