Michela Murgia e i confini di sangue che non funzionano

Michela Murgia e i confini di sangue che non funzionano

Michela Murgia ci ha lasciato un’eredità che va ben oltre quella pur preziosa delle sue opere. Serberemo di lei storie, ma anche geografie.

Le tracciamo dalle parole che Roberto Saviano ha ripreso da Michela durante l’orazione:  «…strade sicure le fanno le persone che le attraversano, le case sicure le fanno le luci dentro accese, i Paesi sicuri li fanno i popoli che rispettano i diritti degli ultimi, e un mare è sicuro non quando un confine lo divide ma quando una nave lo attraversa da sola.»

Su una premessa tanto importante, le storie si fondono. Se ne è parlato all’Internet Festival di Pisa. La suggestiva cornice della Gipsoteca di Arte Antica è stata il palco tutto al femminile dove Leandra Borsci ha ospitato Loredana Lipperini, giornalista di Fahrenheit e Giulia Paganelli, antropologa oltre che ideatrice e anima di @evastaizitta.

Proprio la Paganelli ha sottolineato come sia rischioso parlare di confini perché un’infinità di corpi e di caratteri ci condurrebbe a un’infinità di confini. «La politica identitaria è quella che porta alla logica produttiva e al legame riproduttivo, il cui scopo non è l’affetto ma il mantenimento delle linee di potere. Pensate a Martin (autore della saga del Trono di Spade, ndr)! Ma le guerre non si vincono con i legami di sangue, piuttosto con le compagnie affiatate e che condividono obbiettivi da conquistare. Sono realtà molto simili alle famiglie affettive o, in un termine tanto caro a Michela, alle famiglie queer».

Loredana Lipperini cita Papa Francesco che nel suo documento Laudate Deum tocca un argomento importante come gli egoismi che portano a catastrofi della portata dei cambiamenti climatici, ma anche agli isolazionismi. La giornalista sottolinea come il Pontefice si riferisca a un pensiero della filosofa e autrice Donna Haraway che scrive di scienza, teoria femminista e identità di genere, argomenti affinissimi a Michela Murgia ma che fino ad oggi non abbiamo mai sentito pronunciare dalla poltrona più importante in San Pietro. «Dio ci ha uniti a tutte le sue creature – legge la Lipperini con la voce che tradisce un po’ di emozione – Eppure, il paradigma tecnocratico può isolarci da ciò che ci circonda e ci inganna facendoci dimenticare che il mondo intero è una zona di contatto». Il riferimento è allo sguardo gettato oltre i confini della specie tracciati da scienziati e colonizzatori che scrivono la propria identità differenziandosi prima dagli animali e poi allungando la catena dello sfruttamento su altri corpi, attraverso il genere, la razza e quelle posizioni che prima o poi finiscono a un “tu sei diverso da me, quindi potenzialmente una minaccia”.

Superare le barriere, dunque. Sono l’invito e il lascito di Michela Murgia, ricordata spesso dalla memorabile intervista a Vanity Fair, letta con la delicatezza di Giulia Solano di VivaVoce:

«Io sono una figlia d’anima, la famiglia queer l’ho sperimentata presto, forzatamente, e quindi ho capito che potevano esistere dei legami in grado di rispondere a logiche non del possesso tra genitori e figli. Avere avuto più madri è stata la ricchezza di vivere “più vite”. Ho avuto la possibilità di essere più donne in circostanze diverse perché sono stata messa alla prova molto presto dalla diversità di queste due donne: mia madre, più rivoluzionaria ma vincolata in casa ai rapporti violenti e tossici di mio padre, e mia zia, più conservatrice, cattolica, ministro straordinario dell’eucarestia ma anche più libera rispetto al rapporto col marito e con me. Sono grata a queste due donne, a queste due madri. […] Non voglio chiamare la mia famiglia non convenzionale, perché sono sicura che nella realtà queste famiglie siano già diffusissime: le persone hanno esigenze che gestiscono inventandosi rapporti che possano soddisfarle. Non esiste un nome per questa creatività degli affetti: il problema è togliere gli aggettivi e declinare le famiglie finalmente al plurale. […] Tutte le famiglie che hanno il sangue come fondamento sono famiglie di natura patriarcale. L’idea della famiglia queer è invece quella di fondare le sue relazioni sullo Ius Voluntatis, sul diritto della volontà. Perché la volontà deve contare meno del sangue? Perché se due o tre amiche anziane rimaste sole o vedove, coi figli già andati a vivere altrove, vogliono andare a vivere insieme, condividere le spese, la casa, avere la reversibilità pensionistica, decidere l’una per l’altra se una non può più decidere. Perché non possono farlo dentro una scatola legale, un patto sociale?».

Già, perché?

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 10 ottobre 2023