Salire in quota d’autunno: quattro libri tra lutto, sublime e istinto

Ottobre: la montagna si veste di magia. I larici virano all’oro, i sentieri si svuotano, la luce si fa radente e allunga le ombre sui versanti. I silenzi si fanno lunghi. È la stagione in cui la quota restituisce il meglio di sé prima della pausa invernale, con una pienezza di colore che la primavera raramente eguaglia. Quattro libri partono da qui, ciascuno con una propria angolazione sulla  solitudine del camminatore autunnale.

Quando l’autunno è la vita stessa

Il primo porta in montagna nel momento in cui è l’esistenza a segnare la propria stagione declinante. Il bene che vi voglio (Temposospeso) è l’ultimo romanzo di Matteo Pellegrini. Il giovane autore, ci dona un libro sul lutto, sull’affetto e sulla memoria. Pellegrini lo definisce una fiaba filosofica, e dalla fiaba eredita gli archetipi: una casa nel bosco, una madre assente, due bambini che a un certo punto devono mettersi in cammino per scoprire i confini del proprio mondo, lasciando la sicurezza della baita in cui vivevano con il padre. Il registro resta laico: nel romanzo manca qualsiasi riferimento a Dio, e la ricerca di senso si gioca tutta sul piano interiore dei personaggi. Descrizioni paragonabili a una sceneggiatura, di quelle potenti, degna di chi, come Pellegrini, gestisce un cinema selezionando personalmente i titoli che proietta.

La vetta come soglia

Che la montagna sia da secoli uno spazio in cui l’uomo misura i propri limiti lo racconta Vittorio Sgarbi in Il cielo più vicino. La montagna nell’arte (La nave di Teseo). Il percorso attraversa l’arte dal Trecento a oggi e tratta la montagna come soggetto delle opere anziché come fondale. Per Sgarbi tutto comincia con Giotto. Poi il sublime romantico, che il libro declina in una linea ascetica e verticale, quella di Friedrich, e una visionaria e atmosferica, quella di Turner. Con Van Gogh la montagna diventa proiezione dello stato d’animo, con Segantini dimensione dell’anima, fino a Depero, Sironi e Buzzati e a uno scatto di Luigi Ghirri sull’Alpe di Siusi che chiude il volume. Tra le pagine più riuscite, quella sul tramonto in quota: per quanto straordinario, sappiamo che potrà ripetersi domani e ancora fra qualche giorno. È la stessa certezza ciclica che rende l’autunno sopportabile. La sintesi dell’autore sta in una frase: «Nulla è più vicino all’eterno della montagna».

Con gli occhi del lupo

La solitudine assume un’altra grana quando la si osserva da dentro la natura. Il lupo solitario di Adam Weymouth (Iperborea, tradotto da Luca Fusari) ha vinto la 52ª edizione del Premio ITAS del Libro di Montagna. Al centro c’è Slavc, che nel 2011 lascia le montagne slovene, attraversa in un inverno gelido Austria e Italia e si stabilisce in Lessinia, dove forma una famiglia con un’altra lupa errante, Giulietta. Nel Nord Italia di lupi mancavano da secoli, oggi ci sono interi branchi. Weymouth ne ripercorre le orme a piedi, in un continente segnato da temperature in aumento, confini difesi con il filo spinato e populismo dilagante. Il lupo diventa così lo specchio in cui vorremmo rifletterci e insieme il capro espiatorio di un futuro imprevedibile.

La bestia è umana

All’estremo opposto, la voracità di un essere umano alla ricerca della madre. Bestia di mamma di David Goudreault (marcos y marcos, traduzione di Sara Giuliani) è l’esordio dello scrittore quebecchese: una confessione feroce e comica che espone la brutalità con tale padronanza da farla sembrare natura. L’io narrante è un giovane adulto strappato alla madre a sette anni per i ripetuti tentativi di suicidio di lei. Passato da una famiglia disfunzionale all’altra, cresce come un manipolatore cinico, razzista e sessista, attratto dal male e dall’illegalità, finché la notizia che la madre è stata rintracciata innesca la sua ricerca. Goudreault attinge alla propria esperienza di assistente sociale e il tono della confessione in prima persona espone la brutalità senza filtri, a tratti ostentandola, con una padronanza tale da farla apparire naturale. Accanto alla Bestia, la ferocia del lupo appare quasi innocente.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 9 ottobre 2026

Quattro giorni a Pisa: il Tuttomondo di Keith Haring arriva sul grande schermo

Alle tre del mattino, dal balcone dell’albergo di fronte, Keith Haring vedeva ancora arrivare persone. Si fermavano davanti al muro, lo guardavano, ne parlavano. «È la prima volta che dipingo un murale abitando proprio dall’altra parte della strada – racconta l’artista davanti alla macchina da presa – La mattina, appena sveglio, la prima cosa che vedo è il muro. La sera, l’ultima». È il giugno del 1989 e la parete è quella laterale del convento di Sant’Antonio Abate, a pochi passi dalla stazione di Pisa.
Quelle immagini tornano ora al pubblico. Giovedì 1° ottobre alle 18, all’Auditorium del Complesso di San Micheletto, il Lucca Film Festival presenta in prima mondiale la versione integrale di Tuttomondo, il documentario prodotto da Andrea De Gioia e diretto da Andrea Soldani, all’interno della rassegna “Arte e Musica sul Grande Schermo”. Il film, già mostrato nel 2025 in una proiezione privata a New York presso The Center, storico punto di riferimento della comunità LGBTQ+, racconta la nascita dell’ultima grande opera pubblica permanente di Haring. Praticamente un manifesto del suo pensiero e dei diritti che lo hanno sempre visto schierato.

Dal Greenwich Village a Sant’Antonio

La storia comincia nell’inverno del 1987 nel Greenwich Village. Roberto e Piergiorgio Castellani, padre e figlio, imprenditori di Pontedera, incontrano per caso Haring e gli propongono un grande murale in Toscana. L’idea iniziale guarda a Firenze, ma è Pisa a raccoglierla. Il priore del convento, padre Luciano Masetti, accetta che il linguaggio della strada entri in dialogo con la parete di una chiesa. Haring ha trentun anni, ha già esposto a Documenta, alla Biennale del Whitney e a Venezia, ha dipinto il Muro di Berlino. A Pisa lavora gratuitamente.
Tre giovani pisani — Andrea De Gioia, Roberto Burchielli e Andrea Soldani, fondatori di Interference — decidono di seguirlo con la cinepresa per tutta la durata del lavoro.

Il cantiere danzante

Il documentario restituisce il ritmo di quei cinque giorni. Il tempo di Haring a tracciare le figure con il nero da solo, poi le ore con cinque ragazzi a stendere il colore. Infine una giornata per i ritocchi.
Sull’impalcatura c’era una grande cassa acustica. La musica, spiega Haring, serve a mantenere l’energia e la concentrazione, a isolarsi da quanto accade intorno e a dare al gesto «un ritmo, una battuta». L’ultimo giorno, sotto il ponteggio, arrivano un DJ con i giradischi e ragazzi che ballano breakdance. «È diventato un evento più che una pittura – dice – Qualcosa di cui tutti fanno parte, una collaborazione tra me e l’intera città».

Un messaggio per i secoli

Nel film Haring si sofferma anche sul significato dell’opera, pur preferendo lasciarne la lettura a chi guarda. A New York, osserva, un murale come quello contro il crack funzionava da cartellone: parlava di un problema del momento ed era destinato a sparire. Tuttomondo appartiene invece a una chiesa e dovrà durare centinaia di anni, per questo il messaggio doveva essere universale, capace di assumere «un significato ancora più ricco tra cinquanta o duecento anni». Le trenta figure incastrate l’una nell’altra diventano così una metafora del mondo e della sua armonia, «un’idea di pace». Quanto al titolo, Haring ricorda di aver lasciato quasi tutte le sue opere senza nome. «Se dovessi sceglierne uno, sarebbe qualcosa come Tuttomondo. Qualcosa sul mondo. È il mondo». Lo dice in italiano. E commuove.

Lo sguardo di chi era sull’impalcatura

Tra i ragazzi che stendevano il colore c’era Alessandro Romanini, allora studente universitario, oggi storico dell’arte, professore e curatore della rassegna lucchese. Rivedere quelle immagini, racconta, lo riporta a un’epoca in cui l’arte internazionale arrivava in provincia attraverso le riviste, come Interview di Andy Warhol reperibile a Firenze o a Milano, e conservava «un’aura quasi mitologica». A Pisa sbarcava l’artista che aveva fatto della democratizzazione dell’arte la propria battaglia: i disegni nella metropolitana, il Pop Shop, la collaborazione con Fiorucci nel 1983.
Romanini sintetizza quell’eredità in una formula: «semplicità del segno e profondità del messaggio». Un’iconografia archetipica — il bambino radiante, il cane, la maternità, a Pisa anche il serpente tagliato dalle forbici e le figure che sorreggono la croce cittadina — piegata all’impegno civile, dalle campagne contro l’AIDS a quelle contro l’apartheid. E il muro come supporto primario, visibile a tutti e gratuito, in una logica di divulgazione che secondo Romanini anticipa quella dei social network. «Insieme a Basquiat, Haring ha portato la street art dalle pareti della città alle gallerie e ai musei, destinando parte dei proventi alla sua fondazione e a cause filantropiche», precisa Romanini.

Il patrimonio digitale ritrovato

La nuova versione del film aggiunge un capitolo poco noto: settanta disegni e animazioni realizzati da Haring al Paintbox per il progetto audiovisivo, recuperati nel 2023 durante la ricostruzione degli archivi originali grazie al contributo di Adrian Wilson, curatore di una delle principali collezioni di opere digitali degli anni Ottanta. Materiale rimasto invisibile per oltre trent’anni, che documenta l’interesse dell’artista per i nuovi linguaggi negli ultimi mesi di vita. Haring avrebbe dovuto vedere il documentario finito. La morte, nel febbraio del 1990, glielo ha impedito.
Alla proiezione seguirà un incontro con il regista, il produttore e Piergiorgio Castellani, ingresso libero con prenotazione su luccafilmfestival.it.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 29 settembre 2026

Da Madrid alle Asturie, lezioni di sostenibilità dalla Spagna

La sala è al buio, le pareti respirano. Radici che si allungano come vene, cellule che si aprono e si richiudono, una farfalla spiega le ali e pare di sentirne l’aria mossa, il muso di un felino occupa per intero la parete di fondo. Somos naturaleza, al CaixaForum di Madrid fino al 7 marzo 2027, è un percorso audiovisivo immersivo di settanta minuti prodotto da OASIS Immersive Studios con la National Geographic Society: tre ambienti, proiezioni e suono avvolgente costruiti intorno alla tesi che la cura della biodiversità sia una faccenda collettiva, fatta della somma dei gesti individuali.
Il CaixaForum occupa una centrale elettrica di fine Ottocento, adattata da Herzog & de Meuron sul paseo del Prado. Si passeggia nel cuore della capitale al suono della cascata che bagna il piano basamentale e isola dal rumore del traffico, mentre sul muro cieco accanto all’ingresso Patrick Blanc ha appeso il giardino verticale diventato la facciata più fotografata dell’isolato. È la natura che entra in città in verticale, mentre a pochi metri scorrono quattro corsie e, appena oltre, c’è una delle più grandi collezioni d’arte al mondo.
Resta la domanda che le suggestioni dei filmati delle sale pongono: dove quelle immagini diventano luoghi veri?

La costa che si consuma

Cinquecento chilometri più a nord, la risposta prende la forma di una linea di sabbia. A Barayo, riserva naturale tra Navia e Valdés, l’estuario e le dune restano quasi vuoti perfino ad agosto, perché ci si arriva soltanto a piedi e il sentiero seleziona il pubblico. Poco più a est, lungo il paesaggio protetto della costa orientale asturiana, i bufones di Pría sparano getti d’acqua quando la mareggiata comprime l’aria dentro il calcare. Per effetto della salsedine, sopra la falesia la prateria arretra di qualche centimetro l’anno.
Quanto sia sottile questa linea si è visto nel gennaio 2024, quando i pellet di plastica arrivarono fin qui: ventisei tonnellate uscite da un container perso l’8 dicembre precedente dal cargo Toconao al largo di Viana do Castelo, prima sulle spiagge galiziane e poi su quelle asturiane, raccolte dai volontari che restituirono un luogo pulito.
Le chiesette che punteggiano questo tratto di costa testimoniano la sostenibilità dimostrando come si possa andare oltre le nostre singole vite. San Antolín de Bedón sta a duecento metri dalla spiaggia, l’arenaria dei muri mangiata dal salino, l’abside voltata verso l’interno. La Ermita de la Regalina, a Cadavedo, occupa un promontorio sull’oceano e ha poco meno di un secolo. Il preromanico asturiano — Santa María del Naranco sopra Oviedo, San Salvador de Valdediós consacrato nell’893, per fare da esempi — dura da dodici secoli perché costruito con pietra di cava locale, con pendenze e orientamenti calcolati per un clima piovoso.

Trecento bandiere

Novecento chilometri a sud, in provincia di Málaga, la parola inclusività ha assunto una forma concreta. Villanueva de Algaidas, quattromila abitanti in un mare di uliveti, è nata intorno a un convento francescano — Nuestra Señora de la Consolación, fondato dal primo duca di Osuna — e a due eremi rupestri mozarabici scavati nell’arenaria tra IX e X secolo. Ma nel giugno 2020 il paese è finito sui giornali nazionali per una ragione completamente diversa: il sindaco José Antonio Cívico ritirò dal balcone del municipio la bandiera arcobaleno, in applicazione di una sentenza del Tribunale supremo sui vessilli privi di carattere ufficiale esposti negli edifici pubblici. La risposta arrivò dalle case: circa trecento bandiere apparvero ai balconi e alle finestre, in tutte le frazioni. La legittimità istituzionale era stata rispettata alla lettera, ma la comunità ha risposto sull’unico piano che le restava, quello delle proprie finestre, dimostrando che un mondo rispettoso è possibile.

Mulini e zafferano

Il cerro Calderico, sopra Consuegra, è la schiena di un gigantesco animale accasciato sulla piana di Castiglia-La Mancia. Il sole basso all’orizzonte allunga le ombre tra i mulini in fila e il castello dei cavalieri ospitalieri. Ci si trova immersi nel silenzio tra i giganti di Cervantes. Sotto, la campagna trasmette l’idea di operosità secolare. Qui si producono vino e zafferano in un’economia agricola retta da ritmi ancestrali. Gli stimmi più preziosi del mondo si raccolgono all’alba di ottobre, la monda si fa a mano, fiore per fiore. Un prodotto che reggerà finché ci sarà la manodopera, in una regione che perde abitanti da decenni. La letteratura aveva fissato l’immagine di questa pianura ben prima che qualcuno la chiamasse paesaggio.
Un paesaggio che dura finché qualcuno continua a lavorarlo pone una domanda antica: chi ha titolo su una terra, e in nome di che cosa. In Spagna quella domanda ha una data e un luogo. Nel De indis del 1539, dalle aule di Salamanca — la più antica università spagnola, fondata nel 1218 — il domenicano Francisco de Vitoria argomentò per la prima volta con rigore giuridico il riconoscimento della sovranità e della dignità politica delle popolazioni indigene: la scoperta geografica, da sola, restava priva di valore come titolo di dominio.
Da lì passa, per una linea lunga e discontinua, l’idea che i diritti riguardino tutti. Estenderla a chi verrà dopo di noi è, in fondo, la definizione operativa di sostenibilità. Ambientale, sociale, economica.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 3 settembre 2026

L’eclissi tra gli orsi e il silenzio dei mustang

Picos de Europa, la Spagna più alpina, quella di orsi e aquile. Il sole è basso, prossimo al tramonto. Con l’astro a pochi gradi dall’orizzonte, la catena montuosa davanti a me ha smesso di essere paesaggio ed è diventata il bordo di qualcosa. C’era un prato, un pianoro con figure umane che si stagliavano nell’aria, poi il vuoto della valle, infine il crinale roccioso. Terra. Il pianeta, più che la materia.
Vicini, Francesco e Matteo, ventitré e vent’anni, alla prima eclissi totale. Appena il sole è diventato nero, dal prato tra i Picos si è levato un oooh di stupore. Qualcuno ha applaudito. Il sole oscurato, però, era e resta un ossimoro per il cervello. Forse per questo, nello scorrere dei minuti della totalità, è prevalso il silenzio. A me ha trasmesso l’effetto di essere in una bolla. Ho risentito le voci altrui solo quando tutto era finito.
È questo silenzio, quel che più mi fa riflettere. Perché c’è stato un attimo, quando il sole è diventato un disco cupo, lasciando tutti con il naso all’insù, in cui le parole sono diventate superflue.
Mi era già successo nelle praterie del Wyoming. Era il 2017. Eravamo una troupe ridotta, al lavoro su un documentario dedicato ai paleontologi, i cercatori di dinosauri contemporanei. Il set erano gli altopiani abitati ancora dai nativi americani. Intorno a noi galoppavano i mustang, facevano vibrare il terreno. Fino al disco nero, quando tutti si immobilizzarono sotto il cielo, in un fermo immagine cinematografico.
Un cavallo ignora tutto di orbite e occultazioni. Eppure reagisce come reagiamo noi. La conclusione è scomoda per chi ritiene lo stupore un fatto culturale, perché c’è un silenzio che precede la cultura, sta più in basso, nel corpo.

Qualcosa succede dentro, in effetti. La temperatura cala di colpo di alcuni gradi e la pelle se ne accorge prima della mente. La luce cambia natura. Viene meno il sole, ma i contorni restano, le ombre conservano un profilo netto che le tenebre vere cancellerebbero. È un buio che somiglia a un’ora strana, sbagliata, più che a una notte. Soprattutto, il sole smette di scaldare e in quel momento si capisce fisicamente, senza mediazioni, che è quella distanza a dare la vita.
Il sapere toglie la paura, mai lo stupore. È la ragione per cui l’esperienza mette in comunicazione con chiunque ci abbia preceduto. Appena il giorno prima ero sotto la volta del Cielo de Salamanca, dipinta cinque secoli, dove gli astri hanno il volto delle figure del mito. Un modo per dare un nome al cielo, più che per spiegarlo. Le paure restavano intatte. Mia suocera, Miranda, da bambina vide un’eclissi sull’aia della casa di mezzadri in val di Cecina. Si spaventò. Capì bene solo molto tempo dopo. In mezzo restarono anni in cui quell’evento era accaduto e basta, privo di nome.

A Burgos, due giorni dopo l’eclissi, ho visitato il museo dell’evoluzione umana, quello costruito attorno agli scavi della Sierra de Atapuerca. Vetrine di crani di ominidi vissuti oltre quattrocentomila anni fa, in una zona che dista poco più di cento chilometri dal pianoro dove mi sono fermato a guardare in alto. Anche quei nostri parenti lontani, probabilmente, videro un’eclissi. Con gli stessi occhi, la stessa pelle che avverte il calo di temperatura, la stessa percezione di un’anomalia.
In quel buio imperfetto, credo di essere stato vicino ai primitivi come mai prima. Mi capita a volte di pensare agli antichi camminando scalzo, quando il suolo torna a essere una superficie da sentire anziché uno spazio da attraversare. Sui Picos è stato più forte e senza alcuno sforzo di immaginazione. La differenza tra me e loro, in quei due minuti, era sottile. Io avevo le parole: sizigia, cono d’ombra, diametro apparente. Loro avevano il terrore. O il presagio, chissà. Il gesto però era identico, la testa che si alza, la voce che si spegne, l’occhio puntato dove normalmente brucia. E identico era l’oggetto, lo stesso sole, la stessa luna, la stessa geometria celeste.
Proprio quella geometria, quando il sole se ne è andato, mi ha bloccato. Il diametro della nostra stella è quattrocento volte quello della luna, che è quattrocento volte più vicina: per questo i due dischi coincidono. È una combinazione transitoria, perché la luna si allontana da noi di qualche centimetro l’anno. La fisica descrive tutto con esattezza. Quello che la scienza lascia aperto è il perimetro: dove stia il bordo dell’universo, ammesso che ne abbia uno.
È in quel margine che si è insinuata la domanda. Come tutto questo possa essere possibile senza essere stato pensato da una Mente unica. Mistero è il nome che gli uomini attribuiscono all’incompletezza di ogni spiegazione riuscita. Le eclissi hanno il pregio di restituirlo in un tempo misurabile in minuti.
Poi la luce è tornata. In pochi secondi, ha bagnato le cime, poi il prato, infine il mondo. In modo gentile, come un tramonto di montagna sa fare. I nipoti e la gente intorno hanno ripreso a parlare. Chissà in quanti hanno trovato, come me, difficoltà con le parole per dire quello che avevano provato nel momento più buio.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 18 agosto 2026