Da Madrid alle Asturie, lezioni di sostenibilità dalla Spagna

Da Madrid alle Asturie, lezioni di sostenibilità dalla Spagna

La sala è al buio, le pareti respirano. Radici che si allungano come vene, cellule che si aprono e si richiudono, una farfalla spiega le ali e pare di sentirne l’aria mossa, il muso di un felino occupa per intero la parete di fondo. Somos naturaleza, al CaixaForum di Madrid fino al 7 marzo 2027, è un percorso audiovisivo immersivo di settanta minuti prodotto da OASIS Immersive Studios con la National Geographic Society: tre ambienti, proiezioni e suono avvolgente costruiti intorno alla tesi che la cura della biodiversità sia una faccenda collettiva, fatta della somma dei gesti individuali.
Il CaixaForum occupa una centrale elettrica di fine Ottocento, adattata da Herzog & de Meuron sul paseo del Prado. Si passeggia nel cuore della capitale al suono della cascata che bagna il piano basamentale e isola dal rumore del traffico, mentre sul muro cieco accanto all’ingresso Patrick Blanc ha appeso il giardino verticale diventato la facciata più fotografata dell’isolato. È la natura che entra in città in verticale, mentre a pochi metri scorrono quattro corsie e, appena oltre, c’è una delle più grandi collezioni d’arte al mondo.
Resta la domanda che le suggestioni dei filmati delle sale pongono: dove quelle immagini diventano luoghi veri?

La costa che si consuma

Cinquecento chilometri più a nord, la risposta prende la forma di una linea di sabbia. A Barayo, riserva naturale tra Navia e Valdés, l’estuario e le dune restano quasi vuoti perfino ad agosto, perché ci si arriva soltanto a piedi e il sentiero seleziona il pubblico. Poco più a est, lungo il paesaggio protetto della costa orientale asturiana, i bufones di Pría sparano getti d’acqua quando la mareggiata comprime l’aria dentro il calcare. Per effetto della salsedine, sopra la falesia la prateria arretra di qualche centimetro l’anno.
Quanto sia sottile questa linea si è visto nel gennaio 2024, quando i pellet di plastica arrivarono fin qui: ventisei tonnellate uscite da un container perso l’8 dicembre precedente dal cargo Toconao al largo di Viana do Castelo, prima sulle spiagge galiziane e poi su quelle asturiane, raccolte dai volontari che restituirono un luogo pulito.
Le chiesette che punteggiano questo tratto di costa testimoniano la sostenibilità dimostrando come si possa andare oltre le nostre singole vite. San Antolín de Bedón sta a duecento metri dalla spiaggia, l’arenaria dei muri mangiata dal salino, l’abside voltata verso l’interno. La Ermita de la Regalina, a Cadavedo, occupa un promontorio sull’oceano e ha poco meno di un secolo. Il preromanico asturiano — Santa María del Naranco sopra Oviedo, San Salvador de Valdediós consacrato nell’893, per fare da esempi — dura da dodici secoli perché costruito con pietra di cava locale, con pendenze e orientamenti calcolati per un clima piovoso.

Trecento bandiere

Novecento chilometri a sud, in provincia di Málaga, la parola inclusività ha assunto una forma concreta. Villanueva de Algaidas, quattromila abitanti in un mare di uliveti, è nata intorno a un convento francescano — Nuestra Señora de la Consolación, fondato dal primo duca di Osuna — e a due eremi rupestri mozarabici scavati nell’arenaria tra IX e X secolo. Ma nel giugno 2020 il paese è finito sui giornali nazionali per una ragione completamente diversa: il sindaco José Antonio Cívico ritirò dal balcone del municipio la bandiera arcobaleno, in applicazione di una sentenza del Tribunale supremo sui vessilli privi di carattere ufficiale esposti negli edifici pubblici. La risposta arrivò dalle case: circa trecento bandiere apparvero ai balconi e alle finestre, in tutte le frazioni. La legittimità istituzionale era stata rispettata alla lettera, ma la comunità ha risposto sull’unico piano che le restava, quello delle proprie finestre, dimostrando che un mondo rispettoso è possibile.

Mulini e zafferano

Il cerro Calderico, sopra Consuegra, è la schiena di un gigantesco animale accasciato sulla piana di Castiglia-La Mancia. Il sole basso all’orizzonte allunga le ombre tra i mulini in fila e il castello dei cavalieri ospitalieri. Ci si trova immersi nel silenzio tra i giganti di Cervantes. Sotto, la campagna trasmette l’idea di operosità secolare. Qui si producono vino e zafferano in un’economia agricola retta da ritmi ancestrali. Gli stimmi più preziosi del mondo si raccolgono all’alba di ottobre, la monda si fa a mano, fiore per fiore. Un prodotto che reggerà finché ci sarà la manodopera, in una regione che perde abitanti da decenni. La letteratura aveva fissato l’immagine di questa pianura ben prima che qualcuno la chiamasse paesaggio.
Un paesaggio che dura finché qualcuno continua a lavorarlo pone una domanda antica: chi ha titolo su una terra, e in nome di che cosa. In Spagna quella domanda ha una data e un luogo. Nel De indis del 1539, dalle aule di Salamanca — la più antica università spagnola, fondata nel 1218 — il domenicano Francisco de Vitoria argomentò per la prima volta con rigore giuridico il riconoscimento della sovranità e della dignità politica delle popolazioni indigene: la scoperta geografica, da sola, restava priva di valore come titolo di dominio.
Da lì passa, per una linea lunga e discontinua, l’idea che i diritti riguardino tutti. Estenderla a chi verrà dopo di noi è, in fondo, la definizione operativa di sostenibilità. Ambientale, sociale, economica.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 3 settembre 2026