Grazia Deledda scriveva di aver vissuto “coi venti, coi boschi, colle montagne” e “mille e mille volte ho appoggiato la testa ai tronchi degli alberi per ascoltarne la voce”.
A Isola Rossa ci sono delle piattaforme di legno appoggiate agli scogli. Sono nove bolle di quiete sospese sul blu, con il sole che vi tramonta esattamente di fronte. A piedi nudi sulle tavole, il libro di Grazia Deledda si sfoglia nel vento, in quell’ora del giorno in cui i refoli di mare e quelli di terra si incontrano e giocano tra loro.
Lì ho assorbito l’autrice sarda Premio Nobel. C’erano le voci di tutti quelli che erano passati prima di me: banditi e questori, pescatori e cacciatori, pastori e costruttori di nuraghi. Sono ancora tutti al loro posto, nell’entroterra. Basta risalire il vento per andarli a trovare. Come il ponte di una nave nel tempo, quelle tavole sono un punto di partenza. L’anima dell’Hotel Torreruja, tappa del gruppo gallurese Delphina, le ha create per i suoi ospiti.
I pescatori
Isola Rossa comincia da lì. Borgo di mare sul Golfo dell’Asinara, dà il nome — insieme al colore delle sue rocce — a quel tratto di costa nord-occidentale che si chiama Costa Rossa. Il paesaggio conserva un carattere ruvido e schivo fatto di calette, piscine naturali dai fondali sabbiosi, acque limpide che si aprono su spiagge di sabbia fine, le onde che lavorano la pietra.
Su un promontorio che degrada verso la baia e verso la roccia di Punta Li Canneddi, un occhio attento coglie le casupole di un’altra struttura, il Marinedda, cinque stelle con centro Thalasso e SPA che prende il nome dalla spiaggia. Affacciarsi alla distesa mediterranea è una soglia. Si esce al mattino, si rientra la sera con i piedi impolverati e la testa piena di silenzi. Nel mezzo, i riflessi del giro in kayak, le impronte lasciate sul bagnasciuga, i profumi sui sentieri nella pineta, l’acqua salata dei percorsi Thalasso. E ogni sera il tramonto, puntuale, sul Golfo, un invito a trattenere il sole catturandolo tra le dita appena prima che si sciolga in acqua. Da qui, comincia la scoperta dell’entroterra.

I pastori e i cacciatori
Si sale, nel cuore della Gallura. Destinazione Aggius. Chi ha fondato gli alberghi è nato lì. Il paese si annuncia con le sue case in pietra, tra le più curate del territorio. Bandiera Arancione del Touring, l’economia dell’abitato poggiava sulla lavorazione del granito e sulla tradizione per l’arte della tessitura. Camminare tra i vicoli nel primo pomeriggio, quando le imposte restano chiuse e le case trattengono il fiato, è già una forma di ascolto.
Aggius, del resto, parla, anzi canta. Il coro locale, celebre per le sue sonorità, fu ribattezzato da Gabriele D’Annunzio “Coro del galletto di Gallura”. Il museo etnografico intitolato a Oliva Carta Cannas custodisce le melodie, ma anche oggetti e macchinari originali che raccontano la vita quotidiana di tutta la Gallura, quella dei pastori negli stazzi e di chi batteva i boschi.

I banditi e i questori
Le voci antiche rimbalzano di muro in muro fino a un palazzetto. In pietra come tutto il resto del paese. È il museo del Banditismo, ospitato nell’edificio della vecchia Pretura. Un luogo che tiene insieme le due parti della stessa storia, chi fuggiva e chi inseguiva. Ci sono le foto di molti banditi. Messi al bando dalla società per qualche ragione, a volte da una legge ingiusta. C’è anche una donna, colpevole di aver ucciso per difendersi da un aggressore. Il grigiore di una quotidianità lontana, oggi ha un contrappunto nei colori vivaci dei murales che animano saracinesche e facciate. Uno addirittura prolunga su una casa il profilo della montagna che incornicia l’abitato.
Attorno ai tetti si apre la piana dei Grandi Sassi. A Giovanni Lilliu, padre dell’archeologia sarda, i macigni parvero “rottami di giganti divelti da un dio vendicatore”, disseminati per la valle, levigati da pioggia e vento fino a forme morbide e ondulate. Da qui il secondo nome del pianoro, valle della Luna. Alcuni massi assumono fattezze antropomorfe e si finisce per riconoscervi un frate incappucciato, una testa Moai, la sagoma di un animale. Al tramonto, la luce radente accende le sculture naturali e la valle rallenta. Nelle cavità chiamate tafoni, la gente del luogo ha trovato riparo per secoli. Chi vi si siede dentro capisce perché. È la terra che parla mentre si attraversano i boschi di querce da sughero, lecci e corbezzoli. Fino al nuraghe Izzana, il più grande della Gallura. Dentro, l’aria è fresca. Fuori, il vento continua a fare il suo lavoro, come da quattromila anni.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 20 luglio 2026