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La Passione di Cristo nel mondo dell’arte

La Pasqua è il simbolo della vita che sconfigge la morte e, nell’arte, questo passaggio è stato tra i più raffigurati attraverso la Passione di Cristo. Lo scrittore George Saunders afferma che, con l’invenzione della pellicola, la pittura ha dovuto ripensarsi arrivando a fare quello che la fotografia non sapeva fare. Dopo secoli di storia dell’arte attinente al vero, dunque, si sono rotte delle catene e ci si è spinti a esprimere concetti in modi che prima non si riusciva a trasmettere.

Così, la Passione ha assunto significati ancora più profondi, imboccando quelle voragini interiori che ci portano lontano, nel buio della disperazione. Lo decanta bene Ungaretti davanti ai crocifissi violentati dalla seconda guerra mondiale quando scrive Fa piaga nel Tuo cuore / La somma del dolore / Che va spargendo sulla terra l’uomo.

È questo il momento in cui si è iniziato a raffigurare l’inraffigurabile. Lo dimostrò Paolo VI inaugurando nel 1973 la sezione d’arte contemporanea dei Musei Vaticani. Per ripristinare il dialogo tra Chiesa e cultura contemporanea, rivolse agli artisti l’appello che ha dato vita alla collezione d’arte moderna di uno dei musei più visitati al mondo. Schiacciata tra i capolavori dei maestri fino al XIX secolo e la cappella Sistina, questa sezione delle collezioni Vaticane non è tra le più visitate. Quando ci si arriva sì è in overdose di arte e si freme per entrare nell’aula del Conclave sotto le volte di Michelangelo.

L’occasione per ammirarla senza ansie da prestazioni museali, e sopratutto senza code, la offre il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano. LA PASSIONE. Arte italiana del ‘900 dai Musei Vaticani presenta quaranta opere con cui i maggiori artisti del Novecento italiano hanno interpretato la Passione di Cristo.

Ci sono pezzi da capogiro. Direttamente dalla Collezione d’Arte Moderna e Contemporanea dei Musei Vaticani, il percorso ci immerge nella forza innovativa con cui l’arte del XX secolo ha affrontato in tema della morte e resurrezione, nel costante confronto tra la tradizione, l’evoluzione del linguaggio e l’espressione della sensibilità spirituale di oggi.

Il viaggio nella Passione di Cristo parte dal Bacio di Giuda interpretato da Montanari e prosegue con la Flagellazione di Fiume. La Crocifissione è declinata nelle varie tecniche, dalla tela di Dottori del 1927, tra le prime opere di Arte Sacra Futurista, al bronzo del Crocifisso di Manzù del 1937, al gesso di Marini del 1939, ai disegni di Guttuso, preparatori per la grande Crocifissione del 1941. Pietà e Deposizione sono affrontate attraverso le opere di Carrà, Messina, Marini, fino al bozzetto in bronzo di Fazzini che propone la monumentale Resurrezione che spalleggia il pontefice durante le udienze nell’Aula Paolo VI, lo spazio progettato da Nervi ormai 50 anni fa.

La Passione di Cristo nel mondo dell'arte
Ufficio stampa/Governatorato SCV

La collezione compie efficacemente il suo dovere lasciando il visitatore sgomento e in preda al senso del Mistero. Rimane il rammarico della mancanza di opere che continuino il percorso arrivando ai giorni nostri.

Sarebbe bello immaginare che l’idea di Papa Montini proseguisse aggiungendo nuove tappe, magari con una provocazione di  Keith Haring in cui il Salvatore è crocifisso tra i latrati dei cani. Oppure con uno scatto di David La Chapelle, dove Cristo è incorniciato da un messaggio ecologico e l’autore stesso ci invita nei commenti a cercare noi in Cristo.

Fuori dalle mura dei musei, in alcuni paesi rimane la tradizione dell’arte popolare di allestire presepi pasquali. Succede nel duomo di Cervignano del Friuli o a Luogosano, in Campania. A Masso, in Liguria, nell’Oratorio Antico si allestisce una scenografia che propone la Camera della Passione, luogo in cui i fedeli si trattengono in preghiera davanti al crocifisso professionale da mezzo quintale che in tempi lontani era portato in giro per il paese.

Cercare Cristo in noi e noi in Lui, come invita a fare La Chapelle, o toccare con mano la croce per sentirne il peso, come a Masso, sono messaggi vicini al Vangelo. Lo spiega bene un autore fuori dal comune come Jorge Mario Bergoglio ne La via di Gesù – Il Vangelo secondo Francesco. Citando Luca con «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua», il Papa scrive che questa «non è una croce ornamentale ma è la croce della vita, del proprio dovere, del sacrificarsi per gli altri… a impegnarsi per la giustizia e per la pace. Nell’assumere questo atteggiamento, queste croci, sempre si perde qualcosa. Ma non dobbiamo dimenticare che chi perderà la vita (per Cristo), la salverà».

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 14 aprile 2022

Effetto Terra, la serie ecologica con Francesca Michielin ci insegna la sostenibilità

Vent’anni fa scrissi un format legato all’ecologia. Alla presentazione, il produttore rispose che a nessuno interessava complicarsi la vita più di quanto già non facesse ogni volta che scendeva in cortile a differenziare i rifiuti.

A me sembrava naturale preoccuparsi, ma non avevo capito che era troppo presto. Dopo Greta, gli allarmi sul clima e troppe emergenze ambientali, i tempi sono maturi per la serie Effetto terra – Guida pratica per terrestri consapevoli, in onda su un medium ispirato come Sky Nature.

«La scelta di un canale dedicato alla natura ha una duplice origine – dichiara Roberto Pisoni, Director Sky Entertainment Channels – da un lato è il frutto di un lavoro di gruppo a livello europeo. Dall’altro nasce dalla convinzione che sia necessario raccontare, ora più che mai, l’ambiente che ci circonda e le sue trasformazioni. Il canale ha un’anima contemplativa, è una lente di ingrandimento sulla bellezza del mondo naturale, ma ha anche un’urgenza engagé, attenta alla salvaguardia dell’ambiente, per stimolare una riflessione costante sul rapporto tra uomo e natura».

È questo che stimola Francesca Michielin nei sei episodi di Effetto Terra. La giovane cantautrice è convincente nel raccontare come tanti piccoli gesti possano renderci sostenibili, è sincera nel porre le domande, è delicata nelle riflessioni. Il format è semplice: per ogni argomento si incontra una influencer che individua un problema e affronta la parte di soluzione gestibile da noi stessi. Quindi ci si rivolge a una specialista dal mondo dell’impresa e della ricerca per mostrarci come si stia lavorando su più ampia scala. Infine ci si confronta con la filosofa Maura Gancitano per ascoltare le implicazioni nella società e nel nostro inconscio.

Il cast, tutto al femminile, di ogni puntata è un fattore che mi pone la domanda se forse le donne non siano davvero più sensibili a questi argomenti. Personalmente avrei gradito qualche maschietto, ma riconosco la capacità sconosciuta a noi uomini di dare valore al futuro in quanto capaci di custodire in grembo una vita, accudirla per nove mesi e assicurarsi che venga alla luce nel miglior mondo possibile.

Nell’episodio dedicato alla moda sostenibile, Francesca parte dalle implicazioni del fast fashion per arrivare a soluzioni pratiche come selezionare i capi nell’armadio per comprare meno e meglio. Ascoltare che per produrre una T shirt servono 2700 litri d’acqua è un dato che fa riflettere, assieme a quello dello sfruttamento della forza lavoro necessaria. «Se costa poco, qualcuno è stato sfruttato», sottolinea Marina Spadafora di Humana, che invita anche a comprare vintage e regalare i propri abiti anziché buttarli o tenerli senza usarli per contrastare il dato dell’81% di indumenti mandati ad incenerire.

Maura Gancitano ci porta alla radice del problema: avere tante cose nell’armadio deriva dal culto della velocità in cui siamo immersi. Abbiamo paura di rimanere indietro e non avere mai abbastanza. Nell’abbigliamento dovremmo chiederci quante volte usiamo un capo e se lo si desidera veramente.

Anche il mondo del beauty ci porta a riflettere. Per essere più belli dobbiamo usare per forza prodotti con microplastiche in flaconi pesanti? I cosmetici sono testati sugli animali secondo le norme UE, ma cosa succede se i test il fanno altrove? Tendiamo a preoccuparci che sulle etichette ci sia scritto “senza questa sostanza” ma non ci concentriamo sui “con” che aggiungono qualità. Gli scarti della lavorazione alimentare di uva, zafferano e melograno per la docente e ricercatrice Carla Villa sono componenti green preziosi che fanno bene alla nostra pelle.

Chi si domanda se c’è davvero bisogno di un programma così, dovrebbe riflettere su come siamo abituati a guardare i documentari sull’ambiente senza riflettere su come dobbiamo impegnarci a preservarlo. «Vogliamo offrire uno sguardo ancora più vicino alla natura, verticale, senza ibridare la programmazione con una forte componente factual – Precisa Pisoni – Con Sky Nature possiamo farlo grazie al meglio dei documentari internazionali che selezioniamo ai festival, allo splendido catalogo di produzioni e reportage a tema ambiente di Love Nature, nostro partner fin dall’esordio. E alle nostre produzioni originali, come Effetto Terra».

C’è una domanda bollente che mi viene: quella relativa al paradosso che per rispettare la natura dobbiamo consumare meno e dunque invitare (come Effetto Terra fa) a limitare gli acquisti di quegli stessi marchi che poi sono gli inserzionisti che sostengono i canali con la pubblicità.

Non posso che apprezzare da un lato il coraggio della programmazione e dall’altro l’intelligenza del management di quelle aziende che scelgono consapevolmente di investire sul futuro. «Viviamo un tempo pericoloso ma entusiasmante», dice Maura Gancitano. Se il vero significato di sostenibilità è relativo a un tipo di sviluppo che non metta in crisi le generazioni future, la capacità della biosfera e la possibilità di coesistere, è evidente che le aziende, Francesca Michielin e noi abbiamo un solo obbiettivo comune. La vera sfida è condividerlo e far capire a economisti e manager che, rallentare oggi, non significa rimanere indietro ma essere un passo avanti.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 15 marzo 2022

Il rifugio interiore di Paolo Cognetti

Ne Le otto montagne con cui ha vinto lo Strega, ma ancora prima ne Il ragazzo selvatico e ora con La felicità del Lupo, Paolo Cognetti è un amplificatore di suoni, odori, gusti. I suoi personaggi si usmano tra loro per scoprire che sanno “di gennaio e di stufa”. Scrive come se dovesse prepararsi a girare un documentario, rivelando la scuola di cinema frequentata.

Ne La felicità del lupo, il suo ultimo lavoro da poco in libreria, c’è una pagina magistrale in cui ci rende i predatori che si affacciano per la prima volta a una valle. Il senso dell’esplorazione di Cognetti emerge netto anche nel documentario Sogni del grande Nord, di cui è protagonista e co-autore.

È il viaggio tra la tomba di Raymond Carver e il bus che fu ultimo rifugio per Chirs Mccandless. Il pick up scorre tra le foreste e i golfi dove l’Oceano Pacifico intaglia Canada e Alaska. L’autobus oggi è volato via, letteralmente. Erano in troppi ad averne fatto una specie di Mecca e molti non erano preparati al deserto boreale. Gente che poi è stato necessario soccorrere.

Il documentario racconta bene lo scrittore, ma rivela anche gli scrupoli della pianificazione con l’amico Simone. Paolo è ben lontano dalla galassia fricchettona dei brand d’alta quota indossati in città. Non avrebbe scelto di lasciare Milano per andare in montagna, non avrebbe scelto di viverci, non avrebbe ululato di fronte al fuoco come ha fatto in una delle scene più toccanti del film. «A volte perfino uno scrittore non trova le parole per descrivere un momento e in quel momento a me venne da ululare», mi ha confessato.

Nei libri Cognetti racconta le anime che ha incontrato sulle sue (otto) montagne, perché lui è un documentarista e proprio per questo sono convinto che non abbia inventato nessuno dei suoi personaggi. Ha descritto solo incontri reali. Ha trovato spiriti universali e di ognuno ha colto gradazioni dell’anima mundi. Perfino nel lupo.

Gli ho chiesto se crede in Dio. La sua risposta è stata no, quantomeno “no, se la domanda è quella asciutta posta così”. Precisa che, vivendo a stretto contatto con la natura, trova la vita un grande mistero. È l’autore da milioni di copie che si domanda cosa ci faccia essere vivi? «È la cosa più vicina a Dio che io riesco a sentire. Faccio fatica a pensare all’universo, ai pianeti, allo spazio. Per me è una dimensione molto collegata alla vita, all’acqua che scorre, a un bosco che cresce. Sento qualcosa di più alto, di duraturo, quasi di eterno rispetto alla mia esistenza che invece è uno spazio di tempo minuscolo».

Dà anche una sua visione del paradiso. «Sono passati quattro lupi davanti alla fototrappola vicino alla baita. Non hanno paura, ho questa immagine del paradiso terrestre che è in realtà il luogo in cui l’uomo e gli altri esseri viventi convivono in armonia. Per me la felicità spezzata della cacciata dal paradiso è questa: gli animali ci temono perché noi siamo la specie più feroce della storia».

Cognetti crede che la cosa più bella che si inizia ad avvertire stando nella natura è il sentirsi solo un pezzettino di un ciclo. «Capisci che nascita, vita e morte sono continui. Ti capita di trovare un animale morto e poi incontri un cucciolo. Sentiamo una primavera, l’estate, l’autunno, poi arriverà l’inverno e significa che moriremo. E partirà la primavera da qualche altra parte».

A uno dei suoi personaggi fa dire che “qualcosa scompare e qualcos’altro prenderà il suo posto, così va il mondo”. In ogni suo romanzo ci siano un “prima” e un “dopo” molto netti. Lo ammette egli stesso quando afferma che il “dopo” del Cognetti documentarista e del Cognetti scrittore, sarà il Cognetti gestore di rifugio.

Con il successo dello Strega è riuscito a ristrutturare la stalla a fianco alla sua baita. Pannelli solari, impianto geotermico, vetrate ad alta efficienza termica, un edificio in grado di produrre l’energia che gli serve e che farebbe contenta Greta Turnberg, “una vera lupa” secondo Paolo. C’è anche una cucina professionale per i risotti in compagnia, perché il Cognetti del futuro lo spiega il Cognetti del presente citando Thoreau. Nel suo capanno a Walden, l’autore di Vita nei boschi aveva un tavolo con tre sedie. Una era per la solitudine della scrittura, una seconda per l’amicizia, una terza per la socialità. Paolo ha pronte un bel po’ di queste terze sedie.

A chi gli chiede dove andrebbe se non in Val d’Ayas, risponde che in una vita parallela forse farebbe come Pietro de Le otto montagne e volerebbe in Nepal. Però non da solo, «prima in un viaggio non avrei mai fatto mancare un libro, e adesso direi anche un amico. Si cambia. Ci piacerebbe che tutto rimanesse immobile, per esempio pensiamo alla montagna come un luogo che dovrebbe essere sempre fermo, ma il tempo scorre. Vorremmo i posti immutabili come li conserviamo nei nostri ricordi. Questo è qualcosa su cui rifletto anche quando si parla del cambiamento climatico. Certi commenti mi sembrano affermazioni di nostalgia, di quando c’erano i ghiacciai e tanta neve».

Gli capita talvolta di trovare indumenti nelle baite abbandonate e gli vengono in mente i pastori che ci hanno dormito, non si sa quanto tempo fa. Si rammarica che siano una razza in via di estinzione, di conoscerne ormai pochi, convinto che in futuro la montagna sarà sempre più un parco da ammirare.

C’è nostalgia nelle sue parole, da chiedergli dove siano allora le sue radici. «Io le sto mettendo lassù, un po’ a sorpresa perché non sono i luoghi dove sono nato. Milano dovrebbe essere la mia casa, però per qualche strano motivo non sento lì le mie radici.»

Il Cognetti di tutti i giorni si sveglia con i ritmi della natura, con un caffè, prestissimo in estate e un po’ più tardi in inverno. Nelle baite c’è sempre da fare. Il fuoco che le scalda è ciò che le rende vive, ma per lui la montagna significa stare all’aperto, lavorando intorno. Ha piantato degli alberi, ha inciso un corso d’acqua, cammina molto. Rimane in giro ore, tornando a casa nel pomeriggio per dedicarsi alla lettura e alla scrittura fino alla cena. Poi arriva il momento di scendere a vedere qualcuno al bar.

«Stare lassù può essere un’illusione – dice – devi coltivare delle cose tu, dove sei, e quindi inizi a capire che cos’è la felicità dell’albero, quella dello stare fermi, del mettere radici. È lì che si inizia a essere rifugio di se stessi».

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 26 gennaio 2022

“Admirabile Signum”. Il presepe che parla alla vita

Greccio è il luogo dove la tradizione attribuisce a San Francesco la prima rappresentazione vivente del presepe. Correva l’anno 1223. Nella lettera data nel Santuario che ricorda l’evento, datata 2019, un altro Francesco, papa rivoluzionario come il santo di cui ha voluto il nome, afferma che “non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita”.

Chi ne ha mai preparato uno, sa cosa significhi immergersi con il proprio tempo nella quiete di un presepe che è ambientazione di momento lontano eppure sentito vicinissimo. Così prossimo da allontanarci per un attimo dai pensieri che ci assillano, come nel film d’animazione dove perfino il lupo e il mastino diventano inermi e si commuovono di fronte alla culla più rappresentata della storia. 

Tra Natale e l’Epifania, il presepe continua ad occupare un posto nelle nostre case e nelle nostre chiese, ma è sospeso in un momento di interregno. La rappresentazione sacra è presente, anche se non più al centro dell’attenzione come per la nascita e non ancora catalizzante come per l’arrivo dei Magi. È quel mentre in cui tutti sono distratti dall’evento mondano e mangereccio del Capodanno.

Eppure, anche in questo intervallo, il presepe rimane una cornice che non lascia indifferenti. Lo ricorda anche l’arte. A La Spezia, la Fondazione Carispezia ha allestito la mostra “Admirabile Signum. Il presepe tra arte antica e contemporanea”, unendo in un unico percorso 6 artisti contemporanei e le figure dei Musei Civici Genovesi, espressione della tradizione di cui la Liguria è stata officina primaria con Napoli.

"Admirabile Signum". Il presepe che parla alla vita
Giussani

All’interno, la mostra accoglie con il “Presepe foresta” di Roberto Almagno. La sua scultura nasce in continuità con la spiritualità della natura e del legno che la compone. I rami sono lavorati con il fuoco e con l’acqua, al punto da diventare forme essenziali in contemplazione del Gesù bambino che si libra nell’aria dando corpo concreto al “Tu scendi dalle stelle”.

Anche i Presepi di Maria Lai esplorano le antiche tradizioni artigianali utilizzando materiali poveri. Tra le più importanti artiste italiane del XX secolo, ha fatto della Natività uno dei temi centrali della propria ricerca, reinterpretandola con stoffe, sabbia, pane, pietre e terracotta. Il fondale nero assoluto incorniciato da semplici tavole in legno rende i suoi presepi momenti di rinascita e rigenerazione, ma anche riflessione sulla Natura e il creato.

"Admirabile Signum". Il presepe che parla alla vita
Giussani
"Admirabile Signum". Il presepe che parla alla vita
Giussani

Il “Presepe blu notte” di Guido Strazza occupa il salone centrale della Fondazione Carispezia contrapponendo alla monumentalità dello spazio l’approccio di semplici forme geometriche collocate sul profondo blu di un grande cielo circolare. 

Completano la mostra le rappresentazioni filiformi di Fausto Melotti e la provocazione di Michelangelo Pistoletto ne “L’ultimo presepe”, in cui l’immagine di Gesù Bambino è completamente assente.

È forse un invito a riflettere rimarcando come sia facile, presi dai preparativi e dalla foga consumistica, dimenticare la vera ragione del Natale. È forse proprio qui il presepe che ci parla, come dice Francesco. E ci ricorda che senza una Stella a cui volgere, siamo solo statuine.

"Admirabile Signum". Il presepe che parla alla vita
Giussani

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 4 gennaio 2022

Gli Italiani sul Titanic

http://vimeo.com/61359304

Titolo: Gli italiani del Titanic
Produzione: Cinehollywood per History Channel 2012
Regia: Valerio Scheggia
Autore: Ezio Savino, Annalisa Reggi, Stefano Paolo Giussani
Durata: 50′
Location: Milano, Belfast – Eire

Cosa non sappiamo ancora della tragedia del Titanic, che il 14 aprile 1912 naufragò dopo l’impatto con un iceberg causando oltre 1500 morti? Poco o nulla, si direbbe, specie dopo che nel 1997 James Cameron ne ha realizzato un kolossal cinematografico capace di battere tutti i record precedenti in fatto di incassi.
E invece qualcosa da scoprire c’è ancora, e ce lo racconta il documentario di Valerio Scheggia “Gli Italiani sul Titanic” prodotto da Cinehollywood per Fox International Channels Italy e trasmesso  da History Channel.
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Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II: i papi che cambiarono la storia

http://vimeo.com/90217123
Produzione: Libreria Vaticana, Polivideo 2013-2014
Regia: Valerio Scheggia
Autore: Stefano Paolo Giussani
Durata: 2 x 50′
Location: Città del Vaticano, Bergamo

In occasione della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, due documentari diffusi dalla Radiotelevisione Svizzera e disponibili su DVD, raccontano il lato inedito di due pontefici che hanno segnato la storia. Filmati originali e documenti fino ad oggi sconosciuti si alternano con la testimonianza del Cardinale Capovilla e gli interventi del Cardinale Kasper e di Don Ezio Bolis, direttore della Fondazione Papa Giovanni XXIII di Bergamo. I due DVD, raccolti nel cofanetto “I Papi che cambiarono la storia”, “Giovanni XXIII – Il Papa fuori programma” e “Giovanni Paolo II – Il Papa rock che sgretolò la cortina di ferro” hanno attinto agli archivi della Città del Vaticano e della Fondazione Papa Giovanni XXIII. La colonna sonora è arricchita dalla splendida voce di Mina, con le arie sacre “Magnificat” e “Omni die”.

Bernini

“No artist defined 17th-century Rome more than Gian Lorenzo Bernini did, working under nine popes and leaving an indelible mark on the Eternal City. And there is probably no better place to appreciate his talent and genius than the Borghese Gallery in Rome, the villa — now a museum — built by his first patron, Cardinal Scipione Borghese, where Bernini revealed his talent for capturing tension and drama in stone. But during the remarkable exhibition titled “Bernini,” visiting may be a once-in-a-lifetime experience.” The New York Times

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Mathera, L’ascolto dei sassi

“Mettetevi in ascolto e i muri vi racconteranno la storia”
Antonio Acito, architetto

“Matera è un messaggio per tutto il Mediterraneo, per tutti i paesi del mondo, per tutti i villaggi, per il recupero di tutti i luoghi abbandonati. È un messaggio per l’Europa intera”
Pietro Laureano, storico dell’arte

Canova

Spesso considerato il più grande degli artisti neoclassici, il suo straordinario lavoro ha stupito, ispirato e commosso per secoli. Il nostro film ritrae la sua crescita artistica, dalle sue prime esperienze a Venezia, vicino alla sua città natale, alle sue opere a Roma, Parigi e infine di nuovo a Venezia.

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Dinosaurs

In molti credono che gli scheletri dei dinosauri ammirati nei musei di storia naturale siano emersi dal suolo nelle condizioni in cui sono esposti, ma non è così.

Dinosaurs è un documentario scientifico che racconta i retroscena legati ai più recenti ritrovamenti di queste affascinanti creature preistoriche, le più grandi che la terra emersa abbia mai conosciuto. Alcuni, soprattutto i carnivori, terribilmente feroci, arrivavano alle dimensioni e al peso di un carro armato, all’altezza di un edificio di due piani, con mascelle e denti in grado di stritolare i loro avversari. Gli erbivori, dal canto loro, per difendersi svilupparono corazze e corna imponenti.