In un luogo si nasce. In altri ci si trasferisce e, se scatta qualcosa, ci si lascia adottare. A me è capitato con la Liguria. Ho iniziato a frequentarla da piccolo. Oggi ci abito per scelta e, un po’ alla volta, ho finito per assimilarne le abitudini, il paesaggio, la cultura. Dovendo leggere molto, ho finito con l’assimilare anche la letteratura di questa terra magnifica, ma complessa appena si accorciano le giornate e ci si allontana dagli acquarelli costieri per turisti.
È questa Liguria che vorrei raccontare da tre distinte angolazioni.
Luca Ammirati ha l’aspetto del ragazzino e i modi di un cuore pieno di entusiasmo. Nel suo Tutti i colori tranne uno, tra le vigne del Ponente Ligure narra di un uomo che torna al luogo natio da cui si era allontanato. Nel riavvicinarsi, riscopre un mondo. Tra i motivi per cui se n’era andato c’era l’essere daltonico e avere il problema di non vedere il rosso. Il colore della passione e dei sentimenti forti, ma anche del vino Rossese, un limite difficile da spiegare al padre, fiero produttore della specialità enologica. Damiano vive il suo daltonismo come se si sentisse mancante di qualcosa di fondamentale. Per questo motivo perde sicurezza in sé stesso e si allontana dalla famiglia, salvo dovercisi confrontare appena il padre muore.
Tornare a casa gli darà l’opportunità di ricostruire ricordi e sogni per vincere le paure.
Perché pensi sempre al vino? Domandò da piccolo a papà.
«Perché accompagna i giorni, le persone e i rapporti umani» è la risposta di Vittorio. La cornice del romanzo è Dolceacqua, icona della Liguria dell’entroterra con l’immagine del ponte in roccia e del castello Doria. Ammirati è sincero nei sentimenti e fotografico nelle descrizioni. Per questo invoglia a sfogliare i capitoli sostando nei luoghi raccontati. Una piccola guida per vivere un tour letterario molto personale.
Il mondo contadino si respira anche in Francesca Pacchetti. L’angolazione è quella di chi si china sulla terra e la lavora. Il suo La raccontadina é un minuto saggio sulle abitudini agricole che diventano in questo caso un trattato di filosofia diviso per stagioni, con le giornate scandite dalle attività quotidiane. Nella Liguria terra di orti, la migliore amica di Francesca é la capra Nebbia, il consorzio agrario è il suo svago, i campi sono il suo luogo di preghiera. È lì che sceglie di esprimere il suo credo. Credere che il seme diventerà pianta. Credere che il raccolto andrà bene, che avrá da mangiare per sé e per i suoi.
C’é tanto da imparare in queste pagine. Dettagli spiccioli si fanno pilastri di saggezza che sgretolano la banalità.
_Oddio che caldo, ma come fai a lavorare così?
_Che caldo, si suda già di prima mattina, ma non lo senti?
_Che caldo che umidità, ma come fai a stare sotto il sole con questo caldo?
… a ripetere per ogni cliente …
_Certo che lo sento, è Estate e fa caldo, fa quello che deve fare.
_Ma come fai?
_Mi mantengo serena, sono viva!
_Di dove sei, le chiedono.
_Il mio luogo è dove sto bene, a volte un abbraccio, altre un profumo, una volta è stata una mano e ogni giorno la Terra.
Territorio e persone sono alla base di Liguria, terra di mugugni e di bellezza. Quella di Dario Vergassola è la guida più originale che potreste acquistare per affrontare la Liguria. Per questo è indispensabile che la leggiate se davvero volete capire la regione. Vi troverete di fronte a un ligure che ha scritto un libro comico, ma anche a un comico che ha scritto un libro ligure. Scegliete voi. Praticamente Vergassola smonta la regione paese per paese così da presentarcela a pezzettini tutti da gustare. Dense come baci di Alassio o unte come pezzetti di focaccia di Recco, le cartoline di Vergassola sono indimenticabili, spesso divertono, a volte spaventano, ma sempre invogliano ad essere approfondite, magari collegate in itinerari. Per stessa ammissione dell’autore, la sua ultima fatica letteraria é stata davvero una fatica per il numero di cose da concentrare. Curiosissime le descrizioni di Genova, affatto scontate mentre accompagna a passeggiare tra le calorie delle confetterie e le ombre dei carruggi fino a sbucare nel patrimonio UNESCO dei palazzi nobiliari.
«I palazzi erano suddivisi in quattro categorie secondo la grandezza, il grado di importanza e di bellezza … adesso state bene a sentire, alla faccia di quelli che dicono che liguri sono tirchi: ogni qualvolta veniva estratto a sorte un palazzo, al suo proprietario spettavano i costi dell’accoglienza della personalità che era obbligato a ricevere in visita di Stato. Tra tutti i proprietari solo le famiglie Doria, Grimaldi e Lercari avevano palazzi degni di ospitare papi, imperatori e re, tutta gente che veniva a mangiare e a dormire a sbafo. Ben 163 palazzi furono iscritti nei cinque rolli redatti nell’arco di quasi un secolo.»
La Liguria by Vergassola dà il meglio di sé arrivata nei dintorni di Corniglia, borgo natìo del padre. Alla lucida comicità del personaggio si aggiungono note molto personali, capaci di svelare scorci minuti scoprendo che la terra del mugugno sa anche far ridere. Sono i punti in cui si legge che la salita più ardua delle Cinque Terre ha visto morire degli sherpa, che suo papà pescava con le bombe, che da queste parti quando si assaggia un bicchiere di vino si deve farlo in modo rispettoso, perché ogni goccia è frutto di sacrificio, è una scalinata percorsa sotto il sole a picco carichi di grappoli come muli.
Eppure, forse proprio per queste difficoltà, è un luogo sincero. Magnifico da leggere. Ancora di più per andarci.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 28 agosto 2024