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Chi vuole la testa del lupo

Michele Serra ha raccontato la morte del suo cane Osso, segugio di sette anni, sbranato da un branco di lupi a duecento metri dalla casa di Val Tidone, sull’Appennino piacentino. Il dolore privato si è subito fatto questione pubblica. La ferita di Serra merita rispetto, anche nell’ammirabile lucidità che ha mantenuto. «Qualcosa va fatto, e velocemente, se si vuole che la convivenza tra uomo e lupo resti possibile», ha scritto, chiedendo alle autorità di stabilire fino a quanti esemplari un territorio possa reggere. Negli stessi giorni, in provincia di Pisa, a poche centinaia di chilometri di distanza, due teste di lupo mozzate sono comparse appese a cartelli sulle strade. Il WWF ha parlato di «gesto di inaudita gravità e crudeltà», di un «atto intimidatorio» che, oltre al bracconaggio, segnala un clima crescente di ostilità verso la specie.

I due episodi raccontano lo stesso paese da angolature opposte: l’abitante delle aree meno antropizzate che chiede numeri, il bracconiere che li riduce in proprio. Tra l’uno e l’altro corre un filo di equivoci.

Quanti sono, davvero

I lupi italiani, protetti dagli anni Settanta, sono passati da poche centinaia a circa 3.300 esemplari censiti dall’Ispra. Il dato impressiona se letto come crescita lineare, ma perde drammaticità se si ricorda che, prima delle stragi otto-novecentesche, in Italia se ne contavano ventimila, senza che si registrassero aggressioni deliberate a esseri umani. Le popolazioni animali, peraltro, non crescono indefinitamente: seguono una curva logistica, accelerano e poi si appiattiscono quando l’ambiente smette di concedere spazio. Il lupo oggi avanza perché trova boschi tornati dopo l’abbandono dei terreni marginali, prede in abbondanza (cinghiali, caprioli, cervi) e tutela giuridica. Occupa, in altre parole, la nicchia che gli viene lasciata.

La contabilità delle predazioni

Sul versante zootecnico il dibattito si nutre di numeri ricorrenti e raramente verificati. Le stime su scala europea collocano la predazione da fauna selvatica sul bestiame allevato attorno a quote minime, residuali rispetto a malattie, parti difficili e abbandoni. A questo si aggiunge la possibilità di indennizzo per il capo perduto e l’efficacia provata delle misure di prevenzione come recinti elettrificati, cani da guardiania con collare antilupo, presenza del pastore al pascolo. Dove applicate insieme, abbattono le predazioni dell’ottanta per cento. Una quota residua di attacchi attribuiti al lupo, infine, è opera di cani inselvatichiti, spesso ex cani da caccia abbandonati: distinguere richiede analisi genetiche che non sempre vengono fatte.

Una funzione ecologica

Il lupo non è solo un problema da contenere: è una funzione. Tiene sotto controllo gli ungulati per pressione di presenza, prima che per predazione effettiva, alleggerendo il carico su colture, boschi giovani e incidenti stradali. L’esperienza di Yellowstone, da decenni studiata, ha mostrato come il ritorno dei lupi abbia innescato una cascata trofica che ha ridotto gli erbivori, restituito vegetazione alle rive dei corsi d’acqua, stabilizzato gli argini, favorito il ritorno di pesci, anfibi, uccelli. Le proporzioni italiane sono diverse, ma la direzione è la stessa: in un Appennino sovraffollato di cinghiali, ridurre i lupi significa scaricare il problema sull’agricoltura e sul dissesto idrogeologico.

Su questo punto il divulgatore Mario Tozzi è netto: «Ridurre i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie eletta sul quale nessun vivente può issarsi».

Lo specchio della società

Resta il nodo culturale, ed è il più resistente. Il lupo che entra nel discorso pubblico raramente è un animale, è la proiezione di una paura. Il biologo statunitense Carl Safina, che li ha studiati a lungo a Yellowstone, ha mostrato come quei branchi siano in realtà famiglie nucleari, con personalità individuali, legami forti e un repertorio emotivo che comprende l’attaccamento, il lutto, la rabbia. Animali che vivono una vita dura, percorrono lunghe distanze, affrontano il freddo estremo e incarnano una libertà che è l’essenza stessa della natura non addomesticata. Quando entrano nel nostro immaginario, però, diventano altro: una metafora del selvaggio, una banda fuorilegge che non rispetta confini né proprietà. Da qui la reazione viscerale, simile a quella che si riserva a un’incursione nemica.

A questa cornice culturale prova a rispondere, sul piano educativo, l’Università di Pisa, che da anni propone alle scuole il laboratorio Cane o lupo? Il racconto delle origini, dedicato alla domesticazione e al rapporto evolutivo tra le due specie, e ha pubblicato di recente con ETS Cappuccetto Rosso e il Lupo: la vera storia, a cura di Valentina Diara e Alessandra Coli, prefazione di Elisabetta Palagi: una riscrittura della fiaba in chiave scientifica, pensata per restituire ai bambini un lupo che non sia il mostro del bosco ma un animale sociale, intelligente, parte dell’ecosistema. Un lavoro paziente di decostruzione dell’archetipo, che procede in direzione contraria al gesto di chi appende una testa mozzata a un cavalcavia a poche decine di chilometri dalle stesse aule.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 11 maggio 2026

Spring Wind The Awakening: il documentario su Magyar sbarca in Italia

Sestri Levante ospita il 5 maggio la prima mondiale fuori dall’Ungheria del film che ha seguito per oltre un anno la parabola politica del nuovo primo ministro ungherese, visto da 3,3 milioni di persone prima del voto.

Quando un documentario viene visto da un terzo della popolazione di un paese prima delle elezioni, cessa di essere soltanto un’opera cinematografica. Spring Wind – The Awakening, diretto da Tamás Yvan Topolánszky e prodotto da Claudia Sümeghy, ha percorso esattamente una traiettoria inusuale, con 140.000 spettatori in sala durante la campagna elettorale ungherese e poi la scelta di renderlo accessibile gratuitamente online. Risultato: 3,3 milioni di visualizzazioni in un paese di nove milioni di abitanti. Il giorno dopo, Péter Magyar e il suo partito Tisza hanno conquistato 137 dei 199 seggi parlamentari disponibili, ponendo fine a sedici anni di governo di Viktor Orbán.

Sarà proprio questo film ad aprire, martedì 5 maggio, la decima edizione del Riviera International Film Festival di Sestri Levante. Si tratta della prima assoluta al di fuori dell’Ungheria, dove il documentario è distribuito nelle sale e sulla piattaforma HBO locale. La scelta è un gesto di affetto di Topolánszky che al RIFF aveva presentato nel 2019 il suo primo lungometraggio, Curtiz, vincendo il premio per la miglior regia, e dove era poi tornato come membro di giuria nel 2023. «Sentiamo il Riviera International Film Festival come la nostra casa creativa», ha dichiarato il regista.

Un anno in incognito accanto al candidato

Il metodo di lavoro scelto da Topolánszky e Sümeghy ha determinato la qualità del materiale raccolto. Per più di un anno, una piccola troupe ha seguito Magyar. A volte in incognito e altre volte palese, la camera ha seguito il candidato nei tour nazionali, nei comizi, nelle conversazioni informali e in molte occasioni all’interno della sua abitazione privata. Il risultato è un ritratto che va oltre la cronaca politica per restituire decisioni umane, motivazioni, momenti di dubbio. Il tutto in una texture di una campagna condotta sotto pressione costante in un ambiente mediatico ostile. Il documentario è stato realizzato senza fondi pubblici né incentivi fiscali statali, in una scelta obbligata dettata dal controllo esercitato dall’esecutivo Orbán sull’ecosistema culturale ungherese.  È diventato ciononostante uno dei documentari più visti nella storia del paese.

«Spring Wind è per noi più di un documentario – spiegano gli autori – È la testimonianza di un momento storico. Crediamo che abbia contribuito al dibattito pubblico che ha portato alla fine dei 16 anni di potere di Viktor Orbán. Il nostro obiettivo non era interpretare il cambiamento dall’esterno, ma catturarlo dall’interno, rivelandone le dimensioni umane e sociali».

Spring Wind The Awakening: il documentario su Magyar sbarca in Italia

Il contesto: cosa cambia in Ungheria

Magyar è atteso all’insediamento intorno al 15 maggio. Tra i primi impegni annunciati, lo smantellamento delle strutture mediatiche allineate al governo uscente costruite nel corso di un decennio e il ripristino di relazioni distese con l’Unione europea, che con Orbán aveva attraversato anni di tensione sistematica sul fronte dello stato di diritto. Già nelle ore successive alla vittoria, Magyar è intervenuto in diretta su una radio pubblica contestandone apertamente la mancanza di indipendenza editoriale. Il National Film Institute (NFI) ha nel frattempo sospeso le proprie attività in attesa del cambio di governo. Il commissario governativo per il cinema Csaba Káel, figura emblematica del sistema clientelare orbaniano, ha perso il proprio incarico. Diversi registi e produttori ungheresi avevano chiesto pubblicamente le sue dimissioni già in campagna elettorale.

A sottolineare la dimensione civile del progetto, Topolánszky e Sümeghy hanno annunciato che l’11% dei proventi netti del film sarà destinato a iniziative di protezione dell’infanzia e salute mentale giovanile. «La vita pubblica è stata spesso plasmata dalla paura e dalla divisione – spiega Sümeghy – Abbiamo sentito la responsabilità di restituire qualcosa, soprattutto ai bambini, che sono tra i più colpiti dalle tensioni sociali».

Un modello per l’Europa

La vicenda ungherese, e il ruolo che un documentario indipendente ha saputo giocare al suo interno solleva interrogativi che vanno ben oltre i confini nazionali. In un’epoca in cui il populismo ha costruito la propria egemonia anche attraverso il controllo dell’informazione e la delegittimazione sistematica dell’opposizione, la figura di Magyar e lo strumento del cinema documentario come vettore di consapevolezza civica indica una possibile grammatica alternativa. Quella di un’Europa che, invece di cedere alla logica dello scontro permanente e dell’interesse nazionale come unica misura del reale, torna a riconoscere nel diritto internazionale, nella cooperazione istituzionale e nella libertà di stampa le fondamenta di una convivenza possibile. Se il populismo ha prosperato nell’opacità, la risposta di Topolánszky e Sümeghy è stata radicalmente opposta, basata su trasparenza, accesso libero, prossimità umana al proprio soggetto. Un antidoto che, almeno in questo caso, ha funzionato.

Spring Wind The Awakening: il documentario su Magyar sbarca in Italia

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 5 maggio 2026

Cosa insegna l’incontro Francesco d’Assisi-Sultano sulla crisi tra Usa, Israele e Iran


Nel 1219, Francesco d’Assisi attraversò le linee della Quinta Crociata per incontrare il sultano ayyubide Al-Kamil, presso Damietta, sul delta del Nilo. Un incontro improbabile, spesso idealizzato, talvolta liquidato come leggenda. Eppure, nell’attuale stagione di crisi in Medio Oriente, quel gesto pone domande al presente. Ne hanno discusso, in un incontro promosso dall’Università di Pisa nel ciclo dedicato all’ottocentesimo anniversario della morte del santo, il medievista Franco Cardini e l’arabista Francesca Maria Corrao.

Cosa dicono le fonti

Esistono almeno cinque cronache occidentali attendibili che, pur divergendo in alcuni particolari, concordano nell’attestare l’incontro. A queste si aggiunge un’iscrizione su una lapide funebre arabo-musulmana che conferma l’autenticità dell’episodio. Qualche dettaglio resta incerto, ma l’incontro in sé è storicamente fondato. Papa Onorio III aveva bandito nel 1217 una crociata che, sotto la guida del cardinale Pelagio, non si concentrava su Gerusalemme — persa dai cristiani nel 1187 — ma al delta del Nilo, polmone economico del mondo islamico dell’area, da usare come leva negoziale per ottenere la restituzione della Città Santa. Francesco arrivò sotto Damietta all’inizio dell’estate del 1219, proveniente da Acri. Chiese al cardinale legato il permesso di recarsi dal sultano e fu ammesso alla sua presenza. «La legge coranica – precisa Cardini – non consentiva al sultano di negare udienza a un uomo di Dio. E Francesco era riconoscibile come tale dalla veste: un saio di lana grezza, non tinta, rattoppato. In arabo, chi indossa quel tessuto si chiama sufi. Il gran signore ricevette il povero frate e lo rimandò sano e salvo, dopo avergli offerto alcuni doni».

Il Mediterraneo come civiltà ibrida

L’arabista Corrao inserisce quell’incontro dentro un Mediterraneo ben più complesso di quanto la vulgata delle crociate lasci intendere. Francesco era stato in Sicilia nel 1212, in un’isola dove la corte di Federico II faceva tradurre testi arabi in latino e dove circolavano opere come il Kalīla wa-Dimna — raccolta di parabole animali funzionante da «specchio per principi» nella tradizione islamica. I traduttori di corte erano cristiani, ebrei e musulmani che lavoravano fianco a fianco.

In questo ambiente, sono plausibili forti affinità spirituali tra Francesco e i mistici islamici che incarnavano una corrente sufica in cui la ricerca dell’assoluto passava per la spoliazione del sé. Cardini sottolinea la convergenza simbolica: il francescano che si toglie gli abiti paterni in piazza ad Assisi e il sufi che si riveste di lana grezza compiono gesti speculari, partendo da tradizioni diverse, verso la stessa domanda sull’essenziale.

Il frutto più concreto dell’incontro con Al-Kamil fu una tregua di quindici anni. Dieci anni dopo, nel 1229, lo stesso sultano avrebbe stipulato con Federico II il primo accordo di smilitarizzazione pacifica di Gerusalemme che la storia ricordi, rimasto in vigore fino al 1244. Cardini non azzarda connessioni romanzesche, ma osserva che Al-Kamil e Federico condividevano una passione: la caccia col falco. E che il falco era caro anche a Francesco. «Potessi chiedere qualcosa a Francesco – confessa lo studioso  – gli chiederei di cosa hanno parlato. Sono abbastanza convinto che fratel falco possa essere stato un argomento di discussione».

Cosa insegna l'incontro Francesco d'Assisi-Sultano sulla crisi tra Usa, Israele e Iran

La diagnosi del presente

La crociata del 1219 si chiuse con un insuccesso militare. Cardini usa questa parabola come specchio per l’oggi. Quando due potenze si presentano entrambe come portatrici di un «dominio universale» — oggi declinato nel controllo delle fonti energetiche, dal Venezuela alla Groenlandia fino all’Iran — e la diplomazia cede il posto ai cortigiani, il dialogo diventa strutturalmente impraticabile. Gli stati a forte connotazione religiosa, aggiunge, sono tra i più refrattari alla mediazione laica nei conflitti che percepiscono come definitivi. La simmetria che traccia tra la Repubblica islamica iraniana e Israele nella sua configurazione attuale riguarda la struttura teocratica di entrambi, non le rispettive ragioni storiche.

Il Trattato di non-proliferazione nucleare è definito dallo storico una legge intrinsecamente iniqua. «Chi ha già l’arma può tenerla, chi non ce l’ha rinuncia per sempre alla difesa. L’Iran, con quasi ottanta milioni di abitanti e risorse energetiche e turistiche di prima grandezza, ha subito per decenni limitazioni allo sviluppo parzialmente indegne di un sistema che si pretende fondato sul diritto internazionale. Il risultato è l’escalation attuale, che qualcuno ha sottovalutato ritenendo i missili iraniani petardi natalizi».

Corrao aggiunge la prospettiva testuale. Il Corano invita esplicitamente al dialogo «con saggezza e buona parola», a discutere «nella maniera migliore». La tradizione islamica conosce il concetto di testimonianza pacifica della fede che Francesco praticava. Quello che li accomunava era la disponibilità a spogliarsi dell’appartenenza — gesto simbolico e politico insieme — per stare davanti all’altro senza la protezione dell’identità.

Cardini chiude con una riflessione sull’ottimismo. L’ingenuità, in persone adulte e consapevoli, significa fiducia nelle possibilità del genere umano. «La guerra nucleare rimane un’ipotesi, per quanto incombente – sostiene – L’incubo finirà solo quando avremo restaurato la giustizia, la quale richiede che le potenze più armate siano le prime a disarmare. È una tesi che risuona con lo spirito del celebre discorso che Oppenheimer tenne ai colleghi di Los Alamos nel 1945. Finora nessuno ha voluto ascoltarlo».

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 30 marzo 2026

La pecora non esiste in natura: Tozzi e San Francesco contro l’illusione del dominio 


Averlo di fronte – Mario Tozzi, geologo, primo ricercatore del CNR e tra i più autorevoli divulgatori scientifici italiani – e riascoltare quegli stessi allarmi che percorrono i suoi libri dà alla serata nell’Aula Magna Storica di Palazzo La Sapienza una qualità particolare: quella di un’emergenza confermata. Il ciclo promosso dall’Università di Pisa per gli 800 anni dalla morte di San Francesco ha ospitato un confronto tra Tozzi e Chiara Mariti, professoressa del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’ateneo toscano, moderato da Vincenzo Miragliotta, direttore dello stesso Dipartimento. Il titolo – Noi siamo natura: l’uomo come parte del sistema vivente – è il punto di partenza di una diagnosi.

La differenza che fa la differenza

Quale posto occupa l’uomo nel sistema vivente? San Francesco lo risolveva con il linguaggio della fraternità e della creaturalità. La scienza contemporanea lo descrive come interdipendenza tra uomo, animali e ambiente. I linguaggi cambiano. La questione rimane aperta. Vista, intelligenza, comunicazione, creatività, tecnologia: in ciascuno di questi ambiti esistono specie che ci superano.

Resta però una differenza, e per Tozzi è l’unica che conti davvero. I Sapiens sono l’unica specie che costruisce economie e accumula capitale. Tutto il resto – la cultura, l’apprendimento, persino la paura – appartiene anche agli altri animali. «La caccia, al lupo giovane, la deve insegnare la madre, esattamente come per noi», l’idea che gli animali agiscano per puro istinto è, a suo giudizio, «una stupidaggine». La formulazione più tagliente di questo argomento si trova in Caro Sapiens, il libro citato durante la serata, strutturato come dieci lettere che la Terra scrive al genere umano — l’ultima firmata da un virus. «I Sapiens si muovono sulla terra buttando all’aria gli ecosistemi, nessun’altra specie si comporta in quel modo».

Animali buoni da mangiare, animali buoni da pensare

Chiara Mariti porta nell’incontro la prospettiva delle scienze veterinarie. Il suo intervento prende le mosse dall’osservazione lessicale per la quale si dice «relazione uomo-animale», quando sarebbe più corretto parlare di relazione tra l’uomo e l’animale non umano. Una sottigliezza che rivela la tendenza a porre l’essere umano come categoria separata e implicitamente superiore.

Mariti distingue due poli estremi. Da un lato gli animali «buoni da mangiare», reificati e privati di rilevanza come esseri senzienti. Dall’altro gli animali da affezione, elevati a membri della famiglia. Nel mezzo, casi come il cavallo, la cui destinazione – sportiva, affettiva o alimentare – dipende dal contesto culturale. «La vacca è sacra in India; noi consumiamo carne bovina senza pensarci. Sono differenze culturali, non presupposti scientifici». Il termine che descrive questa logica è specismo: Mariti riconosce che una quota di antropocentrismo sia forse ineliminabile, ma sostiene che possa essere ridotta, e che l’università abbia in questo un ruolo specifico.

Il lupo e gli equilibri che non sappiamo leggere

L’esempio più ricco di implicazioni è quello del lupo. In Italia, ridotto a un centinaio di esemplari negli anni Settanta, è tornato grazie a una protezione rigorosa. Il problema, sostiene Tozzi, non è il lupo, ma la pecora. «Abbiamo allevato un animale che non esiste in natura, privo di difese, concentrato in ovili dove la relazione predatore-preda è a senso unico. Il lupo uccide tutte le pecore perché nessuna sa di essere preda. Queste stragi sono determinate da noi».

L’argomento di Yellowstone chiude il ragionamento. Reintrodotti i lupi nel parco, è diminuito il dissesto idrogeologico, perché i lupi controllavano i ruminanti che impedivano lo sviluppo delle piante necessarie ai castori, le cui dighe mantenevano l’equilibrio idrologico del territorio.

L’evidenza più diretta di Tozzi, però, viene da un’esperienza in Amazzonia. Ha trascorso una giornata con un capo indigeno nei pressi di Manaus, un uomo che a 41 anni stava bene, conosceva ogni risorsa della foresta e non prelevava mai più di quanto l’ambiente potesse rigenerare. «Non cambierei mai la mia vita con la sua – ammette Tozzi – ma quando me ne sono andato via non avevo capito benissimo da che parte si debba stare». Quando il profitto diventa l’unico metro di confronto con l’ambiente, ogni altro filtro visivo scompare.

Il ruolo dell’università e un’altra follia necessaria

Mariti e Miragliotta convergono sulla domanda conclusiva: cosa può fare un’istituzione accademica per orientare questo cambiamento di sguardo? Mariti distingue tra formazione interdisciplinare e terza missione, con il trasferimento di conoscenze verso l’esterno, secondo una logica bottom-up in cui le domande vengono dalla società. È in questa direzione che si muove il progetto OSCAR – Open Science for Creative Animal Research – con cui il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa ha ottenuto il riconoscimento ministeriale come dipartimento di eccellenza che applica un modello insolito proprio perché non è così frequente che l’università si apra, non solo in termini di portare, ma di ricevere nozioni.

A chiudere l’incontro è una lettura da Chesterton, relativa alla descrizione di come un passante del XIII secolo avrebbe potuto vedere Francesco d’Assisi – un giovane pazzo che si spoglia in pubblico, dona le sue ricchezze agli sconosciuti, ripudia il padre. «Un matto totale». Dieci anni dopo, quell’abito era già l’uniforme di cinquemila uomini. Il parallelismo è trasparente. Il cambiamento di sguardo che oggi servirebbe è tornare a riconoscere la propria appartenenza al sistema dei viventi e abbandonare il profitto come unico metro di misura. Qualcosa che alla maggioranza appare come una forma di follia. La domanda è se capiremo tutto questo in tempo.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 21 marzo 2026

San Francesco e la costruzione della pace

C’è qualcosa di programmaticamente controcorrente nel riunire in un’aula magna un arcivescovo e una corrispondente di guerra, un frate custode di Terra Santa e una direttrice di giornale, per parlare di pace mentre i notiziari trasmettono immagini di bombardamenti. Eppure è esattamente quello che ha fatto l’Università di Pisa con l’incontro San Francesco d’Assisi e la costruzione della pace, parte del ciclo di conferenze per l’anniversario francescano, moderato dalla professoressa Enza Pellecchia. Attorno al tavolo il rettore Riccardo Zucchi, l’arcivescovo di Pisa Saverio Cannistrà, Padre Francesco Patton già Custode di Terra Santa, la direttrice del Gruppo QN Agnese Pini e la corrispondente RAI Giovanna Botteri.

Un laboratorio di pace nel cuore del conflitto

Padre Francesco Patton ha portato una testimonianza insieme storica e immediata. La Custodia di Terra Santa — incaricata dal papato fin dal 1342 della cura dei santuari cristiani in Medio Oriente — gestisce oggi ottanta luoghi santi in undici paesi, con trecento frati di sessanta nazionalità diverse. Una realtà che è essa stessa, ha spiegato, un laboratorio di pace per necessità strutturale. Il riferimento dottrinale è la Regola non bollata del 1221, in cui Francesco indica due principi ai frati che vivono in quelle latitudini: evitare la disputatio — il linguaggio polemico con cui i predicatori medievali smontavano le fedi altrui — e mettersi a servizio di tutti senza fare dell’identità uno strumento di esclusione. Un’indicazione che suona, ottocento anni dopo, come un manuale di diplomazia.

Il problema del lupo

Il rettore Riccardo Zucchi ha scelto di entrare nel vivo attraverso il lupo di Gubbio — episodio celebre, pittoresco, quasi certamente apocrifo, assente da tutte le biografie canoniche di Francesco come aveva già chiarito Barbero in una precedente conferenza del ciclo. Proprio la sua natura apocrifa lo rende, paradossalmente, rivelatore: il lupo è il punto critico che ogni discorso sulla pace deve affrontare. Nella logica del mondo, di fronte al lupo si reagisce con gli strumenti del lupo. Una risposta che, guardando al Novecento, si è rivelata fallimentare. L’alternativa francescana è la pace disarmata, l’esposizione al rischio: «Vuol dire entrare in una prospettiva di fede, che non è necessariamente fede religiosa, ma comunque una prospettiva di fede». Zucchi ha ricordato che l’Ateneo ha modificato il proprio statuto introducendo la pace tra i valori fondamentali e l’impegno esplicito a non sviluppare armamenti — un gesto che ha definito «disarmo delle parole» prima ancora che delle cose.

Il copione dell’orrore

Agnese Pini ha portato una prospettiva radicata nella storia familiare: il libro Un autunno d’agosto scritto sull’eccidio di San Terenzo Monti nell’agosto del 1944, nella scia di sangue tra Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, in cui perse la vita una sua bisnonna. Ottant’anni, ha osservato, «sono un sospiro nella storia dell’umanità. Siamo noi». Quella memoria le è servita per articolare una tesi: il copione dell’orrore è sempre identico, i crimini di guerra si compiono ovunque con le stesse modalità. «Non c’è un patentino di moralità. Non ci sono popoli migliori di altri». La differenza rispetto al passato riguarda il linguaggio, o meglio la sua dissoluzione: se nel 2003 l’esportazione della democrazia era una menzogna, almeno cercava di dare una patina di dignità all’orrore. Oggi quella patina è scomparsa — e sui canali ufficiali della Casa Bianca circolano video di bombardamenti accompagnati dalla Macarena. «È lì che muore la pace».

Homo homini lupus

L’arcivescovo Cannistrà ha raccolto il filo del lupo — citando Hobbes e il suo homo homini lupus — per spostare la riflessione su un piano teologico e concreto insieme. La tentazione di fronte all’orrore è il giudizio moralistico: «loro lo fanno, io no». Ma quella separazione è illusoria: «C’è una comunione dei santi, ma c’è anche una complicità nel male». La pace, per Cannistrà, è anzitutto dono ricevuto, non conquista prodotta. Al ciclo di bombardamenti abbinati alla Macarena ha contrapposto un’alternativa: «Metterei come colonna sonora il Miserere». Sul piano civile, ha denunciato il diritto internazionale ridotto a carta straccia con l’ONU ormai priva di efficacia reale, esprimendo apprezzamento per le parole del cardinale Parolin e chiedendo che la classe politica alzasse la voce con altrettanta forza.

Giovanna Botteri: la pace si costruisce nella verità

Chi è abituato a vedere Giovanna Botteri in mezzo busto sullo schermo, con alle spalle qualche teatro di guerra, fatica a riconoscerla nell’aula magna di Pisa, incorniciata dagli scranni dove si proclamano i dottori Honoris Causa. Alla domanda su cosa caratterizzi un costruttore di pace, risponde senza esitazioni: «La volontà di tenere sempre aperto il dialogo». Il meccanismo si inceppa, ha spiegato, quando i cittadini smettono di sentirsi protagonisti della vita politica e le decisioni arrivano «sulla loro testa, sopra la loro volontà». La polis si dissolve, e si produce «un cortocircuito mondiale generale» visibile anche nelle democrazie che sembravano più solide.

Sul rapporto tra narrazione e verità ha espresso una convinzione netta. «La pace si può costruire soltanto nella verità». Un invito ad analizzare le informazioni per distinguerle dalle fake news. La svolta più personale è arrivata sulla domanda sullo sguardo femminile. Era nei Balcani, negli anni Novanta, con una figlia appena nata. In un ambiente quasi interamente maschile — la guerra era sempre stata «un affare di uomini» — si è trovata a guardare le madri come sé stessa, le bambine come la sua. Ne è nato un racconto diverso: oggi le guerre sono viste dal basso, dai civili, dai profughi, dagli anziani soli al buio sotto le bombe. «Noi abbiamo cambiato il racconto. Nei nostri occhi, negli occhi delle donne, negli occhi delle madri, c’è la vita. E la vita significa pace».

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 11 marzo 2026

Barbero e san Francesco: oltre l’icona, l’uomo contraddittorio

Sebastiano ha undici anni, segue tutte le conferenze di Alessandro Barbero online, legge i suoi libri. Tra poco sarà il più giovane spettatore del Teatro Verdi, gremitissimo per la lectio magistralis di una delle voci divulgative più ascoltate del nostro Paese. Quando lo studente ottiene la parola nella sala stampa, appena prima dell’evento, chiede al professore come reagivano i contemporanei di Francesco alle sue scelte. Domanda precisa, tutt’altro che scontata, coerente con il ciclo Spiritualità, Dialogo e Fratellanza nel mondo globale, organizzato dall’Università di Pisa nell’ottavo centenario della morte del santo.

Lo storico risponde con la stessa densità che riserverebbe a un collega. «I contemporanei cominciarono come avremmo fatto noi — “quello è un matto” — e poi cambiarono registro nel momento in cui riconobbero il significato religioso del gesto. Allora può essere scattato un altro effetto – “forse questo parla davvero con Dio”, finirono per supporre. Così, di colpo l’atteggiamento si rovescia e diventa ammirazione, la convinzione che questo sia una persona sacra. La fede medievale era vissuta con un’intensità che oggi è difficile immaginare. Si credeva davvero all’inferno e al paradiso. Quella certezza trasformava la percezione dello scandalo in possibile rivelazione».

Il Francesco cancellato

La lectio si costruisce intorno a una delle operazioni più radicali della storia medievale. Nel 1260, trentaquattro anni dopo la morte di Francesco, il capitolo generale dell’ordine affidò a Bonaventura da Bagnoregio il compito di produrre la versione definitiva della biografia del fondatore. Le biografie precedenti — comprese quelle di Tommaso da Celano, che aveva conosciuto Francesco di persona — furono ritirate e distrutte. Bonaventura eliminò il Francesco che si arrabbiava, dubitava, si scontrava duramente con i dirigenti del proprio ordine. Lo levigò per renderlo un modello. Barbero segue le trasformazioni di un singolo episodio — l’incontro con il lebbroso — attraverso tre versioni successive: nel testamento dettato dallo stesso Francesco, poi nella prima e nella seconda biografia di Tommaso, infine nella Legenda Maior. A ogni passaggio l’episodio acquista peso teologico e perde concretezza. Francesco aveva scritto di una dolcezza “dell’anima e del corpo”. Bonaventura chiuse il cerchio identificando il lebbroso con Cristo in persona. «La cosa interessante — sottolinea lo studioso riferendosi ai vari biografi — non è chiedersi quale versione sia più vicina al vero. È vedere come ognuno di loro ha voluto presentarcelo».

Barbero e san Francesco: oltre l'icona, l'uomo contraddittorio

La multinazionale e il fondatore pentito

Francesco fondò un movimento che divenne rapidamente una delle organizzazioni più potenti della Chiesa medievale, con conventi in pietra, biblioteche, cattedre a Parigi e Oxford, frati nominati vescovi. Tutto ciò che aveva esplicitamente rifiutato. «Il testamento – osserva Barbero – è un ultimo tentativo di ricordare ai frati come avrebbe voluto che vivessero: lavorando con le mani, senza possedere denaro, senza libri costosi. Papa Gregorio IX, però, su richiesta dei frati, dichiarò con una bolla che il documento era privo di valore legale. Una soluzione tecnicamente ineccepibile, considerato che il papa era laureato alla Sorbona mentre Francesco si definiva con orgoglio un ignorante. Il significato era però inequivocabile: l’ordine aveva già imboccato una strada propria. E la scelta di Francesco di abbandonare i vertici dell’ordine da egli stesso fondato? “Una lezione di umiltà!” dichiarerà Bonaventura con un colpo di genio che pretende di spazzare via ogni sospetto di protesta».

Rispetto a chi lo ha preceduto nel ciclo dell’ateneo toscano, Barbero toglie il piedistallo al santo rendendolo più vicino a noi. Resta l’uomo fragile, contraddittorio, vero. Nella selva delle testimonianze – in primis quella del santo, ma anche dei suoi molti agiografi – trapela un personaggio poliedrico, capace di slanci di estrema dolcezza così come di asperità e spigolosità.

La domanda che lo storico, se potesse, vorrebbe rivolgere direttamente a Francesco riguarda le donne. «Lo stesso uomo che aveva convinto Chiara d’Assisi a fuggire di casa e ne aveva segnato l’ingresso nella vita religiosa, negli ultimi anni insegnava ai frati di tenersi alla larga da ogni frequentazione femminile. Una contraddizione che le fonti documentano senza risolverla. Perché?»

Il valore dello scarto

Ogni epoca, ricorda lo studioso, ha trovato in Francesco l’aspetto che la colpiva di più. I pittori barocchi spagnoli raffiguravano il mistico con il teschio, noi oggi lo identifichiamo con il precursore dell’ecologia – “sorella acqua” e “fra’ lupo” – e del dialogo interreligioso. «Il nesso con il presente esiste – osserva Barbero – Francesco è andato davvero dal sultano, ma tra il Francesco della sua epoca e i contenuti che gli vengono attribuiti oggi rimane sempre un certo scarto». Riconoscerlo, lavorarci sopra con rigore e trasparenza, comunicarlo a una sala in cui siedono insieme professori universitari e bambini di undici anni, è il contributo specifico dello storico alla storia pubblica italiana. Le stesse coordinate si ritrovano nel volume San Francesco (Laterza), in cui lo studioso ricostruisce la figura del fondatore attraverso le contraddizioni delle fonti, senza pretendere di imporre al lettore il vero Francesco ma offrendogli gli strumenti per capire come è stato costruito. Sebastiano, con la sua domanda, aveva capito esattamente dove scavare.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 5 marzo 2026

Il presepe come vuoto

C’è un momento che rimane impresso tra quanti hanno assistito alla lectio magistralis tenuta da Tomaso Montanari nell’ambito delle celebrazioni francescane dell’Università di Pisa. Lo storico dell’arte – e rettore dell’Università per Stranieri di Siena – parla mentre alle sue spalle lo schermo mostra l’immagine del santuario di Greccio con la grotta vuota e la mangiatoia senza bambino. Il pubblico ascolta in silenzio la descrizione di una messa in scena che attraversa otto secoli.

Il titolo scelto da Montanari, Vivere da stranieri: Francesco e l’invenzione del presepe, racchiude già la tensione del ragionamento che elimina ogni celebrazione agiografica per far reagire il Francesco storico con il nostro tempo.

La notte di Greccio e il paradosso del vuoto

Il punto di partenza è la biografia di Tommaso da Celano che racconta la notte del Natale 1223. Francesco chiede a Giovanni da Greccio di preparare una mangiatoia con il fieno, un bue e un asino veri. Vuole vedere con gli occhi del corpo, non solo con quelli spirituali. Quella formula, per uno storico dell’arte, ha il peso di un manifesto che ricalca esattamente il programma che l’arte medievale si era assegnata nei secoli precedenti e che Giotto porterà a compimento con la sua rivoluzione pittorica.

Ma Francesco, spiega Montanari, non voleva vedere un pieno. Voleva vedere un vuoto. La kenosi — lo svuotamento del Dio che si fa bambino, indifeso, privo di casa e patria — è la sostanza teologica del presepe.

Nel presepe di Greccio, il bambino non c’è. Lo vede, in visione, uno degli astanti, commosso dalle parole di Francesco. La nascita avviene nel cuore di chi ascolta, non in una statuetta. Gesù, nota Montanari citando il filosofo Martin Buber, abita dove lo si lascia entrare.

Il presepe come vuoto

Giotto, Caravaggio e la tentazione del pieno

L’affresco che Giotto dedica alla notte di Greccio nella Basilica superiore di Assisi è capolavoro assoluto, riconosce Montanari, ma tradisce lo spirito dell’evento. Gli animali sono già statuette. I poveri restano fuori dalla porta. Il bambino è presente, visibile. La normalizzazione è già avvenuta ad opera di san Bonaventura e di un ordine che crescendo aveva acquisito il peso e le contraddizioni del potere. Francesco ha vissuto quarantaquattro anni. Non moltissimi ma abbastanza per conoscere il fallimento dell’idea originaria di povertà.

Per questo, secondo Montanari, l’artista che invece coglie con maggiore fedeltà lo spirito di Greccio è, paradossalmente, Caravaggio. L’ultima natività, dipinta a Palermo per l’oratorio di San Lorenzo e scomparsa nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 — rubata con il beneplacito della mafia e mai più ritrovata — mostra una povertà raggiunta per sottrazione. I corpi sono nudi, la luce emerge dall’oscurità, il bambino giace a terra, «come una tellina» scriveva lo storico dell’arte Longhi. San Lorenzo è l’unico vestito riccamente, ma si inginocchia davanti a quegli straccioni che sono i veri protagonisti della scena. Montanari cita Leonardo Sciascia, che scrisse di quel furto «non è un paese civile. Non lo è nelle baracche dei terremotati, non lo è nella conservazione delle opere d’arte». Il nesso tra il Caravaggio rubato e la famiglia costretta a vivere in sei in una baracca, aggiunge Montanari, è preciso e assoluto.

Lo straniero come cifra teologica e politica

Il filo rosso della lectio è la figura dello straniero. Francesco e i suoi frati sono, per vocazione e per scelta testamentaria, stranieri e pellegrini. Il Cristo nasce straniero a Betlemme, muore straniero a Gerusalemme, risorge sconosciuto sulla strada di Emmaus e si rivela solo spezzando il pane. La provvisorietà del diversorium — parola latina che indica insieme la locanda e il rifugio — lega la scena della nascita all’inizio della passione. In entrambi i casi Gesù chiede in prestito un luogo, perché al figlio dell’uomo manca dove posare il capo.

Montanari percorre la tradizione biblica sull’accoglienza dello straniero per mostrare come questo tema sia strutturale al messaggio evangelico, non accessorio. E qui il discorso storico-artistico incontra il presente con una precisione che lascia poco spazio all’equivoco. Il rettore cita le parole con cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto fare gli auguri di Natale agli italiani, usando il presepe come simbolo di identità nazionale. Poi cita, in contrappunto, le parole di Papa Leone XIV, che ha definito blasfema la benedizione del nazionalismo da parte di chi si dice cristiano.

Il presepe inventato da Francesco come segno della più radicale spoliazione da ogni appartenenza e identità — a partire dal bambino, che deve nascere nel cuore e non in una statuetta — viene trasformato in simbolo della nazione. Montanari non commenta oltre, lasciando la sala in silenzio per un attimo che pesa un’epoca.

Il presepe come vuoto

Natalità, stranieri e nuovi inizi

La conclusione della lectio convoca Hannah Arendt e la sua riflessione sulla natalità come categoria politica fondamentale. Ogni nascita è un inizio radicalmente nuovo. I bambini appena nati, scrive Arendt, sono i più stranieri di tutti: arrivano nel mondo come alterità assoluta, portatori di una singolarità che nessuna categoria può contenere.

Montanari intreccia questo pensiero con quello di Francesco: vivere come stranieri significa dipendere dagli altri, rinunciare all’armatura dell’autosufficienza, fare dell’immanenza — del trovarsi in una situazione di assoluta vulnerabilità — non una condizione da superare ma uno stile di vita. Ogni straniero che arriva in un paese, suggerisce Montanari concludendo, porta con sé un nuovo inizio. Innesca, come avrebbe detto Arendt, il miracolo che salva il mondo.

Arriva il momento delle domande. Rompo il ghiaccio: cosa ci rimane di Francesco da portare sempre con noi? Montanari esita a rispondere. Probabilmente ci sarebbero molte cose, ma decide di mettere a fuoco la consapevolezza profonda della natura umana della sua fragilità, della sua imperfezione, dell’impossibilità di fare dei piani. E nello stesso tempo della determinazione ad accettare questo.

Il pubblico è già in coda per il firmacopie. Nell’Aula Magna Nuova dell’Università di Pisa, dietro lo studioso, campeggia l’immagine di quella grotta vuota di Greccio.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 20 febbraio 2026

San Francesco, Pisa celebra gli 800 anni dalla morte

Un pianoforte campeggia sul palco sotto l’immagine di Cimabue che potrebbe raffigurare il patrono d’Italia. C’è un silenzio reverenziale tra il pubblico che prende posto al PalaTodisco di San Giuliano Terme.

Siamo qui per ricordare che otto secoli fa si spegneva Francesco d’Assisi. Ogni donna e ogni uomo in questa sala ha accolto l’invito dell’Università di Pisa al ciclo di incontri che analizzano come quest’uomo, morto a quarantaquattrenne e proclamato santo solo due anni dopo da Papa Gregorio IX, abbia cambiato la Chiesa e influito sul nostro pensiero rivelandosi una figura drammaticamente adatta al nostro contemporaneo.

La rassegna lunga tre mesi si propone come riflessione interdisciplinare sull’eredità francescana, declinata nei temi della spiritualità, del dialogo interculturale, della pace e della cura del creato, con uno sguardo costante verso il futuro e le giovani generazioni. L’evento inaugurale ha visto sul palco Aldo Cazzullo e Angelo Branduardi per una prima nazionale che intreccia narrazione e musica.

San Francesco, Pisa celebra gli 800 anni dalla morte

Uno ogni mille anni

Le riflessioni che Cazzullo ha tratto dal suo libro Francesco si alternano alle interpretazioni musicali di Branduardi, che impersona anche il santo intercalandosi al racconto mentre sullo sfondo scorrono le immagini che la storia dell’arte dedica alla vita del Santo. Questa struttura permette di far emergere la complessità di un personaggio che il giornalista definisce straordinario, “Ne nasce uno ogni mille anni. Buddha, Gesù, Francesco”.

Sulla presenza scenica di Branduardi, Cazzullo afferma che “in Italia l’artista più adatto a portare in scena la voce e la spiritualità di San Francesco sia Angelo Branduardi. Aveva dedicato un album meraviglioso al santo, la sua musica è intrisa di Medioevo fin dalle origini. Lo ascoltavo da ragazzino e adesso condividere con lui il palco è un onore”.

San Francesco, Pisa celebra gli 800 anni dalla morte

Messaggi per il presente

Per Cazzullo, Francesco rappresenta il momento fondativo di quella che considera l’eredità più preziosa dell’Italia al mondo: l’umanesimo. “Francesco è il precursore dell’umanesimo, che nasce ad Assisi e passa per la Toscana attraverso Dante, Giotto, il Rinascimento, fino a Galileo Galilei. L’umanesimo significa l’uomo al centro del mondo, un rapporto diretto con Dio davanti al quale tutti gli uomini sono uguali, ogni persona dotata di una dignità che va sempre rispettata”.

Il santo d’Assisi fu anche innovatore artistico: inventò il presepe, trasformò la predicazione in teatro, scrisse la prima poesia in italiano con il Cantico delle creature. “Era un formidabile comunicatore”, spiega Cazzullo. “Le sue prediche erano spettacoli teatrali. Danzava, mimava, componeva musica. Il Cantico era una canzone, purtroppo abbiamo perduto la melodia originale”.

Il palco si anima sui temi centrali del francescanesimo, facendone emergere la straordinaria attualità. L’apertura alle donne attraverso Chiara, l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, la critica ai potenti. “Francesco combatteva gli Orban e i Trump del suo tempo – afferma Cazzullo dandoci anche una lezione di giornalismo – Diceva che Gesù vive nei poveri, andò a sfidare il sultano presentandosi a lui, compì un esorcismo e poi scappò per evitare i ringraziamenti”.

Particolarmente evocativa la ricostruzione del presepe di Greccio. “Amava talmente gli animali che li volle anche nel presepe, nella notte più lunga dell’anno. I semplici si unirono al coro e Francesco lesse il vangelo. Da quel momento ogni persona poté vedere nascere il bambino, senza dover andare a Gerusalemme”.

San Francesco, Pisa celebra gli 800 anni dalla morte

Il potere a chi lo rifiuta

Lo spettacolo è intenso da subito, con il dialogo tra Francesco e Leone illustra il significato della felicità. In scena Aldo Cazzullo e Angelo Branduardi sono accompagnati dal piano di Fabio Valdemarin. Tra i passaggi più contemporanei, quelli dedicati alla concezione francescana del potere e del lavoro. “Le persone vanno remunerate in base al lavoro e al merito, mentre il potere va dato a chi lo rifiuta. Come risulta attuale pensando agli amministratori delegati che impoveriscono le aziende, cacciano gli operai e vengono mandati via con milioni di bonus. Francesco diceva: l’autorità è l’ultima cosa”.

Nel finale si arriva a “sora nostra morte corporale”. “Quando si sentì pronto, Francesco scrisse della morte. E oggi il vero miracolo di Francesco è dimostrare che si può cambiare”, conclude Cazzullo. “Siamo Francesco quando abbracciamo il povero, salviamo un animale. Francesco è vivo, è la parte migliore di noi, uno dei motivi per essere orgogliosi di essere italiani”.

La serata si è chiusa con tutto il pubblico che cantava insieme a Branduardi “Alla fiera dell’est”, mentre il giornalista confessava: “Quando ero ragazzino e ascoltavo questa canzone, il cervo e il cane, mai avrei sognato di trovarmi qui con lui, di salire su questo palco”.

Suggestioni cinematografiche

Il ciclo San Francesco 1226-2026. Spiritualità, Dialogo e Fratellanza nel mondo globale è promosso dall’Ufficio del Rettore e dal Centro per l’Innovazione e la Diffusione della Cultura con un ricco calendario che, da febbraio ad aprile 2026, anima la città dando spazio a voci e suoni di grande rilievo.

Chi desidera approfondire le atmosfere francescane può visitare al Museo della Grafica la mostra Fratello Sole, Sorella Luna. Costumi per un capolavoro, un’esposizione dedicata ai costumi di Danilo Donati utilizzati dal maestro Franco Zeffirelli per la realizzazione dell’omonimo film. Un percorso che completa la riflessione sulla figura del santo attraverso il linguaggio cinematografico e la maestria artigianale del costume.

San Francesco, Pisa celebra gli 800 anni dalla morte

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 17 febbraio 2026

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Alcune storie sono più coinvolgenti di altre perché hanno risvolti autobiografici e affondano nei ricordi d’infanzia. Lo scrittore Matteo Pelliti aveva quattro anni quando ricevette in regalo dal padre una bicicletta-rottame raccolta da un robivecchi con la promessa di un restauro. «Allora non ero in grado di comprendere quanto amore vi fosse in quel gesto», spiega l’autore. Quel “trauma” infantile diventa anni dopo materia narrativa: prima nella raccolta poetica Versi Ciclabili del 2007, poi nel 2016 quando Pelliti propone all’editore Topipittori l’idea di una fiaba costruita attorno a una bicicletta.

Le prime bozze in prosa de La bicicletta gialla faticano a trovare equilibrio tra parole e immagini potenziali. In un contesto culturale dominato dall’immediatezza, lo scrittore ritorna poeta e sceglie un testo in ottava rima, funzionale per rappresentare l’attesa, il tempo necessario alla costruzione, la pazienza del fare manuale.

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Archetipi e disegni

La figura del genitore che ricostruisce la bicicletta intreccia riferimenti letterari e memoria personale. «Il babbo di Giovannino è per metà un archetipico Geppetto e per metà mio padre», dichiara Pelliti. Il padre della fiaba eredita dal babbo di Pinocchio la capacità di dare vita agli oggetti attraverso il lavoro manuale, mentre dalla biografia dell’autore arriva il gesto affettivo del restauro, quel sapere tecnico messo al servizio del desiderio infantile.

Fin dall’inizio, Pelliti identifica in Riccardo Guasco l’illustratore ideale per il progetto. I due condividono riferimenti estetici comuni, in particolare il gusto per l’arte del primo Novecento. Licenziato il testo definitivo, Pelliti aspetta per due anni senza sapere del lavoro che Guasco sta sviluppando. «Ci siamo incontrati per la prima volta a una sua mostra ad Alessandria, sua città natale, quando il libro stava ormai per uscire, e lui pensava io ne avessi già visto le tavole!»

Il risultato finale dimostra una sintonia profonda, Osserva Pelliti. «I suoi disegni hanno tradotto anche il modo in cui ho scritto».

Sostenibilità sul palcoscenico

Il tema del recupero della bicicletta usata introduce elementi di economia circolare e sostenibilità ambientale. «L’idea di partenza era trasferire qualcosa di universale e nitido, una felicità capace di depositarsi in un oggetto simbolico come la bicicletta: di libertà, di misura del mondo e dell’umano».

La trasposizione teatrale curata da Giulia Solano per VivaVoce sviluppa la stratificazione linguistica dell’opera. La drammaturgia integra le tavole di Guasco, le strofe e le animazioni video. Il dispositivo scenico – una parete con finestra che funziona come teatrino, kamishibai monumentale e schermo artigianale – permette la coesistenza di piani narrativi differenti.

La recente prima teatrale al Nuovo di Pisa ha registrato un riscontro che attraversa le fasce d’età. «Nonostante sia un lavoro pensato per bambini in età elementari, in sala c’erano bimbi più piccoli e molti adulti coinvolti emotivamente», dichiara la regista. Il dato più significativo emerge dal confronto post-spettacolo con «tantissime domande su tematiche legate al mondo della bicicletta e sulla trama, ma anche sugli strumenti e meccanismi scenici utilizzati. È sintomo del fatto che lo spettacolo avvicina e incuriosisce i più piccoli all’arte teatrale».

Tra memoria e teatro, educare alla sostenibilità su una bici gialla

Un’idea di felicità raggiungibile

Pelliti definisce la bicicletta gialla «un’idea di felicità raggiungibile, a patto di riconoscerla come tale. Un’idea che l’infanzia ha molto più chiara ed evidente e che, progressivamente, l’età adulta dimentica o mistifica».

Il pubblico ha apprezzato l’idea di bicicletta che diventa strumento di una libertà essenziale, nelle parole di Pelliti «Pedalo e misuro il mondo con le mie forze».

Dal trauma biografico alla forma poetica, dalla collaborazione editoriale alla messinscena teatrale, la pièce costruisce un percorso che restituisce al pubblico – bambini e adulti insieme – la possibilità di riconoscere una forma di felicità concreta, fondata sulla dimensione umana del movimento e sul tempo necessario alla costruzione delle cose che desideriamo. Sul palco, Francesca Torelli impersona il risveglio della bicicletta con Paolo Croce babbo-meccanico che maneggia enormi chiavi inglesi. Hanno una freschezza lontana dalla velocità del web e per questo, forse, ci rendono felici.

Una felicità che risuona nella citazione di Antonella Bellutti (oro nella specialità bici su pista alle Olimpiadi di Atlanta 1996 e Sydney 2000) all’inaugurazione del museo ACDB proprio della città di Riccardo Guasco: «L’unica catena che ci rende liberi è quella della bicicletta».

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 5 febbraio 2026

Il Giorno della Memoria: un perché per cui vivere

L’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau segna un passaggio cruciale nella trasmissione della memoria dell’Olocausto. Le voci dei sopravvissuti si fanno sempre più rare, rendendo urgenti nuove forme di testimonianza. In questo 27 gennaio 2026, due libri offrono strumenti diversi ma complementari per affrontare questo compito, accessibili anche al pubblico giovane.

Viktor Frankl: cercare senso nell’abisso

L’uomo in cerca di senso nasce da un’urgenza narrativa che il neurologo e psichiatra austriaco Viktor Frankl sentì al termine della guerra. Arrivato al campo di sterminio, il primo dei quattro dove fu detenuto, i nazisti distrussero il manoscritto che aveva nascosto nel risvolto del cappotto. Tutt’altro che scoraggiato, ne fece una ragione per sopravvivere a freddo, fatica e fame e farne il caso pratico della teoria che sosteneva. Lo studioso trascorse tutta la detenzione a ripetersi il contenuto e nel 1946, dopo gli anni trascorsi tra Theresienstadt, Auschwitz e due sottocampi di Dachau, riscrisse il testo in nove giorni. L’opera, diventata bestseller internazionale, alterna la cronaca della vita nel lager all’analisi psicologica della condizione dei prigionieri.

Frankl aveva perso nei campi il padre, la madre, il fratello e la moglie Tilly. Da questa esperienza limite elaborò la logoterapia, una scuola di psicoterapia che individua nella ricerca di significato la forza motivazionale centrale dell’essere umano. La sua osservazione fondamentale era che chi riusciva a individuare un “perché” – un compito da completare, una persona da rivedere – dimostrava maggiori capacità di resistenza. Come scrive citando Nietzsche: “Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi qualsiasi come”.

Il libro è ora disponibile anche in edizione Young Adult con il sottotitolo “Uno psicologo nei lager”, arricchita da immagini, lettere, discorsi, una cronologia della vita di Frankl e un glossario che rendono l’opera accessibile ai lettori più giovani.

Il testimone si fa guida

Il treno della memoria di Lorenzo Tosa e Paolo Paticchio offre un altro approccio. Il libro nasce dall’attività ventennale dell’associazione nazionale Treno della Memoria, fondata da Paticchio dopo il suo primo viaggio ad Auschwitz nel 2005.

La narrazione segue Paolo, diciottenne del Sud Italia, e i gruppi di giovani che accompagna attraverso Berlino, Cracovia e Auschwitz-Birkenau. Il racconto alterna la vicenda personale ai ritratti di alcuni ragazzi: Nicola nascosto sotto il cappuccio nero, Matilde piena di curiosità critica, Halima che accanto ai disegni dei bambini di Terezín appende quello di una mamma e un figlio migranti su una barca.

L’approccio del Treno della Memoria si basa sull’esperienza fisica e comunitaria. Come spiega Paticchio in un’intervista «portiamo i ragazzi dentro la storia e insieme a fare un cammino dentro di sé». La formula prevede quattro incontri preparatori, attività laboratoriali durante il viaggio, momenti di scrittura e riflessione collettiva. L’obiettivo è superare la spersonalizzazione dei numeri attraverso l’incontro con storie individuali.

Un’edizione recente dell’iniziativa portava il titolo “Testimoni dei testimoni”, esplicitando la sfida generazionale: raccogliere il testimone quando le voci dirette si spengono.

Due fasi della memoria

I due libri rappresentano momenti diversi del processo di trasmissione. Frankl scrive con l’autorità di chi ha vissuto l’orrore e da quello ha tratto strumenti per capire l’animo umano. “Il treno della memoria” si colloca nella fase successiva, quando occorre tracciare percorsi affinché chi arriva dopo possa toccare con mano gli eventi.

Entrambe le opere condividono la convinzione che il passato parli al presente. Frankl sviluppò la logoterapia ritenendo che il “vuoto esistenziale” della società contemporanea richiedesse strumenti per ritrovare significato. Per Paticchio e Tosa la memoria dell’Olocausto serve a riconoscere i “piani inclinati” del presente, quelle dinamiche che gradualmente conducono verso il buio. Lo fanno proponendo un ponte educativo tra eventi e luoghi, trasformando il viaggio stesso in testimonianza per chi sceglie di farsi custode della Memoria.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 27 gennaio 2026