L'eclissi tra gli orsi e il silenzio dei mustang

L’eclissi tra gli orsi e il silenzio dei mustang

Picos de Europa, la Spagna più alpina, quella di orsi e aquile. Il sole è basso, prossimo al tramonto. Con l’astro a pochi gradi dall’orizzonte, la catena montuosa davanti a me ha smesso di essere paesaggio ed è diventata il bordo di qualcosa. C’era un prato, un pianoro con figure umane che si stagliavano nell’aria, poi il vuoto della valle, infine il crinale roccioso. Terra. Il pianeta, più che la materia.
Vicini, Francesco e Matteo, ventitré e vent’anni, alla prima eclissi totale. Appena il sole è diventato nero, dal prato tra i Picos si è levato un oooh di stupore. Qualcuno ha applaudito. Il sole oscurato, però, era e resta un ossimoro per il cervello. Forse per questo, nello scorrere dei minuti della totalità, è prevalso il silenzio. A me ha trasmesso l’effetto di essere in una bolla. Ho risentito le voci altrui solo quando tutto era finito.
È questo silenzio, quel che più mi fa riflettere. Perché c’è stato un attimo, quando il sole è diventato un disco cupo, lasciando tutti con il naso all’insù, in cui le parole sono diventate superflue.
Mi era già successo nelle praterie del Wyoming. Era il 2017. Eravamo una troupe ridotta, al lavoro su un documentario dedicato ai paleontologi, i cercatori di dinosauri contemporanei. Il set erano gli altopiani abitati ancora dai nativi americani. Intorno a noi galoppavano i mustang, facevano vibrare il terreno. Fino al disco nero, quando tutti si immobilizzarono sotto il cielo, in un fermo immagine cinematografico.
Un cavallo ignora tutto di orbite e occultazioni. Eppure reagisce come reagiamo noi. La conclusione è scomoda per chi ritiene lo stupore un fatto culturale, perché c’è un silenzio che precede la cultura, sta più in basso, nel corpo.

Qualcosa succede dentro, in effetti. La temperatura cala di colpo di alcuni gradi e la pelle se ne accorge prima della mente. La luce cambia natura. Viene meno il sole, ma i contorni restano, le ombre conservano un profilo netto che le tenebre vere cancellerebbero. È un buio che somiglia a un’ora strana, sbagliata, più che a una notte. Soprattutto, il sole smette di scaldare e in quel momento si capisce fisicamente, senza mediazioni, che è quella distanza a dare la vita.
Il sapere toglie la paura, mai lo stupore. È la ragione per cui l’esperienza mette in comunicazione con chiunque ci abbia preceduto. Appena il giorno prima ero sotto la volta del Cielo de Salamanca, dipinta cinque secoli, dove gli astri hanno il volto delle figure del mito. Un modo per dare un nome al cielo, più che per spiegarlo. Le paure restavano intatte. Mia suocera, Miranda, da bambina vide un’eclissi sull’aia della casa di mezzadri in val di Cecina. Si spaventò. Capì bene solo molto tempo dopo. In mezzo restarono anni in cui quell’evento era accaduto e basta, privo di nome.

A Burgos, due giorni dopo l’eclissi, ho visitato il museo dell’evoluzione umana, quello costruito attorno agli scavi della Sierra de Atapuerca. Vetrine di crani di ominidi vissuti oltre quattrocentomila anni fa, in una zona che dista poco più di cento chilometri dal pianoro dove mi sono fermato a guardare in alto. Anche quei nostri parenti lontani, probabilmente, videro un’eclissi. Con gli stessi occhi, la stessa pelle che avverte il calo di temperatura, la stessa percezione di un’anomalia.
In quel buio imperfetto, credo di essere stato vicino ai primitivi come mai prima. Mi capita a volte di pensare agli antichi camminando scalzo, quando il suolo torna a essere una superficie da sentire anziché uno spazio da attraversare. Sui Picos è stato più forte e senza alcuno sforzo di immaginazione. La differenza tra me e loro, in quei due minuti, era sottile. Io avevo le parole: sizigia, cono d’ombra, diametro apparente. Loro avevano il terrore. O il presagio, chissà. Il gesto però era identico, la testa che si alza, la voce che si spegne, l’occhio puntato dove normalmente brucia. E identico era l’oggetto, lo stesso sole, la stessa luna, la stessa geometria celeste.
Proprio quella geometria, quando il sole se ne è andato, mi ha bloccato. Il diametro della nostra stella è quattrocento volte quello della luna, che è quattrocento volte più vicina: per questo i due dischi coincidono. È una combinazione transitoria, perché la luna si allontana da noi di qualche centimetro l’anno. La fisica descrive tutto con esattezza. Quello che la scienza lascia aperto è il perimetro: dove stia il bordo dell’universo, ammesso che ne abbia uno.
È in quel margine che si è insinuata la domanda. Come tutto questo possa essere possibile senza essere stato pensato da una Mente unica. Mistero è il nome che gli uomini attribuiscono all’incompletezza di ogni spiegazione riuscita. Le eclissi hanno il pregio di restituirlo in un tempo misurabile in minuti.
Poi la luce è tornata. In pochi secondi, ha bagnato le cime, poi il prato, infine il mondo. In modo gentile, come un tramonto di montagna sa fare. I nipoti e la gente intorno hanno ripreso a parlare. Chissà in quanti hanno trovato, come me, difficoltà con le parole per dire quello che avevano provato nel momento più buio.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 18 agosto 2026