La capitale finanziaria d’Israele è una città di stampo europeo o americano. Finché non scende la notte e, con lei, una dimensione completamente diversa.
Solo ieri pomeriggio, la camminata tra il centro e Jaffa ci ha regalato passaggi di bellezza struggente. I vicoli della città vecchia con il porto, per secoli, sono stati la porta dell’Oriente. Il convento francescano svetta sulla piazza, fra Eduardo si sta preparando alla messa. Sotto la balconata, i surfisti sono sulle loro tavole in attesa dell’onda perfetta. Alcuni giovani siedono sulla parte erbosa della collina e guardano in silenzio il tramonto che ci accompagna verso la notte.

È il varco, lì lasciamo l’Europa per entrare nel Medio Oriente della cronaca. Abbiamo tutti negli occhi le macerie di Gaza, Teheran, il Libano, la stessa Tel Aviv, ma quando ti tocca da vicino c’è come un intervento degli altri sensi, tutti. Perfino quelli che manco ricordi di avere. A farti intuire che qualcosa di anormale ci sia, ci sono le immagini dei riservisti che passeggiano in costume con a tracolla il mitra invece del telo da spiaggia e il convoglio dei militari del pronto intervento sul lungomare dove altrove ti aspetteresti i banchetti del gelato.
L’allarme del pomeriggio ci ha colto nel centro di Jaffa. Yosef stava portando a spasso Uma, la sua pastore tedesco, quando i telefonini hanno ricevuto il segnale di massima allerta e ci ha invitato a seguirlo. Scrittore e poeta, abbiamo vissuto il ricovero con lui e con la popolazione del quartiere. Sulle panche ci sono cuscini e coperte. A terra un grande tappeto. In realtà si sta meglio sul pavimento, ho tolto i sandali come molti altri per scoprire che il fresco sotto la pianta dei piedi è un sollievo.

Due bambine guardano la storia di Nemo sul portatile della mamma. Sulla panca Abel sta piangendo. Indossa la maglietta del Real Madrid e decido di usarla come ponte. Il calcio gli piace, sogna di venire in Italia a vedere una partita. È un’attaccante e se la cava bene, mi dice con orgoglio. È qui con la sorellina ed è il suo dodicesimo compleanno. Piangeva perché ha paura di uscire e non trovare più nulla. Il rifugio ha tutto l’equipaggiamento per le minacce chimiche e nucleari. Non più un garage o una tromba di scale, ma un vero shelter con porte blindate e bagni. Le scritte sono in ebraico e in arabo, anche se Batya mi spiega che sono solo gli ebrei israeliani a usare il ricovero. Gli arabi israeliani è raro che ci vengano. Sono fatalisti. Ad allarme finito scopro che Batya è una musicista, ha una figlia in Italia e con il marito primo violino d’orchestra ha girato l’Europa.
Basta lo scendere della notte, però, che di colpo l’Europa si allontana. Il secondo allarme è anticipato nella chat del canale Telegram dalle scie dei missili che si levano da Teheran sotto gli occhi degli iraniani per puntare qui. “Qui” significa esattamente qui, perché questa volta il missile che ha bucato l’Iron Dome è finito nel quartiere, davanti a me. L’onda d’urto mi ha attraversato. Mi ricorda un po’ certe scene del The Day After che ci fecero vedere al liceo. Mancava la parte delle radiazioni, ma il resto c’era. Anche quando, ad allarme cessato, corro coi colleghi verso la strada dell’impatto. Vetrine sfondate, porte e finestre divelte, l’ambulanza con i feriti, ovunque una galassia di vetri sull’asfalto a far scricchiolare le scarpe e riflettere i lampeggianti dei mezzi di soccorso che stanno convergendo qui. A noi della stampa iniziano ad affiancarsi i curiosi, ma l’esercito sta già delimitando l’area. Allontana tutti. Una commerciante spiega che lì avanti c’è il suo negozio e deve passare per vedere cosa è successo. Nella coppia in uniforme che ha davanti, il militare maschio è perentorio. La soldatessa, invece, le mostra empatia e la invita a tranquillizzarsi, promettendole di farla passare appena l’area sarà in sicurezza. Un idrante esploso bagna una parte della strada rendendola una cascata, ne approfitto per usarla come corridoio e avvicinarmi al cuore della scena. Ci sono i volontari di ZAKA (acronimo di “Zihuy Korbanot Ason” – “Identificazione delle Vittime di Disastri”) che sono all’opera. Mi fermo.
Le sirene continuano, fino ad essere coperte dal rombo dei cargo dell’esercito americano che oggi saranno probabilmente gli unici a toccare l’asfalto della pista di Tel Aviv. Dovrebbero infondere sicurezza, ma è la consapevolezza che probabilmente stanno portando materiale per prepararsi a qualcosa che ancora non so. Perché vengo da quella parte dell’Europa che la guerra la conosce solo dai telefonini, dai film o dai racconti degli anziani. Ma da qui è tutto maledettamente diverso.
Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 16 giugno 2025