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Marie Curie, resilienza e umiltà di una scienziata rivoluzionaria

Di Marie Curie conosciamo tutti la parte wikipediana. Quella in cui leggiamo “prima donna a vincere il Nobel, prima e unica figura scientifica a vedersene riconoscere due in campi distinti, prima figura femminile alla docenza della Sorbona”, e si potrebbe continuare. Nell’ultimo libro di Sara Rattaro il ritratto assume colori diversi e tiene conto della ingombrante cornice. “Io sono Marie Curie” (Sperling e Kupfer) racconta di quello che Marie visse e dovette sopportare, suo malgrado, nella pur avanzata società parigina che l’aveva accolta dalla Polonia occupata dai russi, dove non le era manco permesso di frequentare l’università.

“Niente nella vita va temuto, dev’essere soltanto compreso. Ora è tempo di comprendere di più, così possiamo temere di meno”, è una citazione spesso riportata per far capire la forza di volontà di questa ebrea emigrata da una regione povera verso la più vivace delle città europee dell’epoca.

L’angolazione della Rattaro è interessante per comprendere le ragioni della grandezza di Marie.

«Ho unito i due aspetti, pubblico e privato, perché raccontarla solo come scienziata sarebbe un modo per limitarla – dichiara – La parte umana ci arriva dai suoi scritti e da tutte le lettere che trasmettono i suoi sentimenti, anche da quelle che probabilmente non avrebbe voluto divulgare ma che le furono rubate per essere pubblicate sui giornali scandalistici dell’epoca».

Con una tematica purtroppo estremamente attuale, il problema della Curie è che il suo privato fu spiattellato in pubblico con inaudita cattiveria. Il lavoro della Rattaro è stato capillare, attinto da tutte le fonti disponibili, compreso l’Istituto Curie di Parigi, che ha fornito supporto anche per la parte scientifica. «La più complessa per me, ma che ho cercato di rendere in chiave narrativa», aggiunge la scrittrice.

Sara Rattaro, che è docente di scrittura creativa, inizia la narrazione con l’evento più drammatico della vita della scienziata, ossia la morte del marito e collega Pierre. Il marito morì in un incidente mentre attraversava la strada, ma le malelingue arrivarono ad affermare che si suicidò gettandosi sotto un carro per il dispiacere di essere stato tradito dalla moglie. In realtà la Curie conobbe sì un secondo amore, ma solo dopo la scomparsa del marito, che amò al punto da stringere nel pianto perfino gli abiti macchiati di sangue a distanza di giorni dall’accaduto.

«Con la morte di Pierre perde un marito, un compagno, il padre delle figlie, un socio, ma soprattutto perde la protezione nei confronti del mondo. Pierre è stato un uomo straordinariamente intelligente e tutta Parigi si inchinò alla sua morte, per Marie aggravata dall’idea di pensare che il tuo amato esca di casa al mattino e non vi faccia più ritorno la sera. Inizio da lì perché da quel momento la sua vita cambierà vertiginosamente, diventerà più complicata. Prima era “la moglie di”, ma dal quel giorno sarà solo lei e basta».

Sara Rattaro oggi conosce Marie Sklodowska Curie come poche altre. Ha lavorato su di lei e con lei per due anni, «se mi fosse concesso farle una domanda, però, le chiederei come ha fatto a fare tutto. Però, con un po’ di presunzione, sono una donna anch’io e questa risposta la conosco, come la conoscono tutte le donne. Noi riusciamo a fare davvero tutto solo se siamo messe nelle condizioni di farlo».

Marie Curie morì giusto novant’anni fa, ma la sua lezione è più attuale che mai. Con questo libro, due donne, Marie e Sara, si rivolgono a noi uomini e a chi pensa che resilienza e umiltà siano inutili in una società che ci vuole appariscenti e feroci.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 26 luglio 2024

Contro i terremoti e le discariche, pensa al bosco

Il legno è un ottimo materiale da costruzione per le sue caratteristiche strutturali e di rigenerazione.
Ricerche e modelli dimostrano che nessuna altra componente edile riesce ad  essere versatile come la materia prima dei boschi.
Due esempi su tutti. Per quanto riguarda l’altezza, in Carinzia hanno dimostrato che una struttura in legno come la Pyramidenkogel può essere realizzata agilmente elevandosi fino a oltre 70 metri. La foto panoramica non rende giustizia alla struttura che sembra piantata azzerando la superficie boschiva di una collina.

Vedendola in altri termini, però, la costruzione riesce a dimostrare che non solo il legno si può utilizzare su ampie stature, ma perfino in posizioni molto esposte agli agenti atmosferici come appunto la cima di un rilievo. La torre, a picco su uno degli scorci della suggestiva regione austriaca al confine con l’Italia, è aperta al pubblico e propone anche lo scivolo più lungo d’Europa che permette ai più temerari di scendere fino al suolo senza l’ausilio di mezzi meccanici o di scale.

Sulla solidità della struttura, invece, convincono un paio di filmati dell’università di Trento. Le simulazioni riescono a ricreare terremoti non solo su piccole case ma anche su palazzi di sette piani realizzati in legno.

Sul limitato impatto in termini di rifiuti, poi il legno la fa da padrone, riciclabile, rigenerabile e in ultima analisi perfino combustibile.
Che sia la volta buona su qualche riflessione in merito all’uso e all’abuso di cemento?

La batteria arriverà dagli alberi

Pile e accumulatori esausti contengono piombo, cromo, cadmio, rame, zinco, ma soprattutto mercurio. Una pila stilo contiene 1 grammo di mercurio, sufficiente a inquinare 1000 litri d’acqua. Ecco perché vanno assolutamente conferite in discarica e MAI smaltite come indifferenziate.

I problemi delle batterie legati al loro peso in fase d’uso ma soprattutto al loro smaltimento a fine ciclo potrebbero aver trovato una soluzione alla Maryland University.
Una fetta di legno abbinata a strati di stagno potrebbe diventare una batteria durevole ed efficiente, ma soprattutto essere compatibile con l’ambiente.

«L’idea arriva dagli alberi – dicono i ricercatori – le fibre che compongono un tronco possono trattenere acqua altamente mineralizzata e quindi sono ideali per immagazzinare elettroliti, rendendo la struttura legnosa non solo la base ma la struttura attiva della batteria».

Facciamo due conti? Ogni anno si immettono sul mercato europeo 800.000 tonnellate di batterie per auto (come 8 grandi portaerei), 190.000 tonnellate di batterie industriali e 160.000 tonnellate di pile portatili (di cui solo il 30% ricaricabili). Vi rendete conto di quanto minerale (risorsa non rinnovabile) sprechiamo? Il legno almeno, in quanto risorsa coltivabile, potrebbe davvero diventare l’uovo di Colombo, utile nel ciclo di vita per trasformare CO2 in ossigeno e dopo la raccolta per accumulare energia.

Il traduttore per animali

Una corrente di scettici sostiene che nessuna specie diversa dall’Homo Sapiens parli. L’affermazione è sensata per quanto riguarda la proprietà di linguaggio, ma  non sul merito della capacità di esprimersi. Lo conferma uno studio pubblicato dall’Università di Siena secondo il quale all’animale si attribuisce in genere la capacità di produrre segni più che di usare un linguaggio nel senso in cui intendiamo normalmente.

Google ha creato un’app che funziona da traduttore per linguaggi animali. L’attendibilità la faccio giudicare a voi.

In ambiti di maggior scientificità, l’etologo Con Slobodchikoff, ha dimostrato che i cani della prateria hanno sviluppato uno spiccata capacità comunicativa tra loro.

Altri studi in circolazione identificano tra le specie animali precise caratteristiche di comprensione delle parole. Qualche esempio:
> i gatti hanno 35 vocalizzi (avete presente i versi che fanno quando puntano un uccello quanto son diversi da quelli del momento in cui chiedono cibo?)
> le galline riescono a comunicare col proprio verso il livello di stress a cui sono sottoposte
> le scimmie hanno due suoni ben distinti per dire “c’è un leopardo” e “c’è un’aquila”
> con 14 segnali, fischi e squittii, i delfini  comunicano tra loro
> il cane è l’animale più studiato, pare che riesca a contare fino a 5 e, se addestrato, può arrivare a identificare 150-200 parole con una notevole capacità di associare suoni a oggetti.

Dall’uccellino al lego, quanti giochi con le plastiche

Quarto e ultimo appuntamento tra gli EcoFuorisalone. Questa volta ci occupiamo di plastica. Anzi di Plastiche. Non c’è tipo di plastica che non possa reinventarsi dimostrando un animo eco e resistente alle intemperie. Ne è un esempio la cupola opalescente della lampada da esterni Freedom, illuminata da una risparmiosissima lampada LED. Sembra uscita da un cartone animato e rivela al suo interno la sagoma di un Titti pronto a rallegrare qualsiasi terrazzo.

E’ tra le molte ecoidee di Euroluce, la parte del Salone del Mobile di Milano espressamente dedicato all’illuminazione dove si parla anche di solare e basso consumo. Sabato e domenica tutti gli spazi saranno aperti al pubblico.
Venendo a impieghi indossabili, consiglio un giro dal marchio che per primo ha avviato una linea di prodotti ricavati dalla plastica, nel caso specifico bottiglie. Nel Brera Design Destrict c’è lo store Patagonia con la linea ecologically correct che è un vanto dello storico marchio californiano. I prezzi non sono dei più abbordabili, ma se consideriamo i 10 e più anni che un capo può durare (verificato personalmente) ecco che i conti son presto fatti. Se infatti la materia plastica è trattata bene non stinge, non ritira, non strappa, non invecchia. Moda e mode anche da Sparkling, ecologically Correct in via Tortona 31. Ci sono perfino le scarpe in bio-plastica marchiate Gucci. Qui, dall’abbigliamento si passa infatti alla calzatura, all’accessorio e al mattoncino.
Sì, avete letto bene. Il principio del lego, ma in dimensioni adulte e 100% riciclato dalla plastica vulgaris, diventa materiale da costruzione per scopi da adulto, utilizzabilissimo anche per dividere gli ambienti dai casa in modo anticonvenzionale, spostabile a piacimento e senza sporcare o chiamare manodopera specializzata. Così montare e smontare diventa un gioco.

Che la plastica può diventare davvero un gioco ce lo dimostrano quelli di Aquapotabile che (geni!) si sono inventati il riutilizzo dei tappi in plastica con un Subbuteo fai da te. E’ un gioco anche cimentarsi con le forme ideate da Anna e Alice, giovanissime designer che hanno pensato di rivestire il tritato plastico di colori sgargianti e farne materiale per arredo urbano. Con altri giovanissimi progettisti le trovate nei chiostri dell’Università Statale.

Crescendo, il gioco diventa scuola grazie al consorzio COREPLA, “la plastica è troppo preziosa per diventare un rifiuto” sostengono al consorzio nazionale italiano per il recupero degli imballaggi in plastica. Con un programma espressamente dedicato al mondo dell’istruzione sta lavorando in modo concreto per educare divertendo. Le implicazioni sono parecchie. Due le più evidenti: i ragazzi innescano un meccanismo competitivo nel valorizzare quel che altrimenti verrebbe buttato e lo studente, da vero eco-infiltrato, arrivato a casa educa il genitore. E’ una viralità positiva, come dimostra il caso americano di Tom Szaki. Seguendo il suo esempio i bambini oggi fanno a gara per raccogliere bottiglie e dimostrare che davvero qualsiasi cosa può essere riciclata.