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COVID19: Salvare la Patria stando in pigiama

Distanze, guanti, mascherina, per combattere il COVID19. Forse tutti abbiamo capito la loro utilità e ci stiamo dando da fare.

Sono però in molti che continuano ad essere a rischio conto terzi, cioè per noi. Penso al personale medico con stampate in faccia le impronte delle protezioni, ai ragazzi delle consegne a domicilio che si spostano tra corrimano di scale e tasti di ascensori, alle cassiere dei supermercati che sudano nei guanti, e così via a tutti gli infaticabili della catena della distribuzione che ci sta assicurando il necessario. E non solo.

È dunque dovere di tutti fare del proprio meglio per limitare i contagi. Ma stiamo adottando davvero tutte le precauzioni? Una delle raccomandazioni poco diffuse ma determinanti è quella di NON portare con sé il telefonino durante la spesa e non rispondere mentre si circola tra gli scaffali o sui mezzi. O quantomeno non usarlo per evitare che, rispondendo al telefono coi guanti, si trasmetta alla tastiera quello che il guanto ha raccolto. Basterebbe poi toccare di nuovo la tastiera a spesa finita per ritrovare quello da cui il guanto (ormai tolto) aveva protetto. Anche pulendo i propri dispositivi più volte al giorno, il Covid19 è subdolo e potrebbe batterci sul tempo.

Alla luce di questi contatti, in molti ci domandiamo quanto resista il virus fuori dall’organismo.

Come pubblicato da diverse fonti, la risposta varia in funzione del materiale. Il professor Burioni divulga sul suo sito questa tabella.

Il virus può resistere ore, ma con l’avanzare del tempo il contagio diventa improbabile perché la carica infettiva diminuisce.

Quello che bisogna però tenere ben presente è che il virus è ancora oggetto di studio e non conosciamo completamente il suo comportamento.

Inoltre, circolando, non possiamo prevedere con certezza le situazioni in cui potremmo imbatterci. Le variabili sono troppe per quantità e localizzazione. Se fino a ieri il nostro bus era deserto, non è detto che oggi lo sia. Se stiamo camminando e incappiamo in un incidente, non è detto che si riesca a indossare in tempo le protezioni. Scritto semplicemente, basterebbe un incauto starnuto scappato per sbaglio ad un passante che stiamo incrociando. Improbabile, ma possibile. Insomma, possiamo scegliere. Noi o il Covid19. La differenza è tutta nel limitare le uscite da casa o dall’ambiente protetto.

Nel nostro involucro domestico possiamo anche fare qualcosa di più, come ad esempio dedicarci a una dieta che aiuti a rafforzare il sistema immunitario. Non è una medicina, ma aiuta.

In questo momento abbiamo bisogno di tutto il supporto possibile, a partire dalla nostra pazienza. Si chiama anche questa Resistenza. Guardiamola da un altro punto di vista: diversamente da chi ha imbracciato un fucile o attraversato il mare su un barcone, abbiamo l’occasione di salvare la nostra famiglia e quello in cui crediamo stando in pigiama. Non capita tutti i giorni. I nostri nipoti ci giudicheranno (anche) in base a questo. Che idea daremo di noi se non riusciremo a dimostrare loro di essere stati capaci di fare qualcosa di così poco impegnativo?

non moriremo per il coronavirus

Le notizie del virus sono più virali del virus stesso. Anche le boiate. Non sono medico e non mi sento di esprimere il minimo commento a quanto sta succedendo.

Una cosa però, quella sì, la posso scrivere. Se alcune notizie dal nostro pianeta, coetanee della paura da Coronavirus, avessero l’impatto delle sciocchezze in circolazione in questi giorni, lo considererei un successo. Invece niente.

Tanto per lucidarsi gli occhi e preoccuparsi davvero:

1. In Antartide la temperatura ha superato i 20°: il cambiamento climatico non farà paura finché non ci renderemo davvero conto che non potremo contrastare l’innalzamento dei mari e le migrazioni di massa con le confezioni di Amuchina.

2. Le foreste continuano a bruciare in tutto il mondo minando la biodiversità di ambienti già drasticamente minacciati.

3. La GPGP (Great Pacific Garbage Patch, la super isola di plastica del Pacifico) non solo ha superato la superficie della penisola iberica ma ha ormai gemelle negli altri mari.

4. In Siria una quantità agghiacciante di bambini sta morendo assiderata per il blocco dei viveri e dei soccorsi.

5. In Croazia una folla in festa esulta di fronte al rogo di un manichino. Sarebbe un rito pagano come un altro se il fantoccio non rappresentasse una coppia gay con un bambino raffigurato con la faccia del parlamentare Nenad Stazic, promotore della campagna per i diritti LGBT nel paese. 

Quante di queste notizie avete letto con la stessa attenzione di quelle dedicate al Covid 19? Ho fatto questo esame di coscienza. Una volta informatomi, con fonti avvalorate da esperti, mi sono dato dello sciocco e mi sono concentrato di più su chi cerca di sdrammatizzare la situazione.

Voglio dare un contributo in questo senso, lasciando i medici – e non gli internettologi – a fare il lavoro dei medici. Non è una mancanza di rispetto a chi è toccato da vicino, ma un invito a ragionare fino a dove ci può portare la mancanza di lucidità. La disinformazione uccide, la satira no. Ho raccolto in rete alcune delle battute social più virali. Le trovate qui sotto, dimostrano che l’ignoranza, quella vera, a volte fa davvero ridere.

questo articolo è pubblicato anche su Huffington Post.

La carica dei canguri

I fuochi che stanno arrostendo l’Australia, ma prima quelli in Sud America, in Siberia… Possiamo correre lontano, ma prima o poi inciampiamo nella foto del cangurino arrostito dalla recinzione che ha bloccato la sua fuga. E ci rimaniamo impigliati anche noi in quella rete.

Volete la misura della strage? Una cifra attendibile è nell’ordine delle centinaia di milioni. Ma dimenticate per un attimo la statistica, non è quella o questa zona a doverci preoccupare, è che il mondo sta diventando sempre più bollente. Ci scotta sotto i piedi. Impressiona (me per primo) quella statua di carne bruciata. Stava scappando da un luogo all’altro per la sua sicurezza. Come un bimbo nel carrello di un jet.  Come la gente nei barconi.

Come noi italiani tra Ottocento e Novecento. E’ il mondo, è la natura. Possiamo solo accettarla. E fare del nostro meglio per rendere migliore la nostra esistenza comune su questa bolla azzurra che ci sposta nell’universo a una velocità troppo elevata perché noi la si possa davvero immaginare nella nostra limitatezza.

C’è spazio per tutti? Una volta pensavo di sì. Oggi non ne sono più tanto convinto. Quando su una nave qualcuno inizia a dare di matto e non c’è modo di portarlo a ragionare, forse è meglio arginarlo. Mettiamolo in quarantena, perché il pericolo non sono gli altri, quelli che lui addita spaventato e sbraitante. E’ così che il pericolo diventa lui stesso. Stiamo attenti a questi individui. Snidiamoli. Potrebbero essere gli stessi che prima si sdegnano di fronte ai cangurini bruciati, salvo poi grugnire di fronte al diverso che ti tende la mano in cerca di aiuto. Ti vedo mentre appicchi un fuoco? Ti denuncio. Rovesci merda ovunque a gesti o a parole? Te le ribalto addosso. E’ la legge della sopravvivenza. La stessa che ci obbliga a spostarci da A a B se A brucia e B no. E solo un pazzo certificabile riuscirebbe a credere di poter fermare la carica dei canguri.

Avere tempo

Non mi stancherò mai di spiegare che per essere liberi bisogna avere tempo: tempo da spendere nelle cose che ci piacciono, poiché la libertà è il tempo della vita che se ne va e che spendiamo nelle cose che ci motivano.
Mentre sei obbligata a lavorare per sopperire alle tue necessità materiali, non sei libera, sei schiava della vecchia legge della necessità.
Ora, se non poni un limite alle tue necessità, questo tempo diventa infinito.
Detto più chiaramente: se non ti abitui a vivere con poco, con il giusto, dovrai vivere cercando di avere molte cose e vivrai solo in funzione di questo.
Ma la vita se ne sarà andata via…
Oggi la gente sembra non accorgersene e si preoccupa soltanto di comprare e comprare e comprare, in una corsa infinita…

Pepe Mujica

Sei un mangiaplastica ma non lo sai (ancora per poco)

Vi siete fatti la dose di plastica anche oggi, rassegnatevi.
Non ve la siete procurata da uno spacciatore, ma l’avete acquistata in negozio o al supermercato, con un aspetto che ritenevate innocuo. L’ avete assunta in dosi considerevoli ma l’effetto lo misurerete solo tra qualche anno.
Ogni settimana ne ingeriamo cinque grammi, la quantità di una carta di credito. A denunciare la circostanza e quantificare la dose è il WWF con un comunicato eloquente.
Siamo stati ingegnosi nel creare un materiale praticamente eterno, al punto che una tanica può impiegare 3 secoli a dissolversi, servono 1000 anni a un contenitore di polistirolo di quelli per il gelato, 30 anni per un innocuo cotton fioc, ma la parte subdola della storia è che questi oggetti non si dissolveranno in un a pattumiera ma negli organismi, nostri e degli altri essere viventi. Non abbiamo ancora affatto chiaro quali saranno gli effetti per la salute.
I nostri fiumi annegano nella plastica al punto da far schifo a vedersi
e ogni giorno ci arrivano notizie di animali soffocati nei nostri mari per aver ingerito oggetti indistruttibili.

Poche ore fa è morta la femmina di dugongo che era diventata un beniamino in Thailandia dopo essere stata salvata da morte certa. Le notizie sono piene della sua foto mentre abbraccia i soccorritori. E’ morta per infezione da plastica.

Non serve volare in luoghi lontani per scoprire come siamo messi. L’Italia è corresponsabile assieme ad Egitto e Turchia di 2/3 della plastica riversata in mare. Il rapporto parla chiaro e la mappa della plastica nel Mediterraneo è agghiacciante. Ma non è ancora nulla rispetto a quel che ci aspetta. Potremmo scoprire che i prossimi esami clinici a cui ci sottoporremo
contempleranno, insieme alle solite voci, la percentuale di plastica che conteniamo.

Mi preoccupa il fatto che nessuno dei medici ce lo stia dicendo apertamente. Le iniziative delle “settimane senza plastica” si moltiplicano ma la verità è che dobbiamo puntare a una vita plastic free, pensandoci quando compriamo oggetti e alimenti in confezioni da gioielleria o quando buttiamo senza riflettere un elettrodomestico non funzionante che invece sarebbe riparabile.

Ieri ero in una pizzeria di una catena molto famosa a Milano e ho chiesto che mi riempissero il bicchiere d’acqua. Non c’è stato verso: se volevo dissetarmi serviva un bicchiere nuovo.
Serve un salto di qualità che si lasci alle spalle il “tanto vale comprarlo nuovo che costa meno” perché quel “costa meno” è solo un valore monetario istantaneo che non tiene conto dei costi reali
di tutta la filiera.

C’è un documentario drammatico sul tema e racconta come ci siano nel mondo aree letteralmente sepolte dalla plastica, con la gente che vive immersa in questo materiale. Le protagoniste sono due famiglie che hanno fatto dei polimeri la loro fonte di sostentamento. Sono quelli con la plastica intorno.
Non vorrei che fosse solo l’inizio. Non servirà andare in Cina e scoprire che i protagonisti di una ipotetica futura seconda parte del filmato saremo noi, quelli con la plastica dentro.

Quel che Cappuccetto rosso non capirebbe

Lo scorso dicembre mi colpì la notizia di un cacciatore di frodo condannato per aver ucciso selvaggina al solo scopo di accaparrarsi trofei. Praticamente: faceva la posta agli animali selvatici, li ammazzava, staccava loro la testa e lasciava il resto del corpo a marcire nel bosco.

Il tutto, solo per il gusto di appendere al muro il bottino o rivenderlo. Sul mercato un cervo con un palco imponente può valere parecchie migliaia di dollari. Un orso o un lupo ancora di più. Il giudice lo ha condannato a guardare Bambi, in carcere e con una pena esemplare.

Se condividete la scelta del magistrato, leggete I figli del bosco di Giuseppe Festa. È un libro, ma garantisco che davanti ai vostri occhi scorrerà come un documentario. Soprattutto è una storia coinvolgente che vi porterà a seguire due lupi, Ulisse e Achille. Della specie, è anche una sorta di riscatto.

Grazie ai volontari del Centro Monte Adone, i due protagonisti – ma scoprirete che gli attori sono in realtà molti di più – sono stati rimessi in libertà. Giuseppe Festa ha trascorso quindici mesi tra i boschi seguendo le indicazioni dei volontari del centro di recupero che ospita specie a rischio ferite. L’intento è recuperare la fauna senza creare negli animali dipendenza dall’uomo. Il centro non è nuovo a queste esperienze, nel suo passato ci sono storie potenti del legame che gli animali manifestano tra loro e tra loro e noi.

Se non credete che un umano possa riportare in vita un lupo con la respirazione bocca a bocca, godetevi il filmato di Navarre. Ha superato le quattro milioni di visualizzazioni suscitando in chi scrive un fiume di emozioni.

Le stesse che ho ritrovato nelle pagine (ben scritte) di Festa. Il lupo che crea un effetto di spavento sull’umano dovrebbe essere solo in Cappuccetto Rosso. Cito testualmente:

Liberando un lupo, liberiamo noi stessi. Ridiamo energia alla parte più istintiva e selvaggia del nostro essere. Per un istante è come se fossimo noi a schizzare fuori dalla gabbia e a correre liberi nei boschi.

Leggasi: siamo tutti lupi. Con la squadra del Monte Adone, l’autore ha condiviso notti all’addiaccio e infiniti silenzi rotti solo dai fruscii delle zampe nel sottobosco. Il lupo in Italia è oggetto di animate discussioni, come se si potesse schiacciare un interruttore sull’esistenza di un essere che è più padrone della wilderness di quanto non lo siamo noi.

Eppure i lupi sono abbattuti a centinaia ogni anno. Credo che al libro di Festa vada riconosciuto il merito di portarci sul piano dell’equilibrio per capire come un compromesso sia possibile senza farsi sopraffare dalla paura. Capisco le ragioni degli allevatori e di chi vive al margine del bosco (sono uno di quelli e i lupi li sento ululare da vicino) ma la ragionevolezza ci deve portare a capire che dobbiamo qualcosa anche alla natura e al selvaggio. Serve smettere di pretendere che sia lei a doversi adattare a noi. Un cambio di mentalità che Cappuccetto Rosso forse non capirebbe.

Il mare che non ammette sconti

Tra i flagelli che affliggono i mari ci sono la pesca clandestina e i danni provocati da reti killer lunghe chilometri. Gli effetti sono la decimazione degli animali che ci finiscono dentro solo per poi essere ributtati in mare (morti o malconci) e l’aumento delle montagne di plastica che galleggiano negli oceani.

Tra chi è particolarmente attivo nel cercare di contrastare le azioni che danneggiano i mari c’è Sea Shepherd. Una delle loro navi, la Sam Simon, è in questi giorni ormeggiata a La Spezia reduce da una campagna di contrasto alla pesca illegale in Namibia. Ci sono salito a bordo, ho parlato coi membri dell’equipaggio, mi hanno raccontato le condizioni difficili in cui spesso lavorano e operano. Una delle situazioni recenti più impegnative è stata quando per tre giorni e tre notti si sono alternati in turni di due ore per issare a bordo una delle reti killer recuperate dal mare.

È probabile che dalle foto la riconosciate come una di quelle che a colpi di scafo ha disturbato le baleniere giapponesi durante le loro attività truccate da missioni scientifiche. L’incipit del documentario di Animal Planet che racconta alcune delle missioni di Sea Shepherd inizia in modo epico: “Una guerra inizia nelle regioni lontane del pianeta Terra, le acque cristalline dell’Antartide si colorano di sangue. Preparatevi a scene cruente. Il titolo Whale Wars è chiaro nell’anticipare i contenuti. Le immagini sono forti.

Vista da bordo, la nave è curiosa. Intanto è un dono del defunto papà dei Simpson. L’aneddoto da raccontare è che lo scafo stesso era a supporto dell’attività baleniera giapponese, un vero massacro in mare aperto, finché Simon non se n’è fatto carico acquistandola e andando a ritirarla con gli uomini di Sea Shepherd in incognito. Solo un attimo dopo dell’avvenuta consegna, gli uomini e le donne dell’associazione si sono tolte le tute per rivelare il simbolo piratesco che li distingue. La Sam Simon è ora in aiuto agli organi di polizia degli stati che ne fanno richiesta per contrastare le attività illegali. Alla già citata Namibia, si sono aggiunti Gabon e Tanzania.

“Non è il problema di quanti pesci o cetacei si salvano, è piuttosto lo sforzo per creare un tessuto culturale in grado di far capire che le creature marine meritano rispetto”, dichiara Andrea Morello, direttore di Sea Shepherd Italia. In plancia campeggiano le scritte DEFEND – CONSERVE – RESPECT, mentre i caratteri giapponesi sono stati lasciati in ricordo del passato e a monito che c’è sempre un tempo per redimersi e recuperare. A bordo gli ambienti sono spartani, la deroga è la cambusa con stampe colorate e balenottere in peluche appese al soffitto. Anche sulle scale, tra i ponti, c’è spazio per temi marini. C’è perfino un angolo con un piccolo tempietto buddista.

Qualche foto ricorda invece senza sconti i motivi delle missioni. Fondamentalmente, limitare lo spargimento di sangue inutile. Balene squartate sugli spazi aperti, delfini soffocati, foche uccise a sprangate sul cranio per non rovinare la pelliccia. Da una parte l’uomo in tutta la sua crudeltà e dall’altra gente come quelli di Sea Shepherd. Gente che si può anche aiutare finanziandoli anche solo con l’acquisto di un libro e di una maglietta. Skira, ad esempio, ha appena pubblicato il volume fotografico del loro quarantennale. Oppure li si può supportare organizzando eventi, invitandoli a conferenze, perfino imbarcandosi con loro. Se pensate che un mese su una nave a caccia di cacciatori sia troppo caro, ricordate che il mare non ammette sconti. Nessuna pietà per chi lo attenta.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Captains of Operation No Compromise Locky Maclean, Paul Watson, and Alex Cornellisen

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Milioni di euro buttati in un mare di plastica

Settimana scorsa si è tenuta a Malta la conferenza Our Ocean, promossa tra gli altri dalla Commissione Europea. Ho aspettato a scriverne per vedere cosa ne sarebbe uscito e soprattutto cosa avrebbe implicato per il portafoglio Ue. Le cifre: 550 milioni di Euro stanziati direttamente con una stima di 6 miliardi globali annunciati a fine lavori dalla Commissione e dagli altri soggetti pubblici e privati provenienti da più di 112 paesi di tutto il mondo. Una enorme quantità di denaro che si spera sia gettata in mare, ma non nel senso peggiore.

Inquinamento, aree protette, sicurezza, sostenibilità, cambiamento climatico, la lista completa di impegni è lunga. Ma non è niente rispetto al problema chiave: consideriamo gli oceani come la nostra cloaca ultima. Continuiamo a comportarci a livello globale come se fossimo in un “Wc”, con lo scarico da azionare. Ma lo scarico non c’è e prima o poi rischiamo che l’ondata ci cascherà addosso.

Non sarà neanche troppo nera a giudicare da quanta plastica colorata galleggia al largo. Un breve filmato tra quelli diffusi in occasione dell’incontro è esauriente per come si stanno desertificando le barriere coralline.

Potremmo aggiungere le isole di plastica grandi come nazioni che galleggiano nei mari e gli spargimenti di monnezza che alcuni stati continuano a rovesciare in acqua. La lista è lunga e se alcuni temi di ecologia sono controversi – il cambiamento climatico spacca il mondo degli scienziati – il danno che stiamo perpetrando al nostro cuore blu è sotto gli occhi di tutti, da vedere e da toccare.

Speriamo di vedere presto in azione i milioni. MI basterebbero piccole azioni concrete a iniziare dalla sensibilizzazione degli stati “zozzoni” e dal perseguimento dei responsabili di eco-crimini. Almeno per non dovere più assistere a certi spettacoli come quello della foto che ha vinto il World Press Photo 2017 per la natura. Sarebbe davvero imbarazzante spiegare ai nostri nipoti con quale coraggio abbiamo permesso che una delle specie più protette del mare fosse tristemente addobbata in una rete.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Global warming, certa neve è bollente

Hanno pubblicato i dati 2016 sul global warming, il famigerato riscaldamento globale. Con mezza Italia sepolta dalla neve e battuta dalle tempeste, quello che state per leggere può suonare pazzia, ma è solo la prova che certi eventi non si controllano da una stanza dei bottoni.

Alla faccia degli scettici – in testa il signore che si è appena insediato al 1600 di Pennsylvania Avenue in Washington – la situazione sta peggiorando e il 2016 è stato il peggior anno dalla prima rilevazione “ufficiale”, ossia da quando è iniziata la registrazione metodica delle temperature nel 1880. Prima lo erano stati il 2015 e prima ancora il 2014. Sequenza peggiorativa, insospettiamoci!

I negazionisti saranno pronti a sostenere che cicli climatici ce ne sono sempre stati (vero!) e che anche a memoria d’uomo si sono vissuti periodi particolarmente caldi e altri particolarmente freddi (vero!). Nel filmato Nasa, date però un’occhiata a dove si sviluppano le temperature e a quale grado di aumento si arriva e poi dite voi se il global warming non è un problema.

La verità che in pochi dicono in parole semplici è che il pianeta ha la febbre e se la febbre sale troppo, bisognerà correre all’ospedale. Lo racconta bene un’animazione, che nel suo minuto e mezzo però non arriva alla conclusione che potrebbe essere tragica: non conosciamo la medicina istantanea e il paziente potrebbe innescare delle conseguenze dannose e non controllabili per la comunità umana.

L’unico vero rimedio è prevenire e sensibilizzarci sul tema del rispetto dei trattati. Non facile se non ti chiami Trump o Jinping, ma, spargere la voce e diventare parte di chi sa, aiuta. Mattoncino su mattoncino si arriva a costruire la consapevolezza. Anche divulgare le iniziative è un modo per fare parlare del problema.

Una eclatante e con un tocco di poesia è stata quella di GreenPeace che ha portato Elegy for the Artic di Einaudi vicino al polo e lo ha filmato. Musica che si spera arrivi alle orecchie di chi, quei trattati firmati, ha il potere/dovere di farli rispettare.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Terremoto: non è lui l’assassino

Il terremoto è visto come un qualcosa che l’Italia fatica a gestire tra protezione civile, amministratori e ricercatori.

A Milano si è inaugurata la mostra Terremoti: origini, storie e segreti dei movimenti della Terra. Sulla scia dell’esposizione dedicata ai vulcani che ha riscosso un grande successo lo scorso anno, il Museo di Scienze Naturali punta la lente su fenomeni affatto rari che danno modo di ascoltare scienziati e sfatare miti relativi ai movimenti – naturalissimi – della Terra. Ma andiamo con ordine affrontando qualcuna delle frasi che si sentono fioccare dopo eventi come quello che ha colpito Amatrice e che, sia chiaro, sono destinati a ripetersi.

I terremoti sono prevedibili con precisione nei luoghi. Falso! Ci sono le mappe di rischio utili per capire quali sono le aree dove è più probabile che avvenga un fenomeno sismico, ma nessuno potrà puntare con esattezza un dito sulla mappa e dire «qui!», questo a causa delle numerosissime variabili che possono intervenire dovute alle condizioni della crosta terrestre e alle sue discontinuità in quel punto e nelle aree limitrofe. A proposito di mappe, la mostra di Milano ne espone due della penisola, una addirittura risalente alla fine dell’800, affiancata a una tra le più recenti. Carlo Meletti, responsabile del Centro Pericolosità Sismica dell’INGV, ricorda che una mappa, per quanto importante, è una icona, un tassello che per diventare uno strumento di prevenzione deve coesistere con diverse competenze: conoscenza della sismologia, ingegneria infrastrutturale, amministrazioni che conoscano il territorio, protezione civile.

I terremoti sono prevedibili con precisione nel tempo. Falso! Ci sono strumenti che rilevano l’onda sismica in arrivo dal luogo in cui si è manifestata, ma è un preavviso di pochissimi secondi. Le rilevazioni e gli studi possono dare un’idea della frequenza dei fenomeni, ma si riferiscono al passato e non al futuro. Le stesse numerosissime variabili del punto precedente non permettono di conoscere con esattezza i tempi in cui un terremoto colpirà. Il geologo Marco Carlo Stoppato, curatore della mostra di Milano, ha radunato alcune macchine per i test meccanici dei campioni di roccia, ma chiarisce che i dati rilevati su un singolo campione di pochi centimetri sono solo una goccia nell’oceano degli elementi che possono intervenire a provocare un sisma.

I terremoti sono eventi rari nella storia dell’uomo. Falso! Secondo il National Earthquake Information Center del Servizio Geologico degli Stati Uniti, ogni anno al mondo si registrano circa 4 milioni di terremoti. Solo una piccola parte di essi è percepita, generalmente sopra i 2,5 gradi della scala Richter. In Italia se ne rilevano tra 1500 e 2300 superiori a questa entità. Domenico Piraina, direttore del Museo di Scienze Naturali di Milano afferma che, fin dall’antichità, l’evento sismico ha messo a nudo la fragilità dell’essere umano e la sua illusione di poter dominare gli elementi. Per questo non abbiamo ancora interiorizzato questa dinamica naturale della Terra e tendiamo a considerarla alla stregua di eventi catastrofici di carattere occasionale. La mostra illustra immagini tra le più drammatiche dei terremoti del passato, dai più lontani documentati con litografie fino ai più recenti filmati da smartphone. Un diorama racconta quello fortissimo di Messina e Reggio Calabria del 1908, 80000 morti (di cui 2000 provocati dal consequente tsunami) proprio in prossimità del punto in cui qualcuno vorrebbe costruire il ponte sullo Stretto.

L’Italia deve imparare molto sugli studi da Giappone e Stati Uniti. Falso! In Italia gli studi sono all’avanguardia, sia per quanto riguarda la sismologia che per quanto attiene la tecnica. Gli strumenti esposti nella mostra, oltre alla mappa storica del rischio sismico, rivelano che l’attenzione ai terremoti dei ricercatori italiani ha origine antiche. La sezione milanese dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) è oggi tra i centri di eccellenza mondiale, nato dall’ex-Istituto di Ricerca sul Rischio Sismico (IRRS) del CNR, che si occupava principalmente di indagine sismologica applicata alla valutazione della pericolosità sismica e del rischio sismico a varie scale, oltre che di indagine geofisica applicata allo studio della litosfera e delle sue parti superficiali. Una curiosità: il primo paese al mondo a prescrivere norme per le costruzioni antisismiche fu proprio il nostro, in conseguenza del disastro di Messina, che fu un disastro nel disastro anche per la lentezza dei soccorsi.

Non ci sono rimedi ai terremoti. Falso! Conoscere i rischi e ammetterne la possibilità è già un grado di conoscenza. Piccoli accorgimenti di pochi euro come i fissaggi dei mobili alle pareti e materiali edili paragonabili per spesa a quelli tradizionali ma rinforzati di fibra e capaci di trattenere muri e vetri dal frantumarsi fanno già la differenza. In Israele hanno brevettato un banco di scuola capace di proteggere gli scolari  da impatti di una tonnellata. In Giappone ogni studente ha un piccolo kit di sopravvivenza per resistere sotto le macerie in attesa dei soccorsi. Se dopo gli eventi sismici recenti ancora pensiamo di non aver bisogno di tutto questo, il problema non è il terremoto ma siamo noi.

In Italia ci manca la tecnologia antisismica. Falso! Nella mostra di Milano sono esposti materiali edili di avanguardia e una enorme boa anti-tsunami, prodotti 100% italiani. Un video dimostra l’attività dell’EUCENTRE di Pavia (European Centre for Training and Research in Earthquake Engineering), con piattaforme in grado di testare gli edifici fino a 9,5 gradi della scala Richter (il grado di terremoto più alto mai registrato, nel 1960 in Cile).

In Italia manca la fiducia. Vero! Ricercatori e tecnici andrebbero più ascoltati dai politici, raccomanda Graziano Ferrari, Responsabile dell’Unità Funzionale SISMOS – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Serve costruire un clima di fiducia. Nel nostro paese siamo troppo spesso su una linea tipo: dato il problema > trovata la soluzione > vedremo quando applicarla. E questo è il punto: applicare gli insegnamenti partiti da noi e che altri sono stati più bravi di noi a cogliere e applicare.

In Italia manca la cultura della prevenzione. Vero! Fa notare Meletti che sappiamo scegliere case originali per il design, curate nelle finiture estetiche, ad alta efficenza energetica, ma molto raramente ci preoccupiamo di quanto siano sicure informandoci e chiedendo spiegazioni sulla loro antisismicità.

Il terremoto non uccide. Crolli e negligenze sì. Vero! E’ un po’ la frase che riesce a dare la summa di tutti i punti precedenti. Da quando si è formata, la nostra Terra non è mai stata ferma. Possiamo scegliere di ignorare questo dato di fatto ed essere certi che ogni terremoto, tra pochi minuti o molti anni, sarà una tragedia. Oppure iniziare a informarci e lavorare sulla prevenzione. Fino al 30 aprile 2017, a colmare la lacuna ci sarà anche la mostra Terremoti a Milano.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

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