Tel Aviv, dopo le sirene. Finestre aperte e prossimità ai rifugi, il deserto nelle strade del Pride

Tel Aviv, dopo le sirene. Finestre aperte e prossimità ai rifugi, il deserto nelle strade del Pride

Trascorso un giorno intero dalle prime sirene, la città respira diversamente. Ci hanno permesso di rientrare nelle stanze, ma con una raccomandazione che suona paradossale: lasciare le finestre aperte per contenere le schegge in caso di deflagrazione. È il linguaggio della guerra che si fa quotidiano, tecnico, quasi domestico. Eppure il sole e il godibilissimo lungomare di Tel Aviv tracciano un paesaggio da città costiera perfetta per correre, pedalare, nuotare. Ma niente, c’è la raccomandazione di non allontanarsi dalla nostra residenza.

In questo tramonto che indora i grattacieli mentre le vecchie case basse sono già nella penombra mediterranea, la minaccia droni pare attenuata, anche se nella chat circolano immagini di jet iraniani che decollano. Il divieto di uscire è stato revocato, ma rimane la regola non scritta di questa terra: stare sempre vicini a un rifugio. I soldati che presidiano le strade sono giovanissimi riservisti dell’Idf, con armi da guerra che sembrano troppo grandi per le loro spalle. La tensione si legge nei loro occhi: “Una parola è poca e due sono troppe”, dice chi li osserva. Si temono gesti isolati, la follia di chi non ha più nulla da perdere.

Le notizie filtrano attraverso i messaggi degli smartphone, frammentati ma pesanti. Tutti i voli cancellati e tutti gli aerei civili fatti andare altrove. Così l’aeroporto è vuoto e il paese isolato, perfino il jet del primo ministro è stato mandato ad Atene. Sono tutte notizie che riempiono le chat, di certo c’è che Israele ha colpito l’Iran durante la notte, eliminando alti comandanti militari tra cui il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane. È quello che chiedeva l’opposizione clandestina e dissidente iraniana. Il pensiero, come per Gaza, va ai civili vittime dei regimi di follia. La risposta non si è fatta attendere: droni lanciati verso il territorio israeliano. Il mondo trattiene il fiato. 

Il Pride che non c’è più

Una nota inusuale per un contesto di questo tipo. Alle 12 dovevano sfilare le bandiere arcobaleno per le strade di Tel Aviv. Invece c’è il silenzio, qualche camminatore solitario, un ciclista che sfreccia accanto all’auto della polizia locale. Il Pride è stato cancellato, come era inevitabile. Ma la sua assenza racconta una storia più complessa di quella che si vorrebbe narrare. Ancora ieri raccoglievo le testimonianze che sapevano di una scommessa. “No Pride with genocide”, “Pinkwashing”, gridavano da fuori Israele. Come se i diritti fossero un lusso da rimandare quando si muore. Ma qui, nelle parole di chi governa questa città, emerge un’altra verità. Meital Lehavy, vicesindaca con delega alla comunità LGBT, la mette così: “Cancellare la parata sarebbe stato un altro modo per cancellare i nostri diritti. È da 27 anni che sfiliamo per i diritti. Di tutti”. È il paradosso di una terra che combatte su troppi fronti: contro i nemici esterni e contro un governo che alcuni dei suoi stessi cittadini definiscono “fondamentalista e ostile a riconoscere i diritti di tutti”. “Alcuni ministri hanno affermato che la comunità LGBT è peggio di Hamas”, racconta Lehavy. “Combattiamo per uno Stato che, nel frattempo, ci reprime”. Tel Aviv si conferma rifugio nel rifugio. Un centro LGBT aperto 24 ore, supporto psicologico, spazi sicuri anche per palestinesi queer che Hamas vorrebbe morti. Curioso: esattamente come i fondamentalisti ebraici, che probabilmente ignorano che ci sono lesbiche e gay che nell’esercito stanno proteggendo pure loro. Reut Naggar, consigliera comunale, spiegava solo ieri sera: “Quest’anno ospiteremo un evento sul tetto del Municipio, coinvolgendo persone LGBT palestinesi. Uno spazio sicuro per conoscersi, costruire comunità”.

La solitudine che non esiste

Dalle news internazionali che arrivano sui telefoni emerge un quadro geopolitico che contraddice le narrazioni più semplici. La Giordania intercetta i droni iraniani nel proprio spazio aereo. L’Egitto sospende le manifestazioni pro-palestinesi. Persino Bin Salman offre aiuto all’Iran, ma – analizza Maurizio Molinari – “è la legge del deserto”: ti offro aiuto perché ti vedo morente. Israele non è così sola come si vorrebbe credere. Ma non è nemmeno così compatta come appare dall’esterno. Dentro ha un’opposizione che vuole il dialogo, ha una città come Tel Aviv che resiste al proprio governo, ha voci come quella di Reut Naggar che dice: “Nessuno è davvero libero finché qualcun altro è oppresso”. Il figlio di Meital Lehavy è tornato al fronte. “Non andare”, gli ha detto la madre. “Non posso lasciare i miei amici da soli”, ha risposto lui. È l’eterno dilemma di questa terra: come si fa a non combattere quando qualcuno ti vuole morto? 

L’uovo e il guscio

Nelle parole della nonna marocchina citata da Reut c’è forse la chiave di lettura di tutto: “Bisogna imparare a sbattere da dentro l’uovo, senza rompere il guscio”. Perché a volte il conflitto non si può evitare, ma si può contenere. Si può abitare. Senza distruggere tutto. Senza annullarsi. Qui, nella lobby dell’hotel trasformato in rifugio, qualcuno prova ancora a immaginare un futuro in cui le bandiere arcobaleno possano sfilare senza il rumore delle sirene. Non oggi, forse. Ma domani, chissà. Le finestre restano aperte, come ci hanno raccomandato. Per le schegge, dicono. Ma forse anche per far entrare un po’ di quel futuro che vorremmo raccontare. Cala la notte, si sentono le onde, ci rassicurano. 

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 13 giugno 2025