Lo storico Yuval Harari afferma che “in un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere”. Questa Giornata della Memoria mi piacerebbe dedicarla proprio alla lucidità. I numeri sono importanti e quando si parla del 27 gennaio, giorno in cui le truppe russe superarono i cancelli di Auschwitz, l’abisso delle cifre può farci annegare. Milioni di morti causati dalla follia umana rischiano di essere una mera statistica senza la lucidità della riflessione. Per questo, vorrei proporvi il ricordo di due figure. Una è ebrea, l’altra no. Una ha operato alla luce del sole durante il periodo più buio della seconda guerra mondiale, mentre l’altra era braccata dalle SS e rinchiusa in una carbonaia nel cuore della Germania. Di fronte allo sfacelo, Fernanda Wittgens e Lothar König hanno rischiato la propria vita e le loro gesta sono state raccolte in libri.
L’uomo è un filosofo che aderì a uno dei circoli della Resistenza tedesca e da lì iniziò a svolgere attività di intelligence, all’interno della Germania in collegamento coi vescovi che si opponevano al nazismo e all’esterno comunicando in Vaticano i numeri della Shoah. La Santa Sede era al corrente degli intenti di Hitler, ma non era chiaro se conoscesse i dettagli della “soluzione finale”. A fugare ogni dubbio arriva il contributo di Giovanni Coco con Le «Carte» di Pio XII oltre il mito, edito da Archivio Apostolico Vaticano – Città del Vaticano. Il paziente lavoro svolto da Coco mette in fila una serie di dettagli che chiariscono la posizione del pontefice. Tra i documenti più preziosi c’è proprio la lettera di padre König con le informazioni. “Ogni giorno si uccidono fino a 6.000 persone…”. “Non ho solo la lista completa (dei detenuti, ndr), ma anche i nomi di tutti i preti uccisi dall’aprile 1942”. “Le informazioni sono procurate correndo grandissimi rischi”. In molti si chiedevano se Hitler avrebbe davvero varcato il soglio di San Pietro per trasferire il Papa in Germania. La domanda che ci si pone tocca il ruolo dello stesso pontefice. Il suo silenzio aveva radici antisemite o era fondato sull’evitare che la ferocia nazista si propagasse ulteriormente accanendosi sulle realtà fino ad allora risparmiate, molte delle quali si stavano adoperando per nascondere ebrei, partigiani e prigionieri di guerra in fuga? Le preoccupazioni del gesuita sembrano confermare questa seconda ipotesi. Il margine di manovra di Pio XII era limitatissimo e qualche aneddoto inedito nel libro dimostra come egli stesso fosse disposto ad accettare il rischio.
La donna è la prima direttrice della Pinacoteca di Brera. La scrittrice Sara Rattaro ce la presenta ne La donna che salvò la bellezza intenta a salvare dai bombardamenti e dalle razzie naziste le opere d’arte conservate nei musei milanesi. “Mi sono documentata molto sul periodo e sulla città – dichiara l’autrice – e sono rimasta affascinata da questa figura femminile che non ha esitato a salvare il mondo che amava. Opere d’arte, ma anche familiari, amici, ebrei e perseguitati”. Rattaro romanza la storia di una figura a cui noi tutti dobbiamo molto. Fu anche grazie a lei, ad esempio, che si salvò il Cenacolo di Leonardo. “Penso che la straordinarietà della sua figura stia nel suo mantenere i nervi saldi in una situazione che di normale non aveva nulla – continua l’autrice – vince un regolare concorso, si insedia in testa a un’istituzione sempre presidiata da soli uomini, non nasconde l’essere ebrea e per raggiungere i suoi obbiettivi decide, nonostante tutto, di concedere fiducia al figlio di un gerarca fascista”. Il ruolo del ragazzo è una delle sorprese del libro, che nasce come opera di narrativa per ragazzi, ma incanta con agilità chiunque voglia, sempre e comunque, credere che un mondo migliore è possibile. Lo dimostra il flash back che fa da incipit alla storia nel momento in cui, da ragazza, il padre la accompagna in quel museo che segnerà la sua vita.
“La bellezza è nutrimento dell’anima” ci disse.
“Che cosa vuol dire, papà?” risposi io osservando l’immagine di un uomo sdraiato che sembrava stesse dormendo.
“Perché lo chiedi, piccola mia?”
“Le persone vicino a lui piangono”
“Sono tristi perché Cristo è morto” mi spiegò e io rimasi lì, immobile a fissare quell’immagine perché non riuscivo a staccarmi.
Fu mio fratello Giulio Cesare a trascinarmi via, altrimenti, mi disse, sarei rimasta lì per sempre.
E in un certo senso è stato così.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 27 gennaio 2024