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L’ultimo sguardo universale: “Razza Umana” di Oliviero Toscani

Nel silenzio contemplativo delle sale di Palazzo Blu, centinaia di sguardi si incrociano con i nostri in un dialogo muto ma eloquente. È “Razza Umana“, la mostra che a pochi mesi dalla scomparsa di Oliviero Toscani riporta a Pisa uno dei progetti più ambiziosi e visionari del fotografo milanese: un archivio di circa 100.000 ritratti che raccontano l’infinita varietà dell’essere umano attraverso la semplicità disarmante di uno sguardo.

Il ritorno a casa

Non è casuale che questa retrospettiva trovi spazio proprio a Palazzo Blu di Pisa, unico tono di cielo infilato sul lungo fiume cittadino. Il legame tra Toscani e il museo affonda le radici nel 2008, quando il fotografo “toscano d’adozione” fu chiamato a creare l’identità visiva del palazzo appena restaurato. Fu lui a scegliere il nome, a ideare il logo, a trasformare quel caratteristico blu del Lungarno in un simbolo riconoscibile nel mondo. E fu proprio in occasione dell’inaugurazione che Palazzo Blu divenne uno dei primi set fotografici di “Razza Umana”, accogliendo ospiti pisani e visitatori nell’archivio che oggi protagonizza questa mostra, che c’è tempo di visitare in questa sede ancora fino a domenica 27 luglio.

L’arte dello sguardo puro

Entrando nelle sale, colpisce immediatamente l’uniformità del metodo e la diversità del risultato. Ogni ritratto segue la stessa tecnica: soggetto frontale, sfondo bianco, illuminazione neutra. Eppure, da questa apparente standardizzazione emerge la straordinaria ricchezza dell’umanità. Toscani non cercava la bellezza convenzionale, ma l’autenticità di ogni singolo individuo. Bambini, anziani, donne, uomini, persone di ogni etnia e condizione sociale: tutti accomunati da quella dignità intrinseca che il fotografo sapeva cogliere con maestria.

La forza di questi ritratti risiede proprio nella loro semplicità. Eliminando ogni elemento di distrazione, Toscani ci costringe a confrontarci con l’essenza pura di ogni persona. Non c’è moda, non c’è contesto, non c’è narrazione: solo lo sguardo, con tutte le sue magnifiche diversità che fanno di ognuno di noi un “unico al mondo”.

L'ultimo sguardo universale: "Razza Umana" di Oliviero Toscani

L’universalità del messaggio

La mostra rivela quella stessa vocazione universale che caratterizzò le celebri campagne pubblicitarie di Toscani per United Colors of Benetton. Come allora abbandonò il prodotto per privilegiare il messaggio – parlando di AIDS, razzismo, anoressia, pena di morte – anche in “Razza Umana” il fotografo supera la mera documentazione per trasformare ogni ritratto in un manifesto di tolleranza e comprensione.

“Mi commuovo di fronte all’unicità di ogni individuo e per questo fotografo gli esseri umani nelle molteplici espressioni”, dichiarava Toscani. Ed è proprio questa commozione che trasuda da ogni immagine, trasformando un progetto fotografico in uno studio antropologico di portata globale.

L'ultimo sguardo universale: "Razza Umana" di Oliviero Toscani

Un archivio del mondo

Il progetto “Razza Umana” ha attraversato continenti e culture: da piazza della Scala a Milano a Cartagena in Colombia, dal Giappone alla Namibia, dalla USA meno conosciuti – ma che lui ha conosciuto bene – fino alla Polonia. Uno studio fotografico itinerante che ha raccolto volti e storie, creando un archivio democratico dove ogni persona ha lo stesso spazio, la stessa dignità, la stessa importanza.

Questa dimensione nomade del progetto riflette la visione cosmopolita di Toscani, sempre convinto che l’arte dovesse testimoniare la condizione umana nella sua interezza. Non esistono primi piani e comparse nell’umanità secondo Toscani: esistono solo esseri umani, ciascuno portatore di una storia irripetibile.

L'ultimo sguardo universale: "Razza Umana" di Oliviero Toscani

L’eredità di uno sguardo

La mostra a Palazzo Blu assume così un valore particolare: un omaggio a un grande fotografo scomparso, ma anche la celebrazione di una visione del mondo che oggi, più che mai, appare necessaria. In un’epoca di divisioni e barriere, “Razza Umana” ci ricorda che le differenze sono ricchezza, non minaccia; che la diversità è forza, non debolezza.

Osservando questi volti, nelle sale di diffonde ancora la voce di Toscani che, da maestro provocatore qual era, ci sfida a guardare oltre i pregiudizi, a riconoscere nell’altro una parte di noi stessi. È questo, forse, il più grande insegnamento che ci lascia: l’arte non deve solo catturare la realtà, ma aiutarci a comprenderla, ad amarla, a trasformarla.

Nel silenzio delle sale di Palazzo Blu, quegli sguardi continuano a parlarci. E noi, eredi di quella straordinaria lezione di umanità, non possiamo che ascoltare.

L'ultimo sguardo universale: "Razza Umana" di Oliviero Toscani

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 25 luglio 2025

Tra scienza e comicità, “Alberi” apre La Versiliana

Giovanni Storti ci racconta il viaggio sorprendente nel mondo vegetale in compagnia di Stefano Mancuso: i segreti delle piante tra aneddoti, risate e rivelazioni scientifiche.

“Solo quando l’ultimo albero sarà morto, l’ultimo fiume avvelenato e l’ultimo pesce catturato, ci renderemo conto che non possiamo mangiare il denaro.” Questa profezia, attribuita alla tribù Cree, risuona oggi con una forza che non può più essere ignorata.

Nei teatri c’è uno spettacolo che traduce questo monito in arte e scienza. È “Alberi – Tutto quello che avreste voluto sapere ma non avete mai osato chiedere”. Giovanni Storti e Stefano Mancuso inaugurano la 46ª edizione del Festival La Versiliana con una formula inedita: unire il rigore della divulgazione scientifica alla leggerezza della comicità.

Tre tappe per scoprire l’universo vegetale

Sul palco si ritroveranno tre personalità di spicco del panorama culturale italiano. Giovanni Storti, il volto green del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, veste i panni di un curioso viaggiatore. Stefano Mancuso, fondatore della neurobiologia vegetale e tra i più autorevoli divulgatori scientifici del nostro tempo, interpreta sé stesso nel ruolo della guida sapiente. Arturo Brachetti, il maestro del trasformismo mondiale, detta la regia di questo percorso che promette di trasformare la narrazione in pura magia.

“L’idea è venuta dal fatto di dirsi ‘facciamo uno spettacolo insieme’, uno spettacolo divulgativo”, racconta in esclusiva Giovanni Storti. “Volevamo raccontare gli alberi partendo dalle radici, come aveva fatto in modo tecnologico Piero Angela dentro il corpo umano. È un itinerario dentro un albero dalle radici in su”.

Lo spettacolo si struttura come un’esperienza ideale articolata in tre momenti fondamentali, corrispondenti alle parti essenziali di una pianta. Si inizia dalle radici, dove si svela l’incredibile mondo sotterraneo fatto di comunicazione, collaborazione e competizione tra le piante. Il percorso prosegue con il fusto, simbolo di resistenza e crescita, ponte tra terra e cielo che affronta i temi dell’adattamento climatico. Infine, si giunge alla chioma, celebrazione della bellezza e del potenziale rivoluzionario del mondo vegetale.

“Unire comicità e scienza è un modo diverso di raccontare la realtà”, spiega Storti. “Racconto le cose in modo diverso, non ci sono problemi, anzi è stimolante, perché le piante hanno dietro miti, linguaggi e proprietà particolari”.

Tra scienza e comicità, "Alberi" apre La Versiliana
Credit: Nicola Rosati

La natura diventa conversione

Per Giovanni Storti, il rapporto con gli alberi affonda le radici nell’infanzia: “Andavo da bambino in montagna e da lì ho iniziato a entrare nella natura. Non va vista solo con gli occhi, ti deve entrare. La natura è una conversione: quando ce l’hai dentro di te, non esce più”.

Questa visione quasi spirituale del mondo vegetale trova eco nelle parole del comico quando descrive cosa rappresentano per lui gli alberi: “Se penso a un albero, penso all’essere che ci ha inventato. Gli alberi hanno trasformato l’atmosfera e hanno fatto sì che tutti interagissimo con loro. Siamo in un legame stretto, veniamo dagli alberi, ci danno medicine, carburanti, materiali da costruzione”.

La collaborazione con lo scienziato Stefano Mancuso si è rivelata per Storti fonte di continue scoperte: “Ho frequentato abbastanza Mancuso prima e durante la preparazione dello spettacolo e continuo a scoprire cose nuove. Sull’imparare dagli alberi, mi ha impressionato come facciano ad avere sensibilità, verificata grazie ad esperimenti.”

L’attore sottolinea anche l’aspetto umano dello scienziato: “Di lui mi sorprende tutto, anche la sua capacità ironica. È molto presente nel dialogo sul palco”.

Arte e scienza per il cambiamento

“Alberi” è anche un momento di riflessione e sensibilizzazione. Alternando momenti di comicità a istanti di profonda riflessione, lo spettacolo vuole dimostrare come arte e scienza possano dialogare per generare consapevolezza e ispirare il cambiamento, sensibilizzando il pubblico sulla cruciale importanza del mondo vegetale per la vita sulla Terra.

Il risultato è uno spettacolo che promette di essere tanto educativo quanto divertente, capace di svelare i misteri del mondo vegetale attraverso un linguaggio accessibile e coinvolgente. L’appuntamento è per mercoledì 16 luglio alle 21.30 nel suggestivo teatro all’aperto del Festival La Versiliana, che anche quest’anno si conferma crocevia di eccellenze artistiche e culturali. Lo spettacolo Alberi prosegue con un fitto calendario in tutta Italia.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 16 luglio 2025

Smach, l’arte contemporanea incontra le Dolomiti

Nel cuore Unesco della Val Badia si rinnova Smach, la Biennale Internazionale di Arte Pubblica delle Dolomiti, un esperimento culturale unico nel panorama italiano e internazionale.

Accessibile, inclusiva, democratica, Smach è un progetto che diffonde l’arte contemporanea portandola in dialogo diretto con uno dei paesaggi più straordinari al mondo. Ce ne si accorge appena si apre l’app per scegliere quali opere visitare, perché la biennale è anche un percorso di scoperta che si snoda attraverso sentieri alpini, dove le opere site-specific dialogano con vette, boschi e prati in un’armonia che arricchisce gli elementi. La settima edizione durerà dal 12 luglio al 14 settembre 2025.

Le installazioni compongono un originale allestimento all’aria aperta, fruibile attraverso brevi trekking giornalieri o escursioni di più giorni, trasformando l’esperienza artistica in un’avventura che coinvolge tutti i sensi. È arte che si vive camminando nell’aria pura della montagna.

Smach, l'arte contemporanea incontra le Dolomiti
Smach, l'arte contemporanea incontra le Dolomiti

I più allenati possono perfino trascorrere quattro giorni lungo un trekking tra i 1.200 e i 2.500 metri di altitudine. Un’opportunità unica per scoprire le opere di Smach 2025 in un contesto di totale immersione nel paesaggio dolomitico.

Un’arte per tutti, da tutti

Ciò che rende Smach davvero speciale è la sua apertura democratica. La biennale si rivolge a chiunque abbia qualcosa da dire attraverso l’arte a partecipare. Per l’edizione 2025, su circa 300 progetti pervenuti da ben 47 nazioni del mondo, la giuria ha selezionato dieci opere che affrontano il tema della “cu” – la pietra per affilare la falce nel dialetto ladino locale.

Questa scelta tematica rivela la profondità concettuale del progetto: attraverso un oggetto apparentemente semplice, universalmente diffuso da millenni, si esplorano temi complessi come l’evoluzione umana e tecnica, la trasmissione dell’eredità culturale, il rapporto tra passato e futuro. La “cu” diventa così metafora di quei processi materiali e mentali che hanno sempre caratterizzato la vita in quota.

Smach, l'arte contemporanea incontra le Dolomiti

Al cospetto delle opere, si comprende il perché le persone siano calamitate da Smach. Walter e Sara, ciclisti veronesi, si sono fermati di fronte a Sway di Lola Giuffrè, incantati al movimento delle installazioni che simulano il movimento ancestrale delle falci. Maria, invece, è la cuoca della Ütia Ciampcios, sta raccogliendo le punte dei cirmoli per farne una tisana quando la incontro. “Mettono sempre un’opera nel pascolo sopra di noi, è bello salire e godersela” mi dice rispondendo al mio saluto mentre sto per raggiungere Arexport di Auricchio Coen Knopp.

“Siamo un gruppo affiatato che condivide la passione per la cultura e per la montagna”, afferma Michael Moling, ideatore e presidente dell’associazione organizzatrice di Smach. Mi parla mentre sistema l’opera Trace of Land di Zhifei Xu e Zimo Zhang. “Le opere sono in balia degli elementi, parte integrante della montagna – continua Michael – Non tutti apprezzano quello che facciamo, ma cerchiamo di lavorare nell’interesse della comunità, abbinando temi della tradizione a visioni contemporanee. Smach rappresenta un modello di come l’arte contemporanea possa radicarsi nel territorio senza snaturarlo, ma anzi valorizzandone l’identità più profonda”.

Smach, l'arte contemporanea incontra le Dolomiti

Un patrimonio permanente: Val dl’Ert

L’eredità di Smach continua anche dopo la chiusura di ogni edizione. A San Martino in Badia è nato Val dl’Ert, un art park permanente immerso nella quiete della foresta alpina. Qui si possono ammirare le sculture acquisite durante le precedenti edizioni della biennale, opere di artisti provenienti da tutto il mondo che continuano a vivere in dialogo con la natura. Il parco è liberamente accessibile e gratuito, permettendo ai visitatori di trascorrere ore di totale tranquillità immersi in un’esposizione a cielo aperto. Per chi desidera approfondire la conoscenza delle opere e del contesto, sono disponibili visite guidate che arricchiscono ulteriormente l’esperienza approfondendo come ogni edizione di Smach abbia saputo cogliere e interpretare temi di particolare rilevanza contemporanea.

La capacità di Smach di rinnovarsi mantenendo la propria identità è testimoniata anche dalla presenza, nell’edizione 2025, di “Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto. Inaugurata l’11 luglio a Colfosco, l’opera rappresenta perfettamente lo spirito del progetto con l’incontro tra tradizione e innovazione.

Smach, l'arte contemporanea incontra le Dolomiti

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 10 luglio 2025

La doppia faccia di Tel Aviv

La capitale finanziaria d’Israele è una città di stampo europeo o americano. Finché non scende la notte e, con lei, una dimensione completamente diversa.

Solo ieri pomeriggio, la camminata tra il centro e Jaffa ci ha regalato passaggi di bellezza struggente. I vicoli della città vecchia con il porto, per secoli, sono stati la porta dell’Oriente. Il convento francescano svetta sulla piazza, fra Eduardo si sta preparando alla messa. Sotto la balconata, i surfisti sono sulle loro tavole in attesa dell’onda perfetta. Alcuni giovani siedono sulla parte erbosa della collina e guardano in silenzio il tramonto che ci accompagna verso la notte.

La doppia faccia di Tel Aviv

È il varco, lì lasciamo l’Europa per entrare nel Medio Oriente della cronaca. Abbiamo tutti negli occhi le macerie di Gaza, Teheran, il Libano, la stessa Tel Aviv, ma quando ti tocca da vicino c’è come un intervento degli altri sensi, tutti. Perfino quelli che manco ricordi di avere. A farti intuire che qualcosa di anormale ci sia, ci sono le immagini dei riservisti che passeggiano in costume con a tracolla il mitra invece del telo da spiaggia e il convoglio dei militari del pronto intervento sul lungomare dove altrove ti aspetteresti i banchetti del gelato.

L’allarme del pomeriggio ci ha colto nel centro di Jaffa. Yosef stava portando a spasso Uma, la sua pastore tedesco, quando i telefonini hanno ricevuto il segnale di massima allerta e ci ha invitato a seguirlo. Scrittore e poeta, abbiamo vissuto il ricovero con lui e con la popolazione del quartiere. Sulle panche ci sono cuscini e coperte. A terra un grande tappeto. In realtà si sta meglio sul pavimento, ho tolto i sandali come molti altri per scoprire che il fresco sotto la pianta dei piedi è un sollievo.

La doppia faccia di Tel Aviv

Due bambine guardano la storia di Nemo sul portatile della mamma. Sulla panca Abel sta piangendo. Indossa la maglietta del Real Madrid e decido di usarla come ponte. Il calcio gli piace, sogna di venire in Italia a vedere una partita. È un’attaccante e se la cava bene, mi dice con orgoglio. È qui con la sorellina ed è il suo dodicesimo compleanno. Piangeva perché ha paura di uscire e non trovare più nulla. Il rifugio ha tutto l’equipaggiamento per le minacce chimiche e nucleari. Non più un garage o una tromba di scale, ma un vero shelter con porte blindate e bagni. Le scritte sono in ebraico e in arabo, anche se Batya mi spiega che sono solo gli ebrei israeliani a usare il ricovero. Gli arabi israeliani è raro che ci vengano. Sono fatalisti. Ad allarme finito scopro che Batya è una musicista, ha una figlia in Italia e con il marito primo violino d’orchestra ha girato l’Europa.

Basta lo scendere della notte, però, che di colpo l’Europa si allontana. Il secondo allarme è anticipato nella chat del canale Telegram dalle scie dei missili che si levano da Teheran sotto gli occhi degli iraniani per puntare qui. “Qui” significa esattamente qui, perché questa volta il missile che ha bucato l’Iron Dome è finito nel quartiere, davanti a me. L’onda d’urto mi ha attraversato. Mi ricorda un po’ certe scene del The Day After che ci fecero vedere al liceo. Mancava la parte delle radiazioni, ma il resto c’era. Anche quando, ad allarme cessato, corro coi colleghi verso la strada dell’impatto. Vetrine sfondate, porte e finestre divelte, l’ambulanza con i feriti, ovunque una galassia di vetri sull’asfalto a far scricchiolare le scarpe e riflettere i lampeggianti dei mezzi di soccorso che stanno convergendo qui. A noi della stampa iniziano ad affiancarsi i curiosi, ma l’esercito sta già delimitando l’area. Allontana tutti. Una commerciante spiega che lì avanti c’è il suo negozio e deve passare per vedere cosa è successo. Nella coppia in uniforme che ha davanti, il militare maschio è perentorio. La soldatessa, invece, le mostra empatia e la invita a tranquillizzarsi, promettendole di farla passare appena l’area sarà in sicurezza. Un idrante esploso bagna una parte della strada rendendola una cascata, ne approfitto per usarla come corridoio e avvicinarmi al cuore della scena. Ci sono i volontari di ZAKA (acronimo di “Zihuy Korbanot Ason” – “Identificazione delle Vittime di Disastri”) che sono all’opera. Mi fermo.

Le sirene continuano, fino ad essere coperte dal rombo dei cargo dell’esercito americano che oggi saranno probabilmente gli unici a toccare l’asfalto della pista di Tel Aviv. Dovrebbero infondere sicurezza, ma è la consapevolezza che probabilmente stanno portando materiale per prepararsi a qualcosa che ancora non so. Perché vengo da quella parte dell’Europa che la guerra la conosce solo dai telefonini, dai film o dai racconti degli anziani. Ma da qui è tutto maledettamente diverso.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 16 giugno 2025

Quando i telefoni lampeggiano tutti insieme inizia la notte dei missili e del fumo

TEL AVIV Il ricordo di famiglia di bombardamenti e corse nei rifugi fino a due giorni fa era di mamma Giuliana. Viale Sarca a Milano. L’allarme, la corsa nelle cantine con lei e zio Gianni piccoli avvolti nelle coperte, in braccio al nonno Ervè. “La coperta forse non ci avrebbe protetto dal crollo, ma almeno ci dava sicurezza”, mi dice sempre quando ne parla.
Dopo 85 anni, in condizioni meno precarie, ma con lo stesso stato d’animo – dove colpiranno? – ci sono io. Senza coperta e con la scelta di esserci arrivato per lavoro. A fare la differenza c’è anche la tecnologia. Stiamo mangiando quando i telefoni si accendono tutti contemporaneamente in un unico coro elettronico. Lampeggiano, vibrano, squillano. L’app delle emergenze nazionali segna allerta massima con quel rosso che ormai qui a Tel Aviv conosciamo bene.

La prima volta è un falso allarme. La tensione scende, si torna a parlare, qualcuno ordina ancora da bere. Ma mezz’ora dopo ricomincia. E questa volta no, non è un errore. Missili veri. Ci alziamo da tavola e ci accodiamo al gruppo verso le scale di sicurezza. Mi colpisce che i camerieri ci lasciano passare avanti. Mi viene in mente il Titanic, ma mi spiegano che è protocollo: prima gli ospiti, poi lo staff. È la guerra che diventa regolamento.

La discesa di persone e missili

Arrivati alla porta di sicurezza, la prima sensazione è il caldo: una folata di aria rovente sale dalla tromba delle scale che inghiottisce le persone. C’è un che di Dante, se non fosse che la discesa è disciplinata, no panic. Precedenza alle mamme coi bambini, poi agli anziani. Mi affianco a un nonno con il bastone che fatica ad appoggiarsi alla ringhiera. Siamo tra gli ultimi. Cerco di fargli da appoggio mentre conquistiamo il secondo pianerottolo, solo un piano sotto, ma è già qualcosa.
Dietro di noi c’è ancora una signora tutta vestita di bianco col suo cagnolino. L’animale è spaesato, con quella pelliccia patisce il caldo più di tutti. I suoi occhi dicono che la normalità dovrebbe essere un’altra. Ci sono anche un papà con la maglietta da Superman e una bimba vestita da fatina. A fianco, due ragazzi maschi che si tengono per mano. Due giovani donne un po’ più in basso indossano un vestito da cerimonia, probabilmente sono qui per festeggiare.
Pur con la porta chiusa, nel rifugio si sentono dei botti in lontananza. Secchi, distinti. Noto che quelli attorno a me hanno le facce illuminate dai telefoni, guardano le immagini che dalle webcam sui tetti.
“Un allarme dura dieci minuti”, dicono. Passano più veloci di quanto non si creda. Dai rettangoli luminosi capiamo che il cielo di Tel Aviv è pieno di scie. C’è una fisica che si impara alla svelta: scia infiammata orizzontale significa missile intercettato dalle contromisure. Scia verticale significa invece che l’ordigno ha passato le difese. C’è una diversa velocità, quella delle prime ha quasi del fuoco d’artificio. Se la situazione non fosse tragica, farebbe pensare a una festa di paese. L’avvicinarsi delle seconde è veloce, diretta, guardi come scende e ti rendi conto che se fossi sulla traiettoria non avresti scampo. Mai come prima di questo istante mi immedesimo in chi un missile se l’è visto arrivare addosso. Salvo poi rifletterci e capire che probabilmente non ci si accorge di nulla.

Quando i telefoni lampeggiano tutti insieme inizia la notte dei missili e del fumo

Sul tetto
La notte scorre segmentata dagli allarmi. Tra una sirena e l’altra si riemerge dall’involucro per stare nell’atrio trasformato in campo. La gente cerca di dormire, qualcuno rimane incollato ai notiziari, la sensazione è comunque di quiete. La chat mi segnala che c’è un’altra ondata in arrivo. L’effetto sulla mappa dei possibili bersagli è un grappolo d’uva con gli acini che si sovrappongono fitti. Lo stesso simbolo ripreso dal logo del ministero del turismo di questa terra che dovrebbe essere baciata dalla pace interconfessionale. E invece.
All’allarme successivo decido di rompere la barriera dello schermo e salire sul tetto. Voglio vedere coi miei occhi per cogliere tutte le sensazioni. Pensando all’immagine di mamma, mi rendo conto che, da lì, le sirene sono una coperta, azzerano ogni altro rumore e creano una sospensione. Come arrivassero dal mare, anche se dal mare, ci si aspetterebbe un altro tipo di sirena. Al rumore delle onde succede quello delle prime contromisure che si alzano nel cielo. Poi più nulla, per qualche secondo. Finché iniziano i fischi, le esplosioni, i lampi.

Dal punto di osservazione dove mi trovo, riesco ad incastrarmi tra un pilastrino di cemento e la parete, per dare stabilità alla camera ma anche per proteggermi in caso mi arrivasse vicino. Un’incoscienza consapevole che, se fosse troppo vicino, probabilmente non me ne accorgerei. I colpi si intensificano, tutte le scie sono orizzontali. Poi una più nitida, verticale. Ha dunque passato la Iron Dome (la barriera antimissilistica) e si infila come un coltello nel burro del quartiere finanziario. L’obiettivo è probabilmente un quartier generale delle forze armate israeliane. Ci siamo passati vicini ieri. Muri alti, filo spinato, barriere massicce in contrasto con le pareti di vetro dei cinquanta piani della city tutta attorno. Una certa convivenza tra il medio evo e la fantascienza. La fiammata dura un attimo, ma crea un effetto di quinta teatrale tra i grattacieli davanti, di cui distinguo il profilo scuro, e quelli dietro che si accendono del colore della vampata. Un attimo dopo si alza la cupola dello spostamento d’aria. Si nota distintamente mentre i timpani sono compressi da un suono sordo.
Dal luogo dell’impatto si alza una colonna di fumo, che col passare dei secondi sovrasta i grattacieli e prende la forma di un fungo. Stimo che potrebbe essere a un paio di chilometri, forse meno.
In lontananza altri boati, arrivano dalle colline da cui tra poco inizierà ad albeggiare.
Scatterà ancora un ultimo allarme, ma falso. Di vero ci rimane la memoria del video che con il collega Pasquale Quaranta postiamo sul sito di Repubblica.

Il mattino dopo

Il mattino mi riconsegna la skyline dei giorni precedenti, tutto sembra tornato alla normalità, almeno fino al prossimo allarme. Nell’ingresso c’è un cumulo di zaini e valigie. Farebbero credere ai turisti in fuga, ma sono i riservisti che convergono qui. Fuori, in strada al livello del suolo, mi rimane nell’orecchio l’impronta dei suoni. Quello che più mi impressiona è il fischio. Lo sento continuamente e ogni frenata o stridore mi ci fa pensare intensificando il battito del cuore e facendomi aspettare il boato e la vibrazione, che però non arrivano.
Se è così per me che lo vivo come un episodio e che, appena ci saranno di nuovo aerei, potrò rientrare, che ne è di chi qui ci vive tutti i giorni?

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 14 giugno 2025

Tel Aviv, dopo le sirene. Finestre aperte e prossimità ai rifugi, il deserto nelle strade del Pride

Trascorso un giorno intero dalle prime sirene, la città respira diversamente. Ci hanno permesso di rientrare nelle stanze, ma con una raccomandazione che suona paradossale: lasciare le finestre aperte per contenere le schegge in caso di deflagrazione. È il linguaggio della guerra che si fa quotidiano, tecnico, quasi domestico. Eppure il sole e il godibilissimo lungomare di Tel Aviv tracciano un paesaggio da città costiera perfetta per correre, pedalare, nuotare. Ma niente, c’è la raccomandazione di non allontanarsi dalla nostra residenza.

In questo tramonto che indora i grattacieli mentre le vecchie case basse sono già nella penombra mediterranea, la minaccia droni pare attenuata, anche se nella chat circolano immagini di jet iraniani che decollano. Il divieto di uscire è stato revocato, ma rimane la regola non scritta di questa terra: stare sempre vicini a un rifugio. I soldati che presidiano le strade sono giovanissimi riservisti dell’Idf, con armi da guerra che sembrano troppo grandi per le loro spalle. La tensione si legge nei loro occhi: “Una parola è poca e due sono troppe”, dice chi li osserva. Si temono gesti isolati, la follia di chi non ha più nulla da perdere.

Le notizie filtrano attraverso i messaggi degli smartphone, frammentati ma pesanti. Tutti i voli cancellati e tutti gli aerei civili fatti andare altrove. Così l’aeroporto è vuoto e il paese isolato, perfino il jet del primo ministro è stato mandato ad Atene. Sono tutte notizie che riempiono le chat, di certo c’è che Israele ha colpito l’Iran durante la notte, eliminando alti comandanti militari tra cui il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane. È quello che chiedeva l’opposizione clandestina e dissidente iraniana. Il pensiero, come per Gaza, va ai civili vittime dei regimi di follia. La risposta non si è fatta attendere: droni lanciati verso il territorio israeliano. Il mondo trattiene il fiato. 

Il Pride che non c’è più

Una nota inusuale per un contesto di questo tipo. Alle 12 dovevano sfilare le bandiere arcobaleno per le strade di Tel Aviv. Invece c’è il silenzio, qualche camminatore solitario, un ciclista che sfreccia accanto all’auto della polizia locale. Il Pride è stato cancellato, come era inevitabile. Ma la sua assenza racconta una storia più complessa di quella che si vorrebbe narrare. Ancora ieri raccoglievo le testimonianze che sapevano di una scommessa. “No Pride with genocide”, “Pinkwashing”, gridavano da fuori Israele. Come se i diritti fossero un lusso da rimandare quando si muore. Ma qui, nelle parole di chi governa questa città, emerge un’altra verità. Meital Lehavy, vicesindaca con delega alla comunità LGBT, la mette così: “Cancellare la parata sarebbe stato un altro modo per cancellare i nostri diritti. È da 27 anni che sfiliamo per i diritti. Di tutti”. È il paradosso di una terra che combatte su troppi fronti: contro i nemici esterni e contro un governo che alcuni dei suoi stessi cittadini definiscono “fondamentalista e ostile a riconoscere i diritti di tutti”. “Alcuni ministri hanno affermato che la comunità LGBT è peggio di Hamas”, racconta Lehavy. “Combattiamo per uno Stato che, nel frattempo, ci reprime”. Tel Aviv si conferma rifugio nel rifugio. Un centro LGBT aperto 24 ore, supporto psicologico, spazi sicuri anche per palestinesi queer che Hamas vorrebbe morti. Curioso: esattamente come i fondamentalisti ebraici, che probabilmente ignorano che ci sono lesbiche e gay che nell’esercito stanno proteggendo pure loro. Reut Naggar, consigliera comunale, spiegava solo ieri sera: “Quest’anno ospiteremo un evento sul tetto del Municipio, coinvolgendo persone LGBT palestinesi. Uno spazio sicuro per conoscersi, costruire comunità”.

La solitudine che non esiste

Dalle news internazionali che arrivano sui telefoni emerge un quadro geopolitico che contraddice le narrazioni più semplici. La Giordania intercetta i droni iraniani nel proprio spazio aereo. L’Egitto sospende le manifestazioni pro-palestinesi. Persino Bin Salman offre aiuto all’Iran, ma – analizza Maurizio Molinari – “è la legge del deserto”: ti offro aiuto perché ti vedo morente. Israele non è così sola come si vorrebbe credere. Ma non è nemmeno così compatta come appare dall’esterno. Dentro ha un’opposizione che vuole il dialogo, ha una città come Tel Aviv che resiste al proprio governo, ha voci come quella di Reut Naggar che dice: “Nessuno è davvero libero finché qualcun altro è oppresso”. Il figlio di Meital Lehavy è tornato al fronte. “Non andare”, gli ha detto la madre. “Non posso lasciare i miei amici da soli”, ha risposto lui. È l’eterno dilemma di questa terra: come si fa a non combattere quando qualcuno ti vuole morto? 

L’uovo e il guscio

Nelle parole della nonna marocchina citata da Reut c’è forse la chiave di lettura di tutto: “Bisogna imparare a sbattere da dentro l’uovo, senza rompere il guscio”. Perché a volte il conflitto non si può evitare, ma si può contenere. Si può abitare. Senza distruggere tutto. Senza annullarsi. Qui, nella lobby dell’hotel trasformato in rifugio, qualcuno prova ancora a immaginare un futuro in cui le bandiere arcobaleno possano sfilare senza il rumore delle sirene. Non oggi, forse. Ma domani, chissà. Le finestre restano aperte, come ci hanno raccomandato. Per le schegge, dicono. Ma forse anche per far entrare un po’ di quel futuro che vorremmo raccontare. Cala la notte, si sentono le onde, ci rassicurano. 

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 13 giugno 2025

Risveglio a Tel Aviv: sirene e smartphone, nella meccanica routine dell’emergenza

Sono passate tre ore dai primi allarmi. Un tempo trascorso molto lentamente tra volti tesi, smartphone in mano per cercare notizie, aggiornamenti, una qualche forma di chiarezza in mezzo alle prime news battute dai siti.

Il suono delle sirene non era quello di un’esercitazione, due volte si è levato e due sorde esplosioni si sono avvertite mentre scendevamo le scale verso i rifugi. Colpisce la calma e la disciplina di un popolo abituato a confrontarsi con questa realtà di minaccia. Come se il dirigersi verso i luoghi sicuri fosse una meccanica acquisita negli anni, una routine. Ma la situazione non è di routine, perché nel mezzo di queste ore c’è stato l’attacco all’Iran. Quello che da giorni tutti aspettavano, sussurrato nelle conversazioni diplomatiche, temuto nei telegiornali, analizzato negli editoriali. È arrivato mentre Tel Aviv dormiva.

Nella lobby dell’albergo dove ci hanno concentrato il silenzio è punteggiato dai suoni delle notifiche. Tra le ultime, quella che tutti gli aerei sono stati allontanati dall’aeroporto per precauzione. Una ritorsione da parte dell’Iran è possibile, per quanto ritenuta improbabile. Il problema, però, è che questa terra potrebbe essere il bersaglio di molti attori. Hamas, Hezbollah, Houthi, lo stesso Iran potrebbe tentare un’estrema reazione, la mossa di chi non ha più nulla da perdere.

Intanto fuori albeggia. Macchine e bus riprendono il loro traffico. Vista dai titoli dei siti questa città sembrerebbe minacciata. Ogni fischio per strada mi aspetto finisca con un’esplosione, anche se in realtà è solo uno dei suoni di una città che ricomincia a vivere.

Qui dentro cerchiamo di capire cosa può succedere mentre l’app di sicurezza del governo emette il segnale di allerta massima e invita a uscire solo se necessario. Le voci si rincorrono, le ipotesi si moltiplicano. C’è chi controlla ossessivamente i notiziari, chi chiama familiari lontani, chi rimane in silenzio fissando il vuoto. I più piccoli dormono ancora, incuranti o forse troppo consapevoli di quello che sta accadendo.

Nei giorni scorsi, le persone intervistate ci hanno raccontato che, qui, i bambini non sono più bambini. È il caso di Reut Karp, che nell’attacco del 7 ottobre ha perso il padre dei suoi tre figli. Non era sul luogo del massacro, ma è diventata celebre come la madre coraggio che è riuscita a tenere al telefono la figlia piccola mentre i terroristi frugavano la casa. Con il padre della bambina e la sua compagna morti sul pavimento, uccisi mentre cercavano di difendere i piccoli, la bimba è rimasta sotto la coperta, a fianco al fratellino minore, domandando alla mamma perché non si può fare la pace. Con Gaza, con tutti. Reut, una donna dal fisico scolpito, capelli lunghi e rossi che incorniciano lo sguardo deciso, dice che sua figlia, a distanza di quasi due anni, ha paura che quando fa la doccia, l’acqua possa lavare via il ricordo del papà, che era un maestro cioccolatiere. Aveva il sogno di aprire un museo del cioccolato, ora Reut vorrebbe realizzarlo. Ma oggi la sua cioccolateria non riaprirà. Almeno per ora.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 13 giugno 2025

Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell’arte e della musica

Adagiata sulle sponde del Reno, al confine tra Svizzera, Germania e Francia, Basilea si è reinventata come una delle capitali mondiali dell’arte e del design, facendo corrispondere a poco meno di 200.000 abitanti la più alta concentrazione di musei pro capite in Europa.

Dal poggio su cui è adagiata la cattedrale dove riposa Erasmo da Rotterdam, i grattacieli della Roche dall’altra parte del Reno confermano il perpetuo evolversi dell’architettura urbana. Le suggestive strade medievali del centro storico duellano con gli edifici avveniristici, la cui firma più ricorrente è quella degli architetti locali Herzog & de Meuron, vincitori del premio Pritzker nel 2001. Tra le decine di loro opere in giro per la città, spicca lo St. Jakob-Park, il più grande stadio della Svizzera, che questa settimana sarà la cornice della finale dell’Eurovision Song Contest.

Il Novartis Campus

Il Novartis Campus rappresenta forse l’esempio più emblematico della visione basilese di fusione tra storia, arte, scienza e architettura. Dove c’erano fabbriche e uffici, ora c’è una sequenza di edifici griffati dalla crema dell’architettura mondiale. Percorrendo la Fabrikstrasse, la strada principale, si succedono le firme del calibro di Frank O. Gehry, dello spagnolo Juan Navarro Baldeweg, dell’inglese David Chipperfield, del giapponese Tadao Ando solo per citarne alcuni. L’ultimo gioiello ad arricchire questa collezione è il Novartis Pavillon, firmato dall’italiano Michele De Lucchi. Con il suo aspetto da nido primordiale, è rivestito di moduli solari cangianti con led e ospita il museo “Wonders of Medicine”.

Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell'arte e della musica
Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell'arte e della musica

Nel Dreispitz il futuro prende forma

Se il Novartis Campus rappresenta il presente dell’architettura basilese, Dreispitz ne incarna il futuro. Quest’area, ex deposito doganale al margine della città, sta vivendo una profonda trasformazione. È infatti una lezione di urbanistica per il work in progress che vede i vecchi capannoni convertirsi in bar, negozi, musei e perfino in un tempio buddista. Il processo di riqualificazione è iniziato nel 2014 con l’Accademia di Arte e Design della Fachhochschule Nordwestschweiz, progettata dagli architetti Morger + Dettli, e la Casa dello Studente firmata da Herzog & de Meuron. Passeggiando tra i vecchi binari e gli edifici riconvertiti, si può assistere in tempo reale alla metamorfosi di un’area industriale in un vibrante distretto urbano che ospiterà residenze e spazi professionali. Un progetto ambizioso nato sotto l’egida della fondazione Christoph Merian Stiftung, insieme al Cantone Basilea Città e alla catena Migros.

Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell'arte e della musica

L’opulenza culturale: musei e Art Basel

La ricchezza architettonica di Basilea si accompagna a un’opulenza culturale che trova la sua massima espressione negli oltre 40 musei della città, una concentrazione che non ha eguali in Europa. Il cuore di questa offerta è rappresentato dal Kunstmuseum Basel, una delle collezioni d’arte aperte al pubblico più antiche del mondo. Il museo si presenta in due edifici. L’Hauptbau, progettato nel 1936 dall’architetto basilese Rudolf Christ ospita una straordinaria collezione di opere dal XV secolo fino all’arte contemporanea, mentre il Neubau è disegnato dallo studio locale Christ & Gantenbein per le mostre temporanee. I due edifici sono collegati da un passaggio sotterraneo e la nuova ala ospita fino ad agosto la mostra epocale su Medardo Rosso.

Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell'arte e della musica

A completare il panorama museale troviamo gioielli come il Museo Tinguely progettato da Mario Botta, il Museo delle Culture dedicato all’arte extraeuropea, il recente Baselland Kunstmuseum e la Fondazione Beyeler, capolavoro di Renzo Piano che, in occasione dell’Eurovision, celebrerà l’inclusività dell’Eurofestival con un’originale mostra dedicata all’arcobaleno nello spazio dove natura e architettura si fondono armoniosamente. La vocazione artistica della città culmina ogni anno con Art Basel, la fiera d’arte contemporanea più prestigiosa al mondo, che si tiene a giugno attirando collezionisti, galleristi e appassionati da tutto il mondo.

Nel gioco tra passato e futuro, Basilea vince anche per la sua sostenibilità. La BaselCard è fornita gratuitamente negli hotel convenzionati e permette ai visitatori di utilizzare i trasporti pubblici senza costi aggiuntivi e ottenere sconti sull’ingresso nei musei.

Eurovision Song Contest sbarca a Basilea, capitale dell'arte e della musica

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 12 maggio 2025

Vitoria-Gasteiz, la capitale che reinventa la città

Nel panorama urbano europeo, Vitoria-Gasteiz è un esempio virtuoso di sostenibilità e innovazione. Questa gemma nascosta della Spagna settentrionale, capitale dei Paesi Baschi, è una specie di “città ideale” per esplorare un possibile futuro urbano dove storia, innovazione, natura e cultura sono elementi di una nuova armonia urbana.

L’anello verde che abbraccia la città

Chi cerca un weekend in Spagna fuori dagli itinerari convenzionali, trova a Vitoria-Gasteiz una città letteralmente abbracciata da un anello verde di 33 chilometri che collega sei parchi, ricavati da ex aree industriali e militari. I 250.000 abitanti sono probabilmente orgogliosi di aver conquistato nel 2012 il titolo di prima Capitale Verde Europea spagnola e, nel 2019, quello di Città Verde Globale. Tra i gioielli naturalistici spicca la palude di Salburua, un tempo prosciugata per scopi agricoli e oggi paradiso per uccelli migratori. Ironicamente, questa tranquilla oasi era l’aviosuperficie da cui decollarono gli aerei che bombardarono Guernica nel 1937 provocando la strage immortalata da Picasso.

Vitoria-Gasteiz, la capitale che reinventa la città

Una cattedrale “aperta per lavori”

Nel cuore medievale della città, soprannominato “la Mandorla”, si erge la Cattedrale di Santa Maria. Questo gioiello gotico del XIII secolo custodisce un approccio rivoluzionario al restauro. Dal 2000, la cattedrale ha adottato la filosofia “Abierto por obras” (aperto per lavori). Invece di chiudere durante i restauri, il cantiere stesso è diventato un’esperienza culturale. I visitatori esplorano l’edificio dalle fondamenta al campanile, osservando come le nanotecnologie dell’Università di Pisa si fondono con tecniche tradizionali per salvare l’antico monumento. Quest’esperienza ha conquistato Ken Follett, l’autore de “I pilastri della Terra”, che tra volte e passaggi angusti ha trovato ispirazione per “Mondo senza fine”, tanto che la città gli ha dedicato una statua in bronzo accanto alla cattedrale.

Vitoria-Gasteiz, la capitale che reinventa la città

Street-art tra vicoli medievali

Vitoria-Gasteiz è un palinsesto dove ogni epoca ha lasciato il suo segno. La città vecchia, con le ripide stradine acciottolate e gli edifici in graticcio medievale, è rivitalizzata dall’Itinerario dei Murales, che ha trasformato le pareti del centro in una galleria d’arte a cielo aperto. Le scale mobili superano i dislivelli del centro storico, mentre l’ex stazione degli autobus è rinata come museo Artium. Plaza de la Virgen Blanca riassume questa fusione: la chiesa di San Miguel del XIV secolo si affaccia sui moderni dehors, con sullo sfondo una scultura vegetale che riproduce il nome della città. Questo equilibrio ha permesso al centro storico di rimanere vivo e abitato anche da giovani famiglie, evitando la “museificazione” che affligge molti centri storici europei.

Vitoria-Gasteiz, la capitale che reinventa la città

Una mobilità ripensata

Con 180 chilometri di piste ciclabili e un’area pedonale che copre il 71% della zona urbana, Vitoria-Gasteiz ha ridisegnato la mobilità. Il 50% degli spostamenti avviene a piedi o in bicicletta, riducendo drasticamente le emissioni.
Ogni abitante vive a non più di un minuto a piedi da un’area verde, mentre oltre 110.000 alberi di 285 specie diverse ombreggiano le strade. Un modello così efficace che la città è uno dei riferimenti di NetZeroCities, il progetto europeo per la neutralità climatica entro il 2030.

Vitoria-Gasteiz, la capitale che reinventa la città

Oltre la città: vigneti e sale

A breve distanza si trova la Rioja Alavesa, dove il fiume Ebro serpeggia tra montagne e vigneti. A Laguardia, uno dei borghi più caratteristici di Spagna, 232 cantine sotterranee si nascondono sotto le strade testimoniando cinque secoli di tradizione vinicola.
Un’altra escursione originale è la Valle del Sale. Le Salinas de Añana costituiscono un sito con settemila anni di storia ancora attivo, dove un progetto di recupero permette di osservare l’antica produzione del sale.

Vitoria-Gasteiz, la capitale che reinventa la città

Un modello replicabile

Ciò che rende Vitoria-Gasteiz così interessante è che non è stata progettata da zero, ma ha saputo reinventare l’esistente, trasformando problemi in opportunità. È un modello che dimostra come la transizione ecologica non debba sacrificare l’identità culturale o la qualità della vita, ma possa esaltarle, creando città più vivibili, sostenibili e affascinanti. Una lezione preziosa per tutte le capitali che guardano al futuro senza dimenticare il proprio passato.

Vitoria-Gasteiz, la capitale che reinventa la città

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 23 aprile 2025

Ötzi, la mummia che racconta 5300 anni di storia

Nel cuore dell’Alto Adige, tra Bolzano e le vette della Val Senales, si nasconde un racconto straordinario che ha come protagonista la più antica mummia umida del mondo: Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio. Dalla sua scoperta, avvenuta nel 1991, continua a rivelare pagine inedite sul nostro passato preistorico. Vissuto oltre 5300 anni fa, prima delle piramidi egizie e di Stonehenge, Ötzi e il suo corredo offrono una finestra unica sull’Età del Rame e trasformano queste montagne in un museo a cielo aperto.

Il testimone silenzioso delle Alpi

Era il 1991 quando due escursionisti fecero una scoperta destinata a riscrivere i capitoli della nostra comprensione della preistoria alpina. In alta Val Senales, a 3.210 metri di altitudine, emergeva dal ghiaccio il corpo perfettamente conservato di un uomo dell’Età del Rame. Ötzi rappresenta un caso straordinario di conservazione naturale, un evento raro reso possibile da una serie di fattori come conformazione del territorio, condizioni climatiche e atmosferiche. Di fatto, Ötzi non è solo una mummia ma tutto il corredo di un uomo preistorico, una collezione di reperti ben esposte nelle teche del Museo Archeologico dell’Alto Adige.

“Mentre analizziamo il corpo e il corredo, ogni anno saliamo alla ricerca di altri oggetti – racconta Andreas Putzer, curatore e conservatore del museo, uno degli archeologi impegnati nello studio del sito – Da anni facciamo ricerche per capire lo sfruttamento di questa valle in preistoria. Stiamo studiando altri siti e altri passaggi”.

Questo è il fascino dell’archeologia in Val Senales: un testo in continua evoluzione, dove ogni ritrovamento aggiunge un dettaglio, ogni studio rivela un nuovo aspetto di quell’antico rapporto tra l’uomo e la montagna.

Ötzi, la mummia che racconta 5300 anni di storia

Passaggio a nord-ovest

Nel cuore di Bolzano, Ötzi riposa in una cella climatizzata che sembra uscita da un film di fantascienza. Intanto, sessanta chilometri a nord ovest, i ghiacciai della Val Senales rivelano lo scenario del ritrovamento, apoteosi della natura d’alta montagna. Tra i due luoghi si snoda un percorso che racconta non solo di un singolo uomo, ma di intere popolazioni che consideravano le Alpi non come barriere, ma come vie di comunicazione e scambio.

“Attorno al 3300 a.C. abbiamo popolazioni non molto dense. Contadini che coltivavano cereali e legumi, allevavano animali domestici, bovini, maiali,” spiega Putzer “Ötzi faceva parte di gruppi culturali in legame con il nord Italia e il nord alpino”. Ciò che stupisce è la mobilità di queste antiche popolazioni. La lama dell’ascia di rame di Ötzi proviene dal nord della Toscana, testimoniando scambi commerciali e culturali su distanze sorprendenti per l’epoca.

Ötzi, la mummia che racconta 5300 anni di storia

Un libro che continua a rivelarsi

Intanto, nuove tecnologie permettono analisi impensabili al momento del ritrovamento. “Sono passati 30 anni e oggi si fanno ricerche che trent’anni fa erano impossibili. Noi speriamo di trovare un sito di fondovalle che possa raccontare di più sulla vita quotidiana delle popolazioni dell’epoca. Dal corredo, possiamo dedurre che Ötzi facesse probabilmente parte di un ceto elevato e rappresentasse una minoranza. Ma c’è un’intera storia ancora da scoprire”. È in questo frangente che la Val Senales si rivela come un laboratorio a cielo aperto.

L’Alpin Arena Senales sognata dal visionario Leo Gurschler compie 50 anni e rende accessibile a tutti il ghiacciaio, creando di fatto in questa valle un ponte tra il turismo contemporaneo e l’esplorazione del nostro passato più remoto.

Nel 2020 è stata inaugurata la Piattaforma Iceman Ötzi Peak a 3251 metri sulla vetta Grawand, un omaggio moderno all’antico viaggiatore delle Alpi. La struttura in acciaio corten si integra come se la montagna stessa volesse ricordarci che, mentre noi studiamo il passato, il passato ci osserva attraverso i millenni.

Ötzi, la mummia che racconta 5300 anni di storia

Il rapporto primordiale tra l’uomo e le montagne della Val Senales continua a essere un testo in divenire che gli archeologi ci mettono a disposizione rivelando nuovi indizi. Mentre si fissa la mummia oltre il vetro blindato, la carne, i dettagli del corpo, i tatuaggi prendono vita in una conversazione silenziosa. È la voce di Putzer che ci trasmette il valore di Ötzi e della Val Senales, di tutto ciò che ci hanno rivelato finora, ma anche in quello che ancora ci diranno in futuro.

Una parte del racconto può essere anche vissuta all’archeoPark di Madonna di Senales. Macinare cereali, cuocere il pane, tirare con l’arco, navigare in piroga sono esperienze che da un certo punto di vista rappresentano squarci sulla preistoria ricordandoci che, nonostante cinquemila anni di progresso, il nostro rapporto con la montagna continua a essere fatto di sfida, rispetto e meraviglia.

Ötzi, la mummia che racconta 5300 anni di storia

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 2 aprile 2025