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Stonewall – new york, 50 anni fa e oggi

State partendo o avete in programma di andare a New York questa estate? Ecco una miniguida di quel c’è da fare attorno al Pride, che quest’anno è WorldPride.

Sotto tanto colore e rumore, i Pride sono innanzitutto dei momenti sociali. Il picco di questo esercizio di memoria quest’anno è a New York, dove si ricordano i 50 anni di Stonewall e si tiene il World Pride.

Un po’ di storia. Stonewall è il nome di un bar. Nella notte del 28 giugno 1969, un gruppo di giovani si oppose a una retata della polizia, senza avere coscienza dell’ondata che il loro coraggio avrebbe suscitato. Paradossalmente, da lì a un mese una navicella americana sarebbe sbarcata sulla Luna, segnando «un piccolo passo per un uomo ma un grande passo per l’umanità», ma negli Stati Uniti gli uomini dovevano essere “uomini”, le donne dovevano essere “donne” e le virgolette significano che tra gente dello stesso sesso non ci si poteva scambiarsi effusioni in pubblico, ballare e tantomeno baciarsi. Un esempio su tutti: il Manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association (l’Associazione Americana di Psichiatria) classificava l’omosessualità tra le malattie mentali. Più precisamente, nel 1952 come “disturbo sociopatico della personalità” e nel 1968 più precisamente come “disturbo mentale”.

Tornando allo Stonewall Inn, nacque come un qualsiasi night club di New York. Fiutando un possibile affare, la famiglia mafiosa dei Genovese lo trasformò in un bar per omosessuali, pagando anche tangenti alla polizia per non essere “disturbata” nell’esercizio. Di fatto, tutti quelli che dovevano sapere, avevano ben chiaro che lo Stonewall era l’unico luogo pubblico dove i gay potevano ballare e scambiarsi effusioni senza rischiare l’arresto. Un paradosso che mi tocca da vicino e rende ancora più grave il tutto: l’identità della comunità in cui mi riconosco, ha dovuto passare dalla mafia per innescare il cambiamento. E se questa era New York, immaginiamo il resto dell’America (e del mondo).

Dunque, di fronte alla polizia, alcuni reagirono. Erano persone che oggi identificheremmo come membri della comunità LGBTQ. Ma era il 1969 e la sigla era ancora lontana, la lotta per i diritti era negli stadi embrionali e nessuna parata pubblica era mai stata organizzata. Già 10 anni prima ci fu una rappresaglia della polizia a Los Angeles nei confronti di un gruppo di trans, lesbiche e gay che scesero a manifestare, ma il fatto che Stonewall fosse New York, diede un altro risalto alla notizia. La comunità non chiedeva più solo di essere lasciata in pace, ma rivendicava diritti.

I moti coinvolsero la prima sera 600 uomini e donne, che triplicarono la sera successiva. Il tutto durò una settimana, in cui furono chiamate a sostegno tutte le anime che in qualche modo condividevano la voglia di affermare dei diritti.

«Stonewall fu come un piede improvvisamente pigiato sull’acceleratore – dichiara Cathy Renna, italoamericana dirigente di Target Cue – si passò dai venti all’ora ad andare a tutto gas e le notizie si propagarono velocemente in città come Philadelphia e Washington, dove la comunità era già in fermento».

«I moti di Stonewall furono un punto di svolta e un esempio per la diffusione delle manifestazioni nel mondo – precisa all’LA Times Eric Marcus del comitato Stonewall 50 – e trovo molto ispirante che proprio una delle fette di società che fino ad allora era considerata più debole e timorosa, reagì e si oppose alla polizia».

Già l’anno seguente si organizzarono i primi Pride e una parte di mondo prese coscienza dei diritti di una comunità. Il fatto che, a cinquant’anni di distanza, a New York si ospiti il World Pride è dunque l’occasione per una grande festa che, dicono gli organizzatori, arriverà a richiamare milioni di persone. Per la cronaca, la NYPD (il dipartimento di polizia della città) ha formulato le scuse per quanto successo e ha pure decorato alcune delle sue auto per onorare il Pride. Meglio tardi che mai, si dice.

Tra colore e cultura, che scegliate i giorni del Pride o quelli limitrofi, un po’ di spunti incoraggiano a saltare su un aereo e inserire la Grande Mela nelle prossime destinazioni. Al proposito, la compagnia Air Italy è la prima in Europa ad ammettere tra le generalità di bordo il terzo genere oltre a maschio e femmina, ponendosi di fatto si pone in prima linea nell’accettazione delle diversità.

Il punto di riferimento storico per capire la portata di quanto successe, è alla biblioteca centrale di New York. Il monumentale edificio della Public Library, famoso per aver ospitato i set di moltissimi film ambientati in città, ospita al piano superiore Love and Resistance: Stonewall 50. Nella galleria fotografica c’è la cronistoria di quanto accadde allo Stonewall Inn, ma anche molto di quello che c’era intorno, come libri, riviste, attività culturali, primi tentativi di costruire un’identità che fosse aperta anche all’esterno della comunità. È probabilmente la più completa rassegna mai raccolta, degna anche per trasmettere lo spaccato della città all’epoca.

Nell’area di Christopher Street si organizzano tour guidati. La cartina si scarica gratuitamente in internet, così potete scoprire le tappe e dosarvele anche per conto vostro. La zona è salvaguardata dalla stessa legislazione dei parchi nazionali americani e include tutti i luoghi che toccarono quei giorni, a partire dallo Stonewall Inn e dalla deliziosa piazzetta che lo fronteggia. Se gli interni sono (purtroppo) cambiati, l’esterno e i dintorni si riconoscono facilmente nelle foto dell’epoca. Le statue nel centro dello spazio, con il loro bianco cangiante, sono un monito a ricordare chi ci ha preceduto. Il tour di un’ora tocca il Julius Bar, rimasto identico a quando furono scattate le immagini storiche esposte alla library.

A breve, altre statue, non distanti, ricorderanno Marsha Johnson e Sylvia Rivera. Di fatto, sarà il primo monumento trans della città e, forse, al mondo. Sylvia e Marsha ebbero anche una parte nei moti. Qualcuno sostiene fin dalla prima scintilla, altri riconoscono il coinvolgimento ma solo a moti iniziati. Poco importa: non è questione del “quando” ma del “cosa” si fece. La Johnson fu anche protagonista della serie Ladies and Gentlemen di Andy Warhol, espressamente dedicata dal re della pop art ai volti trans.

Tra i protetti di Warhol, in tema LGBT c’era anche Keith Haring. Aveva solo undici anni nel 69, ma più tardi, già da protagonista della Factory, avrebbe cavalcato il mondo LGBT di New York diventandone una star. Per quanto lo riguarda, la tappa da non mancare, è quella del Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender Community Center. I new yorkers LGBT lo chiamano semplicemente The Center. Era un laboratorio della zona portuale agli albori del ‘900, ma grazie a donazioni oggi è diventato un punto di riferimento della comunità, con ambulatori, studio legale specializzato in difesa dei diritti, un bar, una fornitissima biblioteca e i disegni di Keith Haring nella stanza che era quella dei bagni. Per visitarla, chiedete alla reception e saranno ben felici di indicarvela. Tornerete in Italia avendo visto qualcosa che non è inclusa normalmente sulle guide.

New York rimane la capitale dell’arte contemporanea e non manca di confermarlo anche durante il il Pride Time, che comunque continua fino a metà luglio. Il Guggenhein celebra il momento con una mostra dedicata a Mapplethorpe, ma in giro per la città c’è parecchio fermento.

Vale lo sforzo di portarsi a Broadway e visitare la galleria Leslie Lohman. Nata da un lascito, mostra – senza veli di nessun tipo, preparatevi – una collezione privata con tutti i mostri sacri contemporanei che hanno toccato il tema.

Il Bronx Museum of Art celebra il Pride con una personale di Pacifico Silano sui silenzi subiti da chi, una decade dopo Stonewall, ha visto lo scatenarsi della piaga dell’AIDS.

Nella capitale della street art potrebbe venirvi voglia, come a chi scrive, di fare una scorpacciata di artisti da strada. Seguite il World Mural Project, per scoprire come una carrellata di writers si è misurati a riempire di colore i muri della città. Qualcuno sostiene che il vero talento contemporaneo stia qui, più che nelle gallerie patinate di Braodway.

Per chi pensa ancora che i Pride siano inutili, l’invito è andarci e scoprire il beneficio del contagio positivo. Al World Pride gli eventi sono davvero tanti, compresi quelli espressamente dedicati alle famiglie con bambini e i musical. Al Longacre Theatre c’è in scena The Prom. È la storia, ambientata negli anni ’60, di una ragazza che deve lottare per vedere riconosciuto il proprio amore per una compagna di scuola.

Dalla finestra della mia stanza al Moxy Chelsea ho tutta New York ai miei piedi. L’hotel è tra i più LGBT friendly. E’ un’esperienza andarci anche solo per salire al roof top bar. Ma è anche un’esperienza starci. l’ingresso è molto soft e non fa sentire la mancanza della natura grazie alla parete di verde verticale del negozio di fiori della coppia Putnam & Putnam. La distanza tra il marciapiede di Stonewall e il vetro segna 50 piani e 50 anni. Non c’è nemmeno un davanzale, come fosse un equilibrio precario, basta niente a cadere e tornare indietro. Tra me e il mondo solo una vetrata che si affaccia senza nascondere nulla. Non basterebbe tutta l’estate a vivere la città. Balli, feste, mostre, momenti di riflessione. Sono chiusi dall’orizzonte oltre la Statua della Libertà che è un puntino sullo sfondo. Si dice che a Manhattan l’Hudson sia come l’oceano, oltre la linea della sponda tutto sia lontano. Una copertina del New Yorker disegnata nel 1976 da Steinberg lo spiega benissimo. Ecco, partendo da questa immagine, e dalle grida di protesta del giugno 1969, penso che il più grande successo del World Pride non sarà di raggiungere i quattro milioni di gitanti festosi che tutti si aspettano, ma di sgretolare la distanza tra la Grande Mela e le Stonewall che il mondo purtroppo ancora aspetta.

Dunque grazie NYC per quello che farai. Buon World Pride a te e a tutti quelli che, come solo tu sai fare tra le grandi metropoli, accoglierai a braccia aperte.

Guerre Stellari 7, i luoghi della forza dell’universo di Star Wars, senza lasciare la Terra

Ci risiamo, è di nuovo Guerre stellari, Star Wars. Ero al cinema nel 1977 e potrei ancora dirvi dove ero seduto – terz’ultima fila del cinema più grande della mia piccola città – e con chi – mio nonno e mio fratello. Dettagli, ma che mi ricorderanno quanto fosse strepitosa la storia di quel primo episodio quando nei prossimi giorni andrò a godermi Il risveglio della Forza. Non avendolo visto – questione di ore – ed essendo pieni il web e la carovana mediatica di tutte le informazioni, vi risparmio la cascata di dettagli coi quali ci stanno bombardando. Vorrei solo uscire a cena con Harrison Ford, ma nessuno ha pubblicato i suoi recapiti e questa è un’altra storia.

Piuttosto vorrei raccontarvi i luoghi meravigliosi che hanno visto risvegliare la forza facendo da location al nuovo film. Sparpagliati nell’universo nella fantasia del racconto, sono ben saldi sulla terra nella realtà.

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Il Regno Unito e l’Irlanda la fanno da padrone. La foresta di Deam è un luogo talmente incontaminato da essere stata scelta in passato per fare da cornice alle storie di Mago Merlino e Doctor Who. Dalle foto in rete, l’area di Puzzlewood sembra davvero un quadro primordiale. Il Lake District si presta alle scene di natura in campo aperto. L’alternanza di terra e acqua l’ha reso adatto a diventare un campo di battaglia. La base missilistica di Greenham – dismessa dal 1993 – era già finita sui media quando un pilota amatoriale ci ha visto parcheggiati il Millenium Falcon di Han Solo durante le riprese. I vecchi hangar e i boschi che li circondano ben si prestano a un’idea di base sperduta. La palma di luogo isolato, in tutti i sensi, spetta però allo scoglio di Skellig Michael, Patrimonio Unesco sulla costa ovest Irlandese. Sulla sua vetta c’è perfino un monastero e il luogo è talmente impervio da essere impregnato di leggende, arroccate lì da chissà quanto.

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Poi ci sono i deserti, ben due. Quello gelido è tra le nevi dell’Islanda, ma gli esperti sostengono sia stato parecchio ritoccato. Il ghiacciaio di Mývatn e il cratere di Krafla sono luoghi che comunque non hanno bisogno di effetti. L’energia della terra, lì, si respira. Zero effetti anche ad Abu Dhabi. Rub’ al Khali è in una delle aree desertiche più ampie al mondo e la location non ha davvero richiesto sovrastrutture. Peraltro è anche uno dei pochi deserti sul pianeta ad ospitare posti da fiaba con livelli di comfort a cinque stelle. Forse fin troppo, ma le fiabe vogliono i loro posti da principe. Per la cronaca, in passato anche l’Italia fu coinvolta in alcune scene della saga. Ne L’Attacco dei cloni – secondo episodio, il quinto al cinema – la Reggia di Caserta era il palazzo reale di Naboo mentre la villa del Balbianello sul Lago di Como era il luogo dove Anakin and Padmé si sposano.

Del resto, sulla pace della Natura:

Il miglior rimedio per chi ha paura, è solo o infelice, è uscire, andare dove si può stare in pace, soli con il cielo, la natura e Dio. Solo allora ci si rende conto che tutto è come dovrebbe essere.

Anna Frank

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Se è vero che per trovare l’energia basta immergersi nell’incontaminato, forse gironzolando in questi luoghi, riusciremo ad aggiungere suggestioni stellari. Ma questo ce lo racconteremo dopo il film. Che la forza sia con noi, ci sarà utile per superare le file al botteghino.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Aggiornamento: visto il film, è praticamente il primo, solo in versione XXXL, con tutti più grassi, compresa la morte nera.

All’Expo, il padiglione Zero delle meraviglie

Il Padiglione Zero è la porta dell’esposizione universale. Il motto a caratteri cubitali dichiara parte dei contenuti ma non prepara abbastanza allo stupore delle installazioni teatrali all’interno. Continua la lettura di All’Expo, il padiglione Zero delle meraviglie

Un orso al fuorisalone, puntata 2015

A Milano è partita la kermesse del Salone del Mobile con l’annesso circo dei Fuorisalone che animeranno fino a domenica la città. In molti vedono la galassia di eventi come la prova generale di Expo. Vedremo. Per adesso mi accontento della mia (solita) passeggiata alla scoperta dei molti talenti impegnati nella valorizzazione di progetti sostenibili.

Suggerisco di partire dalla zona più fresca per l’età dei creativi impegnati, quella di via Ventura a Lambrate. Luci a led che diffondono soavi trasparenze in lampade a nuvole o a petali, cascate d’acqua in vecchi tubi di aerazione, tavoli e mobili da cassette e Bici in legno Cascata d'acqua a led Cassette portatutto e mensole da tronco Completo in cartone ondulato Coprivaso in materiale di risiclo Fiori da tessuti riciclati Fogli di betulla diventano lampadari Giunco per borse di design Legno certificato per arredi contemporanei e pareti multiuso Luce diffusa grazie ai fiori di led Manici che diventano lampade Mobili gonfiabili, leggerissimi e trasportabili Monoblocco lavabo in pino Nuvole di luce Pala eolica o scultura di energia rinnovabile? Plastica avvolgibile per armadi versatili Portavaso minimalista Tavolo e accessori in laminati di legni Un filo di ferro e un led creano un voltopallets, fiori e vasi da tessuti di scarto, tubi che diventano sculture, bici in legno, case e uffici pieghevoli ricavati in serre, mobili in lamiera che una volta era automobili o lavatrici. Ci sono perfino un tubo che rivela la naturale luminescenza del mare e una pala eolica che è molto vicino ad essere una scultura. Un monumento alla sostenibilità? Forse. Siamo sulla buona strada, ci servono esempi, non monumenti.

Spostandosi verso il centro, la Fabbrica del Vapore sarà la tappa obbligata per gli appassionati delle architetture vegetali. Giunco, bambù, fibre naturali per l’unico materiale – il legno – che è perfettamente rigenerabile e nel rigenerarsi produce quella cosa chiamata ossigeno. Avete presente, no?

E siccome per il futuro sarà sempre più importante riciclare, tra gli appuntamenti immancabili bisogna segnarsi Io riciclo, Tu ricicli. Occasione straordinaria per incontrare designer emergenti che fanno del green il proprio credo. Dalla nascita dell’evento, all’NH Hotel di via Tortona, sono circa 100 i progetti selezionati negli anni e diventati successi. Il vaso fatto col compost, i manici del rastrello e della scopa che diventano lampade, il cartone ondulato che si modella a sedia di design. È tutto lì da vedere e, soprattutto, provare.

Nel chiostro dell’Università Statale, Energy for Creativity propone una selezione di creativi che combinano materiali poveri con le avanguardie. Curiosa la parte dedicata al Brasile, che dimostra come arredare usando forme e colori della natura incontaminata con la libreria a forma di giaguaro o la lampada che richiama al serpente corallo.

In tema di ambiente, anche i confini della Fiera hanno qualcosa da raccontare. Qualcuno ha pensato ai luoghi del cuore d’Italia sviluppando cinque ambienti tra Milano, Roma, Venezia, Val d’Orcia e Lecce. Nelle ambientazioni, visualizzabili anche nell’app scaricabile nel Padiglione 14, il sogno del Bel Paese si celebra con gli oggetti del design nazionale.

Nella sezione Satellite, i giovani talenti si preparano a Expo con progetti tutti “tecnologia e sostenibilità”. Si trovano vasi intelligenti che modulano acqua e aria e composizioni in betulla. In tema di sostenibilità rimango perplesso di fronte alla libreria in cemento e alle sedie in vetroresina, materiali che sostenibili non sono. Il design comanda qui, è vero, ma il pubblico non è tanto allocco.

Nei padiglioni 22 e 24 della sezione Workplace, ci si cala invece nella passeggiata di un ufficio verde progettato da De Lucchi. Bello, anzi bellissimo. Le passerelle volano letteralmente su isole verdi dove tra le scrivanie ci starebbero bene scoiattoli e passerotti. Se davvero gli uffici saranno così, chi ci torna più a casa?

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

 

Fà la cosa giusta, vieni in fiera e impara qualcosa

Oggi a Milano apre una fiera dedicata a chi crede si possa concretamente fare qualcosa per un mondo più sostenibile.  Fà la cosa giusta!  Non è uno di quegli show dove gli stand gareggiano a luccicare per attrarre visitatori dell’effimero. Non andateci se cercate il patinato e il perfetto.

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Però non mancatela se vi va di vedere il mondo del quotidiano con occhi differenti. La manifestazione si articola in 13 sezioni: Mangia come parli, Vegan, Pianeta dei piccoli, Mobilità sostenibile, Turismo consapevole e percorsi, Critical fashion, Abitare green, Editoria e prodotti culturali, Pace e partecipazione, Commercio equo e solidale, Cosmesi naturale e biologica, Economia carceraria, Servizi per la sostenibilità.

Non è il solito specchietto per allodole della Milano liquida. Qui c’è chi nei pallets usati ci vede divani, letti e fioriere. Si incontrano ragazzi che con gli avanzi di cartelloni pubblicitari o tele di camion ci fanno borse. <http://www.garbagelab.it/index.php/it/> Immaginate pure cinture fatte con pneumatici usati di bicicletta, biscotti preparati dal forno di un carcere, gioielli e bigiotteria confezionati in modo da non danneggiare ambiente e persone. La sezione che richiama più di tutte è quella della critical fashion: moda etica, tessuti (davvero) artigianali, cotone biologico, scarpe vegane. C’è perfino un’agenzia che organizza ecomatrimoni, almeno così sposi e invitati saranno certi che la loro cerimonia non sarà una mazzata per l’ambiente. Poi ci sono i corsi, secondo un fitto programma di seminari per scoprire che le cose non nascono sugli scaffali dei supermercati. L’autoproduzione è una pratica sempre più attuale e diffusa. Perché non imparare a produrre in casa cosmetici, abbigliamento, detersivi e oggetti di design?

Ho trovato anche libri interessanti collegati agli argomenti. Da appassionato del legno, mi ha incantato Piccoli falegnami – lo ammetto, l’ho preso per me ma giuro che lo metterò in pratica per i miei nipotini – e mi sembra molto interessante Più bici, più piaci, un viaggio semiserio alla scoperta della due ruote perfetta attraverso 25 identikit in uno dei quali potreste riconoscervi e, chissà, decidere di non mollare mai più i pedali. Insomma, non scambiatelo come un evento per radical chic e hipster, perché qui c’è gente di tutte le età e tutte le provenienze, e in un certo senso è anche un viaggio nelle culture. Gastronomiche comprese, visto che c’è pure una sezione dedicata al buon mangiare e buon bere.

A eventi di questo genere, secondo me, bisogna riconoscere tre meriti.
Innanzitutto stimolano la creatività. Non c’è come un periodi di crisi – economica e di idee – per trovare spunti volti al risparmio e a quella fantastica soddisfazione del “me lo sono fatto da solo”.
Poi si constata che c’è sempre una seconda possibilità. Qui c’è gente che ha cambiato lavoro lasciando la banca per mettersi a guadagnare dalle proprie passioni e dalla propria manualità, ma c’è anche gente che dal carcere cerca di farsi una seconda vita imparando un mestiere. Infine scatta un occhio strano che libera il pensiero laterale, perché in uno scarto industriale posso vedere un rivestimento, un decoro o un oggetto di funzionalità diversa da quella originaria. Quel che non è più un rifiuto per alimentare una discarica qui si valorizza e diventa bello. E’ anche ammettere, dopotutto, che Cenerentola non è solo una fiaba.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Arte col cartone Atelier di abiti ricavati con tinture vegetali da alberi e fiori Cosmetici di bambù e riso da Torino, Giorgio gestisce con la mamma un piccolo laboratorio in funzione dal 1978 Ecoidee per giocare Emanuele e Massimo, due fratelli, uno informatico e l'altro ecologista fanno arte e design col cartone Erano dischi da buttare, ora sono orologi Fabrizio 1, prima si è inventato una libreria modulabile coi lacci Fasce portabimbo coloratissime e in materiale naturale Gattini e gufetti solari per la luce soffusa, ma con la luce solare si può anche ricaricare il telefonino Il collettivo studentesco Black Rabbit fabbrica borse con le camere d'aria L'oro etico non sfrutta i giacimenti minerari disumani Le tre sorelle Paglia recuperano scarti da tessuti di lusso e ne fanno accessori Libri fatti a mano e composti da parole prese da gradni opere o notizie curiose Memorabilia Prima di diventare bracciali erano forchette, in argento Scultori di trottole in legno Sì, ci sono anche angoli per il gioco Spazio ai corsi per imparare a fare e comprare bene Teddy era un geometra ma gli è sempre piaciuto fare bigiotteria per amici, ora la fa per tutti, perfino con vecchie serrature Teloni pubblicitari risparmiati alla discarica grazie ai ragazzi di Garbagelab

Il nero mortale, inquinamento della Val Padana

Tranquilli, non è di razzismo o di evasione fiscale che si parla qui, ma di aria. Quando ero piccolo era normale, ascoltando la radio, incappare nella voce delle previsioni meteo che perentoria annunciava “Nebbia in Val Padana”. Ovunque la sentissi, era un po’ come una bandiera, un sentirsi a casa. Non sapevamo esattamente cosa stavamo respirando, ma in certi giorni l’aria pesava. L’illusione che a distanza di quasi cinquant’anni le cose siano migliorate c’è.

O meglio, c’era. C’era prima di leggere articoli come quelli circolati all’indomani della divulgazione dei dati sul costo in vite dello sforamento dei limiti massimi di pericolosità dell’aria. I morti sarebbero almeno 300 all’anno, di cui l’80% nella sola Milano. Edoardo Croci, direttore di ricerca allo IEFE-Università Bocconi, ne ha parlato nel convegno “I costi dell’inquinamento atmosferico: un problema dimenticato“, organizzato da Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente sulla qualità dell’aria in Europa, la Pianura Padana, nonostante la tendenza al miglioramento, resta la peggiore d’Europa in termini di qualità dell’aria, insieme all’area più industrializzata della Polonia. A Milano la responsabilità principale delle emissioni di PM 10, circa l’85%, è del traffico, e in Area C l’Agenzia Mobilità Ambiente Territorio (AMAT) ha stimato che oltre il 70% delle emissioni allo scarico è attribuibile ad auto e camion diesel euro 3 e 4 e a motorini a due tempi.

Praticamente penso ad una mappa dell’Europa e vedo nella mia Val Padana un’ombra nera. Vado con la memoria a certe giornate di cielo limpido che illumina le cascine tra i filari dei campi e nella testa mi passa che potrei vivere anche tre anni in meno per le porcherie che respiro senza rendermene conto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha reso disponibile un manuale scaricabile.

Sono convinto che bike sharing, Area C, chiusura dei centri storici al traffico privato siano ottimi strumenti. Mi manca però una voce che dica esattamente quali sono i rischi che corro quando vado in bici, quando i miei nipoti giocano nel campetto, quando le mamme spingono i passeggini nel traffico. Forse l’informazione diffusa aiuterebbe a sensibilizzare anche con piccoli comportamenti responsabili come limitarsi nell’uso dell’auto, far controllare periodicamente la caldaia, far notare al vandalo atmosferico di turno che non si sta fermi un quarto d’ora col motore acceso mentre aspetti qualcuno. Spiegare bene nelle scuole i rischi che si corrono potrebbe essere l’inizio della soluzione. L’educazione che parte dal basso è davvero contagiosa e magari riuscirebbe a ridurre quella macchia nera sulla mia regione.

L’ultima Onda del Lago – Booktrailer

Milano – Durante la seconda guerra mondiale, una ragazza ebrea cerca di salvare il fratello sordocieco dai bombardamenti e dal campo di concentramento. L’unico amico in città, rimasto solo dopo l’arresto del compagno, si offre di accompagnarli nella fuga verso la Svizzera.
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