TEL AVIV Il ricordo di famiglia di bombardamenti e corse nei rifugi fino a due giorni fa era di mamma Giuliana. Viale Sarca a Milano. L’allarme, la corsa nelle cantine con lei e zio Gianni piccoli avvolti nelle coperte, in braccio al nonno Ervè. “La coperta forse non ci avrebbe protetto dal crollo, ma almeno ci dava sicurezza”, mi dice sempre quando ne parla.
Dopo 85 anni, in condizioni meno precarie, ma con lo stesso stato d’animo – dove colpiranno? – ci sono io. Senza coperta e con la scelta di esserci arrivato per lavoro. A fare la differenza c’è anche la tecnologia. Stiamo mangiando quando i telefoni si accendono tutti contemporaneamente in un unico coro elettronico. Lampeggiano, vibrano, squillano. L’app delle emergenze nazionali segna allerta massima con quel rosso che ormai qui a Tel Aviv conosciamo bene.
La prima volta è un falso allarme. La tensione scende, si torna a parlare, qualcuno ordina ancora da bere. Ma mezz’ora dopo ricomincia. E questa volta no, non è un errore. Missili veri. Ci alziamo da tavola e ci accodiamo al gruppo verso le scale di sicurezza. Mi colpisce che i camerieri ci lasciano passare avanti. Mi viene in mente il Titanic, ma mi spiegano che è protocollo: prima gli ospiti, poi lo staff. È la guerra che diventa regolamento.
La discesa di persone e missili
Arrivati alla porta di sicurezza, la prima sensazione è il caldo: una folata di aria rovente sale dalla tromba delle scale che inghiottisce le persone. C’è un che di Dante, se non fosse che la discesa è disciplinata, no panic. Precedenza alle mamme coi bambini, poi agli anziani. Mi affianco a un nonno con il bastone che fatica ad appoggiarsi alla ringhiera. Siamo tra gli ultimi. Cerco di fargli da appoggio mentre conquistiamo il secondo pianerottolo, solo un piano sotto, ma è già qualcosa.
Dietro di noi c’è ancora una signora tutta vestita di bianco col suo cagnolino. L’animale è spaesato, con quella pelliccia patisce il caldo più di tutti. I suoi occhi dicono che la normalità dovrebbe essere un’altra. Ci sono anche un papà con la maglietta da Superman e una bimba vestita da fatina. A fianco, due ragazzi maschi che si tengono per mano. Due giovani donne un po’ più in basso indossano un vestito da cerimonia, probabilmente sono qui per festeggiare.
Pur con la porta chiusa, nel rifugio si sentono dei botti in lontananza. Secchi, distinti. Noto che quelli attorno a me hanno le facce illuminate dai telefoni, guardano le immagini che dalle webcam sui tetti.
“Un allarme dura dieci minuti”, dicono. Passano più veloci di quanto non si creda. Dai rettangoli luminosi capiamo che il cielo di Tel Aviv è pieno di scie. C’è una fisica che si impara alla svelta: scia infiammata orizzontale significa missile intercettato dalle contromisure. Scia verticale significa invece che l’ordigno ha passato le difese. C’è una diversa velocità, quella delle prime ha quasi del fuoco d’artificio. Se la situazione non fosse tragica, farebbe pensare a una festa di paese. L’avvicinarsi delle seconde è veloce, diretta, guardi come scende e ti rendi conto che se fossi sulla traiettoria non avresti scampo. Mai come prima di questo istante mi immedesimo in chi un missile se l’è visto arrivare addosso. Salvo poi rifletterci e capire che probabilmente non ci si accorge di nulla.

Sul tetto
La notte scorre segmentata dagli allarmi. Tra una sirena e l’altra si riemerge dall’involucro per stare nell’atrio trasformato in campo. La gente cerca di dormire, qualcuno rimane incollato ai notiziari, la sensazione è comunque di quiete. La chat mi segnala che c’è un’altra ondata in arrivo. L’effetto sulla mappa dei possibili bersagli è un grappolo d’uva con gli acini che si sovrappongono fitti. Lo stesso simbolo ripreso dal logo del ministero del turismo di questa terra che dovrebbe essere baciata dalla pace interconfessionale. E invece.
All’allarme successivo decido di rompere la barriera dello schermo e salire sul tetto. Voglio vedere coi miei occhi per cogliere tutte le sensazioni. Pensando all’immagine di mamma, mi rendo conto che, da lì, le sirene sono una coperta, azzerano ogni altro rumore e creano una sospensione. Come arrivassero dal mare, anche se dal mare, ci si aspetterebbe un altro tipo di sirena. Al rumore delle onde succede quello delle prime contromisure che si alzano nel cielo. Poi più nulla, per qualche secondo. Finché iniziano i fischi, le esplosioni, i lampi.
Dal punto di osservazione dove mi trovo, riesco ad incastrarmi tra un pilastrino di cemento e la parete, per dare stabilità alla camera ma anche per proteggermi in caso mi arrivasse vicino. Un’incoscienza consapevole che, se fosse troppo vicino, probabilmente non me ne accorgerei. I colpi si intensificano, tutte le scie sono orizzontali. Poi una più nitida, verticale. Ha dunque passato la Iron Dome (la barriera antimissilistica) e si infila come un coltello nel burro del quartiere finanziario. L’obiettivo è probabilmente un quartier generale delle forze armate israeliane. Ci siamo passati vicini ieri. Muri alti, filo spinato, barriere massicce in contrasto con le pareti di vetro dei cinquanta piani della city tutta attorno. Una certa convivenza tra il medio evo e la fantascienza. La fiammata dura un attimo, ma crea un effetto di quinta teatrale tra i grattacieli davanti, di cui distinguo il profilo scuro, e quelli dietro che si accendono del colore della vampata. Un attimo dopo si alza la cupola dello spostamento d’aria. Si nota distintamente mentre i timpani sono compressi da un suono sordo.
Dal luogo dell’impatto si alza una colonna di fumo, che col passare dei secondi sovrasta i grattacieli e prende la forma di un fungo. Stimo che potrebbe essere a un paio di chilometri, forse meno.
In lontananza altri boati, arrivano dalle colline da cui tra poco inizierà ad albeggiare.
Scatterà ancora un ultimo allarme, ma falso. Di vero ci rimane la memoria del video che con il collega Pasquale Quaranta postiamo sul sito di Repubblica.
Il mattino dopo
Il mattino mi riconsegna la skyline dei giorni precedenti, tutto sembra tornato alla normalità, almeno fino al prossimo allarme. Nell’ingresso c’è un cumulo di zaini e valigie. Farebbero credere ai turisti in fuga, ma sono i riservisti che convergono qui. Fuori, in strada al livello del suolo, mi rimane nell’orecchio l’impronta dei suoni. Quello che più mi impressiona è il fischio. Lo sento continuamente e ogni frenata o stridore mi ci fa pensare intensificando il battito del cuore e facendomi aspettare il boato e la vibrazione, che però non arrivano.
Se è così per me che lo vivo come un episodio e che, appena ci saranno di nuovo aerei, potrò rientrare, che ne è di chi qui ci vive tutti i giorni?
Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 14 giugno 2025