Archivi categoria: Portfolio

Festival del Made in Italy 2025, eccellenza e innovazione a Milano

Il Made in Italy si conferma pilastro fondamentale dell’economia nazionale: secondo il National Brand 2024 Ranking, l’Italia occupa il nono posto mondiale per valore del marchio tra 193 nazioni. Il recente report Kantar BrandZ Top 40 evidenzia come 28 brand italiani abbiano registrato una crescita dell’11% rispetto all’anno precedente, raggiungendo un valore complessivo di 122,7 miliardi di dollari.

Nonostante i cambiamenti nelle dinamiche produttive e nelle abitudini di consumo, i prodotti italiani mantengono un’elevata domanda internazionale. Sia i grandi marchi come Prada, Ferrero e Ferrari, sia i piccoli artigiani e professionisti locali continuano a godere di prestigio globale, frutto della tradizione secolare e della maestria artigianale che contraddistingue il nostro paese.

I pilastri del PIL nazionale

I settori trainanti del Made in Italy impiegano 2,1 milioni di lavoratori, generando numeri impressionanti: 454 miliardi di euro di fatturato, 105,5 miliardi di valore aggiunto e 193,4 miliardi di export, su un totale di 420 miliardi complessivi legati alle produzioni italiane d’eccellenza.

L’agroalimentare rappresenta quasi un quarto del PIL nazionale, mentre il settore del lusso contribuisce in modo significativo all’economia con un valore di 44,2 miliardi di euro.

In questo contesto di rilevanza economica e culturale, Milano ha recentemente ospitato la seconda edizione del Festival del Made in Italy, evento di riferimento dedicato alle eccellenze italiane. La manifestazione, organizzata da Eccellenza Italiana, ha riunito oltre 2.000 partecipanti per celebrare e promuovere il patrimonio manifatturiero e artigianale italiano.

Il futuro dell’artigianato italiano

Il Festival nasce con l’obiettivo di sostenere e valorizzare il futuro dell’artigianato e della manifattura italiana, con particolare attenzione ai settori d’eccellenza riconosciuti globalmente e alle nuove generazioni. La community di Eccellenza Italiana, forte di oltre 800.000 membri, conferma il suo impegno nella promozione delle arti e dei mestieri che hanno reso celebre l’Italia nel mondo.

Il programma ha offerto speech, laboratori e incontri interattivi con più di 50 ospiti prestigiosi. Tra i protagonisti spiccavano personalità come lo chef pluristellato Davide Oldani, l’astronauta Paolo Nespoli, il direttore creativo di Persol Riccardo Pozzoli e il presidente di Fondazione Altagamma Matteo Lunelli.

I partecipanti hanno potuto ascoltare le esperienze di professionisti e ambasciatori del Made in Italy provenienti dai distretti d’eccellenza italiani, trovando ispirazione e opportunità professionali. L’evento ha brillantemente unito tradizione e innovazione, offrendo esperienze pratiche attraverso laboratori e dimostrazioni tecnologiche avanzate, inclusi simulatori di volo e applicazioni di realtà virtuale.

Un ponte generazionale per il Made in Italy

Il festival ha valorizzato i settori emblematici dell’eccellenza italiana: moda, design, cucina, motori e innovazione tecnologica. Questi ambiti incarnano sia il patrimonio storico del Made in Italy sia il suo futuro, grazie alla capacità di innovarsi mantenendo intatte identità e qualità distintive.

L’evento ha goduto del supporto di numerosi partner istituzionali e tecnici, tra cui la Commissione Europea, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Regione Lombardia, il Comune di Milano, l’Agenzia ICE, l’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) e FIMI, sottolineando l’importanza strategica della manifestazione.

Con migliaia di partecipanti, inclusi numerosi giovani, il Festival del Made in Italy 2025 ha dimostrato l’interesse crescente delle nuove generazioni verso le eccellenze italiane. L’evento si è affermato come piattaforma essenziale di dialogo tra tradizione e innovazione, offrendo una panoramica significativa del tessuto produttivo italiano contemporaneo e costruendo un ponte verso il futuro dell’artigianato e della manifattura d’eccellenza.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 28 marzo 2025

Taci e sii bella. Il libro di Michela Murgia diventa uno spettacolo teatrale

«Nel maggio del 2020, durante la trasmissione radiofonica che conducevo a Radio Capital insieme a Edoardo Buffoni avemmo ospite lo psichiatra Raffele Morelli (…) accade una cosa che né io né Buffoni avevamo previsto: Morelli perse completamente le staffe e all’improvviso mi intimò ‘zitta, zitta, zitta e ascolta’”.

Questo è l’incipit del libro Stai Zitta, potente manifesto del contrasto a un certo modo di pensare ed esprimersi. Tra i semi lasciatici da Michela per coltivare una società migliore, è probabilmente uno dei più potenti. Nel campo del teatro lo ha raccolto Marta Della Via, che, con le attrici Teresa Cinque, Valentina Melis e Antonella Questa, porta in tournée per l’Italia un messaggio importante. Ascoltare il confronto Murgia-Morelli prima di entrare in sala è propedeutico per capire la portata dell’opera che, nella sua forma letteraria e scenica, ci porta a riflettere sulle discriminazioni di genere nella società italiana contemporanea.

La delegittimazione verbale

Il saggio di Murgia si distingue per la sua capacità di dissezionare con precisione chirurgica le microstrutture linguistiche che sostengono il sessismo quotidiano. L’autrice costruisce un’argomentazione rigorosa che parte dall’analisi delle resistenze all’uso del femminile nelle professioni per arrivare alle sottili forme di delegittimazione verbale che le donne affrontano quotidianamente. La forza del testo risiede nella sua capacità di rendere visibile l’invisibile, di dare un nome a quelle pratiche linguistiche che, proprio per la loro apparente normalità, risultano ancora più insidiose.

Taci e sii bella. Il libro di Michela Murgia diventa uno spettacolo teatrale

A teatro tra il pubblico

Lo Stai Zitta teatrale rappresenta un’interessante evoluzione del materiale originale. Le tre interpreti sanno trasformare l’analisi teorica in un’esperienza vivida e immediata, utilizzando l’arma dell’ironia come strumento di denuncia sociale. La scelta di affidare il messaggio a tre voci diverse permette di esplorare il tema da prospettive complementari, creando un dialogo scenico che amplifica l’efficacia comunicativa del testo originale. C’è la politica navigata, l’aspirante star alle prime armi, la donna che applica la sua razionalità per uno slalom quotidiano tra i pregiudizi.

Se il libro di Murgia si distingue per la sua capacità analitica e la profondità dell’argomentazione, la versione teatrale brilla per la sua immediatezza e la capacità di coinvolgere il pubblico, letteralmente. Fa ridere, se non ci fosse da piangere. L’uso dell’ironia e della comicità non banalizza il messaggio, ma lo rende più accessibile e ancora più incisivo. L’empatia delle tre attrici fa della pièce un’opera innanzitutto sincera, come dimostrano le lacrime di Valentina Melis mentre, ringraziando il pubblico, urla per tutti noi un “Grazie Michela!”

Responsabili e complici

Pagine e palcoscenico di Stai Zitta creano un momento di consapevolezza collettiva e rappresentano un importante contributo al dibattito sulla parità di genere in Italia. Altrettanto significativo, con una lucida esposizione delle dinamiche che possono portare a sottovalutare il problema dello sminuirlo fino all’irreparabile, si trova in Narciso, il nuovo podcast di Selvaggia Lucarelli. Dal primo contatto di coppia fino alla conclusione del processo, è la storia del femminicidio di Giulia Ballestri. Matrimonio tra benestanti con tutto all’apparenza perfetto, lui dermatologo famoso, lei donna luminosa impegnata tra impresa di famiglia e tre bambini amatissimi, fino alla presa di coscienza di essere intrappolata in un matrimonio opprimente. La facciata impeccabile crolla quando Giulia viene uccisa brutalmente dal marito narcisista dopo aver deciso di lasciarlo. Il podcast esplora un contesto sociale in cui ognuno di noi può riconoscersi e trovare una parte. Attraverso le testimonianze di chi ha conosciuto Giulia e con dettagli da mettere a dura prova ogni stomaco, il podcast ricostruisce la storia fino alla condanna dell’assassino e a domandarci quante volte anche noi siamo stati complici, anche lontanamente, nel constatare una situazione inaccettabile ed essere stati zitti.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 3 febbraio 2025

Giorno della Memoria. La storia degli eroi nascosti di Gilleleje in Danimarca

Se il coraggio di un singolo individuo che rischia la propria vita per salvarne un’altra è straordinario, qualcosa di ancora più straordinario avviene quando un’intera comunità sceglie di mettere in pericolo tutta sé stessa, compresi bambini e anziani, per proteggere migliaia di persone. Tanto più se la minaccia arriva dalla spietata macchina di rappresaglia nazista.

Gli stretti Kattegat e Øresund separano le coste della Danimarca e della Svezia in un ambiente di una quiete ispirante, con l’orizzonte incorniciato da una costa piena di fiori, dove case e fari punteggiano le spiagge facendone il paradiso per ciclisti. Oggi.

Nell’ottobre del 1943, l’aria era diversa. Quelle poche miglia tra insenature e penisole facevano la differenza tra il territorio danese occupato dai nazisti e la salvezza. Questo paesaggio incantevole testimonia la forza di un popolo che si fece carico di proteggere la sua comunità ebraica e di un villaggio, Gilleleje, i cui pescatori si spesero per traghettare il maggior numero di persone verso la salvezza. Nella Giornata delle Memoria, il paesino della Danimarca è tra i più straordinari esempi di coraggio della Seconda Guerra Mondiale.

Giorno della Memoria. La storia degli eroi nascosti di Gilleleje in Danimarca

Una raccolta per ricordare

La vicenda è richiamata ne Gli eroi della Shoah (Morellini Editore). La curatrice Sara Rattaro, già autrice del romanzo per ragazzi su Fernanda Wittgens, ha chiesto a scrittrici e scrittori di approfondire le vicende che hanno portato donne, uomini e intere comunità a essere annoverati tra i “Giusti tra le Nazioni”, quel gruppo di eroi silenziosi che, rischiando la propria vita, scelsero di salvare gli ebrei dalla persecuzione nazista.

Margherita Firpo si è occupata della storia di Gilleleje. Chi conosce la Danimarca, conosce anche il senso di comunità dei danesi. È un Paese i cui abitanti amano ritirarsi in solitudine nelle summer house tra i boschi, ma con altrettanta facilità amano ritrovarsi e vivere insieme momenti comunitari come cene o ricorrenze. Se a Copenaghen si può condividere questo stato d’animo, ancora di più lo si respira nelle piccole comunità rurali. Ai generali nazisti, questa sfumatura del paese occupato era completamente sfuggita. «C’era qualcosa che Hitler non aveva proprio capito – spiega la scrittrice danese Søren Frandsen – Gli ebrei danesi, erano prima di tutto ‘danesi’. Era naturale che ci si aiutasse a vicenda in un momento di crisi.»

Quando Hitler, nell’estate del 1943, ordinò la deportazione degli ebrei danesi, in molti si rifugiarono sulla costa.

L’intera Gilleleje si mobilitò rapidamente, trasformando case private in rifugi temporanei e organizzando pericolosi viaggi notturni attraverso l’Øresund verso la Svezia. Grazie al coraggio dei pescatori di Gilleleje e di altre comunità costiere, migliaia di ebrei danesi riuscirono a raggiungere la salvezza.

Non tutte le storie ebbero un lieto fine. Un gruppo di circa 80 persone, nascoste nel sottotetto della chiesa, fu scoperto dalla Gestapo e deportato nei campi di concentramento.

Giorno della Memoria. La storia degli eroi nascosti di Gilleleje in Danimarca

Falsificazioni e malattie misteriose

Un altro esempio comunitario della raccolta è il villaggio francese di Chambon-sur-Lignon, raccontato da Franca Pellizzari. Nel paesino dell’Alvernia, il pastore André Trocmé e la moglie Magda Grilli, di origine fiorentina, diedero rifugio a centinaia di bambini e di famiglie provenienti da tutta la Francia.
Tra le 19 storie degli eroi della Shoah” ci sono anche quelle di padre Marie-Benoît, che attivò una rete di protezione nella Roma di Kappler, e Angelo Maria Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII, che da Delegato Apostolico in Turchia organizzò corridoi umanitari, firmò certificati di battesimo falsi e garantì la fuga di migliaia di bambini ebrei. 

Nella perversione della ferocia di quegli anni, fa perfino sorridere come certi stratagemmi attecchirono. Se Roncalli e molti altri falsificarono rocambolescamente documenti, ci fu anche chi si inventò di sana pianta una malattia contagiosa dai terribili sintomi per tenere alla larga i nazi. Lo racconta l’episodio dedicato al dottor Giovanni Borromeo, che accolse gli ebrei diagnosticando loro l’inesistente “Morbo di K”. La gestapo si guardò bene dal violare il rigoroso isolamento durante i controlli a cui l’ospedale venne sottoposto.

Per sintetizzare le ragioni di ogni 27 gennaio passato e futuro, vorrei usare la parole di Jørgen Bertelsen, una guida danese volontaria nei luoghi della Memoria presso Gilleleje. «È importante raccontare ai nostri bimbi cosa è successo qui, li aiuterà a capire perché dobbiamo essere più solidali con chi è costretto a scappare».

Giorno della Memoria. La storia degli eroi nascosti di Gilleleje in Danimarca

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 27 gennaio 2025

Dalla City a Milano, la rivoluzione è dei giovani artisti contemporanei

A volte l’arte sconvolge per ciò che mostra, altre volte per come si presenta. Nel caso di UNIQUE, il nuovo format che debutta alla Galleria Antonia Jannone di Milano, è proprio il “come” a rappresentare la vera rivoluzione: un giovane outsider della finanza che, armato solo di passione e di quella che il critico Marco Meneguzzo definisce nel catalogo “ingenuità positiva”, osa ripensare i meccanismi di lancio dei nuovi artisti in un sistema dell’arte sempre più autoreferenziale.

L’arte giovane batte forte

Un vento fresco soffia attraverso gli spazi della storica Galleria Antonia Jannone di Milano, proprio quando il sistema dell’arte sembra aver più bisogno di nuovi stimoli. Il format UNIQUE, ideato dal giovane curatore Bruno Gnocchi, si presenta come una risposta spontanea e necessaria a quello che Meneguzzo definisce “un lento declino” del mondo dell’arte, dove conformismo e autoreferenzialità hanno preso il sopravvento sulla genuina spinta innovativa.

Per un weekend, la galleria ospita le opere di due artisti emergenti: Iacopo Antonucci e Pau Aguiló, in una mostra pop-up che rappresenta molto più di un semplice debutto. È, nelle parole di Meneguzzo, un tentativo di ricreare quel senso del “noi pochi” che un tempo caratterizzava le scoperte artistiche più autentiche, prima che il sistema dell’arte si trasformasse in un circuito di luxury ed eventi glamour.

Geniale ingenuità

L’intuizione di Gnocchi, classe 2003, per Meneguzzo equivale al grido del bimbo che ha il coraggio di dire che il re è nudo. Perché Gnocchi ha colto una lacuna nel sistema italiano: la mancanza di spazi dedicati ai giovanissimi artisti per il loro primo incontro con il pubblico e gli addetti ai lavori.

Dalla City a Milano, la rivoluzione è dei giovani artisti contemporanei

Le opere in mostra rivelano due approcci distintivi all’esplorazione dell’animo umano. Antonucci, romano classe 2003, porta sulla tela un’urgenza espressiva alimentata dal suo viaggio in Benin, dove l’incontro con la cultura Vudù ha arricchito la sua ricerca sulla natura primordiale dell’essere umano. Le sue pennellate materiche raccontano storie di corpi e anime in dialogo tra Occidente e Africa, tra caos e ordine.

Pau Aguiló, nato a Maiorca nel 2002, offre invece uno sguardo più urbano e contemporaneo. Nei suoi lavori, l’eredità cromatica della sua infanzia spagnola si fonde con le atmosfere grigie di Londra, dove ha studiato al Camberwell College of Arts, creando figure universali che abitano spazi al confine tra realtà e immaginazione.

Dalla City a Milano, la rivoluzione è dei giovani artisti contemporanei

Palcoscenico intergenerazionale

La scelta della Galleria Jannone come sede si inserisce in una strategia che, come nota Meneguzzo, utilizza alcune strutture portanti del sistema esistente per introdurre elementi di novità – una tattica tipica delle rivoluzioni umanistiche. Questo spazio storico diventa così il palcoscenico ideale per un dialogo intergenerazionale nell’arte, dove la tradizione abbraccia l’innovazione.

UNIQUE si distingue per la sua formula essenziale: assenti la critica istituzionale e i musei, presente invece un pubblico selezionato di collezionisti invitati a riscoprire l’emozione di essere testimoni di qualcosa di nuovo. È un formato che ricorda precedenti illustri di outsider che hanno rivitalizzato il sistema dell’arte con la loro visione fresca.

La vera forza del progetto, sottolinea Meneguzzo, sta nella sua potenziale capacità di moltiplicarsi: se iniziative come questa si diffondessero, potrebbero costringere il pubblico a prestare nuova attenzione a proposte che escono dai canali consolidati. In un mondo dell’arte che sembra aver perso la sua capacità di sorprendere, UNIQUE rappresenta un tentativo coraggioso di riaccendere quella scintilla di scoperta e autenticità che ha sempre caratterizzato i momenti più vitali dell’arte contemporanea. Il 18 e 19 gennaio, la mostra promette due giorni intensi di arte e dialogo, un evento che ha tutti i numeri per essere l’inizio di un necessario rinnovamento nel panorama artistico milanese.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 16 gennaio 2025

M Il Figlio del Secolo: dal premio Strega a Sky, la serie su Mussolini che fotografa l’Italia

In questi giorni, l’arrivo su Sky della serie M – Il figlio del secolo segna un momento significativo nella cultura italiana contemporanea, portando sullo schermo l’opera premio Strega di Antonio Scurati. Il timing è quanto mai simbolico. La serie debutta a una settimana dal 3 gennaio. In quel giorno del 1925, in un discorso di fronte alla Camera dei deputati, Mussolini si assunse pubblicamente la «responsabilità politica, morale, e storica» del clima nel quale l’assassinio si era verificato.

Dal libro allo schermo: due approcci, un’unica storia

Il libro di Scurati, primo di una serie di quattro edita da Bompiani, si è imposto come un’opera paradigmatica del nostro tempo, a metà strada tra il romanzo storico e l’inchiesta biografica. L’autore ha scelto di concentrarsi su un periodo cruciale della storia italiana, dal marzo 1919, con la fondazione dei Fasci di combattimento, fino al gennaio 1925, con la discussione parlamentare sul delitto Matteotti. La peculiarità dell’opera letteraria risiede nel suo rigore documentale. Può piacere o no lo stile di Scurati, ma ogni capitolo è corredato da un’appendice di documenti ufficiali, tra cui epistolari, articoli di giornale, rapporti di polizia e atti parlamentari. Alla storia, si aggiunge la Storia.

L’adattamento televisivo, diretto da Joe Wright, prende questa solida base storica e la trasforma in uno spettacolo visivamente potente. Eccessivo? Forse, ma è un film e come ogni opera ha una sua licenza, come la decisione dell’uso della prima persona, che permette a Mussolini (interpretato da un egregio Luca Marinelli) di rompere la quarta parete e parlare direttamente allo spettatore. Questa scelta, che nel libro era limitata all’apertura e alla chiusura, diventa nella serie il principale dispositivo narrativo, creando un’inquietante intimità con il personaggio.

La forza dell’interpretazione e della regia

Luca Marinelli offre un’interpretazione magnetica di Mussolini, catturando la complessità di un personaggio che si muove tra carisma e brutalità, seduzione e tradimento. La regia di Wright riesce nell’impresa di rendere questa dualità visivamente efficace, quando il personaggio ci attira con le sue soluzioni semplici a problemi complessi. È l’imponente, costante, evidente riferimento alla nostra contemporaneità perché sia il libro che la serie riescono nell’intento di parlare al presente attraverso il passato. Se l’opera di Scurati si inserisce in un più ampio dibattito culturale sulla persistenza di elementi fascisti nella società contemporanea, la serie TV traduce questa preoccupazione in immagini potenti e inquietanti. Non è un caso che una battuta come “make Italy great again” risuoni con particolare forza nel contesto politico attuale.

Il prologo della serie racchiude forse il messaggio più potente di entrambe le opere. Mussolini si rivolge direttamente a noi, eredi di quell’Italia che lo ha prima adorato e poi odiato: “Mi avete adorato follemente per venti anni come una divinità. E poi odiato follemente, perché mi amavate ancora. A cosa è servito quell’odio? Guardatevi attorno, siamo ancora tra voi”.

Le donne e il regime: Velia e Margherita

Un aspetto spesso trascurato nella narrazione del periodo fascista è il ruolo delle donne. La Margherita Sarfatti interpretata da Barbara Chichiarelli è un gigante di questa prima serie. Squadrando il duce lo monumentalizza: “Sei la guerra e la pace, la forza e l’intelligenza, il male e la cura, la vita e la morte, sei tutto”. Le fa da contraltare, con altrettanta forza e ancora più coraggio la figura di Velia Titta Matteotti, moglie di Giacomo Matteotti, emblematica resistenza silenziosa ma determinata. Dopo l’assassinio del marito nel 1924, Velia non si piegò al regime: osò presentarsi direttamente davanti a Mussolini per chiedere verità e giustizia, un atto di coraggio straordinario per l’epoca. La sua storia è quella di una donna colta e determinata che, nonostante le continue minacce e la sorveglianza della polizia fascista, mantenne viva la memoria del marito e protesse i suoi figli. In una lettera alle autorità, arrivò persino a chiedere – e ottenere – che nessun rappresentante del regime fosse presente al funerale del marito, un altro atto di sfida significativo. La sua vita, segnata da quello che lei stessa definì “un’autentica schiavitù”, testimonia come la resistenza al fascismo fu anche femminile, silenziosa ma non per questo meno coraggiosa.

Se il libro di Scurati ha il merito di raccontare la storia attraverso la letteratura, l’adattamento televisivo riesce nell’impresa di tradurre questa complessità in un linguaggio visivo potente e contemporaneo. Entrambe le opere ci ricordano che la storia è ciclica, mai davvero passata, continua a parlarci e a metterci in guardia attraverso le sue molteplici rappresentazioni. Aprite un giornale o un sito di notizie e constatatelo.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 7 gennaio 2025

Cinque libri per ritrovare la nostra connessione con la natura

Leggere storie immerse nella natura offre diversi benefici profondi, soprattutto nel nostro contesto contemporaneo. Penso che le storie ambientate nella natura spesso ci mettono di fronte ai nostri limiti umani. Quando i personaggi si confrontano con la meraviglia di qualcosa come un tramonto o una montagna o la forza degli elementi, con l’isolamento o con paesaggi estremi, emergono le verità più profonde sulla condizione umana.

Leggendo L’ultimo omicidio alla fine del mondo di Stuart Turton si aggiunge la catastrofe che ha toccato il pianeta e penserete a Lost, ma anche a 1984 e ad Agatha Christie. Turton ci porta su un’isola ai confini della Terra, ultimo rifugio dell’umanità circondato da una nebbia letale. In questo avamposto di 122 sopravvissuti, dove la natura riconquista lentamente una vecchia base navale, la vita è regolata dai Savi, custodi della memoria del mondo perduto. Ogni abitante convive con Bia, una voce nella mente che tutto vede e tutto sa, in una società apparentemente utopica dove tutti contribuiscono al bene comune fino ai sessant’anni, età in cui si muore serenamente nel sonno.

Ma l’equilibrio si spezza quando un incendio rivela diversi cadaveri, tra cui quello di un Savio. Emory, una giovane che ha sempre messo in discussione questo mondo artificioso, deve risolvere il mistero prima che la nebbia inghiotta l’isola.

La natura diventa uno specchio che ci aiuta a comprendere meglio noi stessi, non è un caso che molti dei grandi romanzi di formazione siano ambientati in contesti naturali. Ce lo dimostra Marta Aidala nel suo romanzo d’esordio La Strangera. Beatrice, una studentessa universitaria di Torino con la tesi in sospeso, decide di cambiare radicalmente vita per seguire la sua passione per la montagna, accettando un lavoro in un rifugio alpino. Qui incontra un piccolo mondo fatto di personaggi peculiari: il Barba, il burbero ma affettuoso rifugista, Daniele il cuoco, e gli aiutanti Berto e Gioele. Nel rifugio, luogo sospeso tra cielo e terra, Beatrice cerca di ridefinire il suo rapporto con la montagna, passando da un approccio competitivo e sportivo a uno più contemplativo e rispettoso. Nonostante il soprannome “la strangera” che le viene affibbiato, trova una nuova dimensione e si innamora di Elbio, un pastore-malgaro profondamente radicato nella cultura montana – suo perfetto opposto per carattere e origini. Ma proprio quando sembra aver trovato il suo posto, un tragico incidente in montagna mette in crisi tutte le sue certezze. Mi ci sono riconosciuto pensando alle giornate trascorse ad aiutare nella gestione del Rifugio Menaggio. Alla sera, scesi tutti, si rimaneva noi e il panorama sconfinato.

Lo stesso che si respira in Kukum di Michel Jean. Il romanzo racconta la storia vera della bisnonna dell’autore, che si innamora di un giovane Innu e sceglie di unirsi alla comunità di Mashteuiatsh in Quebec. È un racconto di amore e integrazione culturale, dove Almanda impara a vivere secondo gli usi del popolo Innu, affrontando non solo le differenze culturali ma anche un profondo processo di apprendimento e adattamento al loro stile di vita nomade. La narrazione si intreccia con temi cruciali come la sopravvivenza della lingua e della cultura Innu, minacciate dalla modernizzazione, e il drammatico impatto dell’industria del legname che ha devastato le foreste secolari del Quebec, costringendo la comunità a modificare radicalmente il proprio stile di vita. Il libro è anche una potente testimonianza non solo di una storia d’amore che supera le barriere culturali, ma anche della resilienza di un popolo di fronte ai cambiamenti imposti dalla società moderna, toccando temi ancora attuali come la vulnerabilità delle donne indigene e la conservazione ambientale.

Accoglienza, integrazione, ecologia, sono i temi forti del romanzo. Temi che ispirano anche quando capita di imbattersi nella saggistica. Credo che per capire a fondo il significato di queste parole dovremmo tutti leggere Sapiens di Yuval Noah Harari. Lo storico e filosofo autore di best seller da 40 milioni di copie ci accompagna in un viaggio strepitoso lungo quanto l’evoluzione dell’umanità attraverso momenti chiave: dalla separazione dagli scimpanzé 6 milioni di anni fa fino al presente. L’autore identifica tre rivoluzioni fondamentali che hanno plasmato la nostra specie.

La Rivoluzione Cognitiva (70.000 anni fa) segna il momento in cui Sapiens sviluppa la capacità unica di creare e credere in realtà immaginarie attraverso il linguaggio, permettendo la cooperazione su larga scala. La Rivoluzione Agricola (12.000 anni fa) porta a un paradosso: più cibo disponibile ma condizioni di vita peggiori per la maggioranza. Questo cambiamento introduce nuovi concetti come la pianificazione a lungo termine e porta alla nascita di strutture sociali complesse, del denaro e delle religioni. La Rivoluzione Scientifica (1500 d.C.) rappresenta secondo Harari il momento più significativo, che ha cambiato non solo il destino dell’umanità ma di tutti gli esseri viventi sulla Terra.

Dalla lettura e dal come vanno le cose tra guerre e disastri ambientali, viene un dubbio: forse stiamo perdendo la capacità di comunicare tra noi? Qualcosa possiamo leggerne in Nexus, dove Harari si concentra sul presente e sul concetto di interconnessione globale. Come suggerisce il titolo stesso, il libro analizza la rete di connessioni che lega tecnologia, umanità, individui, istituzioni e centri di potere, esplorando come queste relazioni influenzino il nostro presente e plasmino il nostro futuro.

Cinque libri per ritrovare la nostra connessione con la natura

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 23 dicembre 2024

Arte e impresa, quando la creatività incontra la produzione industriale

L’arte non è mai stata un universo isolato, chiuso in un mondo astratto e autoreferenziale. Alcuni dei più grandi artisti del Novecento hanno saputo intrecciare la loro creatività con il tessuto produttivo, generando progetti che sono stati capaci di oltrepassare i confini tradizionali dell’espressione artistica. Questi incontri tra immaginazione e industria hanno dato vita a narrazioni visive uniche.

Il mondo dell’arte contemporanea offre altri esempi illuminanti di questa sinergia creativa: Keith Haring che trasforma gli Swatch e la Absolute in installazioni artistiche, o Andy Warhol che ridisegna l’immagine delle BMW, elevando il design industriale a opera d’arte. Questi artisti hanno promosso un dialogo profondo tra creatività e produzione.

Arte e impresa, quando la creatività incontra la produzione industriale

Esempi straordinari italiani sono quelli di Ermanno Olmi, regista e poeta visivo che ha collaborato con Edison, trasformando il racconto industriale in un’epopea cinematografica che celebra il lavoro e il progresso. Analogamente, Gianni Berengo Gardin ha saputo restituire attraverso la fotografia l’anima produttiva di Marazzi, catturando l’essenza di un’azienda leader nella ceramica con gli stessi occhi con cui ha guardato le strade d’Italia nei suoi reportage sociali.

Arte e impresa, quando la creatività incontra la produzione industriale

Rapidità e dettagli

Ancora per tutto dicembre, l’arte contemporanea di Berengo Gardin si ammira nelle Sale Estensi di Palazzo Ducale a Sassuolo.

Afferma il fotografo sul catalogo della mostra: «Nel 1977 fui chiamato dalla Marazzi di Sassuolo a documentare il nuovo metodo in grado di rivoluzionare il sistema di produzione delle mattonelle: le linee veloci. Era affascinante vedere la rapidità con cui, sul nastro trasportatore, arrivavano le mattonelle appena fatte: un insieme dinamico di colori e disegni che vorticavano. Mi sembrava che il soggetto principale non fosse quindi la singola decorazione, ma proprio il ritmo di produzione e l’insieme colorato che si generava. Rispetto ad altre situazioni industriali in cui mi sono trovato a lavorare, dall’Olivetti, alla Fiat, all’Italsider, all’IBM, qui a colpirmi è stato l’oggetto e il suo materializzarsi rapido, sotto i miei occhi.

Mi fu chiaro subito come la sfida professionale fosse quella di riuscire a cogliere il flusso veloce dei colori, la scia dinamica delle forme. Il colore che ho usato sempre poco si imponeva, quindi, come scelta. Provai inoltre a lavorare in modo diverso da quel che normalmente facevo. Sono grato alla Marazzi per avermi lasciato libero di realizzare delle fotografie come queste, astratte, che anticipano in qualche modo un approccio concettuale inusuale a quell’epoca nella foto industriale in cui, in genere, veniva richiesto una documentazione più oggettiva, documentaria, del prodotto. Una festa per gli occhi e, per me, un lavoro molto originale».

Arte e impresa, quando la creatività incontra la produzione industriale

Segmenti e riccioli

Il ritmo vorticoso dei nastri trasportatori, i colori che si intersecano e i frammenti di movimento industriale sono qualcosa di molto originale nel silenzio delle stanze di questa residenza magnifica. Balli di corte, merletti suntuosi e pranzi luculliani se ne sono andati per sempre. Rimangono le brume del parco che alla sera assediano le mura la cui stratificazione storica è ben raccontata nell’ala opposta dell’edificio. Il Palazzo Ducale di Sassuolo rappresenta oggi una delle più importanti e meglio conservate residenze barocche dell’Italia settentrionale. Il suo aspetto attuale prende forma per volere del duca Francesco I d’Este, che nel 1634 incarica l’architetto Bartolomeo Avanzini di trasformare l’antico castello di famiglia in una moderna dimora extraurbana per la corte. Pitture murali, decorazioni a stucco, sculture e un gigantesco impianto d’acqua ancora oggi trasmettono il senso di questa “villa di delizia” estense.

Arte e impresa, quando la creatività incontra la produzione industriale

La serie di 42 fotografie di Berengo Gardin esposte diventano allora un ponte tra passato e presente, creando una narrazione visiva che trasforma lo spazio industriale in un’opera concettuale. Segmenti e linee (veloci, appunto) si agganciano ai riccioli barocchi, i colori dialogano con le decorazioni e i nostri occhi scoprono il piacere di un abbinamento che, probabilmente, solo qui capita di ammirare.

Arte e impresa, quando la creatività incontra la produzione industriale

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 4 dicembre 2024

Espresso Day, dal caffè al riciclo sostenibile delle capsule

Ho un marito caffeinomane e dunque tutto quello che state per leggere è influenzato da un clamoroso conflitto di interesse famigliare.

Il 23 novembre è l’Espresso Day. Secondo un’indagine di Mediobanca, se ne consumano nel mondo circa 3 miliardi di tazzine al giorno, per buona pace del mio consorte che sostiene che bisogna diffidare da chi rinuncia a questa bevanda che è anche un omaggio all’italianità.

La tazzulella è celebrata dal nostro cinema in titoli che hanno fatto la storia, da Totò e Peppino ne “La banda degli onesti” a Paola Cortellesi in “C’è ancora domani,” passando da “Bianco rosso e verdone”, “Vieni avanti cretino”, “Il mostro” di Benigni, “Benvenuti al Nord”, solo per citare alcune pellicole di culto.

Espresso Day, dal caffè al riciclo sostenibile delle capsule

Il nome “espresso” deriverebbe dal brevetto di Angelo Moriondo che nel 1844 ideò la prima macchina da bar in grado di estrarre un caffè rapidamente. Il manifesto pubblicitario del 1922 definiva questo modo di ottenere il caffè veloce come un treno espresso. Nota per i lettori più giovani: era l’intercity pre-boomer. La macchina a leva degli anni ’40, con la pressione di cui era capace, contribuì alla caratteristica crema color nocciola. Oggi ci sono macchine che con questo principio ci portano il caffè in casa ma buono come quello del bar. Di queste, le rivisitazioni più innovative trasmettono il genio e la creatività di uno dei simboli più riconoscibili del Made in Italy. Sono abbastanza sicuro che Leonardo ci avrebbe disegnato qualcosa di originale in proposito.

Intanto, l’estro italiano arriva anche quando il caffè, inteso come la miscela usata, ha dato la bevanda. La polvere, infatti è ottima come concime per le piante perché ancora ricca di nutrienti perfino dopo averci graziato con quell’inconfondibile gusto. Se la polvere del caffè utilizzato dalla moka o dal bar è facilmente riutilizzabile, le cialde di casa sono un problema, riciclarle non è facile.

Espresso Day, dal caffè al riciclo sostenibile delle capsule

Tra le aziende in prima linea sul recupero di questa preziosa risorsa estraendola dalle cialde c’è Nespresso, che ha avviato un programma nazionale capace di conciliare solidarietà e tecnologia. Così la miscela esausta concima risaie il cui prodotto è donato al Banco Alimentare, mentre l’alluminio torna ad essere risorsa preziosa.

Le cialde sono in grado di preservare meglio le caratteristiche organolettiche del caffè e l’alluminio utilizzato è di primissima qualità. Per questo è separato e destinato alle fonderie per avviare il processo di riciclo che lo trasformerà in nuovi oggetti come biciclette, lame, penne. A Gavardo, ho visitato l’impianto protagonista di questa fase dell’economia circolare alla GARM, Gavardo Recupero Metalli.

Tra i boschi a nord di Brescia, l’aroma dei fondi di caffè si avverte già nel piazzale. L’impianto è ben lontano dall’idea di una discarica, è piuttosto una stazione ecologica modello, ordinata e pulita, gestita da personale giovane. Il via vai di ruspe movimenta metri cubi di capsule esauste, come enormi cucchiaiate date in pasto alla macchina che le fagocita. Il lungo apparato (quasi) digerente è un parallelepipedo in cui la componente umida è separata dal metallo. La prima tornerà alla terra in forma di compost, il secondo diventerà materia prima “seconda”, ossia materiale, derivante da un processo di recupero, che diventa un input o nuova materia “prima” in una nuova produzione uguale o diversa da cui è stata generata. Sembra un processo facile, ma per quanto semplice da comprendere è complesso e realizzato attraverso un impianto progettato allo scopo. Tra le recycling bag che arrivano dai punti di riciclo Nespresso e il prezioso granulato a termine lavorazione ci sono tramogge, setacci, generatori di campi magnetici, macinatori, mulini, vibrovagliatori, frantumatori. Il granulato di alluminio che si ottiene è il “prodotto finito”, confezionato in grandi sacchi e avviato agli impianti a cui è destinato. Giovanni Bonacina è l’amministratore unico della GARM: «I materiali lavorati ammontano a 60mila tonnellate annue – carico di oltre 1300 TIR, ndr – il totale concesso dalle attuali autorizzazioni, ma esistono ampi margini di crescita perché le potenzialità dell’impianto sono notevoli e aprono a prospettive di importanti sviluppi, a livello produttivo e occupazionale.» Sulla bontà del caffè, sono sicuro che mio marito questi aspetti ancora li deve leggere nella tazza del suo piacere quotidiano.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 22 novembre 2024

“E poi il silenzio”: la tragedia di Rigopiano diventa una serie tv

«Rigopiano è una Pompei di montagna.» Le parole sono di Paolo Negro, il regista di E poi il silenzio che da podcast passa a docuserie in 5 episodi Sky Original.

I fatti sono noti. Quel fatidico 18 gennaio 2017, dopo ore di copiose nevicate, una valanga di proporzioni mostruose concentrò la propria forza nel canalone a valle del quale si trovava l’Hotel Rigopiano, piallando letteralmente la struttura in cemento armato dal fianco della montagna. Non fu la tragedia con più vittime registrata sugli Appennini, ma è davvero la strage che avrebbe potuto coinvolgere ognuno di noi per aver trasformato in un istante un paradiso naturale in un inferno di neve, detriti e corpi.

Caso vuole che ho condiviso con Paolo Negro un altro lavoro nel difficile ambiente della montagna invernale. Proprio per questo, so che è uno estraneo al sensazionalismo o al lasciarsi travolgere dalle emozioni.

Per questo penso che l’opera che ha firmato con Pablo Trincia e Debora Campanella sia una testimonianza che rimarrà, con i video delle disperate operazioni di soccorso di Vigili del Fuoco, Soccorso Alpino, Guardia di Finanza e Guardia Costiera, che lottarono contro il tempo e la natura. Sopravvissuti e familiari delle vittime hanno riconosciuto al team di Sky una delicatezza che, nel contrasto straziante delle emozioni, ha permesso una presentazione lucida di una storia che mostra fino agli ultimi, preziosi, istanti di normalità di chi non c’è più. Nei filmati che i parenti hanno accettato di condividere appaiono sorrisi, risate, momenti di spensieratezza fissati pochi attimi prima della fine.

La valanga assassina

È evidente che la parte riguardante le precipitazioni fosse inevitabile, una valanga stessa è impensabile da contenere, ma tutto quello che poteva essere mancato in tema di prevenzione e organizzazione repentina dei soccorsi, tutto, mancò. Tra le tante ricostruzioni viste fino a oggi, a “E poi il silenzio” va riconosciuto l’aver concatenato documenti, voci, pareri autorevoli che dimostrano come l’effetto del disastro naturale fu moltiplicato dal disastro umano di funzionari impreparati, mezzi fuori uso, ritardi della macchina dei soccorsi, raccomandazioni mai applicate, fino alla sentenza che ha lasciato nella disperazione i superstiti, violentati da 22 assoluzioni e solo 8 condanne. «C’è una quantità di errori umani e superficialità che, accumulandosi, hanno prodotto la vera valanga che ha ucciso le persone», dichiara Negro. La docuserie scava tra le macerie della verità cercando le risposte alla domanda sul come quelle vite potevano essere risparmiate.

Quasi otto anni dopo, la Corte Suprema di Roma si appresta a valutare il ricorso su una sentenza che ha lasciato troppi dubbi. L’udienza è fissata per il prossimo 27 novembre.

Il limite invalicabile

Lasciando a chi di dovere trarre le conclusioni, mi rimangono le impressioni su questi cinque episodi sconvolgenti. Paolo Negro confessa che, da autore prima ancora che da regista, «la cosa più forte è stata gestire il peso della responsabilità delle testimonianze raccolte. Il dolore di un padre che perde un figlio è un dono prezioso e terribile. Silenzi e frasi appese sono forse la cosa che ancora oggi, dopo innumerevoli visioni, mi fanno saltare un battito di cuore».

La voce e il tono di Pablo Trincia sono inconfondibili nel podcast, ma il lavoro video è potenziato dall’intervento degli ambienti della “Pompei di montagna” e delle espressioni degli interlocutori. Papà, mamme, sorelle, figli stanno in silenzio lasciando al linguaggio visuale il commento. Qui la regia si aiuta con l’efficacia teatrale di proiezioni suggestive supportate dall’intelligenza artificiale. «È stato molto sfidante – aggiunge il regista – gestire la sincronia di un coro di voci che raccontano lo stesso momento da prospettive diverse ed ancor di più trovare delle soluzioni visive per descrivere un posto che non c’è più e per raccontare terremoto e valanga senza utilizzare repertori».

Ho chiesto a Pablo Trincia se, durante la registrazione, ci sia mai stato un momento sofferto e stupefacente in cui Pablo, Debora, Paolo, anime sensibili prima che autori, guardandosi in faccia, si siano detti “questo è troppo per essere raccontato”. Si è preso qualche secondo per rispondere. «Sì, quando i parenti ci hanno descritto la restituzione degli effetti personali. Avevamo visto le immagini, ma abbiamo deciso che era un limite per noi invalicabile».

Il quinto episodio, l’ultimo, il più forte, racconta bene il momento. Posso solo sperare che anche giudici e inquirenti abbiano tempo di guardare le immagini, neanche per un attimo noiose o melodrammatiche.

La docuserie è disponibile da oggi su Sky TG24, Sky Documentaries e in streaming su NOW. 

"E poi il silenzio": la tragedia di Rigopiano diventa una serie tv

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 20 novembre 2024

Premio Vermentino 2024: tra Gallura e Tirreno, il vino diventa letteratura

All’inizio del mese che vuol farci riflettere sul rispetto verso le donne, questo è un post tutto al femminile. Mentre cammino a fianco di Daniela Pinna tra le vigne, mi racconta di sua nonna. Questa terra era lasciata alle donne mentre gli uomini si dedicavano ad altro. Così, col tempo, molte piante si persero e si dovette lavorare sodo per recuperarle, con quella combinazione tra passione e mani amorose che solo le donne comprendono.

La bambina che ascoltava il racconto della nonna, oggi è presidente del Consorzio Vermentino di Gallura DOCG. Del terreno di famiglia, mi racconta la fatica e i segreti tramandati, intercalando le parole ai silenzi durante i quali accarezziamo con lo sguardo i filari che dai 500 metri della montagna scendendo al livello del mare.

In lontananza, il rumore delle cave ricorda che siamo appoggiati sul granito, altro prodotto eccellente di questa terra sospesa nella magia di un clima influenzato da suolo e da venti che, insieme, contribuiscono a creare un vino originale e sempre più ricercato. 

Premio Vermentino 2024: tra Gallura e Tirreno, il vino diventa letteratura

Affacciato alle onde del Mar Tirreno, il Vermentino profuma di Liguria, di Toscana e di Corsica. Ma è in Sardegna, con il Vermentino di Gallura DOCG che l’apice qualitativo si esprime in un terroir granitico e, nel suo percorso, raccoglie la narrazione buona da essere tramandata davanti a un calice, riflesso di parole e grappoli. Su queste basi, la Camera di Commercio di Sassari ha creato il Premio Enoletterario Vermentino.

Premio Vermentino 2024: tra Gallura e Tirreno, il vino diventa letteratura

Un ricettario emotivo

L’edizione 2024 del premio è andata a una critica gastronomica e scrittrice di un romanzo che è, insieme, ricettario per l’anima e guida alla rinascita. Ne I fiori hanno sempre ragione, Roberta Schira racconta un’esperienza di resilienza gentile ma determinata, sintetizzata in una pagina. “Per curarti non cucinare, ma fai da mangiare, solo nel fare c’è guarigione”. La protagonista Eleonora è una chef rinomata di Milano, ha costruito la sua arte culinaria sugli insegnamenti della nonna Ernesta, in un percorso dove i profumi sono bussola delle emozioni. La sua vita, basata su una straordinaria sensibilità olfattiva e gustativa, viene però sconvolta da un incidente che le fa perdere proprio questi sensi. Il risveglio dal coma coincide anche con la perdita dell’amata nonna Ernesta. Ma è proprio attraverso questa concomitanza che l’eredità spirituale della nonna, sotto forma di lettere e ricette per lo spirito, che Eleonora inizia il suo cammino di rinascita. Tutto il libro è un invito a “cucinare stati d’animo”, a trasformare il dolore in nuove possibilità, a riscoprire se stessa oltre la perdita dei sensi. Il messaggio centrale risuona come un manifesto di empowerment femminile, quello per cui prendersi cura di sé è tutt’altro che un lusso, è un diritto.

Il peso dei limoni

Il premio ha una menzione per le opere che raccontano un territorio. Il sentiero delle formichelle di Alessia Castellini, è un cammino di sorellanza, una storia che l’autrice dichiara di aver scoperto per caso, ma che, appena venutane a conoscenza, ha voluto approfondire. Alessia è una giovane ricercatrice che, per scrivere, si è presa una pausa dalla scienza e ci porta sui ripidi sentieri della Costiera Amalfitana. I limoni profumano l’aria, il mare bacia la roccia e due donne straordinarie intrecciano una storia. Le chiamavano “formichelle” perché sulle spalle portavano pesanti ceste di agrumi. Al centro di questo racconto ambientato negli anni Quaranta, ci sono le due gemelle Rachele, custode di tradizioni e di regole ancestrali della sua terra, e Nannina, che coltiva sogni più vasti dei sentieri che percorre. Due anime diverse, ma unite da un destino comune, come i due volti della stessa montagna che ogni giorno affrontano.

Ottant’anni dopo, due sorelle giungono in questi luoghi per scoprire una verità familiare dimenticata tra i gradini scavati nella roccia e il profumo degli agrumi.

Alessia Castellini ha un modo di narrare delicatissimo e suadente. Capace di tessere un arazzo di memoria e scoperta che, come i secolari terrazzamenti di coltivi, resiste al tempo e alle intemperie, dimostrando che alcuni vuoti smettono di essere abissi in cui cadere per diventare spazi in cui volare. E ritrovarsi. “Realizzò in quel momento che avrebbe tanto voluto aver perso i genitori, perché c’è una differenza tra le cose perse e quelle che non esistono più: soltanto le prime possono essere ritrovate”.

Premio Vermentino 2024: tra Gallura e Tirreno, il vino diventa letteratura

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 31 ottobre 2024