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Tecnologia verde, ponte tra innovazione digitale e sostenibilità ambientale

Il tema 2025 dell’Internet Festival di Pisa è stato “Generazioni” e uno degli incontri, coordinato da Luca Cantone, era espressamente dedicato al tema della tecnologia verde. C’è un ponte tra le innovazioni digitali e la sostenibilità ambientale?

Per rispondere, è illuminante il libro di Giovanna Sissa “Le emissioni segrete”. Alla domanda se la transizione digitale aiuterà quella ecologica, il sì dipende dalla gestione dei costi ambientali dei sistemi digitali.

L’incontro si è aperto con l’incoraggiamento delle Nazioni Unite. Le ICT (tecnologie dell’informazione della comunicazione) sono fondamentali per il conseguimento degli obiettivi dell’agenda 2030 di sviluppo sostenibile. Le parole del Segretario Generale Ban Ki-Moon “le persone di tutto il pianeta possono vivere i benefici della connettività”, ci portano a pensare che la transizione ecologica sia sempre sostenibile, oltre che socialmente, anche ambientalmente.

La tangibilità dell’intangibile

La verità è che perfino la più verde delle tecnologie, è tangibile e impattante in qualche punto della filiera. A confermarlo, un secondo filmato ha mostrato l’incendio che nel 2021 si è mangiato l’edificio di 5 piani che conteneva i server di OVH nei pressi di Strasburgo.

Il libro sulle emissioni segrete ci porta dunque a riflettere sull’effetto ambientale della digitalizzazione, distinguendo tre ordini di manifestazione. Il primo impatto è legato alla produzione, all’uso e allo smaltimento dei device e dei prodotti a loro collegati che vanno fabbricati, trasportati e, a un certo punto, portati al fine vita recuperando il più possibile delle risorse che contengono. Il secondo impatto afferisce al fatto che vadano ben applicati per dematerializzare efficacemente, ad esempio evitando di stampare i biglietti che possono essere solo elettronici o privilegiare gli incontri virtuali anziché spostarsi. Il terzo passaggio tocca il problema che l’ICT supporta un utilizzo pulito degli strumenti, ma porta anche informazioni che possono poi incoraggiare azioni fisiche impattanti. Banalmente, basta pensare che la tecnologia ci aiuta a dematerializzare e distribuire facilmente una guida sull’Alaska, ma aumentando la conoscenza di quel territorio ne incoraggia poi la visita e dunque un impatto del traffico aereo e di affluenza in paradisi naturali.

Soggetti giuridici del futuro

Intervenendo all’incontro, il professor Antonio D’Aloia, Ordinario di Diritto Costituzionale nell’Università di Parma e direttore del Centro Universitario di Bioetica, ricorda che il clima è il paradigma di tutte le crisi e le emergenze che stanno definendo il nostro tempo, avvolgendo il presente, e soprattutto il futuro, in una dimensione di perenne incertezza. Per questo motivo, è lecito immaginare che le generazioni future rivendichino una nuova soggettività giuridica. Tra i diritti delle generazioni future e i doveri delle generazioni presenti, la riforma del 2022 della nostra Costituzione introduce l’espressione «anche nell’interesse delle generazioni future» insieme a parole come “biodiversità” ed “ecosistemi”. La riforma lascia sperare in un cambio di approccio.

4+1 R per salvare l’ambiente

La ricercatrice Maria Gabriella Laratta ha illustrato gli ultimi risultati del suo lavoro nel campo delle tecnologie verdi e le potenziali applicazioni future con il loro impatto sull’ambiente. Concentrata su cambiamento climatico ed energie rinnovabili, la studiosa porta a riflette come ognuno di noi possa ragionare in termini di economia pensando alle 4R di ridurre, riusare, riciclare e recuperare, con l’aggiunta di una quinta R dedicata al re-design. Per esempio, riprogettare i sacchetti shopper usando materbio o riuscire ad ottenere vegetazione sotto i pannelli solari nei campi sarebbero soluzioni attuabili da subito. Per questo motivo, la ricercatrice ribadisce che sia impossibile avere una transizione senza tecnologia.

Ha completato il panel Sofia Pasotto, giovanissima attivista dell’ambiente, protagonista della pagina Instagram Telospiegasofia e volto di RaiPlay. Laureata in Studi Internazionali a Trento e con un Master in Climate Change a Copenhagen, lavora tra Italia e Bruxelles. Da professionista della comunicazione, invita a riflettere sull’importanza di ogni piccolo gesto che, come tante gocce formano il mare, può portare al cambiamento. È importante sapere come ridurre la propria impronta carbonica, ma è altrettanto importante documentarsi sul chi eleggere a rappresentarci. Molti confondono clima e meteo, e se tra questi ci sono politici o amministratori, si aggiunge problema a problema.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 15 ottobre 2024

Nelle opere di Munch tutta l’angoscia che ci portiamo in tasca


Edvard Munch è uno dei pittori che meglio interpreta la figura umana e la mostra in questi giorni a Milano ne racconta i risvolti più contemporanei.

Che ci piaccia o no, ognuno di noi ha in tasca l’immagine che rappresenta l’angoscia per antonomasia. “L’urlo” di Munch, stilizzato e miniaturizzato, è tra gli emoticon del nostro smartphone e, in un’epoca come quella che attraversiamo, ci pone delle domande. La mostra “Munch, il grido interiore” aiuta a rispondere. A Palazzo Reale di Milano e, a seguire da febbraio, a Roma in Palazzo Bonaparte, sette sezioni approfondiscono la dedizione e il fuoco che alimentavano Munch, ben rappresentato nel suo autoritratto all’inferno. Le opere selezionate vanno dal 1880 alla sua morte nel 1944, con 100 opere provenienti dal Munch Museum di Oslo e alcuni dei suoi motivi più iconici.

Nelle opere di Munch tutta l’angoscia che ci portiamo in tasca

L’evento è un suggestivo percorso nell’immaginario di uno degli autori più contemporanei che potrebbe capitarci di trovare, soprattutto se consideriamo il suo impatto e la sua rilevanza nei simboli dei nostri tempi. “L’urlo” è tra le opere più frequentemente citate e reinterpretate nell’arte contemporanea, nella pubblicità e nella cultura pop, riprodotto spesso da Hollywood e nelle maschere di Halloween.

L’inquietudine che seduce

Una dopo l’altra, le sale raccontano esplorano temi profondi come l’angoscia, la solitudine e la morte. Chi ha curato la mostra, definisce l’immaginario di Munch “disturbante, inquieto, eppur seducente”. Disturbante perché molte delle opere hanno un effetto destabilizzante sullo spettatore. Dipinti e grafiche come “L’urlo” o “Vampiro” trasmettono un senso di disagio e turbamento attraverso l’uso di forme distorte e colori intensi. L’arte di Munch è inquieta perché spesso comunica un senso di inquietudine esistenziale portando le ansie e le paure dell’epoca moderna attraverso temi come l’alienazione e la fragilità umana. Eppure è seducente perché, nonostante i risvolti cupi, Munch ha un fascino innegabile. La sua tecnica pittorica, l’uso audace del colore e la profondità emotiva delle sue opere attirano lo spettatore, invitandolo a esplorare e confrontarsi con le emozioni rappresentate.

Nelle opere di Munch tutta l’angoscia che ci portiamo in tasca

Atmosfere scandinave

Nella mostra si capisce bene perché ci sia un prima e un dopo il soggiorno terapeutico dell’autore a Copenaghen. La cura danese gli fece riprendere coscienza della necessità di badare al proprio benessere e diede forza al personaggio. Ho colto nei suoi lavori la luce e l’essenzialità del nord. Pur se il pittore era norvegese, il passaggio nel covo culturale danese di Skagen mi ha aiutato a capire il modo in cui le atmosfere scandinave permeino ogni tratto di questo autore, che rimane un precursore dell’Espressionismo, un esploratore di temi universali e un innovatore. Mentre pratica nudismo sulle lunghe spiagge o elegantissimo nei caffè, forse per tutti questi motivi è diventato un’icona culturale.

Nelle opere di Munch tutta l’angoscia che ci portiamo in tasca

Quello di Munch è un approccio multidisciplinare che, oltre alla pittura, tocca letteratura, fotografia e stampa. Alcune sue opere possono essere interpretate come una critica alla società moderna. L’uso frequente dell’autoritratto e l’esplorazione della propria psiche anticipano l’interesse contemporaneo per l’identità e l’auto-espressione.

Arte che ribalta

Precursore dei selfie? Forse. Giulia Bartrum, curatrice della sua mostra di Londra nel 2019, sostiene che la figura ritratta ne “L’urlo” non stia urlando ma sia intenta a tapparsi le orecchie per resistere all’urlo altrui. Sorprendentemente contemporanea anche questa versione.

Nelle opere di Munch tutta l’angoscia che ci portiamo in tasca

Così come, lo spiega l’audioguida della mostra, Vampiro sarebbe lontano dalla figura dell’orrore ma rappresenterebbe un bacio, il più avvolgente tra i tanti che Munch amò fissare su tela e carta. Il titolo originale dell’opera era “Love and Pain”, solo in seguito alla reazione di un critico si arrivò a “Vampiro”. Quando si ribaltano i significati per cui un urlatore non urla più e un vampiro in realtà ti bacia con passione estrema, è tempo di riflettere come l’arte, più che mai quella di Munch, sia davvero capace di mettere in discussione ogni certezza.

Nelle opere di Munch tutta l’angoscia che ci portiamo in tasca

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 10 ottobre 2024

Liguria da leggere

In un luogo si nasce. In altri ci si trasferisce e, se scatta qualcosa, ci si lascia adottare. A me è capitato con la Liguria. Ho iniziato a frequentarla da piccolo. Oggi ci abito per scelta e, un po’ alla volta, ho finito per assimilarne le abitudini, il paesaggio, la cultura. Dovendo leggere molto, ho finito con l’assimilare anche la letteratura di questa terra magnifica, ma complessa appena si accorciano le giornate e ci si allontana dagli acquarelli costieri per turisti.

È questa Liguria che vorrei raccontare da tre distinte angolazioni.

Luca Ammirati ha l’aspetto del ragazzino e i modi di un cuore pieno di entusiasmo. Nel suo Tutti i colori tranne uno, tra le vigne del Ponente Ligure narra di un uomo che torna al luogo natio da cui si era allontanato. Nel riavvicinarsi, riscopre un mondo. Tra i motivi per cui se n’era andato c’era l’essere daltonico e avere il problema di non vedere il rosso. Il colore della passione e dei sentimenti forti, ma anche del vino Rossese, un limite difficile da spiegare al padre, fiero produttore della specialità enologica. Damiano vive il suo daltonismo come se si sentisse mancante di qualcosa di fondamentale. Per questo motivo perde sicurezza in sé stesso e si allontana dalla famiglia, salvo dovercisi confrontare appena il padre muore.

Tornare a casa gli darà l’opportunità di ricostruire ricordi e sogni per vincere le paure.

Perché pensi sempre al vino? Domandò da piccolo a papà.

«Perché accompagna i giorni, le persone e i rapporti umani» è la risposta di Vittorio. La cornice del romanzo è Dolceacqua, icona della Liguria dell’entroterra con l’immagine del ponte in roccia e del castello Doria. Ammirati è sincero nei sentimenti e fotografico nelle descrizioni. Per questo invoglia a sfogliare i capitoli sostando nei luoghi raccontati. Una piccola guida per vivere un tour letterario molto personale.

Il mondo contadino si respira anche in Francesca Pacchetti. L’angolazione è quella di chi si china sulla terra e la lavora. Il suo La raccontadina é un minuto saggio sulle abitudini agricole che diventano in questo caso un trattato di filosofia diviso per stagioni, con le giornate scandite dalle attività quotidiane. Nella Liguria terra di orti, la migliore amica di Francesca é la capra Nebbia, il consorzio agrario è il suo svago, i campi sono il suo luogo di preghiera. È lì che sceglie di esprimere il suo credo. Credere che il seme diventerà pianta. Credere che il raccolto andrà bene, che avrá da mangiare per sé e per i suoi.

C’é tanto da imparare in queste pagine. Dettagli spiccioli si fanno pilastri di saggezza che sgretolano la banalità.

_Oddio che caldo, ma come fai a lavorare così?

_Che caldo, si suda già di prima mattina, ma non lo senti?

_Che caldo che umidità, ma come fai a stare sotto il sole con questo caldo?

… a ripetere per ogni cliente …

_Certo che lo sento, è Estate e fa caldo, fa quello che deve fare.

_Ma come fai?

_Mi mantengo serena, sono viva!

_Di dove sei, le chiedono.

_Il mio luogo è dove sto bene, a volte un abbraccio, altre un profumo, una volta è stata una mano e ogni giorno la Terra.

Territorio e persone sono alla base di Liguria, terra di mugugni e di bellezza. Quella di Dario Vergassola è la guida più originale che potreste acquistare per affrontare la Liguria. Per questo è indispensabile che la leggiate se davvero volete capire la regione. Vi troverete di fronte a un ligure che ha scritto un libro comico, ma anche a un comico che ha scritto un libro ligure. Scegliete voi. Praticamente Vergassola smonta la regione paese per paese così da presentarcela a pezzettini tutti da gustare. Dense come baci di Alassio o unte come pezzetti di focaccia di Recco, le cartoline di Vergassola sono indimenticabili, spesso divertono, a volte spaventano, ma sempre invogliano ad essere approfondite, magari collegate in itinerari. Per stessa ammissione dell’autore, la sua ultima fatica letteraria é stata davvero una fatica per il numero di cose da concentrare. Curiosissime le descrizioni di Genova, affatto scontate mentre accompagna a passeggiare tra le calorie delle confetterie e le ombre dei carruggi fino a sbucare nel patrimonio UNESCO dei palazzi nobiliari.

«I palazzi erano suddivisi in quattro categorie secondo la grandezza, il grado di importanza e di bellezza … adesso state bene a sentire, alla faccia di quelli che dicono che liguri sono tirchi: ogni qualvolta veniva estratto a sorte un palazzo, al suo proprietario spettavano i costi dell’accoglienza della personalità che era obbligato a ricevere in visita di Stato. Tra tutti i proprietari solo le famiglie Doria, Grimaldi e Lercari avevano palazzi degni di ospitare papi, imperatori e re, tutta gente che veniva a mangiare e a dormire a sbafo. Ben 163 palazzi furono iscritti nei cinque rolli redatti nell’arco di quasi un secolo.»

La Liguria by Vergassola dà il meglio di sé arrivata nei dintorni di Corniglia, borgo natìo del padre. Alla lucida comicità del personaggio si aggiungono note molto personali, capaci di svelare scorci minuti scoprendo che la terra del mugugno sa anche far ridere. Sono i punti in cui si legge che la salita più ardua delle Cinque Terre ha visto morire degli sherpa, che suo papà pescava con le bombe, che da queste parti quando si assaggia un bicchiere di vino si deve farlo in modo rispettoso, perché ogni goccia è frutto di sacrificio, è una scalinata percorsa sotto il sole a picco carichi di grappoli come muli.

Eppure, forse proprio per queste difficoltà, è un luogo sincero. Magnifico da leggere. Ancora di più per andarci.

Liguria da leggere

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 28 agosto 2024

Marie Curie, resilienza e umiltà di una scienziata rivoluzionaria

Di Marie Curie conosciamo tutti la parte wikipediana. Quella in cui leggiamo “prima donna a vincere il Nobel, prima e unica figura scientifica a vedersene riconoscere due in campi distinti, prima figura femminile alla docenza della Sorbona”, e si potrebbe continuare. Nell’ultimo libro di Sara Rattaro il ritratto assume colori diversi e tiene conto della ingombrante cornice. “Io sono Marie Curie” (Sperling e Kupfer) racconta di quello che Marie visse e dovette sopportare, suo malgrado, nella pur avanzata società parigina che l’aveva accolta dalla Polonia occupata dai russi, dove non le era manco permesso di frequentare l’università.

“Niente nella vita va temuto, dev’essere soltanto compreso. Ora è tempo di comprendere di più, così possiamo temere di meno”, è una citazione spesso riportata per far capire la forza di volontà di questa ebrea emigrata da una regione povera verso la più vivace delle città europee dell’epoca.

L’angolazione della Rattaro è interessante per comprendere le ragioni della grandezza di Marie.

«Ho unito i due aspetti, pubblico e privato, perché raccontarla solo come scienziata sarebbe un modo per limitarla – dichiara – La parte umana ci arriva dai suoi scritti e da tutte le lettere che trasmettono i suoi sentimenti, anche da quelle che probabilmente non avrebbe voluto divulgare ma che le furono rubate per essere pubblicate sui giornali scandalistici dell’epoca».

Con una tematica purtroppo estremamente attuale, il problema della Curie è che il suo privato fu spiattellato in pubblico con inaudita cattiveria. Il lavoro della Rattaro è stato capillare, attinto da tutte le fonti disponibili, compreso l’Istituto Curie di Parigi, che ha fornito supporto anche per la parte scientifica. «La più complessa per me, ma che ho cercato di rendere in chiave narrativa», aggiunge la scrittrice.

Sara Rattaro, che è docente di scrittura creativa, inizia la narrazione con l’evento più drammatico della vita della scienziata, ossia la morte del marito e collega Pierre. Il marito morì in un incidente mentre attraversava la strada, ma le malelingue arrivarono ad affermare che si suicidò gettandosi sotto un carro per il dispiacere di essere stato tradito dalla moglie. In realtà la Curie conobbe sì un secondo amore, ma solo dopo la scomparsa del marito, che amò al punto da stringere nel pianto perfino gli abiti macchiati di sangue a distanza di giorni dall’accaduto.

«Con la morte di Pierre perde un marito, un compagno, il padre delle figlie, un socio, ma soprattutto perde la protezione nei confronti del mondo. Pierre è stato un uomo straordinariamente intelligente e tutta Parigi si inchinò alla sua morte, per Marie aggravata dall’idea di pensare che il tuo amato esca di casa al mattino e non vi faccia più ritorno la sera. Inizio da lì perché da quel momento la sua vita cambierà vertiginosamente, diventerà più complicata. Prima era “la moglie di”, ma dal quel giorno sarà solo lei e basta».

Sara Rattaro oggi conosce Marie Sklodowska Curie come poche altre. Ha lavorato su di lei e con lei per due anni, «se mi fosse concesso farle una domanda, però, le chiederei come ha fatto a fare tutto. Però, con un po’ di presunzione, sono una donna anch’io e questa risposta la conosco, come la conoscono tutte le donne. Noi riusciamo a fare davvero tutto solo se siamo messe nelle condizioni di farlo».

Marie Curie morì giusto novant’anni fa, ma la sua lezione è più attuale che mai. Con questo libro, due donne, Marie e Sara, si rivolgono a noi uomini e a chi pensa che resilienza e umiltà siano inutili in una società che ci vuole appariscenti e feroci.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 26 luglio 2024

Arte tra le vette, la montagna si fa museo

Ogni ambiente d’alta quota dovrebbe essere rispettato come un museo consegnatoci dalla natura. Dove, nel tempo, il territorio ha conosciuto l’impatto antropico, le conseguenze possono esse stesse diventare spunto di osservazione.

In Val Pusteria, Alto Adige, si trovano due scenari facili da raggiungere che documentano il rapporto tra ambiente e uomo.

Museo di masi

Il patrimonio del passato si ammira nella successione di baite che costellano la valle di Altafossa, a monte di Rio Pusteria, in un solco invisibile dal fondovalle principale. Dal piccolo centro di Maranza si sale fino all’imbocco della strada forestale che costeggia il Rio di Campolago, con molti spunti per rilassarsi e un percorso Kneipp articolato in varie tappe di benessere che sono una full immersion di natura. Lo sterrato è ciclabile e adatto perfino con carrozzine. A piedi richiede due ore circa durante le quali, di rifugio in rifugio, si esce dalla vegetazione al Grossberghütte e si prosegue fino al Pranterstadelhütte e al Wieserhütte, con un piccolo caseificio artigianale che lavora il latte dell’alpe locale. Meno chilometro zero di così è impossibile. Davanti a ognuna delle tre strutture ci sono spazi gioco ricavati da sculture in legno. Ma a tutto questo si aggiunge il fatto che il percorso è anche un tragitto didattico per comprendere l’evoluzione dei masi e delle costruzioni in legno nelle diverse forme che si sono evolute per consentire all’uomo e alle sue attività di sopravvivere in quota. Masi tradizionale dai tetti spioventi e basi in pietra, baite più compatte e squadrate, blockhaus costruite interamente con tronchi sovrapposti, baite moderne con elementi di design contemporaneo si alternano in un trattato di architettura da toccare con mano.

Proseguendo a monte del rifugio Wieserhütte lungo il sentiero n. 15, in un’ora di camminata si raggiuge il Lago Grande di Campolago e la veduta su tutto il percorso della valle. Considerate l’estensione una sepcie di sommario.

6 artisti per l’ambiente

Spostandosi verso il centro della Val Pusteria, è un’intera montagna a farsi esposizione. Plan de Corones, paradiso degli sport invernali, in estate è gettonatissima dai bikers. E da qualche anno anche dagli appassionati d’arte.

Arte tra le vette, la montagna si fa museo

Via Artis è stata inaugurata da poche settimane e già fa scuola qualificandosi tra le gallerie d’arte a cielo aperto più alte del mondo. La vecchia strada militare segna 6 chilometri e 6 opere di artisti locali contemporanei, portando ad altrettante pause di riflessione su argomenti di estrema attualità per il nostro pianeta. A cavallo tra una didattica affatto banale e creatività intrigante, si susseguono installazioni site specific. Si riflette sui cambiamenti climatici con il carotaggio delle calotte glaciali, una gigantesca larva fluttuante sui boschi trasmette l’idea di come tutto sia in perenne trasformazione, un branco di pecore artificiali comunica la variazione delle abitudini agricole, un corno di cervo lungo quanto un autobus è un messaggio sulla ciclicità delle stagioni, degli esseri viventi e dei materiali, a partire dall’alluminio riciclato da lattine di cui è composto. Un cubo in legno in equilibrio precario diventa stabile grazie a tanti cubi più piccoli, dimostrando come tante singolarità formino un tutt’uno. L’ultima opera è un corridoio di crocus giganti, a suggerirci che solo il passaggio rispettoso attraverso elementi naturali ci può garantire un futuro sostenibile.

Arte tra le vette, la montagna si fa museo

Montagna da museo

Il concetto innovativo di trasformare un’intera montagna in spazio espositivo all’aperto è reso possibile dalla straordinaria posizione di Plan De Corones, praticamente un’isola appoggiata sulle nubi tra Dolomiti e rilievi dell’arco alpino centrale. Qui sorgono anche due tra i musei più originali. Il Lumen è dedicato alla fotografia di montagna, ottenuto trasformando la stazione della funivia in disuso in uno spazio espositivo dedicato alla luce e al colore. Dismesso anni fa, anziché demolirlo, si è scelto di trasformarlo in un grande spazio di racconto, dagli albori delle prime macchine da presa alle riprese contemporanee, compresa l’esperienza immersiva in cui ci si trova appesi a un elicottero durante un volo tra le cime.

A poche decine di metri, il Messner Mountain Museum Corones è una costruzione difficilmente definibile a parole. È un susseguirsi di pareti senza spigoli, si sviluppa sotterraneo articolandosi come la tana di una volpe, ha vetrine incastonate nella montagna e, al suo interno, le opere si alternano esprimendo la visione di Reinhold Messner sull’alpinismo tradizionale. Il tutto confezionato nell’inconfondibile involucro progettato da Zaha Hadid, parte integrante dell’esperienza museale e punto di osservazione sull’ambiente.

Arte tra le vette, la montagna si fa museo

Durante un’intervista, Messner mi confidò che, quando gli chiesero di immaginare un museo qui, si aspettavano l’effetto di una torre panoramica. Ma l’alpinista propose un’idea completamente diversa. Quella, appunto, di uno spazio sotterraneo, per essere il meno impattanti possibili e trasmettere il messaggio che solo tornando alla semplicità di guardare all’ambiente da un punto quasi invisibile si può ritrovare la via per l’equilibrio. Le tre enormi finestrature che sbucano dal sottosuolo mettono in pratica il concetto.

La lezione, rivoluzionaria, supera le parole per lasciare spazio alle immagini e a quello che in noi stimolano.

Come una vera esposizione d’arte dovrebbe sempre assicurare.

Arte tra le vette, la montagna si fa museo

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 22 luglio 2024

Ginevra e il Cern, fili di bellezza e conoscenza

Ci sono fili di conoscenza ininterrotti che uniscono il passato con il futuro. A volte sono consistenti e massicci come intere biblioteche, oggi condensate in file, altre volte sono leggeri e volatili come piume e penne usate da sempre come strumento di bellezza per opere d’arte o corpi.

Ginevra e il Cern, fili di bellezza e conoscenza

Ginevra è una città che si presta con successo a tessere entrambi questi fili. Unisce al passato di un centro storico cosmopolita quello di uno dei più importanti laboratori scientifici al mondo, senza tralasciare le note civettuole di una città che è sempre stata “alla moda” per essere un luogo ameno proprio nel centro d’Europa. Qui era usuale veder passeggiare nobili e pensatori. Su Ginevra si leggono cronache rosa e cronache nere. Un esempio che unisce le due facce è legato a Elisabetta d’Asburgo, l’amatissima Sissi. Amava passeggiare per la città incontrandosi con le amiche nel clima temperato del lungolago, tra le cioccolaterie che (ancora) profumano le vie e gli ambienti raffinati dove l’intellighenzia si riuniva. La confidenza le fu purtroppo fatale quando, in una tiepida giornata settembrina, incontrò l’anarchico che si era posto l’obiettivo di un clamoroso omicidio. Quale miglior vittima di una regnante famosissima, senza scorta e in ambiente tranquillo come la Svizzera? L’attentato ebbe successo e il delinquente pure. Ottenne il clamore che cercava e la principessa spirò nella città dove amava tornare e che oggi la ricorda con una targa nel punto dell’attentato.

Ginevra e il Cern, fili di bellezza e conoscenza

Ginevra attraeva anche come luogo di riferimento per la religione, in quanto patria di Calvino, con la sua opera e le sue implicazioni oggi illustrate nel Museo della Riforma. Il recente ridisegno del percorso di visita ne ha creato un viaggio tra spiritualità, cultura e arte. Le applicazioni visuali, dalla pittura alla scultura, alle installazioni trovano in Ginevra un ponte tra passato e presente. Sulla collina, Rue de l’Hôtel-de-Ville con i suoi dintorni è un concentrato di gallerie d’arte.

Ginevra e il Cern, fili di bellezza e conoscenza
Ginevra e il Cern, fili di bellezza e conoscenza

Sul livello del selciato e nelle vecchie cantine a botte, tra le suggestioni delle architetture ove spicca il monumentale palazzo del Municipio, si affacciano una campionatura di vetrine che per la frequentazione e la ricercatezza sono praticamente un museo diffuso. La narrazione trova un ideale proseguimento in salsa contemporanea in quello che era il quartiere industriale. Ginevra sta conoscendo un momento d’oro con galleristi provenienti da New York e Parigi anche perché, due volte all’anno, a maggio e settembre, la Nuit des Bains anima il quartiere Des Bains con eventi e mostre. La vecchia fabbrica è stata trasformata nel MAMCO, il più grande museo svizzero di arte contemporanea. Su diversi piani, la collezione permanente è un campionario delle avanguardie, dimostrazione di quanto una città antica possa scommettere sul futuro.

Ginevra e il Cern, fili di bellezza e conoscenza
Ginevra e il Cern, fili di bellezza e conoscenza

È in periferia che si trova la scommessa più grande, quella che rende Ginevra la summa di un esempio unico al mondo. In palio c’è la scoperta del passato e del futuro. Ne Il problema  dei tre corpi, scienziate e scienziati si confrontano con l’imprevedibilità di certi eventi. Nel libro e su Netflix, la storia dà spazio a un problema di fisica ma anche al fascino dei ruoli. Qualcosa di simile succede al CERN, il Science Gateway disegnato da Renzo Piano è stato inaugurato solo da qualche settimana e le prenotazioni dalle scuole di tutta Europa hanno già superato i mesi di attesa. La scienza spiega e attrae.

In certa pur affascinante letteratura, abbiamo sentito descrivere il LHC, Large Hadron Collider, del CERN come uno strumento per studiare la “particella di Dio”. Nella realtà è l’acceleratore di particelle più potente al mondo, costituito da un anello di 27 chilometri di magneti superconduttori con una serie di apparati acceleranti per aumentare l’energia delle particelle e studiarne il comportamento. Appena si conoscono i protagonisti di questa ricerca, il fascino dell’argomento cambia registro e tocca anche le persone. Fabiola Gianotti dirige la struttura con l’esperienza di chi ha dedicato un’intera vita alla fisica. Ma è circondata da un team internazionale composto anche da giovani e giovanissimi, come Valentina Cairo, scienziata al CERN da quasi tre anni. Per la sua bellezza, Valentina sembra uscita dalla serie TV. E anche la sua storia è un po’ da film. Originaria di un piccolo centro della Calabria, è approdata a Ginevra dopo un’esperienza in un istituto scientifico della California.

«Sono sempre stata curiosa e affascinata dalla Scienza – racconta – ho avuto la fortuna di incontrare professori, al liceo prima e all’università poi, che mi hanno trasmesso la passione per la fisica. Uno di questi lavorava qui all’esperimento ATLAS».

Valentina mi spiega cos’è avvalendosi di un modello Lego. Mentre nelle viscere di Ginevra corrono particelle, in superficie siamo circondati da interattività e modelli. La riproduzione sta in una vetrina, ma quello vero su cui Valentina lavora è un bestione lungo come tre Tir in fila, alto come un palazzo di 8 piani e pesante come la torre Eiffel. La bella e la bestia. Poi la bella a un certo punto sfiora un pulsante sulla parete di vetro opaca. L’avevo trascurata, ma appena la superficie si schiarisce, scopro che a fianco a noi c’è la control room del Cern. È il luogo dove convergono e si elaborano i dati.

Ginevra e il Cern, fili di bellezza e conoscenza

«Questa è la sala dove per la prima volta siamo arrivati ad esaminare il bosone di Higgs». Valentina ha la capacità di rendere semplice la presentazione. L’ignorante che è in me si sente piccolo, nudo davanti al nocciolo della creazione dell’universo. Una scienziata deve spiegare e incoraggiare, è vitale perché la ricerca non si fermi e il passaggio di testimone di conoscenza continui. A questo serve la porta che il CERN rappresenta. Con Ginevra sua perfetta anticamera.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 28 maggio 2024

Il 17 maggio della bandiera rainbow. Da dove arriva e cosa significa?

Per la Giornata Internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, sventolano le bandiere rainbow. Ogni 17 maggio, Ivan e io ne issiamo due nel nostro giardino. Mentre scrivo, le vedo tese nel vento, come preghiere tibetane, spero recapitino messaggi di inclusione ai Vannacci del mondo che pensano alle bandiere per dividere, dimenticando che le bandiere nascono come simboli di unità.

Nel caso della così detta bandiera Rainbow, il significato di un vessillo incontra quello dell’arcobaleno. Le tonalità erano già simbolo nel 1973 con i Pink Floyd, su una delle cover discografiche più famose di ogni tempo. Il fondatore del gruppo Roger Waters dichiarò «The Dark Side of the Moon era un’istanza di empatia politica, filosofica e umanitaria che chiedeva disperatamente di venir fuori.»

L’italiano Franco Summa fu tra i primi a usare il tema rainbow come atto di provocazione positiva con l’azione collettiva Sentirsi un arcobaleno addosso. Produsse 24 magliette tessute con 24 fasce di colori diversi e le donò a 24 autori-attori perché le indossassero nella consapevolezza della responsabilità di essere protagonisti.

La bandiera Rainbow LGBT

Per arrivare all’arcobaleno che appare nella bandiera del Gay pride, bisogna attendere il 1978 e Gilbert Baker. Veterano della guerra del Vietnam, designer, artista e drag queen, Baker creò la bandiera arcobaleno facendola diventare il simbolo universale di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali, in riferimento alla poliedricità della comunità che rappresentano.

Nato il 2 giugno del 1951 a Chanute, un paese agricolo di 8000 abitanti in Kansas, lasciò casa per arruolarsi nell’esercito. All’epoca del suo congedo, a 21 anni, un omosessuale poteva ancora essere imprigionato o sottoposto a terapia con elettroshock per l’omosessualità.

«Una volta che sono stato finalmente liberato dal mio passato in Kansas, la prima cosa che ho fatto è stata prendere una macchina da cucire – ha dichiarato – Perché era il 1972 e volevo assomigliare a Mick Jagger e David Bowie. I miei genitori non mi hanno parlato per dieci anni, ma mi ha permesso di superare i miei impulsi suicidi e di diventare l’artista che sentivo dentro di me».

Quando arrivò a San Francisco, cominciò a confezionarsi gli abiti che indossava sui palchi da drag queen nei locali della città. Il suo contributo più grande lo diede nel 1978 quando il politico Harvey Milk lo incaricò di creare una bandiera.

Baker dichiarò di essersi ispirato alle celebrazioni del bicentenario americano nel 1976. L’esibizione fiera di stelle e strisce in tutta la nazione gli aveva fatto capire la necessità culturale di un simbolo per la comunità in cui si riconosceva.

I diversi colori avrebbero rappresentato tutte le razze, età e generi della comunità LGBT. Appena 5 mesi dopo, Harvey Milk fu assassinato con l’allora sindaco di San Francisco e la domanda per lo stendardo arcobaleno aumentò e, dalla West Coast, si espanse a tutto il mondo. Per celebrare il 25° anniversario delle rivolte di Stonewall e la creazione della bandiera stessa da parte di Baker, ne fu confezionata una versione lunga un miglio.

Da quell’arcobaleno iniziale, esattamente come la società pluralista che rappresenta, la bandiera ha continuato ad evolversi. Nel 2017, la città di Filadelfia ha adottato una versione rivista con strisce nere e marroni, per rappresentare le persone di colore all’interno della comunità LGBT. Nel 2018, il designer Daniel Quasar ha incorporato i colori dell’orgoglio trans per focalizzare l’attenzione sull’inclusione e sul progresso all’interno della comunità. La variante “Progress” aggiungeva una freccia lungo il pennone, puntata verso l’esterno per mostrare il movimento in avanti.

Nel 2021, Valentino Vecchietti di Intersex Equality Rights UK ha ridisegnato la bandiera del Progress Pride incorporando la bandiera intersessuale con triangolo giallo e cerchio viola.

Servono tutte queste modifiche? Chiedetelo alla comunità LGBT della Polonia, uno dei paesi europei dove la palude conservatrice insidia maggiormente il percorso dei diritti. È lì che i manifestanti della Marcia per l’Uguaglianza 2018 sono stati denunciati per aver profanato i simboli nazionali della Polonia abbinandoli ai colori dell’arcobaleno. Per la cronaca, furono assolti, ma finché l’atteggiamento è questo, la risposta è “sì, ricordare i diritti serve”. Una bandiera serve. Anche se l’arcobaleno iniziale è lontano, lo spirito rimane.

È giusto che viva e contamini positivamente i vari aspetti della società civile, fino all’arte. L’originale è nella collezione del MOMA. A prescindere dalle prossime eventuali modifiche, il punto di riferimento rimane.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 17 maggio 2024

La città delle fiabe

Nel pieno del Salone del Libro, è bello pensare che ci siano occasioni per incontrare gli autori. Alcune consistono nelle pagine di quello che hanno scritto, altre nei luoghi che li hanno influenzati.

Hans Christian Andersen, il principe delle favole, amava la natia Danimarca e il nostro paese, che visitò spesso e a cui dedicò una raccolta di poesie. Il Premio Andersen lo ricorda a Sestri Levante in una delle più coinvolgenti manifestazioni letterarie del nostro Paese, in programma ogni anno a giugno.

Anche la sua città, Odense, ha fatto qualcosa di straordinario.

La città delle fiabe

Sull’isola di Fionia, la Danimarca ha omaggiato il suo illustre figlio riqualificando l’intero quartiere della casa natia.

La struttura contemporanea dell’H. C. Andersen Hus – “Casa di Andersen”, perché è riduttivo chiamarlo semplicemente “museo”- è raccordata con quella dell’epoca e si insinua nel giardino multilivello.

La città delle fiabe
La città delle fiabe

L’insieme è un dialogo tra interni ed esterni, tra sopra e sotto, tra quello che è reale e quello che è onirico, perché ci si trova nella casa di chi ha inventato le fiabe più raccontate del mondo. Gli spigoli dell’edificio dove nacque sfumano in forme circolari tangenti tra loro che trasmettono storie.

Di cerchio in cerchio si attraversano le suggestioni e la vita dell’autore. L’esperienza di Odense è una narrazione vibrante tra spazi in cui la luce plasma creature. A volte naturali, a cascata dal giardino, altre volte artificiali studiate dal light engineering per illuminare la mente di Andersen. Di sala in sala prendono forma i materassi della principessa con il pisello che le impedisce di dormire, il soldatino di latta che ritrova la sua anima dopo il rocambolesco viaggio, la piccola fiammiferaia che strugge il cuore nel buio e nel gelo di una sala angosciante. Poi la sirenetta, il brutto anatroccolo e i personaggi fissati nel nostro immaginario.

La città delle fiabe

Se pensate che i bambini vivano con gli occhi dell’incanto tutto questo, avete ragione. Ma chi stupisce di più all’interno dell’H.C. Andersen Hus sono gli adulti. Le figure prendono vita per i visitatori di tutte le età che, alla fine del percorso, trovano abiti da indossare e scenografie da vivere, principesse e ranocchi in un teatro a cui tutti sono ammessi.

Nel susseguirsi delle suggestioni si scopre che lo scrittore era un personaggio curioso. Proviene dal quartiere più povero della città, ma riesce a raggiungere Copenaghen. È umiliato agli esordi nella capitale, ma tira fuori tutta la determinazione di cui è capace e avvicina i circoli culturali più importanti. Mette il suo estro e la magia nel lavoro, ma è un arrivista spiccato che riesce a stregare la nobiltà che nelle sue storie tocca. Crea un mondo con i mezzi dell’Ottocento, ma continua a conquistarci ancora dopo due secoli. Perfino l’opera architettonica disegnata dallo studio Kengo Kuma e a lui ispirata è capace di avvolgerci, è letteratura che si fa legno e mattone.

La città delle fiabe
La città delle fiabe

Quello che la Danimarca gli ha dedicato è un significativo esempio di riqualificazione. Il paesaggio urbano tardo medievale di Odense è valorizzato al punto che, una piccola casa qui, ora ha quotazioni milionarie. In alcune abitazioni si può perfino soggiornare. Anche se lontane dalle grida e dagli odori che animavano una città dell’epoca di Andersen, gli scricchiolii del legno sono gli stessi e viverci rende l’idea del contesto. In un prosièguo immersivo della passeggiata letteraria, camminando nel centro storico si trovano la scuola di Andersen, le statue che raffigurano lui e i suoi personaggi, il parco dedicatogli che un tempo era aperto solo a un esclusivo circolo di lettori, la cattedrale dove riposa l’ultimo re vichingo.

Si arriva alla piazza del chiostro dei domenicani del 1238. Demolita la struttura antica, hanno lasciato sfere in ottone a delimitare il contorno. Su di esse si affaccia un portone, è il numero 3 di Sortebrødre Stræde. Manca l’insegna, ma cercate bene. Entrate nella bottega a sinistra e raccogliete la vostra dose di meraviglia. Vi troverete soli in una micro esposizione di pupazzi che è il degno completamento a una città da fiaba.

La città delle fiabe

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 13 maggio 2024

Come mettere in pratica la Giornata della Terra

Il Doodle di oggi ci ricorda che è la Giornata della Terra identificando ogni lettera con un ambiente.

Ci sono tanti modi per riflettere e agire, il migliore dovrebbe essere arrivare a fare in modo che il nostro impatto sul cambiamento sia il minimo possibile. Potremmo addirittura fare qualcosa di migliorativo. Qualcosa di assimilabile a un’evoluzione.

L’evoluzione, del resto, è un fatto naturale, così come il cambiamento del clima. A preoccuparci oggi dovrebbe essere la velocità con cui stanno manifestandosi le variazioni.

Un ottimo spunto per documentarsi è quello della serie Terra – Un pianeta in evoluzione, in onda da oggi su Sky Nature. Nei cinque episodi, il biologo evoluzionista Shane Campbell-Staton dell’Università di Princeton spiega come la Natura si stia adattando ai cambiamenti climatici.

«Il pianeta dove viviamo sta cambiando molto rapidamente, a una velocità mai vista in milioni di anni… Gli animali stanno adattando i loro comportamenti o, addirittura, si stanno evolvendo per stare al passo con questo cambiamento.»

Campbell-Staton inizia la sua analisi dagli scimpanzè. Questi nostri “parenti stretti”, nel loro habitat africano sono costretti a compiere cose straordinarie.

Se volessimo immaginare noi un cambio di registro e provare? Adattamento, cambiamento, evoluzione possono infatti essere tracciati anche nella nostra vita. Uno spunto può manifestarsi nelle vacanze, il momento dell’anno in cui tutti abbiamo la possibilità di reinventarci. Il test è possibile affiancandosi a chi ha scelto di vivere nel rispetto dell’ambiente creando una certa simbiosi con esso.

Sono un esempio quelle famiglie che vivono sulle Alpi e hanno deciso di rimanere a lavorare i campi, allevare il bestiame ed educare i propri figli a un mondo possibile alternativo al PIL in crescita e alla logica di profitto.

In un momento in cui Milano è immersa nella settimana del design, Venezia nell’opening della Biennale d’arte, solo per citare due esempi che hanno visto il termine “sostenibilità” usato e spesso abusato, forse dovremmo guardare a chi ha scelto di disegnare la propria vita su un modello che con l’ambiente interagisce positivamente.

Quelli che seguono sono quattro esempi concreti di coppie che hanno fatto una scelta radicale che possiamo condividere visitandole, mangiandoci assieme, lavorando al loro fianco. O anche solo frequentandoli da ospiti.

Matthias viveva nel maso vitivinicolo di famiglia e quando ha incontrato Evi ce l’ha portata. Lei, bolzanina, era quasi spaventata percorrendo la prima volta la strada che finisce tra le vigne sul poggiolo assolato del Rielinger. L’affaccio è ancora sui ruderi del castello che governava la zona. Una tettoia solare protegge il loro piccolo allevamento, ma il maso è rimasto intatto e insieme ai loro bambini accolgono gli ospiti offrendo speck e vino a chilometro zero, letteralmente.

Come mettere in pratica la Giornata della Terra

Poco più a nord, Reinhard pascolava le mucche di famiglia fin da bambino. Oggi gestisce da solo una stalla modello per come è automatizzata, puntuale nel fornire ogni giorno il proprio latte alla latteria sociale di Bressanone. Quando ha incontrato Szilvia, è rimasto incantato dal racconto di come nel suo paese le case si facciano in paglia e argilla, materiali naturali per eccellenza con proprietà bioclimatiche. Così hanno trasformato il fienile del DietrichHof ricavandoci quattro ambienti cocoon che portano gli ospiti in una dimensione originalissima sospesa tra antichità e fantascienza.

Come mettere in pratica la Giornata della Terra

Sul versante opposto della valle, Franz è appassionato dalla lavorazione del legno. Tutta la creatività che ha messo nel calcetto – orgogliosamente home-made – si è materializzata nello chalet multiplo che ha arredato con Brigitte. I tetti simmetrici del NiederthalerHof sono affacciati al bosco con 4 unità che in ogni loro angolo propongono un tocco di originalità tra foto in bianco e nero, lampade con rami dal bosco e librerie retroilluminate.

Come mettere in pratica la Giornata della Terra

Per chi preferisce la comodità di essere a fondovalle e spostarsi da lì verso diverse montagne usando solo i mezzi pubblici, l’idea di Cristoph è stata quella di conservare il vecchio edificio trasformandolo in una chicca di design contemporaneo. Con il gusto di Irene ne è nato il volume dell’InnebachlerHof, esempio di minimalismo alpino con linee contemporanee e materiali naturali in un’oasi dove coesistono vigneto e frutteto con la comodità della piscina e dello spazio relax.

Come mettere in pratica la Giornata della Terra

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 22 aprile 2024

New York, il volto sostenibile della megalopoli

Questo post parla di ambiente, ma anziché mandare in un bosco, invita a scoprire il volto green della metropoli più famosa. New York, la conosciamo tutti per la meta scintillante dove è sempre un piacere tornare, ma qui vorrei proporne un punto di vista alternativo.

I nuovi grattacieli? Immaginiamoli come città verticali progettati anche pensando alla sostenibilità. Le linee metropolitane in disuso? Si trasformano in parchi lineari e gallerie d’arte open air. Mancano alberi? Si crea un’isola galleggiante con bosco e teatro.

Se è trascorso un po’ di tempo dall’ultimo passaggio nella Grande Mela, allora forse è il momento di tornarci. Se invece ci siete appena stati e avete ancora l’idea di città solo votata a caos e frenesia, i link che seguono sono un invito a riconsiderare l’affermazione.

New York, il volto sostenibile della megalopoli

Per spostarsi a NY in modo sostenibile, proviamo a dimenticare taxi e motori. La MTA card mette in tasca l’intera mappa dei trasporti urbani, ha diverse alternative di durata e connette tutte le mete del New York City Pass con le attrazioni principali da visitare a prezzi scontati.

L’itinerario tra arte e natura è centrato su Manhattan, quindi il suggerimento per il campo base è puntare su Chelsea e il flower district, a metà tra Central Park e Ground Zero. Qui ci sono hotel come il Moxy Chelsea, che Wallpaper ha descritto “un momento di tregua dal caos della città”. Forse per il negozio di fiori Putnam & Putnam che si attraversa per accedere alla hall o per la lounge che ricorda un giardino d’inverno o, ancora, per lo stile industrial con dettagli che fanno sentire in un museo boutique del design dalle stanze al rooftop fronteggiante l’Empire State Building.

New York, il volto sostenibile della megalopoli
New York, il volto sostenibile della megalopoli

Da qui, la scoperta della grande mela a piedi è facile. La camminata principe è quella della HighLine. Il tratto della West Side Line che costeggia l’Hudson è dismesso dagli anni ’80, ma dal 2009 la porzione tra la 13ª  e la 34ª è stata riaperta con una passeggiata sospesa che mette in collegamento i quadri di Hopper al Whitney Museum con la scintillante Vessel, pigna di 8 piani costruita in Italia e assemblata oltreoceano. A fianco, il grattacielo The Edge è tra i più recenti inaugurati, con un terrazzo a forma di scheggia che mette a dura prova il senso di vertigini. Nell’attesa dell’ascensore, i pannelli spiegano come il complesso abbia fatto propria la sostenibilità innovativa con il riutilizzo delle acque piovane, ventimila metri quadri di spazi verdi pubblici e un design che privilegia i pedoni.

Il colpo d’occhio sulla High Line costellata di opere d’arte è quello di una vena creativa che pulsa nella città. La direzione di Cecilia Alemani ne ha fatto uno dei più grandi progetti di public art al mondo, favorito dal richiamo di visitatori e di donazioni. Senza sminuire il talento della First Lady italiana dell’arte che ha attratto opere e creatori da tutto il mondo, il successo è anche dovuto al brillante recupero architettonico della passerella che scorre sfiorando appartamenti per miliardari e i loft delle gallerie dove sfilano i best seller dell’arte contemporanea.

New York, il volto sostenibile della megalopoli
New York, il volto sostenibile della megalopoli

Un altro progetto simile alla High Line, chiamato in contrapposizione Low Line, punta a valorizzare un’area di smistamento ferroviario sotterraneo. Meno fortunato di quello in superficie, al momento è ancora in stand by, ma rimane un interessante spunto per convogliare il cielo di New York sottoterra grazie a un sistema di specchi. Confido che prima o poi si farà, l’America è dopotutto il paese dei pionieri. Lo dimostrano coloro che scelsero il maleodorante quartiere dei macellai per portare a Manhattan il gotha della creatività. Per capire cosa ci fosse qui ancora solo negli anni ’80, basta entrare in qualcuno degli spazi che mantengono carrucole e ganci dell’epoca. Oggi sono negozi, come lo store dell’eco brand Patagonia, ma rendono l’idea dei sognatori che riescono a realizzare i loro progetti.

New York, il volto sostenibile della megalopoli

Basta poi attraversare la West st. per arrivare alla ricostruzione seguita al passaggio dell’uragano Sandy sul molo 54, di cui si vedono ancora i pali sul fondo del fiume. Quel che ci si trova davanti è una piccola isola. Little Island ha l’aspetto di una grande foglia ondulata sull’acqua, con 400 specie di piante, 100 specie di alberi e (ancora) opere d’arte contemporanea sospese in 132 calici di calcestruzzo che, nell’insieme, creano una superficie omogenea con angoli per rilassarsi, spazi d’incontro e un anfiteatro da 700 posti. Il tutto realizzato grazie alla città di New York e al supporto del magnate Barry Diller con la fondazione von Fürstenberg. I loro milioni avranno anche fatto la differenza, ma credo che molto di questa new age newyorkese si debba alla gente comune che sposa i progetti e li sostiene con microdonazioni e con il portare vita nei luoghi credendoci, mettendosi in gioco, facendo del volontariato. Qui, chi ha un muro libero lo mette a disposizione degli street artist, chi vota si ricorda delle promesse dei candidati. Organizzazioni non profit, gruppi di cittadini e attivisti ambientali lavorano fianco a fianco con artisti, designer e architetti per promuovere pratiche sostenibili e costruire una città più resiliente e equa per tutti. Un successo? È sciocco pensare che una città di 8 milioni di abitanti sia estranea ai problemi, ma almeno, quello sì, è utile che se ne tragga un esempio per provarci.

New York, il volto sostenibile della megalopoli

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 4 aprile 2024