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Giorno della Memoria, la disperazione delle prigioniere

Un uomo cammina solitario nel Memoriale della Shoah al Binario 21 di Milano. Sopra di lui rumori di treni in movimento. La parola INDIFFERENZA scorre al suo fianco, cicatrice profonda nel cemento gelido.

Giorno della Memoria, la disperazione delle prigioniere
Ansa

Non potrebbe aprirsi in modo più crudo Eredi della Shoah, il documentario Sky Original in due episodi realizzato da Apnea Film, ideato e scritto da Roly Kornblit con Gianfranco Scancarello. La fotografia di Max Gatti ci cala nel buio dei sotterranei della Stazione Centrale di Milano, quello stesso ambiente cupo che vide partire tanti italiani per i campi di annientamento tedeschi.

Nell’indifferenza della città. La quasi totalità dei milanesi, infatti, credeva che quel luogo occultato da una cortina di furgoni fosse uno spazio di smistamento per pacchi postali. E spazio di smistamento lo era, ma i pacchi erano esseri umani destinati a non tornare più indietro.

Se non fosse per la tragedia dei numeri e della macchina industriale tedesca che ha operato con efficienza agghiacciante, c’è un elemento che ci obbliga istantaneamente alla riflessione, ed è proprio l’indifferenza. Mentre donne, uomini e bambini venivano stipati per un viaggio di giorni su carri bestiame diretti verso la morte, c’era un Paese intero che continuava a vivere. Era difficile urlare durante una dittatura, ma, sfogliando un libro o un giornale dell’epoca, ci si rende conto di come fu proprio l’indifferenza a permettere che la Shoah si alimentasse in una crescita tragicamente esponenziale.

Anche per questo motivo, nel documentario di Sky, Elio, nipote di Errina Fornaro Di Veroli, precisa che la Memoria è un esercizio che deve coinvolgere chi è stato perseguitato, ma anche chi è stato tra i delatori e tra gli sterminatori.

Solo dopo esserci graffiati su questo scoglio che ci tocca per ogni volta che, in qualche circostanza, siamo stati noi stessi indifferenti, possiamo passare ad ascoltare le voci del documentario. Se ne ascoltano alcune che vanno ben oltre la più macabra delle fantasie sceneggiatrici. La prima testimonianza è indicativa di cosa aspettarsi nelle successive. Federica, nipote di Alberto Sed, ricorda di quando il nonno vide un neonato lanciato in aria e usato come bersaglio dalle SS, davanti agli occhi della madre da cui era appena stato strappato. Era vivo, il piccolo, perché solo dopo il suo corpo fu mandato al forno insieme a tutti quelli che erano inabili al lavoro.  

Le scene, tante e atroci, spiegano perché alcuni superstiti abbiano deciso di aspettare molto tempo prima di narrare. Shulim Vogelmann fu l’unico italiano presente nella lista di Schindler portata al cinema da Spielberg. Il nipote che porta il suo nome e oggi dirige la casa editrice fondata dal nonno, ipotizza che la maggior parte dei pochi ritornati abbia ritardato il racconto preferendo riversare le energie rimaste nel crearsi una nuova esistenza. Precedenza non a ricordare, dunque, ma a ricostruire.

Eppure qualcuno, decise di fissare subito le parole per la memoria collettiva. Tra questi Primo Levi con Se questo è un uomo e Liana Millu con Il fumo di Birkenau. Pubblicati entrambi nel 1947.

Se l’opera di Levi è molto nota, quella della Millu non raggiunse la notorietà del collega, per quanto le vada riconosciuta la peculiarità dell’angolazione femminile della narrazione, che traccia fili di umanità in un luogo dove l’umanità era bandita. La prefazione la scrisse lo stesso Primo, legato a Liana da profonda amicizia, oltre che dal destino di essere dei sopravvissuti.

«… è fra le più intense testimonianze europee sul Lager femminile di Auschwitz-Birkenau: certamente la più toccante fra le testimonianze italiane. Consta di sei racconti, che si snodano intorno agli aspetti più specificamente femminili della vita minimale e disperata delle prigioniere. La loro condizione era assai peggiore di quella degli uomini, e ciò per vari motivi: la minore resistenza fisica davanti ai lavori più pesanti e umilianti di quelli inflitti agli uomini; il tormento degli affetti familiari; la presenza ossessiva dei crematori, le cui ciminiere, situate nel bel mezzo del campo femminile, non eludibili, non negabili, corrompono con il loro fumo empio i giorni e le notti, i momenti di tregua e di illusione, i sogni e le timide speranze».

Di Liana Millu ci rimangono anche le impressioni del giornalista Roberto Pettinaroli, a cui la scrittrice si rivolse per trasmettere il suo messaggio dove ci fosse l’interesse ad ascoltare, a partire dalle scuole. Pettinaroli la seguì spesso e alla fine si affezionò a questa donna e alle sue storie, al punto da dedicarle il libro intervista Campo di Betulle (traduzione del tedesco Birkenau), in cui sono fissate le risposte a molte delle domande che tutti ci facciamo ogni 27 gennaio. Tutta la lucidità che la Memoria merita, è in queste voci, in queste pagine.

Giorno della Memoria, la disperazione delle prigioniere
Ansa

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 27 gennaio 2023

Vuoi l’auto ecologica? Pedala e attento alle eco-frottole!

C’era una bellissima pubblicità di auto in circolazione qualche anno fa (guarda lo spot). Ti decantava il potere di un catalizzatore efficiente, il basso contenuto di solventi delle vernici, la riciclabilità di certi componenti, ma alla fine ti avvertiva che, comunque, per l’ambiente non avresti mai fatto abbastanza. Così il nostro aitante possessore di auto che avevamo visto entrare in garage in tuta e racchetta da tennis se ne esce felice con una cigolante bicicletta. Geniale! “Non vuoi inquinare? Vai in bici! ” era il messaggio.

In Italia non ha funzionato perché i tempi non erano ancora maturi o forse perché qulalche brianzolo finito al marketing avrà obiettato ai creativi “ma non si vede il prodotto”! “Ok: mai discutere con un imbecille” avrà allora pensato il nostro pubblicitario, che avrà così ripiegato con un bella idea anni 80 dove la topona della Milano da bere era attratta  dalla grossa cilindrata (del motore, s’intende, cosa avevate capito?). Adesso i tempi sono un po’ cambiati, ma c’è ancora parecchia confusione su cosa è ecologico e cosa no. I pubblicitari, in questo, ci mettono del loro.

Legambiente ha stilato un ecolista per raccapezzarsi in un mercato dove sembra che tutti abbiano un’anima verde, quando non è proprio così.

Chi vuole davvero saperne di più e desidera arrivare preparato da un concessionario pronto a venderti la versione catalitica della propria mamma, trova un buon manuale per riconoscere un’auto con i parametri ecologicamente corretti, cioè:
> Consumo di carburante
> Emissioni di CO2 per chilometro 
> Indicatore di inquinamento atmosferico
> Indicatore di rumore effettuate in accelerazione
> Indicatori sanitari e ambientali (produzione di cancerogeni, di ossidi d’azoto, polveri sottili, idrocarburi incombusti, che causano danni alla salute e all’ambiente).

La guida non è aggiornata agli ultimissimi modelli, ma intanto è come avere una buona bussola da consultare per orientarsi nella giungla degli spara-ecofrottole.

Leggendo in giro si scopre che se l’auto è piccola non conviene né il diesel (fa eccezione, pare, la Smart) né l’ibrido, ma un buon modello a benzina che faccia la sua bella figura nel consumare meno e meglio in proporzione al peso limitato dalla vettura.

Sfatiamo qualche mito.
Perchè solo adesso si fanno le ibride?
La tecnologia di un motore termico (praticamente una stufa che usa solo il 15% del proprio potere per il movimento, come ben spiegato qui, abbinata a un propulsore elettrico è da anni impiegata con successo su navi e treni. Nell’auto non si è usato fino ad ora perche dovevamo consumare di più per pagare più i produttori di benzina e più tasse allo stato (ma questo non si può scrivere e voi non l’avete mai letto).
Nella classe media e alta, numeri alla mano, è meglio viaggiare ibrido, unendo un normale motore termico a uno a batterie. Toyota è leader in questo settore con una gamma di auto che sono pure gradevoli, lo preciso perché solo qualche anno fa se proponevi a qualcuno di prendere una elettrica o una ibrida ti sentivi rispondere neanche tanto educatamente un “prendila tu!”.
Ce l’ho grossa ed è più efficiente.
Non facciamoci prendere in giro da chi racconta che le auto grosse hanno motori efficienti che inquinano meno. E’ vero solo in piccola parte, ma c’è un dato che parla su tutti: i grammi di CO2 al chilometro, guardateli subito e convincetevi che tra un cardenzone (SUV o non SUV) e una macchina media passa un’enormità di polveri sottili e  CO2 nell’aria. E non sto ancora considerando il fatto che una macchina grossa porta via più parcheggio, crea più traffico e cose così.

Meglio 100% elettrico?
Premetto che personalmente non sono ancora convinto del 100% elettrico, almeno finché non mi spiegheranno bene cosa faremo delle batterie al termine del ciclo vitale di cinque anni.
Chi proprio fosse spinto dal vento eco verso il tutto elettrico sappia che molto di quanto dichiarato dal produttore dipende dallo stile di guida. Ho guidato la stessa macchina (una Mitsubishi I-on, uguale agli omologhi modelli di Citroen e Peugeot. In differenti condizioni per scoprire che con un primo  pieno di corrente ho potuto percorrere gli 86 km di autonomia dichiarata e  un secondo pieno ben  146.
Tra le piccolissime, oggi c’è anche la Smart e la ancora più piccola italianissima Zero NWG.

La via è imboccata, ora speriamo che il progresso sia abbastanza svincolato dai petrolieri  e segua almeno in parte la velocità evolutiva che hanno conosciuto i computer: abbiamo in un telefonino la stessa capacità di calcolo di un computer evoluto di decenni fa ma, facendo le dovute proporzioni, le macchine sono mediamente rimaste agli anni 60. Ancora troppo poco per dissuadermi a preferire la bici al posto dell’auto quando vado in garage.
Questo articolo è stato pubblicato anche sull’HuffingtonPost.