Leggere storie immerse nella natura offre diversi benefici profondi, soprattutto nel nostro contesto contemporaneo. Penso che le storie ambientate nella natura spesso ci mettono di fronte ai nostri limiti umani. Quando i personaggi si confrontano con la meraviglia di qualcosa come un tramonto o una montagna o la forza degli elementi, con l’isolamento o con paesaggi estremi, emergono le verità più profonde sulla condizione umana.
Leggendo L’ultimo omicidio alla fine del mondo di Stuart Turton si aggiunge la catastrofe che ha toccato il pianeta e penserete a Lost, ma anche a 1984 e ad Agatha Christie. Turton ci porta su un’isola ai confini della Terra, ultimo rifugio dell’umanità circondato da una nebbia letale. In questo avamposto di 122 sopravvissuti, dove la natura riconquista lentamente una vecchia base navale, la vita è regolata dai Savi, custodi della memoria del mondo perduto. Ogni abitante convive con Bia, una voce nella mente che tutto vede e tutto sa, in una società apparentemente utopica dove tutti contribuiscono al bene comune fino ai sessant’anni, età in cui si muore serenamente nel sonno.
Ma l’equilibrio si spezza quando un incendio rivela diversi cadaveri, tra cui quello di un Savio. Emory, una giovane che ha sempre messo in discussione questo mondo artificioso, deve risolvere il mistero prima che la nebbia inghiotta l’isola.
La natura diventa uno specchio che ci aiuta a comprendere meglio noi stessi, non è un caso che molti dei grandi romanzi di formazione siano ambientati in contesti naturali. Ce lo dimostra Marta Aidala nel suo romanzo d’esordio La Strangera. Beatrice, una studentessa universitaria di Torino con la tesi in sospeso, decide di cambiare radicalmente vita per seguire la sua passione per la montagna, accettando un lavoro in un rifugio alpino. Qui incontra un piccolo mondo fatto di personaggi peculiari: il Barba, il burbero ma affettuoso rifugista, Daniele il cuoco, e gli aiutanti Berto e Gioele. Nel rifugio, luogo sospeso tra cielo e terra, Beatrice cerca di ridefinire il suo rapporto con la montagna, passando da un approccio competitivo e sportivo a uno più contemplativo e rispettoso. Nonostante il soprannome “la strangera” che le viene affibbiato, trova una nuova dimensione e si innamora di Elbio, un pastore-malgaro profondamente radicato nella cultura montana – suo perfetto opposto per carattere e origini. Ma proprio quando sembra aver trovato il suo posto, un tragico incidente in montagna mette in crisi tutte le sue certezze. Mi ci sono riconosciuto pensando alle giornate trascorse ad aiutare nella gestione del Rifugio Menaggio. Alla sera, scesi tutti, si rimaneva noi e il panorama sconfinato.
Lo stesso che si respira in Kukum di Michel Jean. Il romanzo racconta la storia vera della bisnonna dell’autore, che si innamora di un giovane Innu e sceglie di unirsi alla comunità di Mashteuiatsh in Quebec. È un racconto di amore e integrazione culturale, dove Almanda impara a vivere secondo gli usi del popolo Innu, affrontando non solo le differenze culturali ma anche un profondo processo di apprendimento e adattamento al loro stile di vita nomade. La narrazione si intreccia con temi cruciali come la sopravvivenza della lingua e della cultura Innu, minacciate dalla modernizzazione, e il drammatico impatto dell’industria del legname che ha devastato le foreste secolari del Quebec, costringendo la comunità a modificare radicalmente il proprio stile di vita. Il libro è anche una potente testimonianza non solo di una storia d’amore che supera le barriere culturali, ma anche della resilienza di un popolo di fronte ai cambiamenti imposti dalla società moderna, toccando temi ancora attuali come la vulnerabilità delle donne indigene e la conservazione ambientale.
Accoglienza, integrazione, ecologia, sono i temi forti del romanzo. Temi che ispirano anche quando capita di imbattersi nella saggistica. Credo che per capire a fondo il significato di queste parole dovremmo tutti leggere Sapiens di Yuval Noah Harari. Lo storico e filosofo autore di best seller da 40 milioni di copie ci accompagna in un viaggio strepitoso lungo quanto l’evoluzione dell’umanità attraverso momenti chiave: dalla separazione dagli scimpanzé 6 milioni di anni fa fino al presente. L’autore identifica tre rivoluzioni fondamentali che hanno plasmato la nostra specie.
La Rivoluzione Cognitiva (70.000 anni fa) segna il momento in cui Sapiens sviluppa la capacità unica di creare e credere in realtà immaginarie attraverso il linguaggio, permettendo la cooperazione su larga scala. La Rivoluzione Agricola (12.000 anni fa) porta a un paradosso: più cibo disponibile ma condizioni di vita peggiori per la maggioranza. Questo cambiamento introduce nuovi concetti come la pianificazione a lungo termine e porta alla nascita di strutture sociali complesse, del denaro e delle religioni. La Rivoluzione Scientifica (1500 d.C.) rappresenta secondo Harari il momento più significativo, che ha cambiato non solo il destino dell’umanità ma di tutti gli esseri viventi sulla Terra.
Dalla lettura e dal come vanno le cose tra guerre e disastri ambientali, viene un dubbio: forse stiamo perdendo la capacità di comunicare tra noi? Qualcosa possiamo leggerne in Nexus, dove Harari si concentra sul presente e sul concetto di interconnessione globale. Come suggerisce il titolo stesso, il libro analizza la rete di connessioni che lega tecnologia, umanità, individui, istituzioni e centri di potere, esplorando come queste relazioni influenzino il nostro presente e plasmino il nostro futuro.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 23 dicembre 2024