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Quando scambiare semi era reato


La strada sale verso Santo Stefano d’Aveto attraverso boschi spogli e pascoli innevati. Qui, dove l’Appennino ligure tocca il confine con l’Emilia, la terra custodisce nel suo riposo invernale il futuro, con i semi che riposano sotto la superficie. Ma domenica 18 gennaio, nel bocciodromo del Comune, altri semi usciranno dai fazzoletti, dai sacchetti e dalle buste di carta portati dalle mani di chi li ha coltivati, selezionati, tramandati. Si rinnoverà il Mandillo dei Semi, appuntamento nato nel 2001 come atto di disobbedienza civile contro una legge.

È una storia di resistenza civile, questa. Nel 2001, regalare una pannocchia costituiva tecnicamente un reato. La direttiva comunitaria 95 del 1999 aveva riformulato le basi delle leggi sementiere degli stati membri, stabilendo che qualunque cessione di materiale da riproduzione – a titolo oneroso oppure gratuito – dovesse riguardare esclusivamente semi iscritti nei registri sementieri. La violazione aveva rilevanza penale.

«Sapevamo di compiere un gesto di disobbedienza civile – spiega Massimo Angelini, filosofo della terra, editore e cofondatore del Mandillo insieme al Consorzio della Quarantina – La disobbedienza civile si sostanziava nella comunicazione pubblica dell’atto considerato illegale. Abbiamo comunicato alla stampa che stavamo compiendo un reato con un gesto che fino a due anni prima era una pratica consuetudinaria, normale da un tempo immemore».

Lo scambio di semi rientra in un diritto pregiuridico, legato alla sussistenza. «Le pratiche di sussistenza precedono qualunque disposizione legale, qualunque norma o regolamento – argomenta Angelini – Sono legate a un metadiritto, il diritto alla sopravvivenza che costituisce una regola di natura che nessuna legge può limitare».

La battaglia legislativa

Il primo Mandillo divenne la base per un processo di pressione che coinvolse diverse associazioni e portò alla costituzione della Rete Semi Rurali. L’obiettivo era quello di spingere il Parlamento verso una deroga alla disposizione europea. La strada fu lunga, ma nel 2006 arrivò la svolta. All’interno di un decreto omnibus di fine anno venne inserita, grazie a una parlamentare sensibile alla causa, una norma che definiva le “varietà da conservazione”, categoria menzionata ma mai precisata dalla direttiva europea. Si stabilì che rientrassero in questa definizione le varietà orticole, cerealicole o di alberi da frutta selezionate nel corso di almeno due generazioni in un luogo specifico, senza brevetto. Queste varietà potevano essere scambiate in ambito locale, in modica quantità e per uso personale. Curiosamente, i termini “modica quantità” e “uso personale” vennero ripresi dalla disciplina sul consumo di sostanze stupefacenti. «Per molto tempo l’Italia è stato l’unico paese che ha definito all’interno della comunità europea la nozione di varietà da conservazione», precisa Angelini.

Quando scambiare semi era reato

Semi come bene comune

Al centro della questione sta una concezione radicalmente diversa della proprietà. «I semi non brevettati, costituiti nel tempo delle generazioni all’interno delle comunità rurali, rappresentano il prodotto di consuetudini, pratiche e saperi comunitari – sottolinea il filosofo autore di Ecologia della parola – Costituiscono un atto di selezione, conservazione e tradizione – nel senso del tradere, del tramandare – che è stato realizzato collettivamente, attraverso le generazioni. Questa natura comunitaria rende i semi tradizionali inappropriabili, sono una “comunaglia”».

Il termine ligure indica un bene comune appartenente a chi vive dentro il respiro di una tradizione di un luogo. Appartengono a chi coltiva, a prescindere dall’origine geografica, perché vive di quelle risorse e di quei saperi.

Le sfide contemporanee

Dopo il 2006, in Italia sono proliferati mercatini di scambio semi. Osserva Angelini: «È diventata una forma di sociabilità come una sagra o un carnevale, ma senza più il carattere di atto politico».

Il Mandillo organizzato dal Consorzio della Quarantina ha mantenuto invece i criteri originari con solo varietà autoprodotte e legate a un luogo preciso dove si sono coevolute.

Il confronto rimane centrato sull’ambizione dell’agroindustria di appropriarsi del materiale genetico dei semi e monopolizzarne la commercializzazione. Una questione che coinvolge la sovranità alimentare, la biodiversità e la capacità delle comunità di autodeterminarsi nelle pratiche di sussistenza.

Le centinaia di persone che torneranno a scambiarsi semi, marze e lieviti madre al bocciodromo di Santo Stefano d’Aveto, difendono un ordine precedente a qualunque legge. E il diritto alla vita stessa.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 14 gennaio 2026

The Swingles, musica natalizia tra tradizione e virtuosismo vocale

The Swingles Singers rappresentano sessant’anni di storia della musica vocale internazionale. L’ensemble, fondato da Ward Swingle nei primi anni Sessanta, ha costruito nel tempo un suono inconfondibile che ha valso cinque Grammy Awards e collaborazioni con le più importanti istituzioni musicali, incluso il Teatro alla Scala di Milano.

Da Bach ad Annie Lennox

La formazione attuale – composta da Mallika Bhagwat, Sarah Alison, Laura Moisey-Gray, James Botcher, Owen Butcher, Jamie Wright e Tom Hartley – mantiene viva una tradizione che attraversa generazioni. Il gruppo ha attraversato diverse denominazioni nel corso dei decenni (Les Swingles Singers, Swingle II, The New Swingle Singers), conservando però la caratteristica distintiva di arrangiamenti vocali di straordinaria complessità tecnica che fondono repertorio classico, jazz, folk e pop.

La peculiarità del metodo Swingles risiede nell’uso dell’amplificazione a microfono ravvicinato combinata con l’estensione vocale e la destrezza di sette voci individuali, creando un suono perfettamente amalgamato. Questa tecnica ha attirato l’attenzione di compositori e direttori d’orchestra, consolidando una reputazione di riferimento nel panorama vocale contemporaneo.

Hanno interpretato molti brani celebri contribuendo con il loro sound a farli conoscere al grande pubblico. Tra i primi a diffondere la loro melodia in Italia ci fu Piero Angela il quale fu anche un fine intenditore di musica, oltre che divulgatore scientifico. Il giornalista scelse la loro interpretazione di Aria sulla Quarta Corda di Bach come sigla per tutte le sue trasmissioni. Nel 2010 l’arrangiamento di No More I Love You di Annie Lennox, si è aggiudicato il prestigioso premio CARA (Contemporary A Cappella Recording) per la migliore canzone jazz. 

Il programma natalizio

Tra tradizione e arrangiamento, “Together at Christmas” presenta una selezione che spazia dai canti tradizionali come “O Come O Come Emmanuel” e “Silent Night” a brani più festosi quali “Jingle Bells” e “Carol of the Bells”. Il programma include anche il “Christmas Concerto Grosso” di Arcangelo Corelli e composizioni più recenti come “This Christmas” di Donny Hathaway, dimostrando la versatilità interpretativa del gruppo.

Ogni brano viene rielaborato attraverso arrangiamenti che richiedono precisione millimetrica nell’intonazione e nel timing. Il sound engineer Jacques Golding arricchisce le performance con effetti sonori generati esclusivamente dalle voci, integrando elementi di innovazione tecnologica nella tradizione corale.

L’esperienza a cappella e il pubblico familiare

Il formato a cappella offre un’esperienza di ascolto particolare: l’assenza di strumenti permette di apprezzare la purezza del timbro vocale e la complessità polifonica. Questa caratteristica rende il concerto accessibile a diverse generazioni, combinando il fascino del repertorio natalizio con il virtuosismo tecnico che può interessare chi segue la musica contemporanea con attenzione critica. La scelta della Fondazione Sipario Toscana di ospitare The Swingles si inserisce nella missione del Centro di Produzione Teatrale, che dal 1993 promuove qualità artistica, ricambio generazionale e sperimentazione. Lo spazio della Città del Teatro, con la sua vocazione alla pluralità espressiva, costituisce una cornice appropriata per un gruppo che ha tracciato nuovi confini della musica vocale.

L’appuntamento con The Swingles – Together at Christmas a Cascina è sabato 20 dicembre, alle ore 21 presso La Città del Teatro, Cascina. La tournée italiana procede con tappa a Genova.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 18 dicembre 2025

Borutta, dove il turismo smette di guardare e comincia a sentire

Quando si parla di turismo, il verbo che domina è “vedere”. Si va a vedere una città, un monumento, un paesaggio. A Borutta, ameno villaggio di circa trecento abitanti nel cuore della Sardegna, questa consuetudine viene sovvertita. Qui il verbo d’elezione è “sentire”, e il sentire apre dimensioni impreviste.

Nelle viscere della montagna, con i pipistrelli

Gisella Arru è la signora dei pipistrelli. È lei che accompagna i visitatori nelle viscere della grotta Ulàri, cavità che si sviluppa per centonovanta metri lungo la bancata calcarea che si apre davanti al centro abitato. In questo habitat i sensi devono rinunciare agli occhi. Si percepisce l’aria mossa dai battiti d’ala mentre costatiamo che siamo nella più grande colonia di riproduzione estiva della Sardegna. Le rocce calcaree hanno un’età compresa tra i sette e i dodici milioni di anni e accolsero il primo insediamento umano di Borutta, nel Neolitico recente, intorno al 3500 a.C.

Se dalla seconda metà dell’Ottocento fino a pochi anni fa la grotta è stata interessata dall’estrazione del guano accumulato nei secoli, commercializzato come concime per uso agrario, oggi la cavità rappresenta un equilibrio delicato tra archeologia, geologia e biologia.

Borutta, dove il turismo smette di guardare e comincia a sentire

I canti nell’antica basilica

L’esperienza del sentire prosegue nell’abbazia di San Pietro di Sorres, basilica romanico-pisana tra le più celebri della Sardegna, riconosciuta monumento nazionale dal 1894. L’edificio medievale, in conci di calcare e pietra vulcanica, sorge su un colle che domina l’ampia vallata sottostante. Fu cattedrale dell’antica diocesi di Sorres fino al 1505. Dal 1950 la chiesa e l’attiguo monastero ospitano una comunità benedettina. Padre Luigi, guida spirituale della piccola comunità, rappresenta una figura imponente, per levatura intellettuale e prestanza fisica. Se mi chiedessero di ritrarre la figura ideale del monaco, ne uscirebbe la sua immagine. Il suo racconto anticipa le Lodi all’interno dell’antica basilica, mentre fuori il tramonto indora la preziosa facciata.

Borutta, dove il turismo smette di guardare e comincia a sentire

Le litanie ancestrali delle pietre ciclopiche

A poca distanza da Borutta, il Nuraghe del complesso monumentale di Santu Antine di Torralba (XV secolo a.C.) rappresenta il caposaldo di tutto il sistema insediativo della Valle dei Nuraghi. La ricostruzione virtuale restituisce un triangolo equilatero sul cui baricentro svetta la Torre centrale, o Mastio, la cui altezza originaria superava i venticinque metri. Sugli angoli vi sono tre torri laterali equidistanti tra loro.

La costante regolarità di misure e simmetrie fa ipotizzare l’esistenza di un progetto unitario. All’interno si sviluppano lunghi corridoi, scale semplici ed elicoidali, silos per la conservazione delle derrate e un sistema di pozzi. Chi è abituato a pareti in mattoni o piccole pietre, qui deve confrontarsi con massi ciclopici che riducono la proporzione umana a quella di una formica.

All’archeologo che accompagna i visitatori nei meandri dei corridoi ho chiesto cosa sentisse nelle pietre. Ha confessato che toccandole pensa alle litanie ancestrali e alle grida dei giochi dei bambini che qui si sono diffuse, espressione della cultura nuragica il cui fascino si deve anche alle molte domande senza risposta che la riguardano.

Un borgo tra memoria e presente

Tornando in paese, un gruppo di donne ci accoglie sulla piazza. Il villaggio originario si chiamava Gruta, grotta, poi il nome fu trasformato in Borutta, ci dicono. L’abitato e le colline che lo incornicano sono una destinazione di pellegrinaggio della Sardegna, tra le tappe del progetto “Noi camminiamo in Sardegna“, organizzato dall’Assessorato Regionale del Turismo con il patrocinio del Ministero del Turismo. Le anziane signore sorridono, il che fa pensare che ci trovino buffi a vederci passare con zaino e scarponi mentre loro sono sedute comode avvolte nello scialle comune. Penso alla loro sorellanza così ben descritta dalla sarda Michela Murgia. La targa che ricorda come Ninetta Bartoli fu la prima sindaca d’Italia, proprio qui, conferma l’importanza della figura femminile nell’isola. Dalla preistoria fino al Nobel per la letteratura di Grazia Deledda, prima donna italiana e seconda in assoluto a ricevere il premio. «Sogno un giorno di poter diradare con un mite raggio le foschie ombrose dei nostri boschi, narrare intera la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri.» scrisse tracciando un ritratto perfetto di una terra che quasi non ha bisogno di occhi per essere vissuta.

Borutta, dove il turismo smette di guardare e comincia a sentire

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 4 dicembre 2025

Elogio delle figlie femmine

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’ultimo romanzo di Chiara Ferraris offre uno spunto di riflessione attraverso la storia di Emma, raccoglitrice di zagare nella Liguria di confine. La signora del Neroli, pubblicato da Piemme, intreccia la narrazione di un’emancipazione femminile con una rappresentazione articolata della mascolinità, presentando due figure maschili agli antipodi di fronte a Emma, donna capace di affermare la propria autonomia, rappresenta quella che potrebbe definirsi una frattura.

L’ambientazione: tra zagare e distillerie

Vallebona, paesino ligure ai confini con la Francia, costituisce il palcoscenico di questa storia familiare. L’economia locale ruota attorno alla coltivazione degli aranci amari e alla produzione di essenze pregiate: l’acqua dei fiori d’arancio per la pasticceria e il neroli per la profumeria. Emma appartiene a una dinastia di raccoglitrici che tramandano questa professione da generazioni, un lavoro che richiede mani piccole e affusolate capaci di penetrare nelle fronde degli alberi senza danneggiare i delicati fiori bianchi. Le ragazze erano tenute in grande considerazione e avere una figlia femmina un dono. La famiglia Fontana, proprietaria della tenuta e dell’attività di distillazione, rappresenta il fulcro economico e sociale attorno al quale si sviluppano le vicende. È in questo microcosmo che Emma incontra due uomini destinati a segnare profondamente la sua esistenza.

Due modelli di mascolinità

Domenico Fontana, figlio dei proprietari, incarna una figura inquietante di virilità tossica. Già nell’infanzia manifesta un’attitudine alla prevaricazione attraverso scherzi e tormenti rivolti a Emma, comportamenti che l’età adulta trasforma in violenza vera e propria. Il personaggio rappresenta quella mascolinità che pretende controllo e possesso, incapace di concepire la donna come soggetto autonomo. Giordano, nipote di Tancredi Fontana e cugino di Domenico, offre invece un contrappunto luminoso. Arrivato da Torino dove ha studiato legge, porta con sé un passato difficile ma anche una sensibilità differente. La sua è una mascolinità capace di riconoscere e rispettare l’autonomia di Emma, di comprendere il suo legame viscerale con il lavoro di raccoglitrice. Giordano ascolta, sostiene, accompagna senza pretendere di sostituirsi alle scelte della protagonista.

Il coraggio di Emma e il riconoscimento dell’autrice

Emma rifiuta di sacrificare la propria identità professionale per l’amore, rappresentando un modello di donna che antepone la realizzazione personale alle aspettative sociali. Intervistata per questa recensione, Chiara Ferraris ha dichiarato di riconoscersi nella protagonista, confermando come il romanzo attinga a una dimensione autobiografica e riflessiva. La scelta narrativa dell’autrice acquisisce particolare significato alla luce di un dettaglio compositivo: le due parti di cui consta il romanzo sono state scritte in due fasi distinte, a dieci anni di distanza l’una dall’altra. Questo arco temporale corrisponde approssimativamente al periodo coperto dalla fabula, creando una sorta di parallelo tra il tempo della scrittura e quello della storia narrata. La maturazione artistica si intreccia così con quella dei personaggi, conferendo al testo una stratificazione temporale che ne arricchisce la lettura. 

Una voce necessaria

Il romanzo affronta temi centrali nella contemporaneità: i rapporti familiari, l’emancipazione femminile, la violenza di genere, l’immigrazione. Lo fa attraverso il filtro della storia, ambientando la vicenda in un’epoca dove certe dinamiche risultavano ancora più radicate, ma offrendo al lettore strumenti per riconoscerne la persistenza nel presente. Dopo “L’impromissa”, semifinalista al John Fante Opera Prima 2020, “Anime Qualunque” e “Lady Montagu. Le cicatrici del cuore”, Ferraris consolida la propria cifra stilistica: una prosa scorrevole che sa rendere tangibili profumi e sensazioni, costruendo personaggi tridimensionali attraverso gesti quotidiani e scelte decisive. Poi è maestra di paesaggi, così come Monet e i grandissimi che descrissero la Riviera del ponente ligure col pennello. Ferraris lo fa con la penna e alla stessa altezza.

Elogio delle figlie femmine

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 25 novembre 2025

Astoria, Queens: risveglio nella New York da cui arriva Mamdani

Dalla finestra della mia camera al Boro Hotel, oggi, New York appare diversa. L’estetica industrial del palazzo, con i suoi accenti in cemento a vista e le travi d’acciaio esposte, incornicia una prospettiva inedita: Roosevelt Island si allunga come una barra tra noi e Manhattan, separando due mondi che comunicano eppure si distinguono. La skyline più fotografata del pianeta si staglia all’orizzonte, mentre qui, in Astoria, il ritmo urbano segue cadenze proprie.

Astoria, Queens: risveglio nella New York da cui arriva Mamdani

Zohran Mamdani, trentaquattro anni, deputato statale per il distretto 36 che comprende Astoria, Ditmars-Steinway e Astoria Heights, ha appena vinto le elezioni municipali di New York con il 50,4% dei consensi. Diventa il primo sindaco musulmano della città, il più giovane da oltre un secolo, e porta alla City Hall una visione che parte dal Queens, il borough più etnicamente diversificato della metropoli.

Geografia di un’alternativa

Astoria, storicamente identificata come il quartiere greco di New York, ospita consistenti comunità mediorientali, balcaniche, brasiliane e bengalesi, oltre a una crescente popolazione ebraica che supera le ventimila unità nel northwest Queens. Negli ultimi decenni, il quartiere ha vissuto la transizione da area di arrivo per immigrati in cerca di stabilità economica a zona oggetto di pressione immobiliare, con fenomeni di gentrificazione che hanno alterato gli equilibri tradizionali.

Astoria, Queens: risveglio nella New York da cui arriva Mamdani

Se New York rappresenta l’America che respinge il populismo conservatore incarnato da Trump, a sua volta Astoria e il Queens incarnano una New York distante da Manhattan, eppure in dialogo costante con essa. La geografia urbana qui procede per stratificazioni tra waterfront industriali riconvertiti, le residenze a medio reddito, i negozi etnici che occupano ogni isolato. Un gruppo di giovani si è inventato lo Street Vendor Project, un tour che porta alla scoperta dello street food internazionale. Il fermento porta alla questione abitativa emerge come tema centrale, con famiglie storicamente radicate che si trovano costrette a lasciare il quartiere a causa dell’aumento degli affitti.

Eredità culturali

Il Queens custodisce testimonianze significative della cultura americana del Novecento. Flushing Meadows Corona Park, sede delle Esposizioni Universali del 1939 e del 1964, conserva vestigia di quell’epoca come l’Unisphere in acciaio inossidabile, simbolo della fiera del ’64 dedicata al tema “Peace Through Understanding”, domina lo spazio pubblico con i suoi 36 metri di diametro. Il Museum of the Moving Image, situato ad Astoria in un edificio degli storici Astoria Studios, rappresenta l’unica istituzione museale statunitense interamente dedicata all’arte, alla storia e alla tecnologia dell’immagine in movimento. La collezione supera i 130.000 manufatti, documentando ogni fase della produzione cinematografica e televisiva.

Astoria, Queens: risveglio nella New York da cui arriva Mamdani

Nella parte di Astoria affacciata all’East River, il Noguchi Museum occupa un edificio industriale del 1929, originariamente sede della Astoria Photo Engravers Supply Company. Lo scultore giapponese-americano Isamu Noguchi acquisì la proprietà nel 1974, trasformando il cortile interno in giardino scultoreo e le aree di lavoro in spazi espositivi che sono una bolla zen nella metropoli più dinamica del pianeta.

Tessuto politico

Dalla campagna presidenziale di Bernie Sanders nel 2016, Astoria è emersa come epicentro del rinnovamento socialdemocratico nella politica americana. Il quartiere ha portato in carica rappresentanti dichiaratamente socialisti a livello municipale, statale e federale, fenomeno unico nel panorama elettorale statunitense. Alexandria Ocasio-Cortez rappresenta il 14° distretto che include parti di Queens e Bronx al Congresso, mentre ogni funzionario eletto locale appartiene ai Democratic Socialists of America.

La vittoria di Mamdani conferma questa traiettoria, estendendola alla scala della città intera. Il programma elettorale ha posto al centro la questione del costo della vita proponendo il congelamento degli affitti per le abitazioni rent-stabilized, servizio autobus gratuito, supermercati municipali in ogni borough, costruzione di duecentomila unità abitative accessibili. Il finanziamento prevede aumenti fiscali per le corporations e per il percentile più alto dei redditi.

Astoria, Queens: risveglio nella New York da cui arriva Mamdani

Prospettive

L’elezione di un sindaco proveniente da Astoria modifica le coordinate simboliche della città. Manhattan rimane il centro finanziario e l’immaginario collettivo di New York, ma l’amministrazione municipale risponderà ora a istanze maturate nei borough periferici. La distanza tra i due mondi esiste, eppure risulta attraversabile: ponti, tunnel, linee metropolitane collegano costantemente il Queens a Manhattan, così come i programmi politici possono tradurre le esigenze locali in governance cittadina.

Astoria, Queens: risveglio nella New York da cui arriva Mamdani

Al risveglio di stamane, Roosevelt Island si stiracchia nell’East River. Dal rooftop del Boro Hotel si materializza la connessione di striscia di terra tra due americhe, interfaccia tra densità diverse, confine che è anche passaggio. La New York di Mamdani parte da Astoria, attraversa il Queens, si affaccia su Manhattan e guarda oltre. Di là ci sono gli Usa che hanno eletto Trump. L’esperimento politico è appena iniziato.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 5 novembre 2025

La grande paura di Hitler: quando il pensiero libero diventa un crimine

Lo sguardo di Adolf Hitler campeggia sul grande schermo mentre prendo posto all’anteprima de La grande paura di Hitler – Processo all’arte degenerata. La sensazione è che fissi ognuno di noi, ignorando la testa antropomorfa appoggiata sul palco. È la riproduzione di Grande Tête di Otto Freundlich, scultore ebreo, comunista e “degenerato” secondo il Führer. Freundlich fu assassinato a Majdanek nel 1943. La sua opera, scelta come simbolo della mostra sull'”arte degenerata”, rappresentò per il regime il volto stesso della decadenza. Oggi, a distanza di quasi un secolo, quella piccola forma scultorea sembra guardare verso l’alto, nella rivincita silenziosa del “degenerato” che sopravvive al dittatore.

È il racconto della guerra che il nazismo dichiarò a uomini, popoli, immaginazione, libertà creativa e pensiero critico, linfa vitale della democrazia, ieri come oggi.

Processo all’arte moderna

Il documentario prende le mosse dalla mostra Arte degenerata programmata nel 2025 al Musée Picasso di Parigi, e ricostruisce l’esposizione del 1937 a Monaco di Baviera, concepita da Hitler e Goebbels per umiliare e condannare l’arte moderna. In quella mostra, i nomi di Matisse, Chagall, Picasso, Beckmann, Modigliani, Van Gogh vennero bollati come “malati”, “ebrei”, “omosessuali”, “bolscevichi”. Le loro opere furono ritirate dai musei tedeschi, bruciate o vendute per finanziare la macchina bellica.

Attraverso materiali d’archivio e testimonianze di storici come Cécile Bargues, Piers Brendon, Giovanni Dall’Orto, Norman Foster e altre voci autorevoli, il documentario mostra come l’attacco nazista alle avanguardie artistiche fu parte di un progetto più ampio: eliminare ogni forma di dissenso, cancellare la complessità, sostituire la realtà con un’estetica di purezza e obbedienza.

La grande paura di Hitler: quando il pensiero libero diventa un crimine

La libertà prima del buio

Nel film scorrono le immagini di una Berlino del 1930 viva, aperta, cosmopolita. Una città dove la musica jazz suonava nei cabaret, dove la cultura omosessuale trovava spazi di libertà e dove le avanguardie artistiche sperimentavano linguaggi nuovi. Eppure, dietro quella vitalità, il seme del totalitarismo stava già germogliando. Il contrasto risulta quasi fisico allo spettatore, come un presagio.

“Come può l’arte essere considerata una minaccia?” È la domanda che attraversa tutto il film. E la risposta, implicita, è che l’arte — come la libertà di pensare — è per sua natura sovversiva. Lo era per il nazismo, lo è ancora oggi in ogni sistema che teme la complessità. L’odio di Hitler per la modernità aveva radici nel culto dell’ordine e della purezza: tutto ciò che si rifiutava di piegarsi al modello del “corpo sano della nazione” doveva essere espulso.
Le avanguardie, invece, raccontavano il dolore, la deformità, la solitudine, la città moderna e i suoi fantasmi: i mutilati di guerra, gli emarginati, gli omosessuali, i poveri. L’umanità reale, quella idealizzata dal regime restava altrove. L’arte diventò “degenerata” perché mostrava la verità.

La grande paura di Hitler: quando il pensiero libero diventa un crimine

Raccontare il passato per capire il presente

«Riguardare oggi quella vicenda serve a capire le conseguenze delle azioni di un potere assoluto – spiega Didi Gnocchi, autrice e produttrice del film – Abbiamo scelto di rispettare la complessità: il documentario offre un modo per rimettere in fila i fatti e capire come i regimi usano la paura per cancellare la libertà di espressione».

Nel film, la ricostruzione della Grande Tête di Freundlich diventa un gesto simbolico: restituire dignità a chi fu distrutto in nome della purezza. «Più la guardi, più ti rendi conto che contiene l’essenza dell’uomo – racconta Gnocchi – Un uomo che resiste».

La grande paura di Hitler è un viaggio nella memoria, insieme a un atto politico e civile. «Un’opera indispensabile che andrebbe proiettata nelle scuole – afferma lo storico Marcello Flores, tra i massimi esperti italiani di Genocide Studies, intervistato a proiezione terminata – Solitamente la storia politica e la storia dell’arte procedono separate, quando invece risultano profondamente connesse. Questo lavoro mostra come si possano intrecciare gli aspetti della vita in una narrazione unitaria».

Ogni volta che un potere teme un quadro, un libro o una canzone, probabilmente c’è un segno di vitalità democratica da difendere. Come scriveva Heinrich Heine, “là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare gli uomini”. Oggi i libri rimangono sugli scaffali, le idee continuano a bruciare. Ed è per questo che questo lavoro — e la memoria che porta con sé — resta necessario.

Diretto da Simona Risi, su soggetto di Didi Gnocchi prodotto da 3D Produzioni e distribuito da Nexo Studios, il documentario sarà nelle sale italiane come evento speciale il 3, 4 e 5 novembre.

La grande paura di Hitler: quando il pensiero libero diventa un crimine

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 2 novembre 2025

Sei colori controvento. Da una storia vera

Temposospeso (collana Temposospeso, 18) · 2025 · XVI, 186 pagine · ISBN 979-12-81467-28-6

Marzo 2020. In un piccolo paese dell’Andalusia il sindaco, Juan, decide di issare la bandiera arcobaleno sul municipio. È un gesto semplice, ma divide il paese: per molti Juan e suo marito Sebastian sono ancora «stranieri», e quella bandiera fa affiorare tensioni, paure e resistenze covate a lungo.

Ispirato a fatti realmente accaduti a Villanueva de Algaidas, nel sud della Spagna, Sei colori controvento è una storia corale di coraggio e di resistenza al conformismo.

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La mia settimana con gli esorcisti

Quasi trecento esorcisti da tutto il mondo. Sei giorni. Una casa di spiritualità alle porte di Roma. A Sacrofano, dal 15 al 20 settembre, si è svolto il XV Convegno Internazionale dell’Associazione Internazionale Esorcisti. Per gentile concessione del loro direttivo, ero lì. Volevo osservare, ascoltare, capire.

Prima di partire, la domanda era inevitabile: chi è davvero un esorcista? La Treccani lo definisce semplicemente come “chi compie gli esorcismi, cioè scongiuri per scacciare una potenza avversa o malefica”. Una definizione che, dopo la scorsa settimana, mi appare tremendamente riduttiva.

Il volto inaspettato di un ministero

Niente bacchette magiche, nessun effetto speciale alla Harry Potter. I volti che ho incontrato a Fraterna Domus sono quelli di uomini posati, preparati, metodici. Sacerdoti che esercitano quello che Papa Leone XIV, nel messaggio rivolto al convegno, ha definito un ministero “delicato e quanto mai necessario”.

Alcuni si muovono da soli, semplici parroci che affiancano questo incarico alle normali mansioni come celebrare la messa, pagare le bollette, mantenere la loro chiesa. Altri sono più strutturati, circondati da vere e proprie équipe: medici, psicologi, psichiatri, criminologi.

Se la scienza getta la spugna

“L’esorcista interviene solo quando scienza e medicina hanno esaurito le loro risposte” – è stato uno dei leitmotiv del convegno. Padre John Szada, esorcista americano e psicoterapeuta, lo ha spiegato chiaramente: serve un discernimento che tenga conto sia dei sintomi psicologici che spirituali, evitando diagnosi affrettate ma senza escludere a priori il dato preternaturale.

Fra Mauro Billetta, psicologo palermitano, ha mostrato come distinguere un disturbo ossessivo-compulsivo da una vera ossessione diabolica. Un lavoro certosino, dove la carità verso chi soffre si coniuga con una visione antropologica rigorosa, priva di pregiudizi.

E qui emerge un dato sorprendente: questi sacerdoti accolgono tutti senza distinzioni. Rispondono alle richieste di fedeli di altre confessioni, di persone che si dichiarano atee. “Chi bussa alla porta di un esorcista sta soffrendo – mi ha detto uno di loro – Il nostro primo dovere è l’ascolto”.

Fuori dall’aula dove si ascoltava, ho incontrato persone straordinarie che mi hanno raccontato esperienze, mostrato immagini, fatto capire la differenza tra il cinema e la realtà. Mi hanno anche dato strumenti per comprendere come si presenti il diavolo o, meglio, i demoni, oggi.

La mia settimana con gli esorcisti

Le nuove minacce: dall’occultismo all’IA

È emerso un mondo in rapida evoluzione, dove le minacce assumono forme nuove e inaspettate. Padre Francesco Bamonte ha denunciato i “danni pastorali prodotti dalla parapsicologia”, disciplina priva di fondamento scientifico che ha portato ad abbandonare nella sofferenza donne, uomini, che necessitavano dell’intervento di un esorcista, talvolta consegnandoli persino a sedicenti paragnosti che si sono rivelati medium.

Tra le relazioni più sorprendenti quella della criminologa Beatrice Ugolini. Ha illustrato come l’intelligenza artificiale favorisca la nascita di nuovi strumenti ad uso di maghi e fattucchiere, introducendo alla platea inedite tecniche di divinazione tramite algoritmi che mescolano dati personali e nuove forme di necromanzia. Definendola “Magia del caos”, ha spiegato come le tecnologie contemporanee rappresentino il nuovo approccio alle pratiche occulte, aperto alla creatività e alla sperimentazione individuale.

Il convegno ha avuto una forte dimensione internazionale. Padre Jean-Baptiste Vian ha parlato del vudù e delle sue pratiche di sottomissione agli spiriti, che coinvolgono anche minori. Padre Andrés López Ruiz ha analizzato la New Age, movimento sincretico che propone una visione olistica e relativista dove la morale cristiana viene superata, con conseguenze che gli esorcisti toccano quotidianamente con mano.

La benedizione del Papa

Il messaggio di Papa Leone XIV, letto in apertura dal vicepresidente dell’AIE Francesco Bamonte, ha incoraggiato questi sacerdoti a vivere il loro ministero “sia come liberazione che come consolazione”.

Il nome stesso del Pontefice – Leone – risuona particolare in questo contesto. Il predecessore di cui porta il nome, Leone XIII, è ricordato per aver composto la preghiera esorcistica contro Satana contenuta nel Rituale Romano e la celebre Preghiera a San Michele Arcangelo.

Il mio lavoro è quello di porre (e pormi) domande, che sia una visita al Cern di Ginevra o al quartier generale degli U.S. Marshals. Da una settimana a Fraterna Domus, torno con una certezza: gli esorcisti sono un mondo lontano dall’immaginario popolare. Nessun cacciatore di demoni dotato di superpoteri e crocifissi fiammeggianti, ma uomini che stanno sulla soglia tra il visibile e l’invisibile, tra la ragione e il mistero, con una serietà che merita rispetto.

Sono uomini di discernimento, di pazienza, disposti ad accogliere quando tutti gli altri hanno smesso di farlo.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 25 settembre 2025

Condoglianze spaziali per la morte di Stefano Benni: messaggio urgente da Seuisprusbellusdetottukosmox

Caro Stefano,

ti scriviamo questa lettera sapendo che, da qualche parte nell’universo, ti starai facendo una gran risata leggendo i nostri tentativi di ricordarti con la dovuta solennità. Perché tu, che hai sempre detestato la retorica e le parole vuote, ci hai insegnato che si può parlare delle cose più serie ridendo, che si può denunciare l’assurdo del mondo attraverso l’ironia più tagliente.

Oggi che ci hai lasciati, riprendiamo in mano la tua “Lettera dallo spazio” e troviamo tutto il tuo genio: quella capacità unica di mettere a nudo le contraddizioni umane guardandoci da fuori, come se fossimo davvero degli “alieni” per qualcun altro. Quando facevi parlare gli abitanti di Seuisprusbellusdetottukosmox, in realtà ci stavi mostrando uno specchio spietato della nostra umanità.

“Smettetela di chiamarci alieni”, scrivevi, ricordandoci che l’alterità è sempre reciproca, che il razzismo nasce dall’incapacità di riconoscere l’altro come uguale. Con poche righe demolivi secoli di pregiudizi: “Se noi siamo alieni per voi, voi siete alieni per noi”. Era la tua maniera di dirci che la diversità non è una minaccia, ma una ricchezza che non riusciamo a vedere.

E poi quella domanda che ci trafiggeva: “Non siete in grado di accettare gli immigrati e sareste capaci di accogliere gente da altri pianeti? Siete spaventati dall’omosessualità e accettereste i nostri dodici sessi?” Con l’ironia più amara mettevi il dito nella piaga della nostra intolleranza, della paura del diverso che ci rende prigionieri di noi stessi.

Ma non ti limitavi a denunciare il razzismo e l’omofobia. Il tuo sguardo extraterrestre coglieva anche la nostra bulimia consumistica, la violenza che esercitiamo sul pianeta, l’ossessione per il cibo mentre molti non hanno niente da mangiare. “Cercate di non distruggere il vostro pianeta e non ammazzatevi troppo in nome di grandi idee che nell’universo diventano meno di un brivido”, era il tuo ammonimento finale, pronunciato con la leggerezza di chi sa che solo ridendo si può dire la verità.

Quella tua invenzione del Prubello Makkulimortèx, ossessionato dalle nostre trasmissioni culinarie mentre sul suo pianeta hanno solo “tortino di polvere alla peppera” e “macigno pepperato”, era un modo geniale per raccontare le nostre ossessioni televisive, la società dell’immagine che confonde il bisogno con il capriccio. E quando scrivevi che le “variazioni di luce” della stella erano dovute alle “arrabbiature” degli abitanti disturbati nel sonno, stavi raccontando come anche nello spazio più remoto esistano i rompiscatole, i disturbatori della quiete – una lezione di umanità universale.

Il tuo congedo finale, quel magnifico “Fathevansfurkettatteccazzevostrex (Fatevi un po’ gli affari vostri)”, era insieme una benedizione e un monito: smettetela di cercare nemici lontani quando non riuscite nemmeno a convivere con i vicini di casa.

Oggi tuo figlio ci ha ricordato che volevi essere ricordato attraverso la lettura ad alta voce dei tuoi racconti. È un regalo magnifico che ci fai: trasformare il lutto in festa, il silenzio in parola, la solitudine in comunità. Perché tu sapevi che la letteratura vive solo quando viene condivisa, quando passa di voce in voce, di cuore in cuore.

Così faremo, Stefano. Leggeremo Bar Sport nei bar di provincia, racconteremo La compagnia dei Celestini ai bambini che sognano mondi migliori, sussurreremo Terra! a chi ha ancora speranza nel futuro. E ogni volta che leggeremo la tua “Lettera dallo spazio”, sentiremo la tua risata arrivare da lassù, mentre ci sussurri: “Siamo ancora tra voi”.

Grazie per averci insegnato che si può cambiare il mondo facendo ridere, che la satira è la forma più alta di resistenza civile, che l’ironia è l’antidoto più potente contro ogni forma di fanatismo.

Grazie per essere stato il nostro alieno di fiducia, il nostro Prubello del cuore.

Con affetto e riconoscenza infinita,

I tuoi lettori terrestri

P.S. Se da lassù riesci a convincere Messi a venire a giocare con i ventuno di Seuisprusbellusdetottukosmox, faccelo sapere. Sarebbe la partita più bella dell’universo.

Messaggio urgente da Seuisprusbellusdetottukoskox

Gentili terrestri piangenti,

siamo i ventuno Prubelli della stella che ostinatamente continuate a chiamare KIC 8462852. Vi scriviamo perché oggi abbiamo sentito un gran baccano telepatico provenire dal vostro pianeta. Pensavamo fosse scoppiata un’altra delle vostre assurde guerre per decidere chi ha il dio migliore, invece abbiamo scoperto che piangete tutti insieme per un certo Stefano.

Beh, sappiate che è arrivato da noi stamattina.

Lo abbiamo riconosciuto subito perché rideva guardando Makkulimortèx che urlava le ricette della vostra televisione. “Finalmente uno che capisce!” ha detto Stefano, e si sono messi a fare a gara su chi inventava la ricetta più assurda. Attualmente sono in testa con “Spaghetti all’amatriciana galattica con polvere di cometa e lacrime di buco nero sanificato”.

Stefano ci ha raccontato che da voi era uno “scrittore”. Qui da noi non esiste questa professione perché siamo tutti telepatici, ma abbiamo capito che faceva più o meno quello che facciamo noi quando prendiamo in giro i terrestri. Ci piace.

Ci ha anche detto che voi adesso siete tristi. Noi Prubelli non capiamo bene la tristezza – la nostra emozione più forte è l’irritazione quando qualcuno bara al Nonsifrullax – ma Stefano ci ha spiegato che per voi è normale essere melodrammatici.

Comunque state tranquilli: qui si trova benissimo. Ha già imparato ad andare in bicicletta (la nostra invenzione più inutile ma più divertente), ascolta musica sul giradischi cosmico e ha scoperto che il nostro cellulare senza tasti è perfetto per chi detesta essere disturbato dai giornalisti.

Ah, e ci ha fatto una proposta: organizzare il primo campionato di calcio intergalattico. Noi ventuno più lui, contro una selezione di terrestri. Vincitori: chi fa più ridere durante la partita.

Smettetela di piangere, umani assurdi. Stefano dice che se continuate così viene giù e vi scrive un libro sui Prubelli che si commuovono ogni volta che muore un filo d’erba. E noi non vogliamo essere ridicoli quanto voi.

Cordiali saluti spaziali,

I 21 + 1 abitanti di Seuisprusbellusdetottukosmox

P.P.S. Stefano ci ha chiesto di dirvi: “Il segreto per non morire mai è diventare una barzelletta che si racconta nell’universo”. Noi non abbiamo capito, ma lui rideva, quindi dev’essere una cosa buona.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 9 settembre 2025

Tovaglia a quadri: trent’anni di teatro a tavola in Toscana

L’Italia ha una straordinaria capacità di intrecciare storia, bellezza, gastronomia e cultura in esperienze difficili da ripetere altrove. Basta attraversare i nostri borghi, sostare nelle nostre piazze, sedersi alle nostre tavole per scoprire l’alchimia sottile che rende, il nostro, un Paese dove l’arte di vivere si fonde con l’arte tout court, dove il patrimonio culturale esce dai musei per respirare nella vita quotidiana delle comunità.

Nel cortile del Castello di Sorci, ad Anghiari, tra le colline della Valtiberina aretina, si rinnova anche quest’anno uno degli appuntamenti che meglio incarnano la vocazione italiana a trasformare la vita in spettacolo. Tovaglia a Quadri compie trent’anni e celebra questo traguardo straordinario con un’edizione speciale che conferma la sua natura unica nel panorama culturale nostrano: una cena teatrale che trasforma la convivialità in spettacolo, la memoria locale in racconto universale.

Tovaglia a quadri: trent'anni di teatro a tavola in Toscana
Credit: Giovanni Santi

Un’esperienza originale

Tovaglia a Quadri sfugge alle categorie tradizionali. È teatro, è cena, è storia locale. È tutto questo insieme, in una formula che da tre decenni incanta e coinvolge spettatori che arrivano da tutta Italia per vivere questa esperienza irripetibile.

La “cena toscana con una storia da raccontare in quattro portate” – così viene definita dai suoi creatori – si svolge ogni sera per dieci giorni consecutivi, dal 10 al 19 agosto, trasformando il suggestivo cortile del Castello di Sorci in un palcoscenico a cielo aperto dove i commensali sono partecipanti attivi di una rappresentazione che li coinvolge dall’antipasto al dolce.

Tovaglia a quadri: trent'anni di teatro a tavola in Toscana
Credit: Giovanni Santi

Fascino toscano

Ciò che rende Tovaglia a Quadri così speciale è la sua capacità di incarnare l’essenza più profonda della toscanità. Quella fatta di comunità che si riconosce nelle proprie storie, di tradizioni culinarie tramandate di generazione in generazione, di un territorio che sa parlare di sé con ironia e autoironia.
I piatti serviti durante la cena sono rigorosamente legati alla tradizione dell’entroterra toscano, preparati con prodotti a chilometro zero che raccontano la ricchezza di una terra generosa. Ma il vero ingrediente speciale è rappresentato dagli abitanti della Valtiberina, che ogni anno si trasformano in attori, portando sul palcoscenico le proprie voci, i propri volti, la propria autenticità.

La longevità di Tovaglia a Quadri si deve anche ad Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini, autori e anime dell’evento che hanno saputo creare qualcosa che va oltre lo spettacolo: un proprio patrimonio immateriale che si rinnova ogni anno, esplorando temi sempre attuali attraverso la lente della storia locale.

Tovaglia a quadri: trent'anni di teatro a tavola in Toscana
Credit: Giovanni Santi

Trent’anni di memoria collettiva

Come sottolineano gli stessi autori: “Da 30 anni la nostra comunità ha saputo indagare e raccontare sé stessa”. Ogni edizione diventa così un tassello di una narrazione più ampia, che intreccia microstoria e Storia con la S maiuscola, come ha riconosciuto l’Associazione Nazionale Critici Italiani, premiando l’evento nel 2024 per la sua capacità di essere “convivialità che si fa comunità”.

L’edizione 2025, intitolata “Spassato”, affronta con la consueta intelligenza drammaturgica un tema di scottante attualità: il rapporto tra memoria e oblio. La storia immaginata per quest’anno vede l’apertura al Castello di Sorci della prima Spa della vallata, dove una misteriosa “stanza dei vapori” promette di cancellare i ricordi sgradevoli. Ma in questa stessa stanza resistono ancora i libri dell’antica Universitas, custodi di una memoria storica che qualcuno vorrebbe cancellare.

Una metafora potente che, con il tipico umorismo di Merendelli e Pennacchini, interroga il pubblico su questioni fondamentali: può davvero una società permettersi di dimenticare il proprio passato? E cosa succede quando la memoria collettiva si trasforma in post-memoria?

La candidatura al Premio Ubu 2024 nella categoria “Progetti speciali” certifica il valore artistico di un’iniziativa che ha saputo inventare un nuovo modo di fare teatro.

Tovaglia a quadri: trent'anni di teatro a tavola in Toscana
Credit: Giovanni Santi

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 11 agosto 2025