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Salire in quota d’autunno: quattro libri tra lutto, sublime e istinto

Ottobre: la montagna si veste di magia. I larici virano all’oro, i sentieri si svuotano, la luce si fa radente e allunga le ombre sui versanti. I silenzi si fanno lunghi. È la stagione in cui la quota restituisce il meglio di sé prima della pausa invernale, con una pienezza di colore che la primavera raramente eguaglia. Quattro libri partono da qui, ciascuno con una propria angolazione sulla  solitudine del camminatore autunnale.

Quando l’autunno è la vita stessa

Il primo porta in montagna nel momento in cui è l’esistenza a segnare la propria stagione declinante. Il bene che vi voglio (Temposospeso) è l’ultimo romanzo di Matteo Pellegrini. Il giovane autore, ci dona un libro sul lutto, sull’affetto e sulla memoria. Pellegrini lo definisce una fiaba filosofica, e dalla fiaba eredita gli archetipi: una casa nel bosco, una madre assente, due bambini che a un certo punto devono mettersi in cammino per scoprire i confini del proprio mondo, lasciando la sicurezza della baita in cui vivevano con il padre. Il registro resta laico: nel romanzo manca qualsiasi riferimento a Dio, e la ricerca di senso si gioca tutta sul piano interiore dei personaggi. Descrizioni paragonabili a una sceneggiatura, di quelle potenti, degna di chi, come Pellegrini, gestisce un cinema selezionando personalmente i titoli che proietta.

La vetta come soglia

Che la montagna sia da secoli uno spazio in cui l’uomo misura i propri limiti lo racconta Vittorio Sgarbi in Il cielo più vicino. La montagna nell’arte (La nave di Teseo). Il percorso attraversa l’arte dal Trecento a oggi e tratta la montagna come soggetto delle opere anziché come fondale. Per Sgarbi tutto comincia con Giotto. Poi il sublime romantico, che il libro declina in una linea ascetica e verticale, quella di Friedrich, e una visionaria e atmosferica, quella di Turner. Con Van Gogh la montagna diventa proiezione dello stato d’animo, con Segantini dimensione dell’anima, fino a Depero, Sironi e Buzzati e a uno scatto di Luigi Ghirri sull’Alpe di Siusi che chiude il volume. Tra le pagine più riuscite, quella sul tramonto in quota: per quanto straordinario, sappiamo che potrà ripetersi domani e ancora fra qualche giorno. È la stessa certezza ciclica che rende l’autunno sopportabile. La sintesi dell’autore sta in una frase: «Nulla è più vicino all’eterno della montagna».

Con gli occhi del lupo

La solitudine assume un’altra grana quando la si osserva da dentro la natura. Il lupo solitario di Adam Weymouth (Iperborea, tradotto da Luca Fusari) ha vinto la 52ª edizione del Premio ITAS del Libro di Montagna. Al centro c’è Slavc, che nel 2011 lascia le montagne slovene, attraversa in un inverno gelido Austria e Italia e si stabilisce in Lessinia, dove forma una famiglia con un’altra lupa errante, Giulietta. Nel Nord Italia di lupi mancavano da secoli, oggi ci sono interi branchi. Weymouth ne ripercorre le orme a piedi, in un continente segnato da temperature in aumento, confini difesi con il filo spinato e populismo dilagante. Il lupo diventa così lo specchio in cui vorremmo rifletterci e insieme il capro espiatorio di un futuro imprevedibile.

La bestia è umana

All’estremo opposto, la voracità di un essere umano alla ricerca della madre. Bestia di mamma di David Goudreault (marcos y marcos, traduzione di Sara Giuliani) è l’esordio dello scrittore quebecchese: una confessione feroce e comica che espone la brutalità con tale padronanza da farla sembrare natura. L’io narrante è un giovane adulto strappato alla madre a sette anni per i ripetuti tentativi di suicidio di lei. Passato da una famiglia disfunzionale all’altra, cresce come un manipolatore cinico, razzista e sessista, attratto dal male e dall’illegalità, finché la notizia che la madre è stata rintracciata innesca la sua ricerca. Goudreault attinge alla propria esperienza di assistente sociale e il tono della confessione in prima persona espone la brutalità senza filtri, a tratti ostentandola, con una padronanza tale da farla apparire naturale. Accanto alla Bestia, la ferocia del lupo appare quasi innocente.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 9 ottobre 2026

Sei colori controvento. Da una storia vera

Temposospeso (collana Temposospeso, 18) · 2025 · XVI, 186 pagine · ISBN 979-12-81467-28-6

Marzo 2020. In un piccolo paese dell’Andalusia il sindaco, Juan, decide di issare la bandiera arcobaleno sul municipio. È un gesto semplice, ma divide il paese: per molti Juan e suo marito Sebastian sono ancora «stranieri», e quella bandiera fa affiorare tensioni, paure e resistenze covate a lungo.

Ispirato a fatti realmente accaduti a Villanueva de Algaidas, nel sud della Spagna, Sei colori controvento è una storia corale di coraggio e di resistenza al conformismo.

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Marie Curie, resilienza e umiltà di una scienziata rivoluzionaria

Di Marie Curie conosciamo tutti la parte wikipediana. Quella in cui leggiamo “prima donna a vincere il Nobel, prima e unica figura scientifica a vedersene riconoscere due in campi distinti, prima figura femminile alla docenza della Sorbona”, e si potrebbe continuare. Nell’ultimo libro di Sara Rattaro il ritratto assume colori diversi e tiene conto della ingombrante cornice. “Io sono Marie Curie” (Sperling e Kupfer) racconta di quello che Marie visse e dovette sopportare, suo malgrado, nella pur avanzata società parigina che l’aveva accolta dalla Polonia occupata dai russi, dove non le era manco permesso di frequentare l’università.

“Niente nella vita va temuto, dev’essere soltanto compreso. Ora è tempo di comprendere di più, così possiamo temere di meno”, è una citazione spesso riportata per far capire la forza di volontà di questa ebrea emigrata da una regione povera verso la più vivace delle città europee dell’epoca.

L’angolazione della Rattaro è interessante per comprendere le ragioni della grandezza di Marie.

«Ho unito i due aspetti, pubblico e privato, perché raccontarla solo come scienziata sarebbe un modo per limitarla – dichiara – La parte umana ci arriva dai suoi scritti e da tutte le lettere che trasmettono i suoi sentimenti, anche da quelle che probabilmente non avrebbe voluto divulgare ma che le furono rubate per essere pubblicate sui giornali scandalistici dell’epoca».

Con una tematica purtroppo estremamente attuale, il problema della Curie è che il suo privato fu spiattellato in pubblico con inaudita cattiveria. Il lavoro della Rattaro è stato capillare, attinto da tutte le fonti disponibili, compreso l’Istituto Curie di Parigi, che ha fornito supporto anche per la parte scientifica. «La più complessa per me, ma che ho cercato di rendere in chiave narrativa», aggiunge la scrittrice.

Sara Rattaro, che è docente di scrittura creativa, inizia la narrazione con l’evento più drammatico della vita della scienziata, ossia la morte del marito e collega Pierre. Il marito morì in un incidente mentre attraversava la strada, ma le malelingue arrivarono ad affermare che si suicidò gettandosi sotto un carro per il dispiacere di essere stato tradito dalla moglie. In realtà la Curie conobbe sì un secondo amore, ma solo dopo la scomparsa del marito, che amò al punto da stringere nel pianto perfino gli abiti macchiati di sangue a distanza di giorni dall’accaduto.

«Con la morte di Pierre perde un marito, un compagno, il padre delle figlie, un socio, ma soprattutto perde la protezione nei confronti del mondo. Pierre è stato un uomo straordinariamente intelligente e tutta Parigi si inchinò alla sua morte, per Marie aggravata dall’idea di pensare che il tuo amato esca di casa al mattino e non vi faccia più ritorno la sera. Inizio da lì perché da quel momento la sua vita cambierà vertiginosamente, diventerà più complicata. Prima era “la moglie di”, ma dal quel giorno sarà solo lei e basta».

Sara Rattaro oggi conosce Marie Sklodowska Curie come poche altre. Ha lavorato su di lei e con lei per due anni, «se mi fosse concesso farle una domanda, però, le chiederei come ha fatto a fare tutto. Però, con un po’ di presunzione, sono una donna anch’io e questa risposta la conosco, come la conoscono tutte le donne. Noi riusciamo a fare davvero tutto solo se siamo messe nelle condizioni di farlo».

Marie Curie morì giusto novant’anni fa, ma la sua lezione è più attuale che mai. Con questo libro, due donne, Marie e Sara, si rivolgono a noi uomini e a chi pensa che resilienza e umiltà siano inutili in una società che ci vuole appariscenti e feroci.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 26 luglio 2024

Leonardo andrebbe al Pride?

Robin Edizioni (collana Libera mente) · 2020 · 194 pagine, illustrato · ISBN 978-88-7274-562-5

Le figure ambigue ed enigmatiche dei dipinti di Leonardo sono il punto di partenza per immaginarne la vita privata: libera da schemi rigidi, affettuosa, giocosa, a volte goliardica.

Un saggio illustrato che esplora la sensibilità di Leonardo e lo porta idealmente ai giorni nostri, tra gli arcobaleni del Pride.

Dicono del libro

«Le figure ambigue ed enigmatiche che hanno dato uno stile inconfondibile ai dipinti di Leonardo sono un punto di partenza per immaginare una vita privata libera da schemi rigidi, affettuosa, giocosa, talvolta goliardica. E dunque perché non proiettare Leonardo ai giorni nostri tra gli arcobaleni del Pride? Giussani parte da questo atteggiamento verso le cose della vita per un’esplorazione ricca di suggestioni sulla sensibilità sessuale di Leonardo.»

Corriere della Sera

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Farà nebbia

Robin Edizioni (collana Biblioteca del vascello) · 2016 · 295 pagine · ISBN 978-88-6740-667-8

Milano, seconda guerra mondiale. Due giovani di mondi opposti: uno vicino agli ambienti fascisti, l’altro parte di una cerchia di artisti omosessuali. Il loro confronto racconta il clima di una città sull’orlo del crollo.

Tra colpi di scena, personaggi inquietanti e affetti fuori dagli schemi, il romanzo porta alla luce aspetti poco raccontati della Resistenza.

Dicono del libro

«Un incalzante romanzo partigiano con un punto di vista inusuale. Un racconto serrato, pieno di colpi di scena e di episodi dolorosi. Un costante sentimento omoerotico caratterizza il nuovo romanzo di Stefano Paolo Giussani, ambientato con fedeltà storica in un delicato momento di passaggio della nostra nazione e che diventa una vicenda di sofferta ma coraggiosa transizione nella vita interiore dei protagonisti.»

Corriere della Sera

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Il perché di un libro LGBT, “Il ring degli angeli – sedici racconti e una fiaba”

L’uso che si fa di un libro, può essere sbagliato?

Lo confesso: a me il modo in cui manifestano le sentinelle in piedi piace. Nell’epoca delle urla televisive e degli imbonitori della rete, schierarsi in silenzio e manifestare la propria idea con un libro in mano è molto più provocatorio. E mi disturba, non avete idea quanto, che lo facciano loro. Però c’è una contromisura che attacca la (in)coerenza delle sentinelle. Chi legge un libro, di solito, dovrebbe avere le idee più aperte, ma nel caso di questi lampioni della fede da piazza questo mi sembra non valga. Così provo a lanciare una provocazione garbata. Manifesti con un libro? Eccotene uno! Con la copertina bella colorata, magari.

Ho voluto tentare un’operazione insolita: raccogliere un gruppo di amici che condividono la mia idea sulle sentinelle e credono nel potere della parola, rispolverare alcuni racconti scritti in passato, pubblicarli (anche) con il sostegno del gruppo, riportare tutti i nomi dei sostenitori in una pagina e diffondere.

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Dicono che in Italia sia difficile pubblicare dei racconti. È anche un dato di fatto che da noi sia inusuale pubblicare storie gay. Per qualcuno potrebbe essere la cronaca di un fallimento annunciato, ma ogni tanto qualche sfida bisogna accettarla: ho riunito 16 racconti e una fiaba. Alcune storie hanno qualche anno, qualcuna è più recente, la fiaba risale al Natale 2014 ed è stata scritta con due bambini di 10 e 7 anni che non hanno distinto il termine amore in base al sesso. Sono storie che hanno girato l’Italia per i contenuti, hanno girato l’Italia anche in concorsi e rassegne, hanno girato perfino fisicamente, nel taccuino, quando arrivando in un luogo iniziavo ad annotare quello che respiravo intorno a me. C’è il passato, il presente e perfino il futuro. C’è un po’ di western e un po’ di Medioevo. C’è la montagna e c’è la città. Ci sono racconti basati su fatti veri e storie inventate, ma ambientate in contesti reali. Per campare scrivo documentari e faccio il giornalista, quindi chiedo scusa in anticipo se, facendo prevalere il reale o il verosimile, ho mancato nella fantasia in cui gli scrittori di professione se la cavano meglio. Abbiate pazienza, essendo un’operazione senza fini di lucro, sarebbe indelicato chiedere il rimborso al libraio.

Spero ci sia, in chiunque condivida lo spirito di questi racconti, la soddisfazione della scoperta e della curiosità. Spero ci sia anche la forza di accettare la scommessa. L’omofobia si può combattere, anche così. Magari un racconto riesce ad assestare un colpo più forte di un’azione fisica e alla fine cambiare il pensiero di una persona. Magari, e me lo auguro con tutta la forza che ho in corpo, una delle storie avrà anche la capacità di infondere coraggio in chi, nella comunità LGBT, si sente attaccato o emarginato. Nessuno va lasciato solo in una battaglia. E purtroppo le affermazioni e i gesti di certi politici in cerca di sostegno da trogloditi elettorali, di opinionisti da bancarella e di persone dalla mente contorta ci dicono che siamo in una battaglia. Da una parte loro e le sentinelle. Dall’altra parte un mondo che crede nel rispetto e nella tolleranza per chi ha gusti non uniformati alla maggioranza, ma rispetta gli altri, contribuisce alla società e paga pure le tasse, anche se non vede tutti i suoi diritti riconosciuti. La fortuna dei primi è il silenzio dei secondi. Dobbiamo reagire. Ognuno usi i mezzi di cui dispone. Il sottoscritto e altre cento persone lo hanno fatto con Il ring degli angeli. Chiunque ci creda, può unirsi a noi facendosi una foto col libro o con la stampa della copertina. Sentinelle, state pure in piedi, perché qui non c’è posto per l’intolleranza.

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Il ring degli angeli

Robin Edizioni (collana Robin&sons) · 2015 · 240 pagine · ISBN 978-88-6740-585-5

Sedici racconti e una fiaba. Pugili, minatori, soldati, scienziati: personaggi presi dalla fantasia e dall’esperienza diretta dell’autore, per mostrare che non ci sono limiti alla declinazione degli affetti.

Il libro è nato dal primo crowdfunding italiano dedicato a una raccolta di racconti LGBT: un no convinto all’omofobia.

Dicono del libro

«In ogni circostanza il libro è intriso di tenerezza. C’è in questi sedici racconti e una fiaba la felicità.»

«La Lettura», Corriere della Sera

«C’è la vita vera, quella che tanti omosessuali vivono sulla loro pelle, la discriminazione, i diritti non riconosciuti.»

la Repubblica

«Ne escono personaggi attinti alla fantasia, ma anche all’esperienza diretta dell’autore, per mostrare che non ci sono limiti alla declinazione degli affetti.»

Affaritaliani.it

«Il libro vuole dire un no convinto all’omofobia e nasce dal primo crowdfunding italiano dedicato a racconti LGBT.»

Booksblog.it

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Leggi anche: Il perché di un libro LGBT · Il Ring degli Angeli – Dicono di lui

Cade la terra e canta l’Azzurro per lo scacco alla camorra

Ogni tanto capita di imbattersi in luoghi abbandonati, così densi di suggestione e talmente ricchi di fascino che spesso è difficile non rimanerne incantati. Proprio in quanto abbandonato, il luogo in questione – paese, palazzo, parco, metteteci quello che volete purché ci sia quella patina da relitto – non ha il potere di attrarre nessun interesse economico. Solo emozioni. Rettifico, non dovrebbe avere, perché invece non è così e vorrei innescare il contraddittorio di questa nostra Italia che a volte procede a tre velocità, di cui una, ahimè, è una retromarcia.

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Partiamo da questa. Della camorra abbiamo sentito un po’ di tutto. Cinquanta sfumature di male non basterebbero a raccontare quanto questa piaga danneggia l’ambiente, oltre alla società. Vorrei portare all’attenzione di chi ancora non la conoscesse la vicenda della Reggia del Carditello, perché è un caso esemplare di luogo lasciato abbandonato dove l’abbandono è fine a se stesso e agli interessi locali. Di chi? Citofonare camorra. Brevemente: i Borbone costruiscono un idillio architettonico definita una piccola Versailles, la storia lo fa abbandonare, la camorra se ne impossessa, un ministro e una giornalista che prendono posizione contro la malavita e pro recupero sono minacciati in prima persona in pure stile da film: “Piantatela di parlare di Carditello o siete morti”. Non posso non sottoscrivere le parole di Gian Antonio Stella:

C’è una sola risposta che il governo può dare alle minacce contro Massimo Bray e Nadia Verdile, la cronista che da anni denuncia il degrado della reggia borbonica nella Terra dei Fuochi. Deve raddoppiare gli sforzi e gli investimenti e la presenza di agenti e carabinieri: la battaglia di Carditello va vinta. E la camorra deve uscirne umiliata. Ne va dell’onore dello Stato.

Aggiungo di mio che gente così va colpita con ogni strumento che la legge mette a disposizione, a partire da quella che queste bestie non sopportano: il diritto.

Ci sono poi altri strumenti, da marcia avanti veloce. Ne vorrei citare uno letterario e uno musicale. Chi meglio può aver trattato il tema dell’abbandono se non un’abbandonologa? La qualifica arriva da un bimbo che, domandando all’autrice Carmen Pellegrino di cosa si occupasse, si è sentito rispondere dalla stessa che lei si dedica alla (ri)scoperta dei luoghi abbandonati. L’abbandonologa ha adesso pubblicato un libro. Cade la Terra è la sua opera prima ed è davvero un bell’esordio.

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Potete trovare in rete qualche anticipazione, ma solo perdendovi in Alento, paese in abbandono, potrete respirare quella patina così forte che fa tanto Italia dell’entroterra. Il book trailer è davvero toccante. Per quanto mi riguarda un piccolo film da mandare ai concorsi.  Qualcuno dice che c’è molto sud nelle parole dell’autrice campana, ma non sono d’accordo. Per esperienza, potrei dirvi che ho trovato molta provincia dispersa, dalle valli alpine al tavoliere pugliese, passando per una dorsale appenninica che trova degli appunti lirici che la Pellegrino coglie e amplifica benissimo. A partire dalla scelta della protagonista Estella, una ex suora. La storia è narrata a più voci. Sono fantasmi o persone reali? A voi scoprirlo. Di concreto ci sono i magnifici piani fotografici sul paesaggio. C’è il taglio dei particolari.

Mi voltai e subito, solitario, mi apparve l’olmo le cui foglie, benché si fosse in inverno, erano tutte intatte. Sembrava un monumento, simile tanto a una grossa statua di cui però non aveva l’immobilità. Mi parve infatti che fosse diverso dalla sua fama, che non avesse nulla di letargico, nulla degli alberi che per anni non si muovono, o lo fanno poco, a dirla grande. L’olmo, conclusi, era del tipo fracassone, lievemente avvinazzato, con le radici che sembravano sfuggire dal suolo con una ramificazione randagia che andava dove ce ne era bisogno, caduta la terra, cadute le stelle…. Questo grande albero dal sonno insonne, questo generoso fracassone dall’odore povero credeva nella gioia di darsi, come fa il frutto che cade, felice com’è di farlo, perché solo ciò che non si dà muore

E poi ci sono gli scorci delle vedute d’insieme.

Dovrò dirglielo che la prossima casa a crollare sarà la sua, che ci resterà sotto se non viene via. Ma sarà inutile perché lascerà quel fosso tanto abilmente guarnito di nebbie, con tutte le erbe e le paludi. Da qui, il paese morto sembra oscillare nella sua massa convessa, come una nave nel mezzo della tempesta, e dalla poppa non si vede la prua. Il fogliame che fino a ieri pendeva lasco dagli alberi oggi ha piombato la strada. I pipistrelli riappaiono veloci, corrono di qua e di là e si suicidano contro le rovine. Succede sempre così quando viene novembre: da un momento all’altro sopraggiunge la notte e non si vede più niente. In quel buio so che c’è lei e ci sono loro

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Carmen fa un’ottima regia sul paesaggio, proponendoci i fotogrammi di una storia densa di poesia che probabilmente ambienterete in luoghi che il vostro cuore ha ben presente.

C’è anche chi si sta occupando di luoghi abbandonati a tempo di musica. Il Libero Coro Bonamici di Pisa è uno dei cori vocal pop più premiati della Penisola. La film maker Francesca Carrera, con la direttrice Ilaria Bellucci, i suoi coristi e qualche volontario, hanno scelto luoghi dimenticati in Toscana – tra tutti: il Teatro Rossi a Pisa e il borgo fantasma di Toiano nel comune di Palaia – per ambientare il loro prossimo video. Hanno scelto Azzurro di Celentano e si sono lanciati in un crowdfunding per finanziarsi e riuscire così a raccontare questi posti (anche) con la melodia. Ve la sentite di fare una piccola scommessa? Mettiamola così: pochi euro per portare alla ribalta luoghi fuori dal comune e toglierli dal dimenticatoio a suon di musica.

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Notizie, storie, melodie. Cose che nessun camorrista capirà mai.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Mattarella e La Cava, le pagine di un presidente

Mattarella è un presidente che, a mio parere, è partito col piede giusto. Di lui stiamo leggendo un po’ di tutto e forse iniziamo ad averne le orecchie piene. Vorrei, però, concentrarmi solo per un attimo su un suo gesto perché, se il buongiorno si vede dal mattino, penso che da questa figura possiamo aspettarci molto. Un capo di Stato che comincia dalle Fosse Ardeatine non è solo un uomo che rende omaggio a un eccidio. E’ il segnale che proprio partendo dalla nostra storia bisogna guardare avanti. Non sono le Fosse in quanto tali, mai abbastanza ricordate, ma il gesto del visitarle come primo atto. Sostituiamo pure storia con cultura, tradizioni, eventi che ci hanno segnato, mettete quello che volete ma posso quasi sapere solo il minimo indispensabile di Mattarella per mettere il primo like. Il suo si chiama “rispetto”.

Mi viene in mente una frase di Marguerite Yourcenar:

Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito.

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Per quanto mi riguarda, l’essersi infilato in quella cavità maledetta fa di Mattarella uno che le pagine scritte, piacciano o non piacciano, le legge, le rispetta, le porta con sé. Vedo le Fosse Ardeatine come una biblioteca con 335 storie urlate e spezzate. Con la visita delle scorse ore, sono state raccolte, spolverate e ordinate su uno scaffale e ritornate ad essere davvero un monito contro l’inverno dello spirito.

Trovo un certo parallelismo con un altro uomo, affatto famoso, forse meno titolato, forse senza calcolo politico – non so se Mattarella ne abbia ma qui non mi interessa – forse che non ha subito quello che la vita ha già riservato al neo presidente. Sicuramente è uno che non conoscerà né i riflettori della cronaca, né i saloni pomposi di Roma. Si chiama Antonio La Cava e ha perfino una fan page di facebook che lo acclama presidente della Repubblica. Antonio è un maestro elementare che, dopo 42 anni di servizio, anziché godersi la pensione in santa pace, ha preso un apecar e lo ha trasformato in biblioteca ambulante. Avete letto bene. Gira con il suo biblioautocarro tra i paesini della Lucania a trasmettere la passione per i libri e le storie. 500 chilometri al mese sono davvero tanti e sono quelli che macina tra le piazze annunciandosi al suono di un organetto.

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Ecco, forse, la chiave di tutto. Passione. Grazie Sergio, Grazie Antonio, vecchie pagine e vecchie piazze vi aspettano per essere rinfrescate dal vostro rispetto. Son pronto a scommettere che non ci deluderete.

Post scriptum. Mentre sto per chiudere il pezzo, apprendo che oggi (domenica) il Presidente, quello che sta a Roma, ha scelto di spostarsi a piedi nel centro per rispettare il blocco del traffico come tutti gli altri cittadini. L’esempio scende dall’alto e io gli appioppo subito un altro like.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Quitaly: Quit the Doner racconta l’Italia come non l’avete mai vista

Non so voi, ma le vacanze di Natale sono quelle che più mi ispirano le letture che pennellano visioni dell’Italia. Saranno i video appelli di fine anno o le domande tipo “chissà se l’anno prossimo xyz?” (sostituire xyz con la variabile che preferite), ma la voglia di fermarsi a riflettere non mi è mai mancata nelle serate davanti al camino con le luci dell’albero accese.

Ho incontrato due quadretti che potrebbe valer la pena di condividere per come è presentato il Bel Paese. In una scala di colori i due autori sono il bianco e il nero. Uno, recentemente scomparso, che è stato un grande storico e un riconosciutissimo traduttore dei classici. L’altro mai apparso pubblicamente – pochissimi addirittura conoscono il suo vero nome – che ammette di essersi spacciato agente della questura per scoparsi ragazze extracomunitarie in cerca del visto. Eppure i due rivelano un paio di denominatori comuni potenti: entrambi i loro lavori sono esilaranti e scrivono sapendo il fatto loro, dando una lettura lucidissima del sistema Italia con angolazioni alternative.

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Ezio Savino ci racconta di un programma politico attualissimo e twittato, ma non cercate il nome di Renzi tra le righe. Lo storico ci fornisce un quadro di come già Augusto si facesse promotore di temi come spending review, riorganizzazione delle provincie, lavoro, riforme costituzionali. Il tutto comunicato al Senato con metodi particolarmente efficaci. A chi ritiene la storia una materia inutile, Savino lascia un testamento spirituale che andrebbe quantomeno letto a scuola, tanto per capire che gli eventi si ripetono e qualche avvenimento futuro potremmo predirlo perfino senza essere il mago Otelma.

Quit the Doner raccoglie in 200 agilissime pagine dal titolo Quitaly una serie di gag sull’Italia che purtroppo non sono gag, ma la realtà. Nessuno sa che faccia abbia, ma il blogger, reporter, conoscitore delle italiche sfaccettature come pochi altri riesce a fornire una serie di quadretti che possono farvi sciogliere dalle risate o farvi piangere mentre fate le valigie per lasciare la penisola, a vostra scelta.

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Quitaly è ben spiegato sul sito di Vice, di cui Quit the Doner è una delle firme, e in pochi mesi ha meritato due edizioni. Dai raduni degli alpini che inneggiano a “Papa Francesco, uno di noi” tra i fumi dell’alcol e le palpate alle ragazze, ai beach party salentini dove si spiega che i social sono una religione, solo predicata per altri mezzi. Dai complottisti delle scie chimiche che hanno capito chi è il responsabile occulto dietro tutto (tutto!) al declino del botox e della sua miglior macchina promozionale, con sede in decadenza ad Arcore. Ci troverete le manie dei selfiesti che postano autoritratti come chicchi in una grandinata d’estate, gli incatenati della Herbalife, la presa di coscienza che da noi si vendono più tatuaggi che libri. Si trova perfino una citazione del nostro Huffington Post e un consiglio per una mangiata memorabile sull’Appenino emilano. Se vi servissero due referenze in più sull’autore: è tra gli scomunicati ufficiali di Grillo e il disegnatore Gipi gli ha disegnato apposta una splendida copertina. Non perdetevi questo libro, è pieno di chicche memorabili che tra venti anni potrebbero essere storia.

RIcapitolando, cercate risposte sul futuro dell’Italia, dal paesaggio a qualche consiglio di ordinaria sopravvivenza? Queste letture vi aspettano.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.