«Rigopiano è una Pompei di montagna.» Le parole sono di Paolo Negro, il regista di E poi il silenzio che da podcast passa a docuserie in 5 episodi Sky Original.
I fatti sono noti. Quel fatidico 18 gennaio 2017, dopo ore di copiose nevicate, una valanga di proporzioni mostruose concentrò la propria forza nel canalone a valle del quale si trovava l’Hotel Rigopiano, piallando letteralmente la struttura in cemento armato dal fianco della montagna. Non fu la tragedia con più vittime registrata sugli Appennini, ma è davvero la strage che avrebbe potuto coinvolgere ognuno di noi per aver trasformato in un istante un paradiso naturale in un inferno di neve, detriti e corpi.
Caso vuole che ho condiviso con Paolo Negro un altro lavoro nel difficile ambiente della montagna invernale. Proprio per questo, so che è uno estraneo al sensazionalismo o al lasciarsi travolgere dalle emozioni.
Per questo penso che l’opera che ha firmato con Pablo Trincia e Debora Campanella sia una testimonianza che rimarrà, con i video delle disperate operazioni di soccorso di Vigili del Fuoco, Soccorso Alpino, Guardia di Finanza e Guardia Costiera, che lottarono contro il tempo e la natura. Sopravvissuti e familiari delle vittime hanno riconosciuto al team di Sky una delicatezza che, nel contrasto straziante delle emozioni, ha permesso una presentazione lucida di una storia che mostra fino agli ultimi, preziosi, istanti di normalità di chi non c’è più. Nei filmati che i parenti hanno accettato di condividere appaiono sorrisi, risate, momenti di spensieratezza fissati pochi attimi prima della fine.
La valanga assassina
È evidente che la parte riguardante le precipitazioni fosse inevitabile, una valanga stessa è impensabile da contenere, ma tutto quello che poteva essere mancato in tema di prevenzione e organizzazione repentina dei soccorsi, tutto, mancò. Tra le tante ricostruzioni viste fino a oggi, a “E poi il silenzio” va riconosciuto l’aver concatenato documenti, voci, pareri autorevoli che dimostrano come l’effetto del disastro naturale fu moltiplicato dal disastro umano di funzionari impreparati, mezzi fuori uso, ritardi della macchina dei soccorsi, raccomandazioni mai applicate, fino alla sentenza che ha lasciato nella disperazione i superstiti, violentati da 22 assoluzioni e solo 8 condanne. «C’è una quantità di errori umani e superficialità che, accumulandosi, hanno prodotto la vera valanga che ha ucciso le persone», dichiara Negro. La docuserie scava tra le macerie della verità cercando le risposte alla domanda sul come quelle vite potevano essere risparmiate.
Quasi otto anni dopo, la Corte Suprema di Roma si appresta a valutare il ricorso su una sentenza che ha lasciato troppi dubbi. L’udienza è fissata per il prossimo 27 novembre.
Il limite invalicabile
Lasciando a chi di dovere trarre le conclusioni, mi rimangono le impressioni su questi cinque episodi sconvolgenti. Paolo Negro confessa che, da autore prima ancora che da regista, «la cosa più forte è stata gestire il peso della responsabilità delle testimonianze raccolte. Il dolore di un padre che perde un figlio è un dono prezioso e terribile. Silenzi e frasi appese sono forse la cosa che ancora oggi, dopo innumerevoli visioni, mi fanno saltare un battito di cuore».
La voce e il tono di Pablo Trincia sono inconfondibili nel podcast, ma il lavoro video è potenziato dall’intervento degli ambienti della “Pompei di montagna” e delle espressioni degli interlocutori. Papà, mamme, sorelle, figli stanno in silenzio lasciando al linguaggio visuale il commento. Qui la regia si aiuta con l’efficacia teatrale di proiezioni suggestive supportate dall’intelligenza artificiale. «È stato molto sfidante – aggiunge il regista – gestire la sincronia di un coro di voci che raccontano lo stesso momento da prospettive diverse ed ancor di più trovare delle soluzioni visive per descrivere un posto che non c’è più e per raccontare terremoto e valanga senza utilizzare repertori».
Ho chiesto a Pablo Trincia se, durante la registrazione, ci sia mai stato un momento sofferto e stupefacente in cui Pablo, Debora, Paolo, anime sensibili prima che autori, guardandosi in faccia, si siano detti “questo è troppo per essere raccontato”. Si è preso qualche secondo per rispondere. «Sì, quando i parenti ci hanno descritto la restituzione degli effetti personali. Avevamo visto le immagini, ma abbiamo deciso che era un limite per noi invalicabile».
Il quinto episodio, l’ultimo, il più forte, racconta bene il momento. Posso solo sperare che anche giudici e inquirenti abbiano tempo di guardare le immagini, neanche per un attimo noiose o melodrammatiche.
La docuserie è disponibile da oggi su Sky TG24, Sky Documentaries e in streaming su NOW.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 20 novembre 2024