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Al MoMA la Wunderkammer di Guillermo del Toro

Ogni essere umano vive sulla terra un lasso di tempo che per la Natura è un battito di ciglia. Eppure, in questa brevità che chiamiamo esistenza, alcuni di noi provano a fissare qualcosa dei principi che regolano l’universo.

C’è chi lo fa seguendo un percorso di studi che ricalca la scienza, mentre altri si affidano all’idea delle suggestioni che testimoniano il trascorrere del tempo attraverso oggetti o emozioni. E se un oggetto solitario rimane un oggetto, appena se ne affianca un altro affine, assieme possono già diventare una collezione. È il principio delle wunderkammer, spazi nati per stupire, studiare, ricordare concentrando in essi rarità e curiosità da esibire. Possono essere luoghi fisici come i sotterranei di un castello, o ambienti virtuali come quelli di un film.

La serie Netflix Cabinet of Curiosities firmata da Guillermo del Toro rivela la psicologia che porta a fissare ciò che si considera straordinario.

«Cabinet of Curiosities è una serie che ho sempre desiderato produrre – dichiara il regista premio Oscar – un’antologia che ho chiesto a più registi di interpretare in diversi episodi. Ogni puntata presenta aspetti meravigliosi, alcuni appetitosi e attraenti come una pietanza che si assapora meglio a ogni morso, altri capaci di evocare mostri da cui scappare al solo evocarli. Con Cabinet of curiosities ho cercato di far capire come il mondo può essere orribile e meraviglioso allo stesso tempo».

Al MoMA la Wunderkammer di Guillermo del Toro

Tutto il senso della meraviglia di Guillermo del Toro si respira nel Pinocchio recentemente prodotto. Il MoMA a New York ospita fino ad aprile una straordinaria collezione di oggetti che hanno contribuito alle suggestioni del film. Scenografie, personaggi, bozzetti, story boards e props raccontano come il senso della meraviglia possa essere interpretato con l’arte cinematografica.

Al MoMA la Wunderkammer di Guillermo del Toro

«Nessuna opera ha influenzato la mia vita e il mio lavoro più dell’animazione e nessun singolo personaggio nella storia ha avuto un legame così profondo con me come Pinocchio», ha precisato il regista. Guillermo del Toro: Crafting Pinocchio è una mostra unica nel suo genere per come illustra tutta la produzione del lungometraggio, il primo animato in stop-motion di Del Toro. È un’innovativa reinterpretazione del romanzo per bambini scritto da Carlo Collodi del 1883 e che il regista ha deciso di ambientare nell’Italia dell’era fascista. Nell’esposizione, inaugurata in concomitanza della prima del film, i visitatori sperimentano l’esperienza di trovarsi su un set cinematografico, con un team internazionale di designer, artigiani e artisti dell’animazione.

Per lasciarsi emozionare, la New York Public Library propone la Polonsky Exhibition of The New York Public Library’s Treasures, una mostra assaggio del patrimonio che per più di 125 anni la biblioteca ha raccolto, preservato e reso accessibile promuovendo la conoscenza del mondo. Per la prima volta, sono in mostra alcuni degli oggetti più straordinari tra i 56 milioni in suo possesso, narrando storie di persone, luoghi e momenti che abbracciano 4000 anni, dall’emergere della parola scritta fino ai giorni nostri.

Al MoMA la Wunderkammer di Guillermo del Toro

Se alcune collezioni hanno oggetti di valore inestimabile e possono essere ammirate da tutti nei musei, altre camere delle meraviglie sono alimentate dalla fantasia di pochi fortunati e da un mercato che muove milioni di euro.

Per avere un assaggio di questo mondo, si può visitare la Brafa Art Fair di Bruxelles, una vetrina eccezionale di pezzi rari che vanno dall’età del bronzo ai giorni nostri. Se mai doveste decidere di iniziare una vostra wunderkammer personale, o foste anche solo curiosi di avvicinare questo mondo, sappiate che Brafa è il posto giusto, occasione per scoprire la capitale del Belgio e una delle fiere d’arte più antiche del mondo.

Al MoMA la Wunderkammer di Guillermo del Toro

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 3 febbraio 2023

Giorno della Memoria, la disperazione delle prigioniere

Un uomo cammina solitario nel Memoriale della Shoah al Binario 21 di Milano. Sopra di lui rumori di treni in movimento. La parola INDIFFERENZA scorre al suo fianco, cicatrice profonda nel cemento gelido.

Giorno della Memoria, la disperazione delle prigioniere
Ansa

Non potrebbe aprirsi in modo più crudo Eredi della Shoah, il documentario Sky Original in due episodi realizzato da Apnea Film, ideato e scritto da Roly Kornblit con Gianfranco Scancarello. La fotografia di Max Gatti ci cala nel buio dei sotterranei della Stazione Centrale di Milano, quello stesso ambiente cupo che vide partire tanti italiani per i campi di annientamento tedeschi.

Nell’indifferenza della città. La quasi totalità dei milanesi, infatti, credeva che quel luogo occultato da una cortina di furgoni fosse uno spazio di smistamento per pacchi postali. E spazio di smistamento lo era, ma i pacchi erano esseri umani destinati a non tornare più indietro.

Se non fosse per la tragedia dei numeri e della macchina industriale tedesca che ha operato con efficienza agghiacciante, c’è un elemento che ci obbliga istantaneamente alla riflessione, ed è proprio l’indifferenza. Mentre donne, uomini e bambini venivano stipati per un viaggio di giorni su carri bestiame diretti verso la morte, c’era un Paese intero che continuava a vivere. Era difficile urlare durante una dittatura, ma, sfogliando un libro o un giornale dell’epoca, ci si rende conto di come fu proprio l’indifferenza a permettere che la Shoah si alimentasse in una crescita tragicamente esponenziale.

Anche per questo motivo, nel documentario di Sky, Elio, nipote di Errina Fornaro Di Veroli, precisa che la Memoria è un esercizio che deve coinvolgere chi è stato perseguitato, ma anche chi è stato tra i delatori e tra gli sterminatori.

Solo dopo esserci graffiati su questo scoglio che ci tocca per ogni volta che, in qualche circostanza, siamo stati noi stessi indifferenti, possiamo passare ad ascoltare le voci del documentario. Se ne ascoltano alcune che vanno ben oltre la più macabra delle fantasie sceneggiatrici. La prima testimonianza è indicativa di cosa aspettarsi nelle successive. Federica, nipote di Alberto Sed, ricorda di quando il nonno vide un neonato lanciato in aria e usato come bersaglio dalle SS, davanti agli occhi della madre da cui era appena stato strappato. Era vivo, il piccolo, perché solo dopo il suo corpo fu mandato al forno insieme a tutti quelli che erano inabili al lavoro.  

Le scene, tante e atroci, spiegano perché alcuni superstiti abbiano deciso di aspettare molto tempo prima di narrare. Shulim Vogelmann fu l’unico italiano presente nella lista di Schindler portata al cinema da Spielberg. Il nipote che porta il suo nome e oggi dirige la casa editrice fondata dal nonno, ipotizza che la maggior parte dei pochi ritornati abbia ritardato il racconto preferendo riversare le energie rimaste nel crearsi una nuova esistenza. Precedenza non a ricordare, dunque, ma a ricostruire.

Eppure qualcuno, decise di fissare subito le parole per la memoria collettiva. Tra questi Primo Levi con Se questo è un uomo e Liana Millu con Il fumo di Birkenau. Pubblicati entrambi nel 1947.

Se l’opera di Levi è molto nota, quella della Millu non raggiunse la notorietà del collega, per quanto le vada riconosciuta la peculiarità dell’angolazione femminile della narrazione, che traccia fili di umanità in un luogo dove l’umanità era bandita. La prefazione la scrisse lo stesso Primo, legato a Liana da profonda amicizia, oltre che dal destino di essere dei sopravvissuti.

«… è fra le più intense testimonianze europee sul Lager femminile di Auschwitz-Birkenau: certamente la più toccante fra le testimonianze italiane. Consta di sei racconti, che si snodano intorno agli aspetti più specificamente femminili della vita minimale e disperata delle prigioniere. La loro condizione era assai peggiore di quella degli uomini, e ciò per vari motivi: la minore resistenza fisica davanti ai lavori più pesanti e umilianti di quelli inflitti agli uomini; il tormento degli affetti familiari; la presenza ossessiva dei crematori, le cui ciminiere, situate nel bel mezzo del campo femminile, non eludibili, non negabili, corrompono con il loro fumo empio i giorni e le notti, i momenti di tregua e di illusione, i sogni e le timide speranze».

Di Liana Millu ci rimangono anche le impressioni del giornalista Roberto Pettinaroli, a cui la scrittrice si rivolse per trasmettere il suo messaggio dove ci fosse l’interesse ad ascoltare, a partire dalle scuole. Pettinaroli la seguì spesso e alla fine si affezionò a questa donna e alle sue storie, al punto da dedicarle il libro intervista Campo di Betulle (traduzione del tedesco Birkenau), in cui sono fissate le risposte a molte delle domande che tutti ci facciamo ogni 27 gennaio. Tutta la lucidità che la Memoria merita, è in queste voci, in queste pagine.

Giorno della Memoria, la disperazione delle prigioniere
Ansa

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 27 gennaio 2023

La Commedia Divina, singolare e femminile

È una delle più brillanti creazioni dell’immaginazione medievale. Si è affermata nei secoli come l’opera della letteratura italiana più nota e più letta nel mondo. Ha ispirato e continua ad ispirare generazioni di artisti, dalla pittura alla letteratura fino al cinema.

Esce in questi giorni Dante, la Commedia Divina, il lavoro della Magnitudo Film che porta sul grande schermo le suggestioni e le visioni mistiche che nel loro insieme costituiscono un monumento di lingua, di poesia e di sentire civile e morale.

Tra le tante opere che hanno portato in video il viaggio di Dante nei regni d’oltretomba, è la prima ad avere un’anima squisitamente femminile per scrittura, direzione, interpretazione e ambientazione.

La Commedia Divina, singolare e femminile

La giovanissima Roberta Borgonovo firma il suo primo lungometraggio accompagnandoci nell’opera di conversione di Dante lungo il percorso alla scoperta del peccato e del male verso la redenzione.

«Ho voluto esprimere la rabbia, il dolore, il senso di nostalgia – dichiara la regista – ma anche il calore che intridono questo testo: le emozioni non sono un fronzolo o un abbellimento, credo che siano il veicolo di un messaggio forte, così come per Dante l’Amore è il mezzo per la salvezza di un individuo.» 

È a lei e al suo tocco onirico che si affidano i personaggi. Franco Ricordi interpreta Dante e con la sua esperienza di dantista accompagna nei significati, anche in quelli più reconditi. «Mi ha svelato come già il testo stesso contenga atmosfere e ritmi davvero cinematici, che noi abbiamo cercato di esaltare – aggiunge Borgonovo – così ha portato sul set cinematografico il suo teatro, generoso a sperimentare con me toni più realistici e cinematografici in alcuni passaggi del film. Agli attori Mah Azar Emami e Andrea Meroni “ho tolto le parole”, cercando di veicolare tutto tramite i loro corpi, i loro sguardi, i loro incontri. Mi piace definirli Eva e Adamo, due peregrini nell’ oltre-mondo dantesco. O due pezzi di argilla che accompagnandoci lungo il film si trasformano nelle anime raccontate dal poeta.»

La Commedia Divina, singolare e femminile

La toscanissima Matilde Calamai, volto televisivo oggi anche coach e manager,  veste i panni di Beatrice. «Rappresentare la donna Musa per eccellenza – afferma l’attrice – e interpretare colei che permette a Dante di scoprire la bellezza e la luce dell’Amore assoluto, è stato un impegno nel trasmettere la donna ideale ma anche reale, è quella che innalza la mente alla gioia paradisiaca di Dante e di ogni uomo».

La Commedia Divina, singolare e femminile

«Ho lavorato – precisa Roberta Borgonovo sul ruolo di Beatrice – per dare al personaggio un carattere fermo e allo stesso tempo accogliente: ha dovuto lavorare solo con il suo sguardo e la sua presenza scenica, che sono insieme una carezza e una spinta in avanti, a volte uno schiaffo per Dante e quindi per lo spettatore».

Il percorso dantesco nei tre regni, è anche il viaggio di noi spettatori, calati per l’occasione nelle meraviglie dei complessi architettonici di Santa Maria del Fiore e delle Certosa in Firenze, nei paesaggi infiniti del Teatro del Silenzio a Lajatico e nelle selve del Parco Regionale di San Rossore. Le parti più vocali delle riprese sono state avvolte nelle pietre del maniero di Castiglione del Terziere. Nel verde della Lunigiana, in cima ad un colle, Raffaella Paoletti ha aperto le porte del sogno condiviso con il suo Loris. Jacopo Loris Bonomi, farmacologo, scrittore e poeta, trovò un rudere e lo ricostruì permettendoci oggi di ritrovare il Castello che è un punto di riferimento per studiosi, curiosi e amanti della storia e della letteratura. Grazie all’infaticabile lavoro e alla passione di Raffaella e del Comitato Omnia Vanitas, qui si riflette, si organizzano incontri e si può perfino pernottare. Passando dalla terrazza affacciata sui boschi agli interni, il direttore della fotografia Massimiliano Gatti ci consegna un luogo straordinario che è una lettera d’amore per la Storia e una pietra angolare per il futuro, tra gli scaffali che ospitano le pagine delle prime edizioni della Commedia e la suggestione di una Toscana immensa.

«Per chi ama leggere, oltre che perdersi nei panorami danteschi, sfogliare pagine di quasi sei secoli è incamminarsi in un viaggio della meraviglia – dichiara il produttore Francesco Invernizzi – siamo stati i primi a filmare l’arte a 8K, così ho chiesto alla freschezza della visione registica di Roberta Borgonovo e all’esperienza di Franco Ricordi di trasfigurare in immagini e suoni la poesia che esprime le angosce e i valori eterni che non appartengono a una sola epoca, ma all’umanità intera».

La Commedia Divina, singolare e femminile

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 20 gennaio 2023

Il Molise? Non è tanto distante dalla Patagonia

Un indimenticabile Robin Williams ne l’Attimo fuggente invitava i suoi studenti a cambiare il proprio punto di vista rompendo le regole e salendo sui banchi. Succede lo stesso quando, davanti a un territorio, si decide di osservarlo da una diversa angolazione. Lo possiamo constatare nella serie Patagonia, da questi giorni in programmazione su Sky Nature.

“Lo spirito dei pionieri, che vedeva la natura come antagonista, lascia piano piano spazio a un approccio differente, di collaborazione” recita la voce dello speaker accompagnando le immagini delle distese selvagge nella parte meridionale del continente sudamericano.

Grazie a Chatwin e Sepulveda, nel nostro immaginario, è diventata l’idea di un lembo di terra sperduto – Il mondo alla fine del mondo lo definisce l’autore cileno in uno dei suoi titoli più celebri – anche se in realtà è grande come mezza Europa e racchiude tra gli oceani Pacifico e Atlantico una biodiversità che spazia da praterie a ghiacciai, dai puma ai condor, dalle orche ai pinguini.

Un gruppo di documentaristi ha colto lo spunto di uscire dalla consuetudine di noi turisti in visita per iniziare il racconto di chi la Patagonia la vive. L’ormai “ex” cacciatore di puma ora collabora con chi tutela i grandi felini, cosciente che siano parte di un ecosistema che non può essere compromesso. Mesi di appostamento hanno reso possibile anche il punto di vista del predatore, mostrato nelle scene più tenere con la cucciolata o in quelle più cruente della caccia. Nei sei episodi, disponibili anche in streaming e on demand su NOW, il viaggio tra uomini, animali e paesaggi tocca le parti problematiche, come i cambiamenti indotti dall’uomo, qui principalmente riconducibili al climate change e all’introduzione degli ovini per la lana, con milioni di esemplari a pascolare su un’area enorme ma non per questo meno fragile di altre.

Prendendo in prestito il toponimo Patagonia, l’imprenditore Ivon Chouinard è stato tra i primi a proporre di devolvere una parte dei profitti alla conservazione del patrimonio naturale e il primo in assoluto a dichiarare tre mesi fa che, d’ora in avanti, tutti i profitti della sua azienda saranno devoluti alla tutela ambientale. “Il nostro unico azionista ora è il pianeta. Invece di estrarre valore dalla natura e trasformarlo in profitti per gli investitori, useremo la prosperità generata da Patagonia per proteggere la vera fonte di ogni ricchezza” ha dichiarato in una lettera che ci sensibilizza un po’ tutti nel momento in cui afferma che il nostro business dovrebbe essere salvare il pianeta.

Tutti noi dobbiamo fare qualcosa per l’ambiente, anche nella scelta dei luoghi dove trascorrere il tempo libero. A Finale Ligure si è conclusa la Destination Design Conference, una serrata due giorni di incontri tra persone che in Italia rappresentano quel cambio di visione che la Patagonia ci invita a considerare. La località ligure, per esempio, è un caso virtuoso. Solo trent’anni fa era meta gettonata da torinesi e milanesi per le vacanze estive, salvo conoscere il deserto negli altri mesi dell’anno, con alberghi chiusi e personale costretto a guardare altrove. Con il cambio di prospettiva del togliere il primo piano alla spiaggia per lasciarlo all’entroterra fatto di sentieri per escursionisti, itinerari per bikers, falesie per arrampicatori ed esperienza archeologiche per gli appassionati di percorsi storici, Finale è diventata una delle top 3 destinazioni outdoor italiane e tra le prime in Europa. La gente arriva tutto l’anno, si porta la bici e privilegia le specialità locali.

La Destination Design Conference del 2022 ha dato voce alle tante località che, pur in dimensioni contenute, guardano al modello Finale. Basta considerare i casi del borgo di San Ginesio, in provincia di Macerata, che si è reinventato con il teatro del Ginesio Fest, o Castel del Giudice, provincia di Isernia, che con il Buskersfestival e altre attività riesce a vincere la scommessa della destagionalizzazione.

È una piccola vittoria della sostenibilità che, non dimentichiamolo, non è solo ambientale ma anche economica e sociale. È così che la Patagonia e il Molise, in fin dei conti, non sono poi così lontani.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 20 dicembre 2022

La transizione ecologica vista dall’arcobaleno

Quando Ai Weiwei creò Reframe appendendo 22 gommoni di salvataggio alle finestre di Palazzo Strozzi, il gesto suscitò molte polemiche, ma è indubbio che la discussione stimolò anche riflessioni. Sullo stesso pianeta e a pochi chilometri di distanza convivono tragedie come la gente che muore nel Mediterraneo e la bellezza del Rinascimento. Fin dove l’arte può spingersi nella denuncia, dunque? L’attuale ospite del prestigioso museo fiorentino è Olafur Eliasson. Nessun gesto eclatante in Toscana, purtroppo, ma nella capitale della Danimarca ha usato la piazza del municipio per denunciare la gravità della crisi climatica.

Per porre l’accento sui rischi legati allo scioglimento dei ghiacci, creò Ice Watch insieme al geologo Minik Rosing. Dodici blocchi di ghiaccio, provenienti da un fiordo della Groenlandia e pesanti in totale un centinaio di tonnellate, formavano un monumentale orologio per ricordare che le temperature stanno aumentando e il livello degli oceani continua a salire.

Olafson si spende per la causa. Per conoscere la sua più grande opera permanente, e capire come affrontare la transizione ecologica, si deve puntare ad Aarhus, secondo centro abitato della Danimarca, la nazione più attenta al tema climatico con percentuali altissime di fonti rinnovabili per l’energia e di biciclette per andare al lavoro.

Sul museo d’arte più visitato della Scandinavia, ha installato Rainbow Panorama, una passerella panoramica dalla quale si osserva la città con effetto 360° e colori forti.

La transizione ecologica vista dall’arcobaleno
Aarhus – Il Rainbow Panorama di Eliafur Olafson

Quel che si vede dalla passerella andrebbe preso a modello su cosa si potrebbe fare in tema di futuro. Solo trent’anni fa l’aspetto era quello di un centro portuale votato all’economia industriale e commerciale. Oggi è un polo culturale vivace per la sua poliedricità a cavallo tra le arti e una logica di sostenibilità.

La progettualità virtuosa ha dato una nuova luce all’abitato. Il porto commerciale è stato allontanato dal centro e lungo le darsene si è realizzata una grande passeggiata con spazi per lo streetfood e per lo svago, compresi i tuffi in piscine marine e il circuito per lo sci d’acqua, limpida perfino nel porto. Servivano spazi residenziali e si sono costruiti palazzi gradevoli lungo le vecchie banchine. Qualche piano in meno sul fronte marino non avrebbe guastato, ma nel complesso il risultato è molto scenografico, con gli edifici che riprendono le forme di iceberg, di scalinate, e casupole in legno. Non mancano la piazza dominata dalla torre dell’orologio oversize e, in via di completamento, l’altrettanto oversize grattacielo che combina nella forma di un faro l’utilizzo residenziale e commerciale.

La transizione ecologica vista dall’arcobaleno
Aarhus – Condomini Iceberg sul vecchio porto

L’esempio di Aarhus è nelle nuove strutture, ma anche nel riutilizzo delle vecchie. Quando la biblioteca si è trasferita sul porto, la vecchia costruzione in zona stazione è diventata un ostello, che dei libri ha mantenuto il nome BOOK1 e nelle sale comuni offre spazi di aggregazione per tutti.

La transizione ecologica vista dall’arcobaleno
Aarhus – La vecchia biblioteca trasformata nel Design Hostel Book1

Intanto la nuova biblioteca DOKK1 è l’avveniristico edificio con le sale di lettura affacciate sulle acque e tanto spazio per l’arte negli immensi atri. L’apertura alla luce rende la costruzione una piazza coperta, con installazioni permanenti selezionate apposta per essere site specific. Ad esempio, Gongen di Kirstine Roepstorff è la campana cilindrica più grande del mondo, con 7,5 metri di lunghezza e tre tonnellate di peso. In telecollegamento con il reparto maternità dell’ospedale cittadino, il rintocco udibile in tutto l’edificio annuncia ogni nascita.

La transizione ecologica vista dall’arcobaleno
Aarhus – Biblioteca DOKK1

Che non si possa immaginare il futuro senza guardare al passato è una lezione che ad Aarhus hanno imparato molto bene. Il Moesgard Museum concilia l’evoluzione umana in una struttura parzialmente ipogea con il tetto vegetale affacciato tra la campagna e la foresta.

L’attenzione alla memoria locale si ritrova anche nel museo a cielo aperto della città vecchia. Den Gamle By è il puzzle risultante dall’assemblaggio di 74 case trasportate qui da varie località danesi. L’effetto è quello di un viaggio tra negozi e persone sospese tra il XVI e XX secolo. Così succede che lo spazio di una via diventi lo stargate per passare da un’epoca all’altra cogliendo anche il sentimento popolare danese per una vita ecologica e rispettosa della cultura in tutte le sue sfaccettature. Un esempio di confronto: in Italia abbiamo politici che (non sapendo di cosa stanno parlando) sventolano il “pericolo gender” quando ad Aarhus ci fanno un museo come il Køn, Gender Museum Denmark. Visitare per credere.

Aarhus - Le case d\'epoca a Den Gamble
Aarhus – Le case d'epoca a Den Gamble

Il concetto che tutto vada valorizzato senza rinnegare si respira anche negli spazi dello Street Food Market, con oltre 30 tipi diversi di cucine ospitate nel vecchio terminal dei bus.  

Nella città green, il verde è nella cornice che avvolge la città e a portata di bici, disponibili gratuitamente in 52 hub. Il percorso ideale inizia nella foresta di Marselisborg, dove le fronde degli alberi si allungano a toccare il mare e l’Infinite Bridge è un molo circolare e allegoria della vita. Intorno c’è una sequenza di spiagge e colline lambite da 7 chilometri di alberi secolari e altrettanti parchi.

Se si è allenati per pedalare due ore, o in alternativa con il bus, al margine nord del golfo di Aarhus si raggiunge il trecentesco castello di Kalø, nel parco nazionale di Mols Bjerge. Su un promontorio collegato alla terraferma da un istmo di sabbia, hanno deciso di valorizzare la rovina mantenendo lo stato di conservazione con scalinate in legno e metallo che portano sulla cima di quel che resta dell’imponente torre. Il progetto fa parte della campagna “The Place Counts”, che mostra come sia possibile comunicare con la natura attraverso vedute panoramiche di alta qualità architettonica che comportino minimi interventi. Il risultato di trovarsi sospesi su mura medievali tra il mare e la foresta è un carico emotivo che si commenta da solo e ispira.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 9 dicembre 2022

L’orso più raro d’Europa è italiano

Ezechia ha gli occhi lucidi mentre racconta la storia dell’orsa investita da un’auto e delle chiazze di sangue lasciate sull’asfalto, vegliate dai suoi cuccioli. «Ho più volte provato ad allontanarli dalla strada, ma ogni volta che riuscivo, appena mi spostavo, tornavano sui loro passi per stare vicino a quell’ultima testimonianza della mamma», dice mentre sulle parole scorrono le immagini del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, di cui è guardaparco.

La storia della convivenza tra i plantigradi e gli uomini non è semplice e il documentario Il Marsicano, l’ultimo orso non fa sconti nel raccontarla.

L’orso bruno marsicano è tra i più rari al mondo, ne esistono solo 60 esemplari che vivono in una delle aree più selvagge del nostro Paese.

Le immagini rendono giustizia all’ambiente maestoso generosamente mostrate dal drone. Montagne e boschi si susseguono a perdita d’occhio separate solo dal corso dei torrenti. Occasionalmente c’è qualche casa, e ancora più occasionalmente, c’è un paese. È qui che nasce il problema, quando alcune attività umane si scontrano con quelle dell’orso. Chi ha la precedenza? È venuto prima l’animale o prima l’uomo? Come ci si comporta in questi casi?

La società si spacca. Il lavoro dei contadini va rispettato, questo non lo mette in dubbio nessuno, ma se dall’altra parte c’è l’ultima comunità di orsi autoctoni italiani, qualche accorgimento va adottato.

Roberta, Elisabetta e Daniela sono tre figure tecniche del Parco Nazionale. È grazie alle loro testimonianze che si inquadra subito lo scenario che per 90 minuti riempie lo schermo di SKY Nature. “Specie in via d’estinzione”, “una struttura del cranio che lo rende simile al panda”, “scegliere di proteggerlo significa scegliere di proteggere un territorio”, “dobbiamo convincere la gente, noi agiamo sull’orso, ma forse dovremmo agire più sulle persone”, sono i passaggi chiave che inducono a riflettere accompagnandoci in un documentario dove ci sono proposte anche immagini che probabilmente non avremmo mai voluto vedere.

Il WWF stima in 30 anni il periodo di tempo che ci è concesso per la salvezza della specie. Il messaggio della campagna ReNature2022 precisa che, quando parliamo del marsicano, ci riferiamo all’orso più raro d’Europa, “una specie che vive nel nostro territorio come se fosse in un campo minato” precisano sul sito dell’Associazione. I rimedi per mettere in sicurezza adulti e cuccioli sono strutturali ed educativi. Serve creare le condizioni affinché il plantigrado possa espandersi in maniera naturale nel territorio attraverso sottopassi stradali, che già esistono ma vanno resi di nuovo agibili. Poi vanno protette coltivazioni e allevamenti con nuove recinzioni, installare dissuasori acustici e ottici che scoraggino gli orsi ad attraversare le strade più pericolose, rimuovere i contenitori di rifiuti che li attraggono nelle aree abitate sostituendo, per esempio, i cassonetti attuali con modelli a prova di orso. Soprattutto è opportuno favorire la convivenza con le popolazioni locali superando pregiudizi e diffidenza. Il Parco Nazionale, le associazioni e i volontari stanno facendo tutto questo, ma è una lotta contro il tempo. E un certo tipo di educazione.

Chissà se il nuovo governo, di qualunque parte esso sarà, lavorerà in questa direzione.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 26 settembre 2022

Essere contemporanei per l’eternità

Nel 1999, all’Altes Museum di Berlino campeggiava il neon di Maurizio Nannucci con la scritta “Tutta l’arte è stata contemporanea” e in molti apprezzarono. 10 anni più tardi fu la volta degli Uffizi e si sollevò un putiferio. La verità è che la frase smuove e ogni persona in procinto di parlare d’arte dovrebbe fare propria.

A me fa anche riflettere su come perfino noi stessi finiamo, prima o poi, con l’adeguarci al detto, cercando di vivere la nostra contemporaneità finché non passiamo ad altra vita.

Ci sono maestri nell’adattamento, e tra questi c’è sicuramente Elisabetta II. Con più di 200 ritratti ufficiali dal suo insediamento a oggi e innumerevoli rappresentazioni “unofficial” – le più provocatorie perché non filtrate dai protocolli di corte – è finita con l’essere non solo la monarca più longeva della storia ma anche probabilmente la più ritratta, per la veneranda età ma anche per essere stata al centro dell’attenzione nei rapporti con 15 primi ministri UK, 13 presidenti USA e 5 papi. Senza contare gli eventi minori.

Andy Warhol, che la incluse nella sua serie Reigning Queens, disse un giorno che avrebbe voluto diventare famoso come lei. Il tempo ha (quasi) esaudito il suo desiderio rendendo la sua parrucca inconfondibile almeno quanto il profilo di Elisabetta, con la differenza che di lei abbiamo un film a cavallo di due secoli mentre di lui una serie di foto di fine Novecento. C’è da precisare che mentre lei sul trono ci si è trovata, l’artista newyorchese il trono ha dovuto costruirselo. Quindi anche a Warhol, timido studente figlio di immigrati della Pennsylvania diventato re della pop art, non possiamo non attribuire una specie di miracolo.

Alla regnante, per contro, va riconosciuta la capacità di essersi adattata al mondo che stava cambiando senza mai cambiare davvero. Ho fatto un esperimento: mettere assieme 5 suoi ritratti dal 1950 a oggi, passando dalla fotografa di corte a Banksy. Il risultato è che la figura rimane immutata. Sono arrivato alla conclusione che Elisabetta abbia trovato un denominatore comune della sua immagine e su questo ci abbia piazzato il trono. Al confronto, i truculenti aspiranti del Trono di Spade sono dei dilettanti.

Elisabetta è stata “contemporanea” di mio nonno, mia e dei miei nipoti. Il tutto a cavallo dell’epoca che ha segnato il maggior progresso tecnologico della storia umana a noi conosciuta.

Dimenticando per un attimo che ci sono in circolazione 29 miliardi di monete con la sua immagine (fonte: la Zecca Reale), quello di The Queen è stato di fatto il volto più riconoscibile del mondo. Il suo primo ritratto da regina fu scattato a 20 giorni dall’insediamento dalla prima fotografa di corte donna (Dorothy Wilding), quasi a segnare un destino al femminile. Nel 1969, all’italiano Pietro Annigoni fu chiesto di immortalarla per la seconda volta perché a corte piaceva quel gusto rinascimentale caratteristico dell’artista, che scelse di ritrarla senza sfondo, quasi a rimarcare che Elizabetta stava avviandosi ad essere una figura senza tempo, timeless direbbero a Buckingam Palace. I Sex Pistols ne dissacrarono l’immagine su cover e magliette coprendone il volto con scritte, Warhol la rese fluo, Lucian Freud la pennellò con i suoi tratti potenti, Banksy la saettò come Ziggy Stardust, Omer Simpson causò il ribaltamento della sua carrozza, Bond la fece lanciare da un elicottero. L’ultimo ritratto memorabile, quello che consegna la storia alla leggenda, è di Chris Levine. Algida, occhi chiusi, sfondo neutro, sfumature glaciali, sembra già morta, ma sappiamo bene che è viva e si sta chiedendo chi sarà destinato a succederle nel pantheon delle icone, ben sapendo che, se qualcuno ci arriverà, per eguagliarla avrà il compito durissimo di essere contemporaneo per l’eternità.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 15 settembre 2022

A caccia di fari sull’altra penisola

Vibe ha occhi così blu che bucano il tetto del suo laboratorio e portano il cielo di Danimarca sulle ceramiche che modella. È vestita con un abito elegante, sul quale si distinguono le impronte delle sue mani, lasciate in un tentativo maldestro di pulirsele per venire a salutare mentre lavora la creta. Nelle tazze che crea ci sono le dune di sabbia che abbracciano i fari, i colori cangianti dei cottage, la natura degli spazi aperti che fanno del suo Paese una successione di quadri di Hopper sul versante europeo dell’oceano. 

Qui il bagno si fa in acque fredde ma cristalline, praticamente soli. Si è immersi nella natura di una penisola che è un po’ l’alter ego della nostra Italia, perché lo Jutland è nel Mare del Nord, verso la Scandinavia, quello che la nostra penisola è nel Mediterraneo verso l’Africa. Ponti di terra nella distesa blu, la differenza rispetto alle abitudine marine del nostro Paese è l’assenza di sdraio incatenate in pochi metri e l’inesistenza di città costiere da passeggio. 
Perché questa parte della Danimarca è un’ode alla natura e al rispetto della quiete, con una densità di popolazione bassissima. 

Camminare sulle sue spiagge con il vento che increspa la superficie del mare prima di accarezzare le dune e perdersi sulle chiome del bosco è un’esperienza da provare. L’alba o il tramonto sono i momenti migliori, quando i fari nel crepuscolo vigilano sulle rotte delle navi lontane e i cervi del Parco Nazionale di Thy pascolano ai margini della foresta diffondendo bramiti regali.

Nessun fucile gli sparerà mai, perché il cacciatore, qui, cerca i fari. Tra le grandi lanterne costiere riconosce quella di Bovbjerg, rossa per distinguersi dai campanili dei villaggi vicini, separati dalla prateria dove i cavalli scorrazzano come in una saga norrena.

A caccia di fari sull’altra penisola

Più a nord, il faro di Lodbjerg è in granito, spunta dalla foresta e pende leggermente verso il mare. Il responsabile del centro faunistico spiega che è stato costruito lì, a un chilometro dal mare, per appoggiarlo su un’altura e renderlo più visibile da lontano. Il Parco Nazionale di Thy, in cui è letteralmente immerso, è il più antico della nazione.

A caccia di fari sull’altra penisola

Il faro di Vorupør ricorda quello dei fumetti. A strisce bianche e rosse, anima la spiaggia dei surfisti.

Hanstolm è il punto in cui l’oceano si incanala tra Norvegia e Danimarca, con il faro protetto in una piccola caserma. Salendoci al tramonto, i prismi della lanterna docciano suggestivi effetti arcobaleno su chi sta risalendo la scala.

A caccia di fari sull’altra penisola

Il faro di Rubjerg Knude [in copertina N.d.R], invece, è una star di Youtube grazie al filmato che mostra il suo spostamento nell’entroterra su carrelli per salvarlo dal crollo dovuto all’erosione della costa. Anche se abbandonato, sono in molti ad avvicinarlo per godere la vista sul tratto più alto delle scogliere. 

Le ultime luci giganti sono quelle di Skagen. Alla fine dello Jutland, dove le acque giocano a modellare l’istmo di sabbia. Ce ne sono due. Quella anonima sul versante settentrionale è la più recente, l’altra dalle forme classiche è diventata centro visite per l’avifauna migratoria che qui transita copiosa. 

Il punto asciutto più estremo che si possa toccare coi propri piedi è Grenen. È qui che, danesi e non, consumano il rito dell’immergersi dove finisce questo blocco di Europa continentale. Lo sapevano bene gli eserciti arrivati fino a questo paesaggio, da cui si sorveglia facilmente il transito dei natanti. Gli ultimi arrivati furono i nazisti, i loro bunker sono una presenza che non passa inosservata su tutto il litorale. Le costruzioni ciclopiche sono ormai seppellite dalle dune o circondate dall’acqua come mastodonti marini imbalsamati dal tempo. 

Se le fortificazioni quasi spariscono nella vegetazione, non passano inosservate le folle che nelle ore centrali della giornata si incamminano per i venti minuti che dal parcheggio portano fino alla punta. Se ogni rito richiede il suo sacrificio, la colonna umana di Grenen è il pegno per un luogo tanto originale. I più pigri scelgono addirittura di farsi trascinare su un carrello mosso da un trattore. Il tragitto è fortunatamente tenuto lontano dal percorso pedonale, così la carovana diventa perfino suggestiva da fotografare. Va riconosciuto che è anche l’unico sistema per permettere di raggiungere questo luogo a chi ha problemi deambulatori. 
Per le anime romantiche che amano le passeggiate solitarie, c’è sempre l’opzione di muoversi all’alba, con il disco solare che si stiracchia dalla Svezia per allungare le ombre di chi sceglie le sabbie immacolate del mattino. Ogni giorno dell’anno, lo spettacolo è garantito con l’unica compagnia dei gabbiani.

È in questi momenti che ci si rende conto di trovarsi esattamente nel luogo che ha attratto gli artisti danesi degli ultimi tre secoli. Il perché lo si capisce guardandosi attorno, immergendosi nelle atmosfere delle brume che in autunno e in primavera ammantano queste terre, basse ma affatto noiose. Nel piccolo museo d’arte di Skagen si ammirano le immagini fissate nel tempo, come le case dei pittori e degli scrittori, che sembrano appena lasciate dai loro abitanti con la promessa di tornare subito e raccontare la raffinatezza dell’ ‘altra penisola’ d’Europa. 

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 25 agosto 2022

“Are You Proud?”, il documentario sulla comunità LGBTQ in Inghilterra

Nelson Mandela disse che «essere liberi non è solo aver tolto le catene, ma vivere in modo da rispettare e aumentare la libertà degli altri». Con l’inizio di giugno e del mese dei Pride, mi piace ricordare questa frase a chi chiede se c’è ancora bisogno di sfilate, carri, canti e interruzioni del traffico connesse.

La risposta è nelle news. L’Italia non è affatto libera da omofobia e discriminazione, a partire dal mondo della scuola. Le reazioni che arrivano sono per certi versi incoraggianti, come il #siamotuttifroci dell’Istituto di Brindisi che è insorto per difendere uno studente insultato, ma il lavoro da fare resta tanto. C’è ancora molta semina che ci aspetta. Per me, da Milano, 40 anni fa non fu facile crescere sentendosi chiamare “finocchio”, ma si trattò comunque di un percorso attutito dall’avere una comunità attorno, dai primi tentennanti momenti di consapevolezza al coming out. Sono stato molto fortunato rispetto a tanti, troppi, altri casi. La verità è che l’Italia non è Milano.

Nemmeno la “civilissima” Europa è libera da omofobia. In Francia si segnala un aumento del 36% di vittime di attacchi omofobi. La società polacca è a proprio agio con l’idea di aree LGBTQ free. In Ungheria si sono preoccupati di fare una legge che vieti la “promozione” dell’identità LGBTQ ai minori usando lo stesso criterio di censura per i film dell’orrore.

Le cose non vanno bene nemmeno nel resto del mondo. La mappa ILGA delle leggi concernenti l’orientamento sessuale è praticamente ferma a toni di colore medievali, con metà del pianeta che persegue penalmente chi si riconosce nella comunità LGBTQ.

Ecco perché la guardia non va mai abbassata.

Al recente Lovers Film Festival di Torino, la direttrice Vladimir Luxuria ha presentato la versione italiana del documentario Are You Proud?, distribuito dalla Magnitudo Film con un calendario speciale che prevede proiezioni speciali su richiesta dei comitati Pride nelle date delle rispettive manifestazioni. È la prima volta che succede nel nostro paese.

«È un modo per avvicinarsi ancora di più alla comunità – dichiara Francesco Invernizzi della Magnitudo – I più grandi nemici dei diritti LGBTQ sono stati l’invisibilità e il silenzio. Quando si rimane nell’ombra, quando non ci si rivela per quello che siamo, l’ignoranza prevale. La paura prevale. L’omofobia prevale. La prima volta che vidi questo documentario, pensai subito che parlare della storia dei Pride era parlare dell’uscita dall’ombra, della vittoria della luce sugli atteggiamenti e sui pensieri più cupi».

Firmato dal giovanissimo Ashley Joiner, “Are You Proud?” è la documentazione della presa di coscienza della comunità LGBTQ e dei Pride in Inghilterra. Contiene storie cha partono da esperienze di soldati gay nel secondo conflitto mondiale. Passa dall’attacco frontale della Thatcher al diritto inalienabile di essere gay. Arriva all’incitamento alla folla del sindaco di Londra con l’ “Are You Proud?” che diventa il titolo del film.

Nell’inquadrare il documentario, aiuta l’opinione di Valerio Barbini, attivista de I Sentinelli di Milano. «Negli ultimi anni, in Italia ma non solo, si manifesta un nuovo interesse per la storia LGBTQI+. A raccontarla non é più solo il lavoro fondamentale di attiviste e attivisti, ma il disporre finalmente di prodotti editoriali, film, documentari. “Are you proud?” mi pare un lavoro prezioso per la capacità di riportare l’evoluzione del movimento, inglese ma con un occhio internazionale. Molto si sta pubblicando per raccontare e approfondire passaggi chiave ed episodi particolari, ma “Are you proud?” riesce a raccontare il percorso della comunità, senza perdere dettagli importanti e i passaggi principali, con prezioso materiale d’archivio e interviste a protagonisti delle vicende».

È importante che il documentario arrivi in Italia mentre si sta sempre più strutturando anche nel nostro paese la presa di coscienza popolare sulla storia dei movimenti LGBTQ. A dimostrarlo è la nascita del comitato italiano del LGBTQ+ History Month, che nasce proprio per dare rilievo al passato, perché solo imparando dalla storia possiamo affrontare il futuro. Lo auspica Barbini riferendosi ad Are You Proud: «Il documentario si chiude raccontando quelle che ora sono le avanguardie del movimento, nuove soggettività che pretendono, anche in maniera critica, di avere voce, di avere spazio, portando l’attenzione sull’importanza di un approccio inclusivo e davvero intersezionale. “Are you proud?” ci accompagna dalla storia al futuro del Pride, come momento politico vivo, di celebrazione e di lotta. É qualcosa che serve e che non c’era».

Esattamente come i pride.

“Are You Proud?”, il documentario sulla comunità LGBTQ in Inghilterra

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 1 giugno 2022

Earth Day, dobbiamo credere nel miracolo

Il 22 aprile è l’Earth Day. Se penso alla tragedia delle 59 guerre attualmente in corso sul pianeta, mi viene voglia di rinunciare a ricordare che serva una Giornata per la Terra. Poi però mi guardo intorno, in cerca di stimoli da chi può aiutare a non scoraggiarsi.

Il primo è una mostra. I Believe in Miracles racconta la storia di David LaChapelle nei suoi oltre quaranta anni di carriera. Sono quattro decenni di scatti, in cui il fotografo e regista afferma di aver sentito di dover fare in fretta.

«Ho avvertito un senso di urgenza già a 18 anni. I miei amici morivano di AIDS e sentivo che anch’io avrei avuto poco tempo. Cercavo un qualcosa che mi proteggesse, che mi facesse sentire al sicuro e non mi obbligasse a pianificare troppo. Sono un creativo, ma mi è impossibile creare quando c’è qualcosa di distruttivo in corso. Come un’epidemia o una guerra».

Nella esibizione al MUDEC di Milano – “la più completa mai fatta sul mio lavoro”, ha dichiarato l’artista – questi passaggi sono chiari. Ci sono i momenti dell’Aids, così attuali anche in tempi di Covid. Si trovano le citazioni ai conflitti, che non sono solo quelli pur drammatici sugli schermi di questi giorni. Sono evidenti le minacce sempre più pesanti all’ambiente, con la serie Land Scape fatte di industrie e centrali pericolosamente iridescenti, pompe di benzina avvinghiate nella vegetazione, navi colossali incagliate in bilico tra ghiacci immacolati.

Serve un miracolo per uscire da tutto questo. Ecco perché lui ci crede e ce lo comunica con scatti che vanno dritti al cuore con la Fede.

«Io amo le connessioni, avevo urgenza di capire come fosse l’anima, così ho cominciato a rappresentare il Paradiso. È in quel momento che ho capito di potermi riavvicinare a Dio. La Natura è minacciata, la vita è minacciata, allora ho cercato sicurezza nella vita, nella Famiglia. A un certo punto fatto in modo che fosse il Creatore a lavorare».

«C’è un’idea di condivisione veramente importante – dichiara Denis Curti, curatore e guru dell’arte contemporanea – io mi immagino David LaChapelle come uno sciamano contemporaneo dotato di un sismografo particolare che è in grado di registrare con grande anticipo i sentimenti i desideri e forse anche le delusioni di quello che stiamo vivendo in questo momento. LaChapelle è un artigiano, tutte le sue fotografie sono l’opera di una ricostruzione di una messa in scena con miniaturisti e modellisti. La fotografia di 64 metri quadrati all’inizio della mostra è un modellino realizzato su progetto di David da chi ha fatto il Titanic di Cameron».

Mi domando se ci sia davvero bisogno di tanto dettaglio e tante espressioni in una sola foto. «Ne abbiamo bisogno – precisa Curti – perché c’è bisogno di tornare a credere nel genere umano. Abbiamo vissuto così tante delusioni in quest’ultimo periodo che sento intorno una grande sfiducia. La mostra di David, con questo titolo, dimostra che credere in un miracolo è un invito a ritornare a credere negli uomini e nelle donne, nel genere umano e David ci dice che non può si può essere felici da soli. Si è davvero felici solo se si è con gli altri».

Il pianeta è allora in crisi (anche) per la mancanza di connessione? È il tema di Uomo e Terra – Un solo destino – in onda su Sky Nature in occasione della programmazione dell’Earth Day. Ci troviamo

Isolani costretti ad arginare i litorali con sacchi di sabbia, barriere coralline in agonia, un intero continente come l’Australia in fiamme, lotte contro il cambiamento del paesaggio deciso da logiche che non tengono conto delle connessioni. Superpotenze economiche che non hanno nessun interesse a preservare la piccola isola di una nazione lontana. È un cancro, in cui i gas serra creano danni lenti e di nascosto ma letali, proprio come le cellule tumorali. Se un posto è malato, la malattia colpisce anche chi lo abita.

La regista Jennifer Abbot sceglie di denunciare il dramma citando la sua vita personale. Nel film racconta come, dopo la morte della sorella a causa del cancro, le siano più chiari gli intimi paralleli tra il dolore per la sua perdita e la sofferenza del pianeta. «Non ti rendi conto di quello che hai perso finche non ti fermi a pensarci – dice uno dei personaggi – Dobbiamo domandarci se stiamo vedendo lo stesso paesaggio dei nostri nonni. E se i nostri nipoti avranno a loro volta modo di vedere lo spesso paesaggio che vediamo noi.» Nessuno sa come sarò il futuro, ma quel che è peggio, nessuno si assume la responsabilità di rispondere alla domanda di come sia possibile che una crescita marginale dell’economia possa giustificare il disastro, irreversibile e senza confini.

Sono utili le manifestazioni, ben venga l’esempio di Greta, che interviene nel film. Serve però un cambio di paradigma in ognuno di noi.

Il tema è affrontato da Stig Dagerman ne Il nostro bisogno di consolazione.

«Da una direzione di cui ancora non ho idea si avvicina il miracolo della liberazione. Può accadere sulla spiaggia e, la stessa eternità che poco fa ha suscitato la mia paura, ora testimone della mia nascita alla libertà. In che cosa consiste dunque questo miracolo? Semplicemente nella scoperta improvvisa che nessuno, nessuna potenza e nessun essere umano, ha il diritto di esigere da me tanto da far dileguare la mia voglia di vivere.

Dal momento che mi trovo sulla riva del mare dal mare posso imparare che nessuno al diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o di esigere dal vento che riempie costantemente tutte le vele. Così nessuno al diritto di pretendere da me che la mia vita diventa una prigionia al servizio di certe funzioni. Non il dovere prima di tutto ma prima di tutto la vita!»

La stessa che vediamo negli scatti di LaChapelle, nelle inquadrature della Abbot, nelle nostre scelte quotidiane a favore della casa comune che il 22 aprile ci chiede di essere ricordata.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 22 aprile 2022