La strada sale verso Santo Stefano d’Aveto attraverso boschi spogli e pascoli innevati. Qui, dove l’Appennino ligure tocca il confine con l’Emilia, la terra custodisce nel suo riposo invernale il futuro, con i semi che riposano sotto la superficie. Ma domenica 18 gennaio, nel bocciodromo del Comune, altri semi usciranno dai fazzoletti, dai sacchetti e dalle buste di carta portati dalle mani di chi li ha coltivati, selezionati, tramandati. Si rinnoverà il Mandillo dei Semi, appuntamento nato nel 2001 come atto di disobbedienza civile contro una legge.
È una storia di resistenza civile, questa. Nel 2001, regalare una pannocchia costituiva tecnicamente un reato. La direttiva comunitaria 95 del 1999 aveva riformulato le basi delle leggi sementiere degli stati membri, stabilendo che qualunque cessione di materiale da riproduzione – a titolo oneroso oppure gratuito – dovesse riguardare esclusivamente semi iscritti nei registri sementieri. La violazione aveva rilevanza penale.
«Sapevamo di compiere un gesto di disobbedienza civile – spiega Massimo Angelini, filosofo della terra, editore e cofondatore del Mandillo insieme al Consorzio della Quarantina – La disobbedienza civile si sostanziava nella comunicazione pubblica dell’atto considerato illegale. Abbiamo comunicato alla stampa che stavamo compiendo un reato con un gesto che fino a due anni prima era una pratica consuetudinaria, normale da un tempo immemore».
Lo scambio di semi rientra in un diritto pregiuridico, legato alla sussistenza. «Le pratiche di sussistenza precedono qualunque disposizione legale, qualunque norma o regolamento – argomenta Angelini – Sono legate a un metadiritto, il diritto alla sopravvivenza che costituisce una regola di natura che nessuna legge può limitare».
La battaglia legislativa
Il primo Mandillo divenne la base per un processo di pressione che coinvolse diverse associazioni e portò alla costituzione della Rete Semi Rurali. L’obiettivo era quello di spingere il Parlamento verso una deroga alla disposizione europea. La strada fu lunga, ma nel 2006 arrivò la svolta. All’interno di un decreto omnibus di fine anno venne inserita, grazie a una parlamentare sensibile alla causa, una norma che definiva le “varietà da conservazione”, categoria menzionata ma mai precisata dalla direttiva europea. Si stabilì che rientrassero in questa definizione le varietà orticole, cerealicole o di alberi da frutta selezionate nel corso di almeno due generazioni in un luogo specifico, senza brevetto. Queste varietà potevano essere scambiate in ambito locale, in modica quantità e per uso personale. Curiosamente, i termini “modica quantità” e “uso personale” vennero ripresi dalla disciplina sul consumo di sostanze stupefacenti. «Per molto tempo l’Italia è stato l’unico paese che ha definito all’interno della comunità europea la nozione di varietà da conservazione», precisa Angelini.

Semi come bene comune
Al centro della questione sta una concezione radicalmente diversa della proprietà. «I semi non brevettati, costituiti nel tempo delle generazioni all’interno delle comunità rurali, rappresentano il prodotto di consuetudini, pratiche e saperi comunitari – sottolinea il filosofo autore di Ecologia della parola – Costituiscono un atto di selezione, conservazione e tradizione – nel senso del tradere, del tramandare – che è stato realizzato collettivamente, attraverso le generazioni. Questa natura comunitaria rende i semi tradizionali inappropriabili, sono una “comunaglia”».
Il termine ligure indica un bene comune appartenente a chi vive dentro il respiro di una tradizione di un luogo. Appartengono a chi coltiva, a prescindere dall’origine geografica, perché vive di quelle risorse e di quei saperi.
Le sfide contemporanee
Dopo il 2006, in Italia sono proliferati mercatini di scambio semi. Osserva Angelini: «È diventata una forma di sociabilità come una sagra o un carnevale, ma senza più il carattere di atto politico».
Il Mandillo organizzato dal Consorzio della Quarantina ha mantenuto invece i criteri originari con solo varietà autoprodotte e legate a un luogo preciso dove si sono coevolute.
Il confronto rimane centrato sull’ambizione dell’agroindustria di appropriarsi del materiale genetico dei semi e monopolizzarne la commercializzazione. Una questione che coinvolge la sovranità alimentare, la biodiversità e la capacità delle comunità di autodeterminarsi nelle pratiche di sussistenza.
Le centinaia di persone che torneranno a scambiarsi semi, marze e lieviti madre al bocciodromo di Santo Stefano d’Aveto, difendono un ordine precedente a qualunque legge. E il diritto alla vita stessa.
Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 14 gennaio 2026
















