Quando Ai Weiwei creò Reframe appendendo 22 gommoni di salvataggio alle finestre di Palazzo Strozzi, il gesto suscitò molte polemiche, ma è indubbio che la discussione stimolò anche riflessioni. Sullo stesso pianeta e a pochi chilometri di distanza convivono tragedie come la gente che muore nel Mediterraneo e la bellezza del Rinascimento. Fin dove l’arte può spingersi nella denuncia, dunque? L’attuale ospite del prestigioso museo fiorentino è Olafur Eliasson. Nessun gesto eclatante in Toscana, purtroppo, ma nella capitale della Danimarca ha usato la piazza del municipio per denunciare la gravità della crisi climatica.
Per porre l’accento sui rischi legati allo scioglimento dei ghiacci, creò Ice Watch insieme al geologo Minik Rosing. Dodici blocchi di ghiaccio, provenienti da un fiordo della Groenlandia e pesanti in totale un centinaio di tonnellate, formavano un monumentale orologio per ricordare che le temperature stanno aumentando e il livello degli oceani continua a salire.
Olafson si spende per la causa. Per conoscere la sua più grande opera permanente, e capire come affrontare la transizione ecologica, si deve puntare ad Aarhus, secondo centro abitato della Danimarca, la nazione più attenta al tema climatico con percentuali altissime di fonti rinnovabili per l’energia e di biciclette per andare al lavoro.
Sul museo d’arte più visitato della Scandinavia, ha installato Rainbow Panorama, una passerella panoramica dalla quale si osserva la città con effetto 360° e colori forti.

Quel che si vede dalla passerella andrebbe preso a modello su cosa si potrebbe fare in tema di futuro. Solo trent’anni fa l’aspetto era quello di un centro portuale votato all’economia industriale e commerciale. Oggi è un polo culturale vivace per la sua poliedricità a cavallo tra le arti e una logica di sostenibilità.
La progettualità virtuosa ha dato una nuova luce all’abitato. Il porto commerciale è stato allontanato dal centro e lungo le darsene si è realizzata una grande passeggiata con spazi per lo streetfood e per lo svago, compresi i tuffi in piscine marine e il circuito per lo sci d’acqua, limpida perfino nel porto. Servivano spazi residenziali e si sono costruiti palazzi gradevoli lungo le vecchie banchine. Qualche piano in meno sul fronte marino non avrebbe guastato, ma nel complesso il risultato è molto scenografico, con gli edifici che riprendono le forme di iceberg, di scalinate, e casupole in legno. Non mancano la piazza dominata dalla torre dell’orologio oversize e, in via di completamento, l’altrettanto oversize grattacielo che combina nella forma di un faro l’utilizzo residenziale e commerciale.

L’esempio di Aarhus è nelle nuove strutture, ma anche nel riutilizzo delle vecchie. Quando la biblioteca si è trasferita sul porto, la vecchia costruzione in zona stazione è diventata un ostello, che dei libri ha mantenuto il nome BOOK1 e nelle sale comuni offre spazi di aggregazione per tutti.

Intanto la nuova biblioteca DOKK1 è l’avveniristico edificio con le sale di lettura affacciate sulle acque e tanto spazio per l’arte negli immensi atri. L’apertura alla luce rende la costruzione una piazza coperta, con installazioni permanenti selezionate apposta per essere site specific. Ad esempio, Gongen di Kirstine Roepstorff è la campana cilindrica più grande del mondo, con 7,5 metri di lunghezza e tre tonnellate di peso. In telecollegamento con il reparto maternità dell’ospedale cittadino, il rintocco udibile in tutto l’edificio annuncia ogni nascita.

Che non si possa immaginare il futuro senza guardare al passato è una lezione che ad Aarhus hanno imparato molto bene. Il Moesgard Museum concilia l’evoluzione umana in una struttura parzialmente ipogea con il tetto vegetale affacciato tra la campagna e la foresta.
L’attenzione alla memoria locale si ritrova anche nel museo a cielo aperto della città vecchia. Den Gamle By è il puzzle risultante dall’assemblaggio di 74 case trasportate qui da varie località danesi. L’effetto è quello di un viaggio tra negozi e persone sospese tra il XVI e XX secolo. Così succede che lo spazio di una via diventi lo stargate per passare da un’epoca all’altra cogliendo anche il sentimento popolare danese per una vita ecologica e rispettosa della cultura in tutte le sue sfaccettature. Un esempio di confronto: in Italia abbiamo politici che (non sapendo di cosa stanno parlando) sventolano il “pericolo gender” quando ad Aarhus ci fanno un museo come il Køn, Gender Museum Denmark. Visitare per credere.

Il concetto che tutto vada valorizzato senza rinnegare si respira anche negli spazi dello Street Food Market, con oltre 30 tipi diversi di cucine ospitate nel vecchio terminal dei bus.
Nella città green, il verde è nella cornice che avvolge la città e a portata di bici, disponibili gratuitamente in 52 hub. Il percorso ideale inizia nella foresta di Marselisborg, dove le fronde degli alberi si allungano a toccare il mare e l’Infinite Bridge è un molo circolare e allegoria della vita. Intorno c’è una sequenza di spiagge e colline lambite da 7 chilometri di alberi secolari e altrettanti parchi.
Se si è allenati per pedalare due ore, o in alternativa con il bus, al margine nord del golfo di Aarhus si raggiunge il trecentesco castello di Kalø, nel parco nazionale di Mols Bjerge. Su un promontorio collegato alla terraferma da un istmo di sabbia, hanno deciso di valorizzare la rovina mantenendo lo stato di conservazione con scalinate in legno e metallo che portano sulla cima di quel che resta dell’imponente torre. Il progetto fa parte della campagna “The Place Counts”, che mostra come sia possibile comunicare con la natura attraverso vedute panoramiche di alta qualità architettonica che comportino minimi interventi. Il risultato di trovarsi sospesi su mura medievali tra il mare e la foresta è un carico emotivo che si commenta da solo e ispira.
Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 9 dicembre 2022