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M Il Figlio del Secolo: dal premio Strega a Sky, la serie su Mussolini che fotografa l’Italia

In questi giorni, l’arrivo su Sky della serie M – Il figlio del secolo segna un momento significativo nella cultura italiana contemporanea, portando sullo schermo l’opera premio Strega di Antonio Scurati. Il timing è quanto mai simbolico. La serie debutta a una settimana dal 3 gennaio. In quel giorno del 1925, in un discorso di fronte alla Camera dei deputati, Mussolini si assunse pubblicamente la «responsabilità politica, morale, e storica» del clima nel quale l’assassinio si era verificato.

Dal libro allo schermo: due approcci, un’unica storia

Il libro di Scurati, primo di una serie di quattro edita da Bompiani, si è imposto come un’opera paradigmatica del nostro tempo, a metà strada tra il romanzo storico e l’inchiesta biografica. L’autore ha scelto di concentrarsi su un periodo cruciale della storia italiana, dal marzo 1919, con la fondazione dei Fasci di combattimento, fino al gennaio 1925, con la discussione parlamentare sul delitto Matteotti. La peculiarità dell’opera letteraria risiede nel suo rigore documentale. Può piacere o no lo stile di Scurati, ma ogni capitolo è corredato da un’appendice di documenti ufficiali, tra cui epistolari, articoli di giornale, rapporti di polizia e atti parlamentari. Alla storia, si aggiunge la Storia.

L’adattamento televisivo, diretto da Joe Wright, prende questa solida base storica e la trasforma in uno spettacolo visivamente potente. Eccessivo? Forse, ma è un film e come ogni opera ha una sua licenza, come la decisione dell’uso della prima persona, che permette a Mussolini (interpretato da un egregio Luca Marinelli) di rompere la quarta parete e parlare direttamente allo spettatore. Questa scelta, che nel libro era limitata all’apertura e alla chiusura, diventa nella serie il principale dispositivo narrativo, creando un’inquietante intimità con il personaggio.

La forza dell’interpretazione e della regia

Luca Marinelli offre un’interpretazione magnetica di Mussolini, catturando la complessità di un personaggio che si muove tra carisma e brutalità, seduzione e tradimento. La regia di Wright riesce nell’impresa di rendere questa dualità visivamente efficace, quando il personaggio ci attira con le sue soluzioni semplici a problemi complessi. È l’imponente, costante, evidente riferimento alla nostra contemporaneità perché sia il libro che la serie riescono nell’intento di parlare al presente attraverso il passato. Se l’opera di Scurati si inserisce in un più ampio dibattito culturale sulla persistenza di elementi fascisti nella società contemporanea, la serie TV traduce questa preoccupazione in immagini potenti e inquietanti. Non è un caso che una battuta come “make Italy great again” risuoni con particolare forza nel contesto politico attuale.

Il prologo della serie racchiude forse il messaggio più potente di entrambe le opere. Mussolini si rivolge direttamente a noi, eredi di quell’Italia che lo ha prima adorato e poi odiato: “Mi avete adorato follemente per venti anni come una divinità. E poi odiato follemente, perché mi amavate ancora. A cosa è servito quell’odio? Guardatevi attorno, siamo ancora tra voi”.

Le donne e il regime: Velia e Margherita

Un aspetto spesso trascurato nella narrazione del periodo fascista è il ruolo delle donne. La Margherita Sarfatti interpretata da Barbara Chichiarelli è un gigante di questa prima serie. Squadrando il duce lo monumentalizza: “Sei la guerra e la pace, la forza e l’intelligenza, il male e la cura, la vita e la morte, sei tutto”. Le fa da contraltare, con altrettanta forza e ancora più coraggio la figura di Velia Titta Matteotti, moglie di Giacomo Matteotti, emblematica resistenza silenziosa ma determinata. Dopo l’assassinio del marito nel 1924, Velia non si piegò al regime: osò presentarsi direttamente davanti a Mussolini per chiedere verità e giustizia, un atto di coraggio straordinario per l’epoca. La sua storia è quella di una donna colta e determinata che, nonostante le continue minacce e la sorveglianza della polizia fascista, mantenne viva la memoria del marito e protesse i suoi figli. In una lettera alle autorità, arrivò persino a chiedere – e ottenere – che nessun rappresentante del regime fosse presente al funerale del marito, un altro atto di sfida significativo. La sua vita, segnata da quello che lei stessa definì “un’autentica schiavitù”, testimonia come la resistenza al fascismo fu anche femminile, silenziosa ma non per questo meno coraggiosa.

Se il libro di Scurati ha il merito di raccontare la storia attraverso la letteratura, l’adattamento televisivo riesce nell’impresa di tradurre questa complessità in un linguaggio visivo potente e contemporaneo. Entrambe le opere ci ricordano che la storia è ciclica, mai davvero passata, continua a parlarci e a metterci in guardia attraverso le sue molteplici rappresentazioni. Aprite un giornale o un sito di notizie e constatatelo.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 7 gennaio 2025

“E poi il silenzio”: la tragedia di Rigopiano diventa una serie tv

«Rigopiano è una Pompei di montagna.» Le parole sono di Paolo Negro, il regista di E poi il silenzio che da podcast passa a docuserie in 5 episodi Sky Original.

I fatti sono noti. Quel fatidico 18 gennaio 2017, dopo ore di copiose nevicate, una valanga di proporzioni mostruose concentrò la propria forza nel canalone a valle del quale si trovava l’Hotel Rigopiano, piallando letteralmente la struttura in cemento armato dal fianco della montagna. Non fu la tragedia con più vittime registrata sugli Appennini, ma è davvero la strage che avrebbe potuto coinvolgere ognuno di noi per aver trasformato in un istante un paradiso naturale in un inferno di neve, detriti e corpi.

Caso vuole che ho condiviso con Paolo Negro un altro lavoro nel difficile ambiente della montagna invernale. Proprio per questo, so che è uno estraneo al sensazionalismo o al lasciarsi travolgere dalle emozioni.

Per questo penso che l’opera che ha firmato con Pablo Trincia e Debora Campanella sia una testimonianza che rimarrà, con i video delle disperate operazioni di soccorso di Vigili del Fuoco, Soccorso Alpino, Guardia di Finanza e Guardia Costiera, che lottarono contro il tempo e la natura. Sopravvissuti e familiari delle vittime hanno riconosciuto al team di Sky una delicatezza che, nel contrasto straziante delle emozioni, ha permesso una presentazione lucida di una storia che mostra fino agli ultimi, preziosi, istanti di normalità di chi non c’è più. Nei filmati che i parenti hanno accettato di condividere appaiono sorrisi, risate, momenti di spensieratezza fissati pochi attimi prima della fine.

La valanga assassina

È evidente che la parte riguardante le precipitazioni fosse inevitabile, una valanga stessa è impensabile da contenere, ma tutto quello che poteva essere mancato in tema di prevenzione e organizzazione repentina dei soccorsi, tutto, mancò. Tra le tante ricostruzioni viste fino a oggi, a “E poi il silenzio” va riconosciuto l’aver concatenato documenti, voci, pareri autorevoli che dimostrano come l’effetto del disastro naturale fu moltiplicato dal disastro umano di funzionari impreparati, mezzi fuori uso, ritardi della macchina dei soccorsi, raccomandazioni mai applicate, fino alla sentenza che ha lasciato nella disperazione i superstiti, violentati da 22 assoluzioni e solo 8 condanne. «C’è una quantità di errori umani e superficialità che, accumulandosi, hanno prodotto la vera valanga che ha ucciso le persone», dichiara Negro. La docuserie scava tra le macerie della verità cercando le risposte alla domanda sul come quelle vite potevano essere risparmiate.

Quasi otto anni dopo, la Corte Suprema di Roma si appresta a valutare il ricorso su una sentenza che ha lasciato troppi dubbi. L’udienza è fissata per il prossimo 27 novembre.

Il limite invalicabile

Lasciando a chi di dovere trarre le conclusioni, mi rimangono le impressioni su questi cinque episodi sconvolgenti. Paolo Negro confessa che, da autore prima ancora che da regista, «la cosa più forte è stata gestire il peso della responsabilità delle testimonianze raccolte. Il dolore di un padre che perde un figlio è un dono prezioso e terribile. Silenzi e frasi appese sono forse la cosa che ancora oggi, dopo innumerevoli visioni, mi fanno saltare un battito di cuore».

La voce e il tono di Pablo Trincia sono inconfondibili nel podcast, ma il lavoro video è potenziato dall’intervento degli ambienti della “Pompei di montagna” e delle espressioni degli interlocutori. Papà, mamme, sorelle, figli stanno in silenzio lasciando al linguaggio visuale il commento. Qui la regia si aiuta con l’efficacia teatrale di proiezioni suggestive supportate dall’intelligenza artificiale. «È stato molto sfidante – aggiunge il regista – gestire la sincronia di un coro di voci che raccontano lo stesso momento da prospettive diverse ed ancor di più trovare delle soluzioni visive per descrivere un posto che non c’è più e per raccontare terremoto e valanga senza utilizzare repertori».

Ho chiesto a Pablo Trincia se, durante la registrazione, ci sia mai stato un momento sofferto e stupefacente in cui Pablo, Debora, Paolo, anime sensibili prima che autori, guardandosi in faccia, si siano detti “questo è troppo per essere raccontato”. Si è preso qualche secondo per rispondere. «Sì, quando i parenti ci hanno descritto la restituzione degli effetti personali. Avevamo visto le immagini, ma abbiamo deciso che era un limite per noi invalicabile».

Il quinto episodio, l’ultimo, il più forte, racconta bene il momento. Posso solo sperare che anche giudici e inquirenti abbiano tempo di guardare le immagini, neanche per un attimo noiose o melodrammatiche.

La docuserie è disponibile da oggi su Sky TG24, Sky Documentaries e in streaming su NOW. 

"E poi il silenzio": la tragedia di Rigopiano diventa una serie tv

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 20 novembre 2024