In morte di una madre eccezionale

In morte di una madre eccezionale

Un grilletto facile ha colpito di nuovo e il colpevole è iscritto nel registro degli indagati. Starà ai giudici fare chiarezza. Non alla piazza, non a me che scrivo qui, non a chi non conosce quella situazione di frontiera che si vive nei paesi ai margini dei boschi dove non sai se l’origine di un rumore sospetto possa essere un lupo o un malintenzionato. O una mamma orsa. Amarena è stata uccisa probabilmente senza rifletterci troppo sopra.

Non ho motivo per non credere alle affermazioni di chi ora si difende e si dichiara pentito. Ma il problema è un po’ più grande di quello dell’uomo che è costretto a vivere asserragliato in casa a causa delle minacce che subisce.

Mentre proseguono le ricerche per intercettare i cuccioli e metterli in sicurezza, lo scenario va analizzato dando voce a chi ne sa, come Giuseppe Festa, scrittore, naturalista e autore de L’Estate dell’orsa maggiore. Con le sue pagine, ci ha commosso raccontando la storia di Morena – quel nome molto simile ad Amarena fu premonitore – cucciola di orso trovata e accudita dallo staff del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. Il libro si apre con passaggi struggenti che raccontano il primo approccio dell’orsetta di fronte all’ambiente dell’uomo.

“Ticchettio di unghioni sull’asfalto. Veloci, attraversarono la strada deserta, fino al limite del bosco. La piccola si abbandonò sotto un biancospino. Chiuse gli occhi, di nuovo. Solo un attimo. La tensione arrivò come una frustata. Sua madre fissava le case, ancora. Nessuna luce, ma un nuovo odore. Simile al lupo che avevano visto qualche giorno prima, sulla cima del monte. Allora, sua madre li aveva richiamati a sé. Il lupo li aveva studiati da lontano ed era passato oltre. Ora, però, era diverso. I denti della grossa femmina cominciarono a battere in modo secco e ritmato. Faceva così ogni volta, davanti a un grande pericolo”. Il pericolo siamo noi.

Festa, dicevo, gli orsi li conosce molto bene, così come conosce bene i lupi. Li conosce perché ci ha vissuto insieme. I suoi libri sono nati da lì. È anche dalle sue osservazioni che si apprende molto su certi comportamenti. L’ho contattato dopo aver appreso la notizia e atteso che si attenuasse l’onda emozionale dell’uccisione.

«L’orsa Amarena l’ho seguita molto in questi ultimi anni – dichiara – era una madre eccezionale, l’unica ad aver partorito e allevato con successo ben 4 cuccioli in una sola figliata. Non aveva mai dato problemi con l’uomo, a parte dei danni per incursioni in pollai o frutteti privati, prontamente rimborsati dall’Ente Parco. Purtroppo, l’altra sera è successo quello che tutti sanno. Un colpo di fucile per difendere un pollaio e il lavoro di anni dello staff del Parco è andato in frantumi. Le femmine fertili di orso marsicano si contano sulle dita di due mani, ed è facile capire come anche la morte di un solo esemplare riproduttivo sia un colpo tremendo per l’intera specie».

Orsi e lupi vanno protetti, così come vanno protetti anche i contadini. Ma dovremmo, dobbiamo, trovare un equilibrio capace di andare oltre l’emozione della rabbia e domandarci se siamo disposti a rinunciare a qualcosa.

«Come ha amaramente commentato la biologa del Parco Roberta Latini – continua Giuseppe Festa – è chiaro che per alcune persone la vita di un orso vale meno di una gallina. E questa è una spietata fotografia del nostro tempo: non siamo disposti a rinunciare a nulla per salvare la natura che ci circonda, per coesistere con creature selvatiche con le quali, peraltro, condividiamo un destino comune. E invece no. O noi, o loro. Mi auguro che lo staff del Parco Nazionale trovi la forza per risollevarsi da questa batosta e continuare a lottare con la stessa determinazione e passione. Anche se, lo so, questa volta sarà dura».

Possiamo farcela? Forse. La maturità del nostro rapporto con la natura passa da questo punto imprescindibile. Consideriamolo un confine. Rimanendo dove siamo ora, il mondo è destinato a perdere pezzi. Orsi, ma anche lupi, ghiacciai, mondo selvatico, un pezzo della storia da cui veniamo. Superando il confine, invece, potremo sperare di lasciare a chi verrà dopo di noi qualcosa da vedere, da cui imparare, su cui riflettere.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 4 settembre 2023