Chi era don Peppino Diana, il prete senza tunica freddato dalla camorra

Chi era don Peppino Diana, il prete senza tunica freddato dalla camorra

Giuseppe Diana era un prete. Fu freddato dalla camorra il 19 marzo 1994, esattamente 30 anni fa. La tunica non lo protesse dai colpi di pistola. Anche perché la tunica, don Peppino mica la portava. Si sorprese pure Il sicario che gli sparò in faccia. Si trovò di fronte un uomo di 36 anni in jeans e dovette pure chiedere chi fosse il prete lì. Non si è abituati a sacerdoti così. Nemmeno la camorra, che non gli ha perdonato il mettersi di traverso con i suoi affari. Forse non è abituata nemmeno la chiesa, che non lo ha beatificato, diversamente dalla sua gente che invece continua a portarlo nel cuore. Un macigno scomodissimo tra ingranaggi complicati. La camorra gli ha destinato un proiettile. La Rai una miniserie tv. La chiesa?

Rosario Giuè è stato parroco a San Gaetano, Brancaccio, a Palermo. Quando cambiò sede, lasciò il posto a don Giuseppe Puglisi, freddato mentre rientrava in casa, tre anni dopo il suo insediamento. Preti nel posto sbagliato. O forse nel posto giusto. Il disegno è complesso.

Ho incontrato Don Rosario per chiedergli chi fosse davvero, don Giuseppe Diana, e perché gli ha dedicato Il Costo della memoria (Edizioni Paoline). «Sei mesi dopo la morte di don Puglisi, dal telegiornale apprendevo che a Casal di Principe, in provincia di Caserta, era stato ammazzato dalla camorra un giovane prete, don Peppe Diana, di appena 36 anni. Non lo conoscevo, ma rimasi colpito in profondità da quel giovane volto. Mi venne la voglia, di fare qualcosa per lui, per la sua memoria. È stato una persona seria, un cristiano serio, che non ha risparmiato sé stesso, in un contesto di sostanziale solitudine civile ed ecclesiale. Trent’anni fa pochi parlavano di camorra, in pubblico, nelle scuole. Lui osò gridare il Vangelo, non nel chiuso delle sacrestie, ma sui tetti. Lottò per la liberazione umana. E gliela fecero pagare. Non è questa una consegna che la Chiesa italiana, il Vaticano, dovrebbe fare propria? A me non piacciono le canonizzazioni. Ma non si dovrebbe fare  qualcosa di più in sua memoria?».

Mentre cammino per Palermo, è facile incappare nei luoghi della Memoria. Capaci, con la montagna di esplosivo che uccise Falcone, moglie e scorta. Via Carini, con la raffica a Dalla Chiesa, falciato con moglie e chi li doveva proteggere. Via d’Amelio, strage di Borsellino e poliziotti. Un campo di battaglia.

«Se si lasciano sole persone come Diana, come Puglisi, come Falcone, come Borsellino, dobbiamo sapere che ci assumiamo una grande responsabilità: quella del silenzio – dice don Rosario – E il silenzio, nella dura realtà, è complicità con i potenti, siano essi con la pistola in mano o siano con il colletto bianco, a vari livelli».

Per l’anniversario di oggi, guardo le foto di don Peppino. Cosa spaventa di un prete che non si veste da prete? Per don Rosario, «in una Chiesa molto clericale, nonostante il tentativo di riforma di papa Francesco, non vi è spazio per chi si pensa come una Chiesa “laica”, capace di autocritica, pienamente umana, che cerca di intercettare la vita reale degli uomini e delle donne. Don Diana non è stato prete clericale e la Chiesa italiana, perciò, non riesce a indicarlo, in modo costante e deciso, come proprio modello. Mi dispiace dirlo, ma non trovo altre parole. La Chiesa siamo noi: pastori e cristiani, uomini e donne. Una Chiesa d’insieme più libera sarebbe un segno importante nella società. Ma, per essere libera, la comunità ecclesiale dovrebbe rinunciare a quelle forme di sicurezza, anche economiche, che ne rendono pesante il passo. Solo una Chiesa libera, povera e aperta, come era don Diana, sarà credibile oggi agli occhi dei ragazzi e delle ragazze, che tanto amavano don Peppe».

Nello scritto “Per amore del mio popolo“, don Peppino affermava  che “la Camorra è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società”.

“Per amore del mio popolo era, in piccolo, un “progetto pastorale” – aggiunge Rosario Giuè – a partire dalla vita delle persone, non costruito per un “mondo a parte” che non può avere spazio nella città degli uomini e delle donne contemporanei. La Conferenza Episcopale potrebbe riprendere “Per amore del mio popolo” e farne ispirare con delle scelte storiche coerenti per il futuro”.

Provo a immaginarmi in quella mattina di trent’anni fa. Un killer col dito sul grilletto, il suo sguardo sulla vittima, il buio nella canna della pistola. Cosa ha avuto davanti don Peppino in quell’ultimo istante?

“Penso che don Diana, che si preparava quella mattina presto a celebrare l’eucaristia, ha provato tanto sgomento – don Rosario riflette – Una vita così giovane veniva spezzata. A me non piacciono né convincono le immagini “celestiali” e facilmente “sacrificali” che ci vogliono propinare i killer di mafia o certi film buonisti. La realtà è dura da accettare. Don Diana, come don Puglisi, avranno avuto paura, come noi. Ma non accettare questo è utile alla logica che li vuole vedere come irraggiungibili per noi, per l’istituzione ecclesiale. Ed invece sono così vicini a noi, proprio perché erano come noi. Ne saremo all’altezza come Chiesa italiana?”.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 19 marzo 2024