Borutta, dove il turismo smette di guardare e comincia a sentire

Borutta, dove il turismo smette di guardare e comincia a sentire

Quando si parla di turismo, il verbo che domina è “vedere”. Si va a vedere una città, un monumento, un paesaggio. A Borutta, ameno villaggio di circa trecento abitanti nel cuore della Sardegna, questa consuetudine viene sovvertita. Qui il verbo d’elezione è “sentire”, e il sentire apre dimensioni impreviste.

Nelle viscere della montagna, con i pipistrelli

Gisella Arru è la signora dei pipistrelli. È lei che accompagna i visitatori nelle viscere della grotta Ulàri, cavità che si sviluppa per centonovanta metri lungo la bancata calcarea che si apre davanti al centro abitato. In questo habitat i sensi devono rinunciare agli occhi. Si percepisce l’aria mossa dai battiti d’ala mentre costatiamo che siamo nella più grande colonia di riproduzione estiva della Sardegna. Le rocce calcaree hanno un’età compresa tra i sette e i dodici milioni di anni e accolsero il primo insediamento umano di Borutta, nel Neolitico recente, intorno al 3500 a.C.

Se dalla seconda metà dell’Ottocento fino a pochi anni fa la grotta è stata interessata dall’estrazione del guano accumulato nei secoli, commercializzato come concime per uso agrario, oggi la cavità rappresenta un equilibrio delicato tra archeologia, geologia e biologia.

Borutta, dove il turismo smette di guardare e comincia a sentire

I canti nell’antica basilica

L’esperienza del sentire prosegue nell’abbazia di San Pietro di Sorres, basilica romanico-pisana tra le più celebri della Sardegna, riconosciuta monumento nazionale dal 1894. L’edificio medievale, in conci di calcare e pietra vulcanica, sorge su un colle che domina l’ampia vallata sottostante. Fu cattedrale dell’antica diocesi di Sorres fino al 1505. Dal 1950 la chiesa e l’attiguo monastero ospitano una comunità benedettina. Padre Luigi, guida spirituale della piccola comunità, rappresenta una figura imponente, per levatura intellettuale e prestanza fisica. Se mi chiedessero di ritrarre la figura ideale del monaco, ne uscirebbe la sua immagine. Il suo racconto anticipa le Lodi all’interno dell’antica basilica, mentre fuori il tramonto indora la preziosa facciata.

Borutta, dove il turismo smette di guardare e comincia a sentire

Le litanie ancestrali delle pietre ciclopiche

A poca distanza da Borutta, il Nuraghe del complesso monumentale di Santu Antine di Torralba (XV secolo a.C.) rappresenta il caposaldo di tutto il sistema insediativo della Valle dei Nuraghi. La ricostruzione virtuale restituisce un triangolo equilatero sul cui baricentro svetta la Torre centrale, o Mastio, la cui altezza originaria superava i venticinque metri. Sugli angoli vi sono tre torri laterali equidistanti tra loro.

La costante regolarità di misure e simmetrie fa ipotizzare l’esistenza di un progetto unitario. All’interno si sviluppano lunghi corridoi, scale semplici ed elicoidali, silos per la conservazione delle derrate e un sistema di pozzi. Chi è abituato a pareti in mattoni o piccole pietre, qui deve confrontarsi con massi ciclopici che riducono la proporzione umana a quella di una formica.

All’archeologo che accompagna i visitatori nei meandri dei corridoi ho chiesto cosa sentisse nelle pietre. Ha confessato che toccandole pensa alle litanie ancestrali e alle grida dei giochi dei bambini che qui si sono diffuse, espressione della cultura nuragica il cui fascino si deve anche alle molte domande senza risposta che la riguardano.

Un borgo tra memoria e presente

Tornando in paese, un gruppo di donne ci accoglie sulla piazza. Il villaggio originario si chiamava Gruta, grotta, poi il nome fu trasformato in Borutta, ci dicono. L’abitato e le colline che lo incornicano sono una destinazione di pellegrinaggio della Sardegna, tra le tappe del progetto “Noi camminiamo in Sardegna“, organizzato dall’Assessorato Regionale del Turismo con il patrocinio del Ministero del Turismo. Le anziane signore sorridono, il che fa pensare che ci trovino buffi a vederci passare con zaino e scarponi mentre loro sono sedute comode avvolte nello scialle comune. Penso alla loro sorellanza così ben descritta dalla sarda Michela Murgia. La targa che ricorda come Ninetta Bartoli fu la prima sindaca d’Italia, proprio qui, conferma l’importanza della figura femminile nell’isola. Dalla preistoria fino al Nobel per la letteratura di Grazia Deledda, prima donna italiana e seconda in assoluto a ricevere il premio. «Sogno un giorno di poter diradare con un mite raggio le foschie ombrose dei nostri boschi, narrare intera la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri.» scrisse tracciando un ritratto perfetto di una terra che quasi non ha bisogno di occhi per essere vissuta.

Borutta, dove il turismo smette di guardare e comincia a sentire

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 4 dicembre 2025