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Ricordiamo le vittime di mafia. Il silenzio può renderci tutti complici

Oggi, 21 marzo, si ricordano le vittime delle mafie e sono a Palermo.

Cammino per le strette vie della Vucciria, budelli di pietre che odorano di vita. Il meraviglioso cielo siciliano devo cercarlo molto in alto, sopra la mia testa. Ma passa in secondo piano, perché c’è una parte di questa terra che è tutt’altro che meravigliosa.

Sui percorsi tra un punto e l’altro della città è facile incappare nelle memorie legate alla ricorrenza di oggi. Come in via Notarbartolo e nella chiesa di San Domenico. Due indirizzi accomunati da fogli di carta con sopra messaggi, poesie, memorie. Sono tanti e tutti con un unico destinatario. Giovanni Falcone.

Ricordiamo le vittime di mafia. Il silenzio può renderci tutti complici

Il grande albero davanti alla casa dove abitava ha il tronco letteralmente tappezzato da un mosaico di umanità scritta e disegnata. Così come la sua tomba in San Domenico, la chiesa che è considerata il Pantheon di Palermo.

Mentre sono dentro, c’è la messa e, contemporaneamente, entrano delle scolaresche. Sono due mondi, uno passivo che prega e l’altro attivo che è in pellegrinaggio. Li immagino collegati, i fedeli inginocchiati e i ragazzi che raggiugono la lapide. Silenzi che comunicano, spero. Un insegnante alza il braccio verso le tavole ai lati della nicchia, ci sono scritti i nomi degli altri massacri del 1992. La moglie di Falcone, giudice Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, le loro scorte.

Ricordiamo le vittime di mafia. Il silenzio può renderci tutti complici
Ricordiamo le vittime di mafia. Il silenzio può renderci tutti complici

La cattedrale è nella parte alta della città, lì gli spazi sono aperti, le architetture respirano, l’aria profuma. Sembra un altro luogo, ma due nomi mi riportano nei confini. Pino Puglisi e Salvatore Pappalardo, un parroco e un cardinale, uno a fianco all’altro. Il prevosto che fu freddato dal sicario mentre rientrava in casa e il cardinale che per primo osò denunciare apertamente uno stato di fatto inaccettabile come quello mafioso.

C’è un ultimo passaggio in cui incappo mentre scendo alla mia destinazione verso il porto. La street art di TV Boy con Falcone. Un messaggio con la citazione “È tempo di andare avanti”. La condanna alla mafia può essere pop.

Ricordiamo le vittime di mafia. Il silenzio può renderci tutti complici

A Santa Maria di Porto Salvo ho un appuntamento. Nella chiesa sul mare c’è un’immagine ritenuta miracolosa, e proprio sulla stessa piazza c’è Santa Maria dei Miracoli, il cui altare è una barca davanti a cui si riuniscono i migranti. Per alcuni arrivare qui è stato davvero un miracolo, mi domando se speravano in una destinazione migliore e se conoscono il clima che ha preceduto il loro sbarco.

Sto fissando tutto questo sul quaderno, in piedi. Ho lo zaino calzato al contrario, sulla pancia, mi fa da appoggio per carta e penna. Sono all’antica. Quando Don Rosario mi avvicina, sorride, forse più per la scena che per la sola circostanza del saluto.

Lui è don Rosario Giuè, l’ho ascoltato nel documentario Chiesa Nostra, presentato a Palermo dal suo regista, Antonio Bellia. Nel film, Rosario Giuè è interpellato perché autore di Vescovi e Potere mafioso (Cittadella Editore), puntuale indagine sull’atteggiamento dell’Episcopato italiano di fronte alla malavita organizzata.

Penso che tutti dobbiamo vedere questo filmato. Per riflettere su come il silenzio possa renderci tutti complici dei mafiosi, quindi mafiosi noi stessi. Per riflettere anche su come la mafia sia abile nel comprarsi i favori, perfino quelli dei ministeri più sacri.

Don Rosario è chiarissimo nel raccontare come ai tempi di Falcone e Borsellino, con tutto il fiume di sangue che precedette, sia mancato l’impegno episcopale immediato e concreto. Con il silenzio, chi lottava fu lasciato solo. Quindi facile da eliminare. Un bell’aiuto alle cosche.

Tra le voci del documentario c’è Alessandra Dino, docente di sociologia all’Università di Palermo e autrice di La mafia devota. Pur tra tante testimonianze autorevoli, tra cui don Ciotti, rammarica che sia l’unica donna a parlare di un argomento in cui proprio la parte femminile delle famiglie ha avuto un ruolo importante nel tessere i rapporti tra mafia e società.

Rimango convinto che nei luoghi dove governano le donne si viva meglio. Hanno un rispetto della vita diverso, legato alla loro capacità di portarla dentro con nove mesi di fatica. A maggior ragione rimango stupito dal ruolo femminile di silenzio. È complicità o qualcos’altro? La risposta contunua a mancarmi. Intanto, l’intervento della docente segue al grido di Giovanni Paolo II, quel “Convertitevi! Arriverà il giudizio di Dio” tuonato ad Agrigento 30 anni fa. La professoressa Dino afferma che “il re è nudo”, perché è in quel momento che il problema arrivò davvero a galla. «Erano le donne ad andare a confessare i peccati dei mariti – conferma – e tutti sapevano da dove arrivavano i soldi per le processioni.» Però il sistema ha iniziato a scricchiolare. C’è, ma è meno solido. La guardia non va abbassata.

«Non esiste una sola mafia, come non esiste una sola chiesa», precisa la Dino nel suo testo. I colori dei colletti sono cambiati, le mafie sono nella finanza, nell’imprenditoria, nella politica. A volte dove meno ce le si aspetta. Giornate come oggi servono a ricordarcelo. E a ricordarci che il nostro silenzio è la loro forza.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 21 marzo 2024

Chi era don Peppino Diana, il prete senza tunica freddato dalla camorra

Giuseppe Diana era un prete. Fu freddato dalla camorra il 19 marzo 1994, esattamente 30 anni fa. La tunica non lo protesse dai colpi di pistola. Anche perché la tunica, don Peppino mica la portava. Si sorprese pure Il sicario che gli sparò in faccia. Si trovò di fronte un uomo di 36 anni in jeans e dovette pure chiedere chi fosse il prete lì. Non si è abituati a sacerdoti così. Nemmeno la camorra, che non gli ha perdonato il mettersi di traverso con i suoi affari. Forse non è abituata nemmeno la chiesa, che non lo ha beatificato, diversamente dalla sua gente che invece continua a portarlo nel cuore. Un macigno scomodissimo tra ingranaggi complicati. La camorra gli ha destinato un proiettile. La Rai una miniserie tv. La chiesa?

Rosario Giuè è stato parroco a San Gaetano, Brancaccio, a Palermo. Quando cambiò sede, lasciò il posto a don Giuseppe Puglisi, freddato mentre rientrava in casa, tre anni dopo il suo insediamento. Preti nel posto sbagliato. O forse nel posto giusto. Il disegno è complesso.

Ho incontrato Don Rosario per chiedergli chi fosse davvero, don Giuseppe Diana, e perché gli ha dedicato Il Costo della memoria (Edizioni Paoline). «Sei mesi dopo la morte di don Puglisi, dal telegiornale apprendevo che a Casal di Principe, in provincia di Caserta, era stato ammazzato dalla camorra un giovane prete, don Peppe Diana, di appena 36 anni. Non lo conoscevo, ma rimasi colpito in profondità da quel giovane volto. Mi venne la voglia, di fare qualcosa per lui, per la sua memoria. È stato una persona seria, un cristiano serio, che non ha risparmiato sé stesso, in un contesto di sostanziale solitudine civile ed ecclesiale. Trent’anni fa pochi parlavano di camorra, in pubblico, nelle scuole. Lui osò gridare il Vangelo, non nel chiuso delle sacrestie, ma sui tetti. Lottò per la liberazione umana. E gliela fecero pagare. Non è questa una consegna che la Chiesa italiana, il Vaticano, dovrebbe fare propria? A me non piacciono le canonizzazioni. Ma non si dovrebbe fare  qualcosa di più in sua memoria?».

Mentre cammino per Palermo, è facile incappare nei luoghi della Memoria. Capaci, con la montagna di esplosivo che uccise Falcone, moglie e scorta. Via Carini, con la raffica a Dalla Chiesa, falciato con moglie e chi li doveva proteggere. Via d’Amelio, strage di Borsellino e poliziotti. Un campo di battaglia.

«Se si lasciano sole persone come Diana, come Puglisi, come Falcone, come Borsellino, dobbiamo sapere che ci assumiamo una grande responsabilità: quella del silenzio – dice don Rosario – E il silenzio, nella dura realtà, è complicità con i potenti, siano essi con la pistola in mano o siano con il colletto bianco, a vari livelli».

Per l’anniversario di oggi, guardo le foto di don Peppino. Cosa spaventa di un prete che non si veste da prete? Per don Rosario, «in una Chiesa molto clericale, nonostante il tentativo di riforma di papa Francesco, non vi è spazio per chi si pensa come una Chiesa “laica”, capace di autocritica, pienamente umana, che cerca di intercettare la vita reale degli uomini e delle donne. Don Diana non è stato prete clericale e la Chiesa italiana, perciò, non riesce a indicarlo, in modo costante e deciso, come proprio modello. Mi dispiace dirlo, ma non trovo altre parole. La Chiesa siamo noi: pastori e cristiani, uomini e donne. Una Chiesa d’insieme più libera sarebbe un segno importante nella società. Ma, per essere libera, la comunità ecclesiale dovrebbe rinunciare a quelle forme di sicurezza, anche economiche, che ne rendono pesante il passo. Solo una Chiesa libera, povera e aperta, come era don Diana, sarà credibile oggi agli occhi dei ragazzi e delle ragazze, che tanto amavano don Peppe».

Nello scritto “Per amore del mio popolo“, don Peppino affermava  che “la Camorra è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società”.

“Per amore del mio popolo era, in piccolo, un “progetto pastorale” – aggiunge Rosario Giuè – a partire dalla vita delle persone, non costruito per un “mondo a parte” che non può avere spazio nella città degli uomini e delle donne contemporanei. La Conferenza Episcopale potrebbe riprendere “Per amore del mio popolo” e farne ispirare con delle scelte storiche coerenti per il futuro”.

Provo a immaginarmi in quella mattina di trent’anni fa. Un killer col dito sul grilletto, il suo sguardo sulla vittima, il buio nella canna della pistola. Cosa ha avuto davanti don Peppino in quell’ultimo istante?

“Penso che don Diana, che si preparava quella mattina presto a celebrare l’eucaristia, ha provato tanto sgomento – don Rosario riflette – Una vita così giovane veniva spezzata. A me non piacciono né convincono le immagini “celestiali” e facilmente “sacrificali” che ci vogliono propinare i killer di mafia o certi film buonisti. La realtà è dura da accettare. Don Diana, come don Puglisi, avranno avuto paura, come noi. Ma non accettare questo è utile alla logica che li vuole vedere come irraggiungibili per noi, per l’istituzione ecclesiale. Ed invece sono così vicini a noi, proprio perché erano come noi. Ne saremo all’altezza come Chiesa italiana?”.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 19 marzo 2024

Il prete che sfidò Hitler

Lo storico Yuval Harari afferma che “in un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere”. Questa Giornata della Memoria mi piacerebbe dedicarla proprio alla lucidità. I numeri sono importanti e quando si parla del 27 gennaio, giorno in cui le truppe russe superarono i cancelli di Auschwitz, l’abisso delle cifre può farci annegare. Milioni di morti causati dalla follia umana rischiano di essere una mera statistica senza la lucidità della riflessione. Per questo, vorrei proporvi il ricordo di due figure. Una è ebrea, l’altra no. Una ha operato alla luce del sole durante il periodo più buio della seconda guerra mondiale, mentre l’altra era braccata dalle SS e rinchiusa in una carbonaia nel cuore della Germania. Di fronte allo sfacelo, Fernanda Wittgens e Lothar König hanno rischiato la propria vita e le loro gesta sono state raccolte in libri.

L’uomo è un filosofo che aderì a uno dei circoli della Resistenza tedesca e da lì iniziò a svolgere attività di intelligence, all’interno della Germania in collegamento coi vescovi che si opponevano al nazismo e all’esterno comunicando in Vaticano i numeri della Shoah. La Santa Sede era al corrente degli intenti di Hitler, ma non era chiaro se conoscesse i dettagli della “soluzione finale”. A fugare ogni dubbio arriva il contributo di Giovanni Coco  con Le «Carte» di Pio XII oltre il mito, edito da Archivio Apostolico Vaticano – Città del Vaticano. Il paziente lavoro svolto da Coco mette in fila una serie di dettagli che chiariscono la posizione del pontefice. Tra i documenti più preziosi c’è proprio la lettera di padre König con le informazioni. “Ogni giorno si uccidono fino a 6.000 persone…”. “Non ho solo la lista completa (dei detenuti, ndr), ma anche i nomi di tutti i preti uccisi dall’aprile 1942”. “Le informazioni sono procurate correndo grandissimi rischi”. In molti si chiedevano se Hitler avrebbe davvero varcato il soglio di San Pietro per trasferire il Papa in Germania. La domanda che ci si pone tocca il ruolo dello stesso pontefice. Il suo silenzio aveva radici antisemite o era fondato sull’evitare che la ferocia nazista si propagasse ulteriormente accanendosi sulle realtà fino ad allora risparmiate, molte delle quali si stavano adoperando per nascondere ebrei, partigiani e prigionieri di guerra in fuga? Le preoccupazioni del gesuita sembrano confermare questa seconda ipotesi. Il margine di manovra di Pio XII era limitatissimo e qualche aneddoto inedito nel libro dimostra come egli stesso fosse disposto ad accettare il rischio.

La donna è la prima direttrice della Pinacoteca di Brera. La scrittrice Sara Rattaro ce la presenta ne La donna che salvò la bellezza intenta a salvare dai bombardamenti e dalle razzie naziste le opere d’arte conservate nei musei milanesi. “Mi sono documentata molto sul periodo e sulla città – dichiara l’autrice – e sono rimasta affascinata da questa figura femminile che non ha esitato a salvare il mondo che amava. Opere d’arte, ma anche familiari, amici, ebrei e perseguitati”. Rattaro romanza la storia di una figura a cui noi tutti dobbiamo molto. Fu anche grazie a lei, ad esempio, che si salvò il Cenacolo di Leonardo. “Penso che la straordinarietà della sua figura stia nel suo mantenere i nervi saldi in una situazione che di normale non aveva nulla – continua l’autrice – vince un regolare concorso, si insedia in testa a un’istituzione sempre presidiata da soli uomini, non nasconde l’essere ebrea e per raggiungere i suoi obbiettivi decide, nonostante tutto, di concedere fiducia al figlio di un gerarca fascista”. Il ruolo del ragazzo è una delle sorprese del libro, che nasce come opera di narrativa per ragazzi, ma incanta con agilità chiunque voglia, sempre e comunque, credere che un mondo migliore è possibile. Lo dimostra il flash back che fa da incipit alla storia nel momento in cui, da ragazza, il padre la accompagna in quel museo che segnerà la sua vita.

“La bellezza è nutrimento dell’anima” ci disse.
“Che cosa vuol dire, papà?” risposi io osservando l’immagine di un uomo sdraiato che sembrava stesse dormendo.
“Perché lo chiedi, piccola mia?”
“Le persone vicino a lui piangono”
“Sono tristi perché Cristo è morto” mi spiegò e io rimasi lì, immobile a fissare quell’immagine perché non riuscivo a staccarmi.
Fu mio fratello Giulio Cesare a trascinarmi via, altrimenti, mi disse, sarei rimasta lì per sempre.
E in un certo senso è stato così.

Il prete che sfidò Hitler

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 27 gennaio 2024

Il presepe educativo

È il momento dell’anno in cui si preparano presepe e albero di Natale. Ci sono i grandi presepi monumentali come quello della val Gardena, probabilmente il più grande del mondo, scolpito in legno e arricchito ogni anno da nuove figure che cristallizzano la scena scaldando il cuore di chi lo ammira perfino nella più fitta nevicata. Ma ce ne sono di piccoli e piccolissimi, a volte talmente minuti da stare in gusci di noci.

Poi ci sono quelli nelle nostre case, con dimensioni diverse ma lo stesso valore profondo. Su una mensola o nell’angolo della sala, un tempo, l’allestimento del presepe aveva il potere di unire grandi e piccini. Le statuine in plastica che si diffusero negli anni ’60 presero il posto di quelle in gesso e in carta o, soprattutto nei paesi, di quelle fatte con i materiali che si trovavano nei campi, nei boschi o nei fondi di cantine e solai. Il risultato era sempre e comunque un momento che segnava ufficialmente l’inizio delle feste e coinvolgeva tutte le generazioni della famiglia.

L’allestimento del presepe, oggi, può anche diventare un’occasione educativa, al pari dei giochi più tradizionali. Lo spunto arriva da uno studio dell’American Academy of Pediatrics che, nello scoraggiare l’abuso della tecnologia per intrattenere i bambini, sottolinea l’importanza dell’utilizzo di altri tipi di attività creative tra genitori e figli.

Il presepe educativo

Anche gli psicologi sostengono il valore educativo delle attività per bambini che implichino la trasformazione di legno, metallo, stoffa, plastica perché favoriscono lo sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo dei piccoli. Queste attività – aggiungono gli studiosi – richiedono un coinvolgimento fisico più attivo, aiutando i bambini a sviluppare la coordinazione motoria e a favorire le relazioni collaborative.

Molte famiglie, tuttavia, si scontrano con la realtà di tempi limitati per fattori pratici irrinunciabili quali ad esempio quelli lavorativi o delle faccende di casa. Un presepe fai-da-te richiede più tempo che estrarre da uno scatolone statuine e decori, ma il risultato è sorprendente.

Preparare il presepe, o l’albero, trasformandolo in attività ludica e creativa è un modo per ottimizzare la qualità del tempo e anticipare di qualche giorno la serenità famigliare che avvolge le feste.

Il presepe educativo
Il presepe educativo

Lo scrivo per esperienza. Nel paesino dove vivo – Masso, frazione di Castiglione Chiavarese – qualche anno fa ho chiesto a genitori e bimbi di portarmi ognuno un presepe fatto con il materiale che desideravano. Garantii a tutti che avrei esposto la loro opera nell’antico oratorio. L’unico vincolo era che ogni presepe potesse essere contenuto in una cassetta della frutta, riciclata dai negozi della valle. Ne sono uscite cose straordinarie, ma non mi riferisco solo ai presepi, quanto alle storie che c’erano dietro ognuno di essi. Chi aveva scaricato un tutorial per imparare a fare statuine in maglia con la mamma, chi ha composto la natività con la pasta coinvolgendo la nonna, chi ha preso i turaccioli da tutti i parenti, chi ha fotografato amiche e amici per dare alle statuine i volti di tutti i compagni di gioco. Uno dei più piccoli ha addirittura chiesto ai genitori di aiutarlo a riprodurre il profilo dell’intero paese per farlo contenere nella cassetta, nella quale ha poi riprodotto tutti i dettagli dell’abitato fino alla mia gatta. Credo che questa presepeterapia si possa considerare una specie di esperimento sociale riuscito. Sul valore del significato simbolico delle raffigurazioni, si è espresso il nostro parroco Don Cyriaque affidandosi anche alla parola di Papa Francesco mentre ci ricorda che «il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia…».

Proprio sulle orme di un altro Francesco, non il papa ma il santo che il presepe lo mise in scena per primo, penso che realizzare con le proprie mani una natività o un albero di Natale, possa essere un atto d’amore.

Il presepe educativo

In un’epoca come la nostra, aggiungo, misurarsi con materiali naturali o di recupero come cartone e plastica a costo zero è una lezione sul riuso e sul riciclo che ci riporta all’antica abitudine per la quale, prima di buttare qualcosa, ci si pensava bene.

Una presa di coscienza per bambini e adulti in merito al concetto di cura degli oggetti, di responsabilità nel trattare le cose e di prendere coscienza che si possa ridurre il nostro impatto ambientale perfino partendo da un semplice presepe.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 11 dicembre 2023

El Greco e Shakespeare, il tormento umano a Milano

I due giganti dell’arte appartengono a contesti culturali diversi ma non distanti. La loro contemporaneità a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, trova corrispondenza nella vicinanza puramente fisica che si manifesta in questi giorni a Milano, dove Palazzo Reale ospita la mostra di El Greco mentre all’Elfo la scena è calcata dal Re Lear di Shakespeare.

El Greco e Shakespeare, il tormento umano a Milano
©Laila Pozzo

L’affinità tra il pittore cretese-spagnolo e il bardo della bella Albione passa dal palcoscenico grazie al lavoro co-diretto da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Da una parte l’artista noto per il suo stile pittorico distintivo, dalle figure allungate e dalla forte interpretazione emotiva dei soggetti. Dall’altra, l’autore che con le sue opere teatrali ha cristallizzato temi ed emozioni umane in una precisione eterna.

È ovviamente una coincidenza che siano approdati contemporaneamente sotto i riflettori milanesi, ma mi piace pensare che nulla sia mai davvero per caso.

Quel che Bruni e Frongia ne fanno, è abbastanza straordinario, a partire dai disegni delle scene disegnate dallo stesso Bruni e che ricordano El Greco per il trattamento della luce, ma nel tormento si riferiscono anche a Basquiat, per quanto Bruni affermi di aver trovato ispirazione nella cripta dei Cappuccini a Vienna.

El Greco e Shakespeare, il tormento umano a Milano
Roberto Serra courtesy MondoMostre

Le oltre due ore e mezza di spettacolo scorrono con un immenso Elio De Capitani Lear e un cast che orbita degnamente attorno alla demenza del re, stella polare per intrighi di corte e prove di lealtà, a conferma di come il passaggio tra generazioni possa essere causa di tragedie quando al buon senso e alla bontà d’animo si oppone il bieco interesse materiale. Così, le due figlie maggiori del sovrano (interpretate da Elena Russo Arman e Elena Ghiaurov) duettano in cattiveria contrapposte alla giovane Cordelia (Viola Marietti), accettabile nella sua purezza senza retorica nella traduzione di Bruni. Il dramma scorre con tutti quei passaggi di Shakespeare che ti rimangono addosso per molti giorni dopo che li hai visti a teatro, per quanto la performance milanese sia ringalluzzita qui e là da un esilarante Oswald (Nicola Stravalaci) che sarà anche perfido, ma è perfetto nell’alleggerire il clima che porta al tragico epilogo anticipato dalla notte tempestosa «più famosa della cultura occidentale», come la definisce Bruni in conversazione con La Lettura. «Questo è il nono Shakespeare che mettiamo in scena – aggiunge – abbiamo l’età giusta per fare questo viaggio assieme ai quattro folli Lear, Gloucester, il Matto ed Edgar».

El Greco e Shakespeare, il tormento umano a Milano

E davvero, per calarsi nel profondo dell’animo umano e prepararsi degnamente a questa esperienza, il consiglio è di prendersi qualche ora già dal tardo pomeriggio per anticipare l’appuntamento all’Elfo circondandosi della teatralità di Palazzo Reale di Milano. Doménikos Theotokópoulos, aka El Greco, nacque a Creta e morì a Toledo ventiquattro mesi prima che Shakespeare, più giovane di vent’anni, si spegnesse nella natia Stratford-Upon-Avon. Incontrarli nello stesso giorno è immergersi nella loro epoca e scoprirli straordinariamente contemporanei. Il compianto Lionello Puppi, uno dei maggiori studiosi del pittore, mi confidò un giorno che a El Greco avrebbe voluto dedicare un progetto speciale che lo presentasse come l’artista espressione dei ponti che può rappresentare l’uomo tra epoche e culture. Più o meno come lo fu la sua vita tra Creta, l’Italia e la Spagna. Un ponte sul Mediterraneo che è di lezione a molti. Affermava che Theotokópoulos passò dall’essere iconografo del mondo ortodosso a rappresentare il genio visionario che finì poi con l’ispirare artisti del calibro di Manet, Cézanne e Picasso. Tutta la sua estetica, unica e iconica, sfila nell’originale allestimento delle oltre 40 opere portate a Milano dalla National Gallery di Washington, dal Museo del Prado, dal Thyssen-Bornemisza, dalle Gallerie degli Uffizi e da altre sedi espositive che per la prima volta hanno concesso il viaggio delle preziose tele verso il nostro Paese.

El Greco e Shakespeare, il tormento umano a Milano
Roberto Serra courtesy MondoMostre

Caro Lionello, ti sarebbe piaciuta questa mostra, e subito dopo ti avrei portato a teatro, rimettendo di mezzo quel bicchiere di vino che spesso ci ha scaldato i cuori parlando di arte e di uomini.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 27 ottobre 2023

Michela Murgia e i confini di sangue che non funzionano

Michela Murgia ci ha lasciato un’eredità che va ben oltre quella pur preziosa delle sue opere. Serberemo di lei storie, ma anche geografie.

Le tracciamo dalle parole che Roberto Saviano ha ripreso da Michela durante l’orazione:  «…strade sicure le fanno le persone che le attraversano, le case sicure le fanno le luci dentro accese, i Paesi sicuri li fanno i popoli che rispettano i diritti degli ultimi, e un mare è sicuro non quando un confine lo divide ma quando una nave lo attraversa da sola.»

Su una premessa tanto importante, le storie si fondono. Se ne è parlato all’Internet Festival di Pisa. La suggestiva cornice della Gipsoteca di Arte Antica è stata il palco tutto al femminile dove Leandra Borsci ha ospitato Loredana Lipperini, giornalista di Fahrenheit e Giulia Paganelli, antropologa oltre che ideatrice e anima di @evastaizitta.

Proprio la Paganelli ha sottolineato come sia rischioso parlare di confini perché un’infinità di corpi e di caratteri ci condurrebbe a un’infinità di confini. «La politica identitaria è quella che porta alla logica produttiva e al legame riproduttivo, il cui scopo non è l’affetto ma il mantenimento delle linee di potere. Pensate a Martin (autore della saga del Trono di Spade, ndr)! Ma le guerre non si vincono con i legami di sangue, piuttosto con le compagnie affiatate e che condividono obbiettivi da conquistare. Sono realtà molto simili alle famiglie affettive o, in un termine tanto caro a Michela, alle famiglie queer».

Loredana Lipperini cita Papa Francesco che nel suo documento Laudate Deum tocca un argomento importante come gli egoismi che portano a catastrofi della portata dei cambiamenti climatici, ma anche agli isolazionismi. La giornalista sottolinea come il Pontefice si riferisca a un pensiero della filosofa e autrice Donna Haraway che scrive di scienza, teoria femminista e identità di genere, argomenti affinissimi a Michela Murgia ma che fino ad oggi non abbiamo mai sentito pronunciare dalla poltrona più importante in San Pietro. «Dio ci ha uniti a tutte le sue creature – legge la Lipperini con la voce che tradisce un po’ di emozione – Eppure, il paradigma tecnocratico può isolarci da ciò che ci circonda e ci inganna facendoci dimenticare che il mondo intero è una zona di contatto». Il riferimento è allo sguardo gettato oltre i confini della specie tracciati da scienziati e colonizzatori che scrivono la propria identità differenziandosi prima dagli animali e poi allungando la catena dello sfruttamento su altri corpi, attraverso il genere, la razza e quelle posizioni che prima o poi finiscono a un “tu sei diverso da me, quindi potenzialmente una minaccia”.

Superare le barriere, dunque. Sono l’invito e il lascito di Michela Murgia, ricordata spesso dalla memorabile intervista a Vanity Fair, letta con la delicatezza di Giulia Solano di VivaVoce:

«Io sono una figlia d’anima, la famiglia queer l’ho sperimentata presto, forzatamente, e quindi ho capito che potevano esistere dei legami in grado di rispondere a logiche non del possesso tra genitori e figli. Avere avuto più madri è stata la ricchezza di vivere “più vite”. Ho avuto la possibilità di essere più donne in circostanze diverse perché sono stata messa alla prova molto presto dalla diversità di queste due donne: mia madre, più rivoluzionaria ma vincolata in casa ai rapporti violenti e tossici di mio padre, e mia zia, più conservatrice, cattolica, ministro straordinario dell’eucarestia ma anche più libera rispetto al rapporto col marito e con me. Sono grata a queste due donne, a queste due madri. […] Non voglio chiamare la mia famiglia non convenzionale, perché sono sicura che nella realtà queste famiglie siano già diffusissime: le persone hanno esigenze che gestiscono inventandosi rapporti che possano soddisfarle. Non esiste un nome per questa creatività degli affetti: il problema è togliere gli aggettivi e declinare le famiglie finalmente al plurale. […] Tutte le famiglie che hanno il sangue come fondamento sono famiglie di natura patriarcale. L’idea della famiglia queer è invece quella di fondare le sue relazioni sullo Ius Voluntatis, sul diritto della volontà. Perché la volontà deve contare meno del sangue? Perché se due o tre amiche anziane rimaste sole o vedove, coi figli già andati a vivere altrove, vogliono andare a vivere insieme, condividere le spese, la casa, avere la reversibilità pensionistica, decidere l’una per l’altra se una non può più decidere. Perché non possono farlo dentro una scatola legale, un patto sociale?».

Già, perché?

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 10 ottobre 2023

In morte di una madre eccezionale

Un grilletto facile ha colpito di nuovo e il colpevole è iscritto nel registro degli indagati. Starà ai giudici fare chiarezza. Non alla piazza, non a me che scrivo qui, non a chi non conosce quella situazione di frontiera che si vive nei paesi ai margini dei boschi dove non sai se l’origine di un rumore sospetto possa essere un lupo o un malintenzionato. O una mamma orsa. Amarena è stata uccisa probabilmente senza rifletterci troppo sopra.

Non ho motivo per non credere alle affermazioni di chi ora si difende e si dichiara pentito. Ma il problema è un po’ più grande di quello dell’uomo che è costretto a vivere asserragliato in casa a causa delle minacce che subisce.

Mentre proseguono le ricerche per intercettare i cuccioli e metterli in sicurezza, lo scenario va analizzato dando voce a chi ne sa, come Giuseppe Festa, scrittore, naturalista e autore de L’Estate dell’orsa maggiore. Con le sue pagine, ci ha commosso raccontando la storia di Morena – quel nome molto simile ad Amarena fu premonitore – cucciola di orso trovata e accudita dallo staff del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. Il libro si apre con passaggi struggenti che raccontano il primo approccio dell’orsetta di fronte all’ambiente dell’uomo.

“Ticchettio di unghioni sull’asfalto. Veloci, attraversarono la strada deserta, fino al limite del bosco. La piccola si abbandonò sotto un biancospino. Chiuse gli occhi, di nuovo. Solo un attimo. La tensione arrivò come una frustata. Sua madre fissava le case, ancora. Nessuna luce, ma un nuovo odore. Simile al lupo che avevano visto qualche giorno prima, sulla cima del monte. Allora, sua madre li aveva richiamati a sé. Il lupo li aveva studiati da lontano ed era passato oltre. Ora, però, era diverso. I denti della grossa femmina cominciarono a battere in modo secco e ritmato. Faceva così ogni volta, davanti a un grande pericolo”. Il pericolo siamo noi.

Festa, dicevo, gli orsi li conosce molto bene, così come conosce bene i lupi. Li conosce perché ci ha vissuto insieme. I suoi libri sono nati da lì. È anche dalle sue osservazioni che si apprende molto su certi comportamenti. L’ho contattato dopo aver appreso la notizia e atteso che si attenuasse l’onda emozionale dell’uccisione.

«L’orsa Amarena l’ho seguita molto in questi ultimi anni – dichiara – era una madre eccezionale, l’unica ad aver partorito e allevato con successo ben 4 cuccioli in una sola figliata. Non aveva mai dato problemi con l’uomo, a parte dei danni per incursioni in pollai o frutteti privati, prontamente rimborsati dall’Ente Parco. Purtroppo, l’altra sera è successo quello che tutti sanno. Un colpo di fucile per difendere un pollaio e il lavoro di anni dello staff del Parco è andato in frantumi. Le femmine fertili di orso marsicano si contano sulle dita di due mani, ed è facile capire come anche la morte di un solo esemplare riproduttivo sia un colpo tremendo per l’intera specie».

Orsi e lupi vanno protetti, così come vanno protetti anche i contadini. Ma dovremmo, dobbiamo, trovare un equilibrio capace di andare oltre l’emozione della rabbia e domandarci se siamo disposti a rinunciare a qualcosa.

«Come ha amaramente commentato la biologa del Parco Roberta Latini – continua Giuseppe Festa – è chiaro che per alcune persone la vita di un orso vale meno di una gallina. E questa è una spietata fotografia del nostro tempo: non siamo disposti a rinunciare a nulla per salvare la natura che ci circonda, per coesistere con creature selvatiche con le quali, peraltro, condividiamo un destino comune. E invece no. O noi, o loro. Mi auguro che lo staff del Parco Nazionale trovi la forza per risollevarsi da questa batosta e continuare a lottare con la stessa determinazione e passione. Anche se, lo so, questa volta sarà dura».

Possiamo farcela? Forse. La maturità del nostro rapporto con la natura passa da questo punto imprescindibile. Consideriamolo un confine. Rimanendo dove siamo ora, il mondo è destinato a perdere pezzi. Orsi, ma anche lupi, ghiacciai, mondo selvatico, un pezzo della storia da cui veniamo. Superando il confine, invece, potremo sperare di lasciare a chi verrà dopo di noi qualcosa da vedere, da cui imparare, su cui riflettere.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 4 settembre 2023

Dai binari alla bici sulla Spoleto-Norcia

Nelle ultime decadi, molti vecchi tracciati ferroviari dismessi sono stati trasformati in suggestivi percorsi ciclabili. Questa tendenza non solo offre un nuovo scopo a infrastrutture obsolete altrimenti destinate all’abbandono, ma promuove uno stile di vita sano, la connessione con la natura e un’opportunità per esplorare il patrimonio storico e recuperare quello industriale. In certi casi, questo valore diventa un modello da seguire, come nel cuore dell’Italia tra Spoleto e Norcia.

Il sedime della vecchia ferrovia che collega i due gioielli umbri è un raro esempio di infrastruttura abbandonata ma mai dimenticata dalle popolazioni locali, per le quali rimane la ferrovia che ha infranto l’isolamento, dei propri nonni e di un territorio considerato difficile già dai papi che secoli fa inviarono qui gli eremiti a gettare le basi per evangelizzare e creare ponti, spirituali e fisici.

Dai binari alla bici sulla Spoleto-Norcia

Altri ponti, con tunnel e viadotti lungo un percorso completato nel 1926, connotano oggi l’opera come un capolavoro di ingegneria ferroviaria documentato dal museo allestito nella vecchia stazione. Pur con il rammarico di aver perso il valore di una strada ferrata che oggi farebbe furore per il turismo slow, quanto rimane si sta rivelando un volano prezioso per l’economia dei territori. Il primo riconoscimento ufficiale è arrivato nel 2015, quando la ciclovia Spoleto-Norcia ha vinto la prima edizione dell’Oscar Italiano del Cicloturismo, il riconoscimento ideato da Viagginbici.com e appoggiato dal Gruppo Ferrovie della Stato Italiane che premia le “vie verdi” delle regioni che offrono servizi per il turismo lento.

Oggi il percorso della Spoleto-Norcia è un must tra gli appassionati e non solo. Nonostante sia relativamente breve, ha caratteristiche di spettacolarità che ne fanno un’esperienza da provare per conoscere un’area del centro Italia di per sé magnifica che ha fatto del proprio isolamento un motivo di attrazione. Che ci si trovi di fronte a un tracciato straordinario, ce ne si rende conto già dai due cancelli di ingresso. Dalla parte spoletina c’è il caratteristico “bicigrill” Le Mattonelle allestito presso una vecchia fornace di laterizi mentre, nella piana appena a valle di Sant’Anatolia di Narco, il punto di riferimento è la Ciclostazione tra gli orti di fronte all’antica abbazia dei Santi Felice e Mauro.

Dai binari alla bici sulla Spoleto-Norcia

Archeologia industriale, storia, fede e sport si fondono in una combinazione magica che probabilmente riesce a manifestarsi in modo così organizzato solo in Italia e grazie alla forza degli appassionati che rendono l’esperienza comodamente accessibile anche con le bici a pedalata assistita noleggiabili nelle due strutture citate.

I 51 chilometri nel mezzo scorrono alternando le vertigini di 24 ponti e viadotti con il tuffo sotterraneo in 19 gallerie, di cui una – la Caprareccia – si allunga per quasi 2 chilometri nel ventre degli Appennini. Tratti elicoidali visti spesso nelle ferrovie d’alta quota e pendenze fino al 45 per mille hanno fatto definire la Spoleto Norcia il “Gottardo dell’Umbria”, paragonandola alla famosa arrampicata dei treni elvetici. Un tratto ancora da recupere obbliga ad abbandonare il tracciato per una breve porzione lungo una variante ben segnalata su un sentiero.

La Spoleto-Norcia è anche un appuntamento apprezzato dagli animi agonistici che all’inizio di settembre di ogni anno si radunano lungo il tracciato per cimentarsi nel percorso, suddiviso per categorie e diversi gradi di difficoltà.

Basterebbe dunque questa vecchia ferrovia a richiamare il popolo dei pedali, se non fosse che il tracciato è nella regione più verde d’Italia e si presta a parecchi collegamenti, il più suggestivo dei quali è l’innesto sulla Greenway del Nera. Nel punto in cui il fiume percorre una gola selvaggia, le acque cristalline lambiscono i panorami medievali di Sant’Anatolia di Narco, le mura dell’abbazia di San Pietro in Valle, le scalinate coperte di Scheggino, Ferentillo con le mummie conservate sotto la chiesa, per arrivare allo spettacolo naturale delle Cascate delle Marmore. È la degna conclusione di un percorso che mette in pace con la natura per chi cerca la quiete e qualche esempio virtuoso di imprenditoria verde che ci si augura si diffonda sempre più nel nostro Paese.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 25 agosto 2023

La meraviglia che punta alle stelle

Ogni volta che cammino in luoghi come il centro di Firenze, rifletto sul senso della meraviglia. Mentre sono con il naso all’insù a perdermi nelle curve della cupola del Brunelleschi o nei disegni del campanile di Giotto, appena abbasso lo sguardo, noto la miriade di persone intorno a me e mi sorge un dubbio. Cosa può pensare uno che arriva qui dal Nebraska dove ci sono solo campi di grano o dalle zone interne della Cina con le colline a pandorino, suggestive ma tutte uguali?

Sono abbastanza convinto che molti italiani si pongano la stessa domanda. Probabilmente si meravigliano. Ma a noi cosa ci meraviglia più? La campagna Open to Meraviglia è una provocazione che se non altro ha il merito di aver portato il tema in evidenza.

La meraviglia che punta alle stelle
La meraviglia che punta alle stelle

A Palazzo Strozzi mi ha impressionato il razzo alto tre piani piazzato nella corte interna. La scultura missile di Goshka Macuga è innestata sulla rampa, pronta al conto alla rovescia che trasformerebbe il palazzo rinascimentale nella più elegante rampa di lancio della storia. Se volete testarvi, avete tempo ancora due settimane. Visitando la mostra Reaching to the Stars nelle sale attorno al razzo è probabile che vi rimanga negli occhi anche il Cattelan penzolante da un appendiabiti sotto la stella cometa delle BR o lo scoiattolo suicida dello stesso autore. Sono una sberla anche i corpi umani avvolti nella plastica di Josh Kline, impacchettati come si impacchettano gli abiti dismessi e “Thank for your years of services”. Opera che trova d’accordo la mia parte misantropa quando, in certi giorni e leggendo certe notizie, penso che la specie umana sia davvero pronta per essere accantonata, o quanto meno sospesa in attesa di giudizio per capire se siamo consapevoli del male che ci facciamo.

La meraviglia che punta alle stelle

Alla Strozzina, è anche esposta la rassegna di copertine di quotidiani firmata da Hans-Peter Feldmann, che ci lasciato in questi giorni a 82 anni. Rimane uno dei massimi esponenti dell’arte concettuale europea, mostrandoci con la gentilezza dello sfogliare un giornale come si possa costruire l’arte con la cronaca.

La meraviglia che punta alle stelle

Mentre mi domando se abbia ancora senso essere gentili, sono già entrato negli Uffizi e arrivato nelle stanze del Botticelli, dove orde di Homo Cellularis di tutti i sessi e tutte le etnie sono in posa davanti alle tele di Botticelli a mietere selfie. Se Botticelli assistesse, sarebbe quantomeno incuriosito. Un attimo dopo scoprirebbe la campagna di Testa e forse ne sarebbe compiaciuto. Nutro più dubbi sulle sue reazioni se gli capitasse di fronte il contorno della sua Venere con il volto del ministro Santanchè al posto della sua Simonetta Cattaneo Vespucci. È uno dei 1000 meme comparsi a seguito della campagna e non mi ha lasciato indifferente. Ma i gusti sono gusti e siamo in un’epoca controversa, quando non sai mai cosa potrebbe comparire dietro l’angolo.

Ci fa riflettere Cristina Acidini, che ha recentemente presentato a Firenze il volume Botticelli, l’inquietudine e la bellezza, edito nella collana d’arte Menarini. «Le novità emerse grazie ai nuovi documenti ritrovati e alle nuove interpretazioni – afferma la storica dell’arte – specialmente riguardanti i suoi dipinti più suggestivi e misteriosi… le indagini scientifiche coincidenti con i restauri di molte sue opere hanno arricchito la conoscenza della sua pittura raffinata e versatile Botticelli infatti è stato fra i più autentici interpreti della cultura della sua epoca, rispecchiando i profondi cambiamenti della società in cui ha vissuto. Per questo è divenuto il pittore “simbolo” del Rinascimento, con i suoi splendori e le sue inquietudini».

Non vedo attorno a noi molti Lorenzo de Medici, forse abbiamo qualche Savonarola in più pronto a saltare sul primo palco libero, ma in quanto a turbamenti, inquietudini e incertezze, la nostra epoca fa bene il paio col Rinascimento. Con la differenza che i Savonarola 3.0 poi ci rimangono qui sul groppo. Per sapere come è andata a finire e se, guardando indietro, capiremo se hanno prevalso le luci o le ombre della nostra epoca, ne potremo parlare tra cinque secoli. Nel mentre, c’è un razzo che ci aspetta a Palazzo Strozzi, che intanto annuncia la mostra estiva di Yan Pei-Ming. Le sue tele monumentali saranno uno spunto interessante per unire antico e contemporaneo. La Santanchè si prepari. Magari la prossima ispirazione è lì.

La meraviglia che punta alle stelle

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 6 giugno 2023

Parità e rispetto dell’altro e di sé, senza non c’è l’8 marzo

Con le scene delle ragazze iraniane avvelenate, questo 8 marzo sarà ancora più amaro. Non posso non pensarci quando vedo una donna che sorride sincera con la mano nella mano di chi ama, un gruppo di studentesse che scherzano alla fermata dell’autobus, un’impiegata serena nella sua postazione di lavoro, solo per fare tre esempi a cui ho assistito stamattina.

Eppure quello che vedo non è la situazione di tutte. Drammaticamente.

A ricordarcelo è anche un film documentario nella sale italiane. Woman è firmato da Anastasia Mikova e Yann Arthus-Bertrand. Nel film, 2000 donne di 50 paesi e di diversa professione, educazione, fede, si sono raccontate davanti alla camera. La Mikova ricorda che quando le donne si sono sedute per l’intervista è come se fosse scattato un interruttore. «Tenevano dentro tutto e non aspettavano altro. Per la prima volta qualcuno era lì per ascoltare davvero la loro storia – ha dichiarato la regista – per questo abbiamo deciso di tenere solo il loro volto e la loro voce senza condizionamenti, per ascoltare cosa significasse essere una donna. Abbiamo chiesto di tutto, dalla famiglia, al lavoro e all’empowerment, e ne sono uscite anche delle storie terribili, che fanno capire che la vita di una donna è molto spesso una battaglia».

Anastasia Mikova è ucraina, e quando penso a lei mentre parla, non posso non pensare alla situazione del suo paese, dove alle donne tocca una guerra nella guerra.

Mi rendo anche conto che spesso un microfono o una telecamera accesa siano già una fortuna. Temo che il sommerso sia molto, anche in Italia. Ne ho voluto parlare con la senatrice Giulia Bongiorno, fondatrice di Doppia Difesa e dunque molto informata sulla situazione reale del nostro Paese.

«Secondo alcuni rapporti, circa otto donne su dieci non denunciano. Il punto, però, non sono solo i numeri ma anche le ragioni del silenzio: timore di non essere credute, vergogna, sfiducia nelle forze dell’ordine e in generale nel sistema giudiziario, tendenza a sminuire e sopportare temendo guai peggiori, anche per il presunto bene di eventuali figli. Non ci sono molti dati sulle donne transgender: in gran parte vivono la sessualità quasi da clandestine, dunque sono portate a denunciare ancora meno delle altre».

Allora, forse, una telecamera o una notizia sono davvero importanti, anche se è inevitabile il rischio che certe scene siano incoraggiate dal sapere che è già successo qualcosa di simile, una sorta di emulazione dell’orrore.

«Le discriminazioni e le violenze sulle donne sono sempre avvenute – precisa la Bongiorno – spesso nascono da un’idea della loro presunta inferiorità, purtroppo molto radicata e dunque difficile da estirpare. Oggi se ne parla di più, anche grazie alle tante strutture come la nostra che hanno “acceso un riflettore” sul tema. Oltre che con gli aiuti legali e psicologici, Doppia Difesa è attiva sia sulla sensibilizzazione, abbiamo sempre detto che la violenza è anche un problema culturale, sia sul piano normativo: abbiamo sostenuto nel 2009  l’introduzione del reato di stalking, nuovo per l’Italia, e più di recente il cosiddetto Codice Rosso, che accelera l’adozione delle misure di protezione. Su questo specifico punto, abbiamo notato che non sempre viene rispettato e stiamo portando avanti un rafforzamento delle norme volte ad aiutare le donne subito dopo la denuncia».

È naturale chiedersi allora se ci siano regioni o città in cui si stia meglio, in cui ci si possa sentire più protette. «La violenza, soprattutto all’interno della coppia, è trasversale, non conosce differenze di provenienza geografica, ceto, età o estrazione culturale. È interessante tuttavia notare che, tra gli omicidi volontari commessi tra il 1° gennaio e il 18 dicembre 2022, sono state uccise 119 donne, di cui 97 in ambito familiare/affettivo; di queste, 57 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner.  Nelle coppie, l’equilibrio è troppo spesso pregiudicato da convinzioni culturali e comportamenti stereotipati che sminuiscono la donna».

Se la legge c’è, ma i dati continuano a rimanere questi, la soluzione va forse cercata (anche) fuori dai canali legislativi. I primi a cui penso sono quelli relativi all’educazione. La scuola può fare qualcosa? Io non sono una donna, non potrò mai dire “ti capisco” perché le cicatrici sono a volte troppo profonde. Però posso provare a vestire i panni altrui e rendermi conto che, se si cresce in una società con valori forti e condivisi fin dalla scuola, qualcosa è probabile che cambi.

«La violenza nasce anche dalla discriminazione – mi aiuta Giulia Bongiorno – dunque se si diffondono valori come parità e rispetto dell’altro e di sé, e se per esempio si fa capire, in primis alle donne, che non esistono “lavori da donne” e “da uomini”, che anche in casa è necessaria una condivisione degli oneri, le cose miglioreranno. Le famiglie e la scuola devono aiutare i bambini a capire il prima possibile concetti come l’uguaglianza nella diversità e il valore dell’indipendenza economica, superando ruoli stereotipati anche nella vita familiare e di conseguenza, poi, nel mondo del lavoro».

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 7 marzo 2023