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La transizione ecologica vista dall’arcobaleno

Quando Ai Weiwei creò Reframe appendendo 22 gommoni di salvataggio alle finestre di Palazzo Strozzi, il gesto suscitò molte polemiche, ma è indubbio che la discussione stimolò anche riflessioni. Sullo stesso pianeta e a pochi chilometri di distanza convivono tragedie come la gente che muore nel Mediterraneo e la bellezza del Rinascimento. Fin dove l’arte può spingersi nella denuncia, dunque? L’attuale ospite del prestigioso museo fiorentino è Olafur Eliasson. Nessun gesto eclatante in Toscana, purtroppo, ma nella capitale della Danimarca ha usato la piazza del municipio per denunciare la gravità della crisi climatica.

Per porre l’accento sui rischi legati allo scioglimento dei ghiacci, creò Ice Watch insieme al geologo Minik Rosing. Dodici blocchi di ghiaccio, provenienti da un fiordo della Groenlandia e pesanti in totale un centinaio di tonnellate, formavano un monumentale orologio per ricordare che le temperature stanno aumentando e il livello degli oceani continua a salire.

Olafson si spende per la causa. Per conoscere la sua più grande opera permanente, e capire come affrontare la transizione ecologica, si deve puntare ad Aarhus, secondo centro abitato della Danimarca, la nazione più attenta al tema climatico con percentuali altissime di fonti rinnovabili per l’energia e di biciclette per andare al lavoro.

Sul museo d’arte più visitato della Scandinavia, ha installato Rainbow Panorama, una passerella panoramica dalla quale si osserva la città con effetto 360° e colori forti.

La transizione ecologica vista dall’arcobaleno
Aarhus – Il Rainbow Panorama di Eliafur Olafson

Quel che si vede dalla passerella andrebbe preso a modello su cosa si potrebbe fare in tema di futuro. Solo trent’anni fa l’aspetto era quello di un centro portuale votato all’economia industriale e commerciale. Oggi è un polo culturale vivace per la sua poliedricità a cavallo tra le arti e una logica di sostenibilità.

La progettualità virtuosa ha dato una nuova luce all’abitato. Il porto commerciale è stato allontanato dal centro e lungo le darsene si è realizzata una grande passeggiata con spazi per lo streetfood e per lo svago, compresi i tuffi in piscine marine e il circuito per lo sci d’acqua, limpida perfino nel porto. Servivano spazi residenziali e si sono costruiti palazzi gradevoli lungo le vecchie banchine. Qualche piano in meno sul fronte marino non avrebbe guastato, ma nel complesso il risultato è molto scenografico, con gli edifici che riprendono le forme di iceberg, di scalinate, e casupole in legno. Non mancano la piazza dominata dalla torre dell’orologio oversize e, in via di completamento, l’altrettanto oversize grattacielo che combina nella forma di un faro l’utilizzo residenziale e commerciale.

La transizione ecologica vista dall’arcobaleno
Aarhus – Condomini Iceberg sul vecchio porto

L’esempio di Aarhus è nelle nuove strutture, ma anche nel riutilizzo delle vecchie. Quando la biblioteca si è trasferita sul porto, la vecchia costruzione in zona stazione è diventata un ostello, che dei libri ha mantenuto il nome BOOK1 e nelle sale comuni offre spazi di aggregazione per tutti.

La transizione ecologica vista dall’arcobaleno
Aarhus – La vecchia biblioteca trasformata nel Design Hostel Book1

Intanto la nuova biblioteca DOKK1 è l’avveniristico edificio con le sale di lettura affacciate sulle acque e tanto spazio per l’arte negli immensi atri. L’apertura alla luce rende la costruzione una piazza coperta, con installazioni permanenti selezionate apposta per essere site specific. Ad esempio, Gongen di Kirstine Roepstorff è la campana cilindrica più grande del mondo, con 7,5 metri di lunghezza e tre tonnellate di peso. In telecollegamento con il reparto maternità dell’ospedale cittadino, il rintocco udibile in tutto l’edificio annuncia ogni nascita.

La transizione ecologica vista dall’arcobaleno
Aarhus – Biblioteca DOKK1

Che non si possa immaginare il futuro senza guardare al passato è una lezione che ad Aarhus hanno imparato molto bene. Il Moesgard Museum concilia l’evoluzione umana in una struttura parzialmente ipogea con il tetto vegetale affacciato tra la campagna e la foresta.

L’attenzione alla memoria locale si ritrova anche nel museo a cielo aperto della città vecchia. Den Gamle By è il puzzle risultante dall’assemblaggio di 74 case trasportate qui da varie località danesi. L’effetto è quello di un viaggio tra negozi e persone sospese tra il XVI e XX secolo. Così succede che lo spazio di una via diventi lo stargate per passare da un’epoca all’altra cogliendo anche il sentimento popolare danese per una vita ecologica e rispettosa della cultura in tutte le sue sfaccettature. Un esempio di confronto: in Italia abbiamo politici che (non sapendo di cosa stanno parlando) sventolano il “pericolo gender” quando ad Aarhus ci fanno un museo come il Køn, Gender Museum Denmark. Visitare per credere.

Aarhus - Le case d\'epoca a Den Gamble
Aarhus – Le case d'epoca a Den Gamble

Il concetto che tutto vada valorizzato senza rinnegare si respira anche negli spazi dello Street Food Market, con oltre 30 tipi diversi di cucine ospitate nel vecchio terminal dei bus.  

Nella città green, il verde è nella cornice che avvolge la città e a portata di bici, disponibili gratuitamente in 52 hub. Il percorso ideale inizia nella foresta di Marselisborg, dove le fronde degli alberi si allungano a toccare il mare e l’Infinite Bridge è un molo circolare e allegoria della vita. Intorno c’è una sequenza di spiagge e colline lambite da 7 chilometri di alberi secolari e altrettanti parchi.

Se si è allenati per pedalare due ore, o in alternativa con il bus, al margine nord del golfo di Aarhus si raggiunge il trecentesco castello di Kalø, nel parco nazionale di Mols Bjerge. Su un promontorio collegato alla terraferma da un istmo di sabbia, hanno deciso di valorizzare la rovina mantenendo lo stato di conservazione con scalinate in legno e metallo che portano sulla cima di quel che resta dell’imponente torre. Il progetto fa parte della campagna “The Place Counts”, che mostra come sia possibile comunicare con la natura attraverso vedute panoramiche di alta qualità architettonica che comportino minimi interventi. Il risultato di trovarsi sospesi su mura medievali tra il mare e la foresta è un carico emotivo che si commenta da solo e ispira.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 9 dicembre 2022

A caccia di fari sull’altra penisola

Vibe ha occhi così blu che bucano il tetto del suo laboratorio e portano il cielo di Danimarca sulle ceramiche che modella. È vestita con un abito elegante, sul quale si distinguono le impronte delle sue mani, lasciate in un tentativo maldestro di pulirsele per venire a salutare mentre lavora la creta. Nelle tazze che crea ci sono le dune di sabbia che abbracciano i fari, i colori cangianti dei cottage, la natura degli spazi aperti che fanno del suo Paese una successione di quadri di Hopper sul versante europeo dell’oceano. 

Qui il bagno si fa in acque fredde ma cristalline, praticamente soli. Si è immersi nella natura di una penisola che è un po’ l’alter ego della nostra Italia, perché lo Jutland è nel Mare del Nord, verso la Scandinavia, quello che la nostra penisola è nel Mediterraneo verso l’Africa. Ponti di terra nella distesa blu, la differenza rispetto alle abitudine marine del nostro Paese è l’assenza di sdraio incatenate in pochi metri e l’inesistenza di città costiere da passeggio. 
Perché questa parte della Danimarca è un’ode alla natura e al rispetto della quiete, con una densità di popolazione bassissima. 

Camminare sulle sue spiagge con il vento che increspa la superficie del mare prima di accarezzare le dune e perdersi sulle chiome del bosco è un’esperienza da provare. L’alba o il tramonto sono i momenti migliori, quando i fari nel crepuscolo vigilano sulle rotte delle navi lontane e i cervi del Parco Nazionale di Thy pascolano ai margini della foresta diffondendo bramiti regali.

Nessun fucile gli sparerà mai, perché il cacciatore, qui, cerca i fari. Tra le grandi lanterne costiere riconosce quella di Bovbjerg, rossa per distinguersi dai campanili dei villaggi vicini, separati dalla prateria dove i cavalli scorrazzano come in una saga norrena.

A caccia di fari sull’altra penisola

Più a nord, il faro di Lodbjerg è in granito, spunta dalla foresta e pende leggermente verso il mare. Il responsabile del centro faunistico spiega che è stato costruito lì, a un chilometro dal mare, per appoggiarlo su un’altura e renderlo più visibile da lontano. Il Parco Nazionale di Thy, in cui è letteralmente immerso, è il più antico della nazione.

A caccia di fari sull’altra penisola

Il faro di Vorupør ricorda quello dei fumetti. A strisce bianche e rosse, anima la spiaggia dei surfisti.

Hanstolm è il punto in cui l’oceano si incanala tra Norvegia e Danimarca, con il faro protetto in una piccola caserma. Salendoci al tramonto, i prismi della lanterna docciano suggestivi effetti arcobaleno su chi sta risalendo la scala.

A caccia di fari sull’altra penisola

Il faro di Rubjerg Knude [in copertina N.d.R], invece, è una star di Youtube grazie al filmato che mostra il suo spostamento nell’entroterra su carrelli per salvarlo dal crollo dovuto all’erosione della costa. Anche se abbandonato, sono in molti ad avvicinarlo per godere la vista sul tratto più alto delle scogliere. 

Le ultime luci giganti sono quelle di Skagen. Alla fine dello Jutland, dove le acque giocano a modellare l’istmo di sabbia. Ce ne sono due. Quella anonima sul versante settentrionale è la più recente, l’altra dalle forme classiche è diventata centro visite per l’avifauna migratoria che qui transita copiosa. 

Il punto asciutto più estremo che si possa toccare coi propri piedi è Grenen. È qui che, danesi e non, consumano il rito dell’immergersi dove finisce questo blocco di Europa continentale. Lo sapevano bene gli eserciti arrivati fino a questo paesaggio, da cui si sorveglia facilmente il transito dei natanti. Gli ultimi arrivati furono i nazisti, i loro bunker sono una presenza che non passa inosservata su tutto il litorale. Le costruzioni ciclopiche sono ormai seppellite dalle dune o circondate dall’acqua come mastodonti marini imbalsamati dal tempo. 

Se le fortificazioni quasi spariscono nella vegetazione, non passano inosservate le folle che nelle ore centrali della giornata si incamminano per i venti minuti che dal parcheggio portano fino alla punta. Se ogni rito richiede il suo sacrificio, la colonna umana di Grenen è il pegno per un luogo tanto originale. I più pigri scelgono addirittura di farsi trascinare su un carrello mosso da un trattore. Il tragitto è fortunatamente tenuto lontano dal percorso pedonale, così la carovana diventa perfino suggestiva da fotografare. Va riconosciuto che è anche l’unico sistema per permettere di raggiungere questo luogo a chi ha problemi deambulatori. 
Per le anime romantiche che amano le passeggiate solitarie, c’è sempre l’opzione di muoversi all’alba, con il disco solare che si stiracchia dalla Svezia per allungare le ombre di chi sceglie le sabbie immacolate del mattino. Ogni giorno dell’anno, lo spettacolo è garantito con l’unica compagnia dei gabbiani.

È in questi momenti che ci si rende conto di trovarsi esattamente nel luogo che ha attratto gli artisti danesi degli ultimi tre secoli. Il perché lo si capisce guardandosi attorno, immergendosi nelle atmosfere delle brume che in autunno e in primavera ammantano queste terre, basse ma affatto noiose. Nel piccolo museo d’arte di Skagen si ammirano le immagini fissate nel tempo, come le case dei pittori e degli scrittori, che sembrano appena lasciate dai loro abitanti con la promessa di tornare subito e raccontare la raffinatezza dell’ ‘altra penisola’ d’Europa. 

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 25 agosto 2022

Earth Day, dobbiamo credere nel miracolo

Il 22 aprile è l’Earth Day. Se penso alla tragedia delle 59 guerre attualmente in corso sul pianeta, mi viene voglia di rinunciare a ricordare che serva una Giornata per la Terra. Poi però mi guardo intorno, in cerca di stimoli da chi può aiutare a non scoraggiarsi.

Il primo è una mostra. I Believe in Miracles racconta la storia di David LaChapelle nei suoi oltre quaranta anni di carriera. Sono quattro decenni di scatti, in cui il fotografo e regista afferma di aver sentito di dover fare in fretta.

«Ho avvertito un senso di urgenza già a 18 anni. I miei amici morivano di AIDS e sentivo che anch’io avrei avuto poco tempo. Cercavo un qualcosa che mi proteggesse, che mi facesse sentire al sicuro e non mi obbligasse a pianificare troppo. Sono un creativo, ma mi è impossibile creare quando c’è qualcosa di distruttivo in corso. Come un’epidemia o una guerra».

Nella esibizione al MUDEC di Milano – “la più completa mai fatta sul mio lavoro”, ha dichiarato l’artista – questi passaggi sono chiari. Ci sono i momenti dell’Aids, così attuali anche in tempi di Covid. Si trovano le citazioni ai conflitti, che non sono solo quelli pur drammatici sugli schermi di questi giorni. Sono evidenti le minacce sempre più pesanti all’ambiente, con la serie Land Scape fatte di industrie e centrali pericolosamente iridescenti, pompe di benzina avvinghiate nella vegetazione, navi colossali incagliate in bilico tra ghiacci immacolati.

Serve un miracolo per uscire da tutto questo. Ecco perché lui ci crede e ce lo comunica con scatti che vanno dritti al cuore con la Fede.

«Io amo le connessioni, avevo urgenza di capire come fosse l’anima, così ho cominciato a rappresentare il Paradiso. È in quel momento che ho capito di potermi riavvicinare a Dio. La Natura è minacciata, la vita è minacciata, allora ho cercato sicurezza nella vita, nella Famiglia. A un certo punto fatto in modo che fosse il Creatore a lavorare».

«C’è un’idea di condivisione veramente importante – dichiara Denis Curti, curatore e guru dell’arte contemporanea – io mi immagino David LaChapelle come uno sciamano contemporaneo dotato di un sismografo particolare che è in grado di registrare con grande anticipo i sentimenti i desideri e forse anche le delusioni di quello che stiamo vivendo in questo momento. LaChapelle è un artigiano, tutte le sue fotografie sono l’opera di una ricostruzione di una messa in scena con miniaturisti e modellisti. La fotografia di 64 metri quadrati all’inizio della mostra è un modellino realizzato su progetto di David da chi ha fatto il Titanic di Cameron».

Mi domando se ci sia davvero bisogno di tanto dettaglio e tante espressioni in una sola foto. «Ne abbiamo bisogno – precisa Curti – perché c’è bisogno di tornare a credere nel genere umano. Abbiamo vissuto così tante delusioni in quest’ultimo periodo che sento intorno una grande sfiducia. La mostra di David, con questo titolo, dimostra che credere in un miracolo è un invito a ritornare a credere negli uomini e nelle donne, nel genere umano e David ci dice che non può si può essere felici da soli. Si è davvero felici solo se si è con gli altri».

Il pianeta è allora in crisi (anche) per la mancanza di connessione? È il tema di Uomo e Terra – Un solo destino – in onda su Sky Nature in occasione della programmazione dell’Earth Day. Ci troviamo

Isolani costretti ad arginare i litorali con sacchi di sabbia, barriere coralline in agonia, un intero continente come l’Australia in fiamme, lotte contro il cambiamento del paesaggio deciso da logiche che non tengono conto delle connessioni. Superpotenze economiche che non hanno nessun interesse a preservare la piccola isola di una nazione lontana. È un cancro, in cui i gas serra creano danni lenti e di nascosto ma letali, proprio come le cellule tumorali. Se un posto è malato, la malattia colpisce anche chi lo abita.

La regista Jennifer Abbot sceglie di denunciare il dramma citando la sua vita personale. Nel film racconta come, dopo la morte della sorella a causa del cancro, le siano più chiari gli intimi paralleli tra il dolore per la sua perdita e la sofferenza del pianeta. «Non ti rendi conto di quello che hai perso finche non ti fermi a pensarci – dice uno dei personaggi – Dobbiamo domandarci se stiamo vedendo lo stesso paesaggio dei nostri nonni. E se i nostri nipoti avranno a loro volta modo di vedere lo spesso paesaggio che vediamo noi.» Nessuno sa come sarò il futuro, ma quel che è peggio, nessuno si assume la responsabilità di rispondere alla domanda di come sia possibile che una crescita marginale dell’economia possa giustificare il disastro, irreversibile e senza confini.

Sono utili le manifestazioni, ben venga l’esempio di Greta, che interviene nel film. Serve però un cambio di paradigma in ognuno di noi.

Il tema è affrontato da Stig Dagerman ne Il nostro bisogno di consolazione.

«Da una direzione di cui ancora non ho idea si avvicina il miracolo della liberazione. Può accadere sulla spiaggia e, la stessa eternità che poco fa ha suscitato la mia paura, ora testimone della mia nascita alla libertà. In che cosa consiste dunque questo miracolo? Semplicemente nella scoperta improvvisa che nessuno, nessuna potenza e nessun essere umano, ha il diritto di esigere da me tanto da far dileguare la mia voglia di vivere.

Dal momento che mi trovo sulla riva del mare dal mare posso imparare che nessuno al diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o di esigere dal vento che riempie costantemente tutte le vele. Così nessuno al diritto di pretendere da me che la mia vita diventa una prigionia al servizio di certe funzioni. Non il dovere prima di tutto ma prima di tutto la vita!»

La stessa che vediamo negli scatti di LaChapelle, nelle inquadrature della Abbot, nelle nostre scelte quotidiane a favore della casa comune che il 22 aprile ci chiede di essere ricordata.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 22 aprile 2022

Effetto Terra, la serie ecologica con Francesca Michielin ci insegna la sostenibilità

Vent’anni fa scrissi un format legato all’ecologia. Alla presentazione, il produttore rispose che a nessuno interessava complicarsi la vita più di quanto già non facesse ogni volta che scendeva in cortile a differenziare i rifiuti.

A me sembrava naturale preoccuparsi, ma non avevo capito che era troppo presto. Dopo Greta, gli allarmi sul clima e troppe emergenze ambientali, i tempi sono maturi per la serie Effetto terra – Guida pratica per terrestri consapevoli, in onda su un medium ispirato come Sky Nature.

«La scelta di un canale dedicato alla natura ha una duplice origine – dichiara Roberto Pisoni, Director Sky Entertainment Channels – da un lato è il frutto di un lavoro di gruppo a livello europeo. Dall’altro nasce dalla convinzione che sia necessario raccontare, ora più che mai, l’ambiente che ci circonda e le sue trasformazioni. Il canale ha un’anima contemplativa, è una lente di ingrandimento sulla bellezza del mondo naturale, ma ha anche un’urgenza engagé, attenta alla salvaguardia dell’ambiente, per stimolare una riflessione costante sul rapporto tra uomo e natura».

È questo che stimola Francesca Michielin nei sei episodi di Effetto Terra. La giovane cantautrice è convincente nel raccontare come tanti piccoli gesti possano renderci sostenibili, è sincera nel porre le domande, è delicata nelle riflessioni. Il format è semplice: per ogni argomento si incontra una influencer che individua un problema e affronta la parte di soluzione gestibile da noi stessi. Quindi ci si rivolge a una specialista dal mondo dell’impresa e della ricerca per mostrarci come si stia lavorando su più ampia scala. Infine ci si confronta con la filosofa Maura Gancitano per ascoltare le implicazioni nella società e nel nostro inconscio.

Il cast, tutto al femminile, di ogni puntata è un fattore che mi pone la domanda se forse le donne non siano davvero più sensibili a questi argomenti. Personalmente avrei gradito qualche maschietto, ma riconosco la capacità sconosciuta a noi uomini di dare valore al futuro in quanto capaci di custodire in grembo una vita, accudirla per nove mesi e assicurarsi che venga alla luce nel miglior mondo possibile.

Nell’episodio dedicato alla moda sostenibile, Francesca parte dalle implicazioni del fast fashion per arrivare a soluzioni pratiche come selezionare i capi nell’armadio per comprare meno e meglio. Ascoltare che per produrre una T shirt servono 2700 litri d’acqua è un dato che fa riflettere, assieme a quello dello sfruttamento della forza lavoro necessaria. «Se costa poco, qualcuno è stato sfruttato», sottolinea Marina Spadafora di Humana, che invita anche a comprare vintage e regalare i propri abiti anziché buttarli o tenerli senza usarli per contrastare il dato dell’81% di indumenti mandati ad incenerire.

Maura Gancitano ci porta alla radice del problema: avere tante cose nell’armadio deriva dal culto della velocità in cui siamo immersi. Abbiamo paura di rimanere indietro e non avere mai abbastanza. Nell’abbigliamento dovremmo chiederci quante volte usiamo un capo e se lo si desidera veramente.

Anche il mondo del beauty ci porta a riflettere. Per essere più belli dobbiamo usare per forza prodotti con microplastiche in flaconi pesanti? I cosmetici sono testati sugli animali secondo le norme UE, ma cosa succede se i test il fanno altrove? Tendiamo a preoccuparci che sulle etichette ci sia scritto “senza questa sostanza” ma non ci concentriamo sui “con” che aggiungono qualità. Gli scarti della lavorazione alimentare di uva, zafferano e melograno per la docente e ricercatrice Carla Villa sono componenti green preziosi che fanno bene alla nostra pelle.

Chi si domanda se c’è davvero bisogno di un programma così, dovrebbe riflettere su come siamo abituati a guardare i documentari sull’ambiente senza riflettere su come dobbiamo impegnarci a preservarlo. «Vogliamo offrire uno sguardo ancora più vicino alla natura, verticale, senza ibridare la programmazione con una forte componente factual – Precisa Pisoni – Con Sky Nature possiamo farlo grazie al meglio dei documentari internazionali che selezioniamo ai festival, allo splendido catalogo di produzioni e reportage a tema ambiente di Love Nature, nostro partner fin dall’esordio. E alle nostre produzioni originali, come Effetto Terra».

C’è una domanda bollente che mi viene: quella relativa al paradosso che per rispettare la natura dobbiamo consumare meno e dunque invitare (come Effetto Terra fa) a limitare gli acquisti di quegli stessi marchi che poi sono gli inserzionisti che sostengono i canali con la pubblicità.

Non posso che apprezzare da un lato il coraggio della programmazione e dall’altro l’intelligenza del management di quelle aziende che scelgono consapevolmente di investire sul futuro. «Viviamo un tempo pericoloso ma entusiasmante», dice Maura Gancitano. Se il vero significato di sostenibilità è relativo a un tipo di sviluppo che non metta in crisi le generazioni future, la capacità della biosfera e la possibilità di coesistere, è evidente che le aziende, Francesca Michielin e noi abbiamo un solo obbiettivo comune. La vera sfida è condividerlo e far capire a economisti e manager che, rallentare oggi, non significa rimanere indietro ma essere un passo avanti.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 15 marzo 2022

Il dalai lama e la nostra casa comune

Tra i grandi voti che pronunciano i monaci buddisti si recita “per quanto numerosi siano gli esseri, faccio voto di farli pervenire tutti alla liberazione”. Non solo il genere umano, dunque, ma tutti gli esseri viventi, compresi quelli del regno vegetale, sono degni di rispetto.

Che il nostro pianeta non sia una entità morta lo trasmettono anche i nativi americani per i quali Madre Terra è viva e tutti dipendiamo da lei per l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo con cui ci nutriamo. Tra le grandi filosofie e le religioni più diffuse ad esse collegate, il buddismo è probabilmente quella più vicina all’idea di Gaia, opposta a quella di certe impostazioni del pensiero occidentale che inquadrano l’uomo “misura di tutte le cose”, come sosteneva Protagora, e gli animali come macchine, con le parole di Cartesio ad affermare che “grazie alla scienza, l’uomo sarà d’ora innanzi il padrone e il possessore dell’universo”. 

Nel libro Amiamo il pianeta. Un appello per salvare la nostra unica casa, il Dalai Lama Gyatso Tensin sintetizza le ragioni perché non possiamo fare a meno di allontanarci da certi pensieri antropocentrici.

«Abbiamo bisogno di una rivoluzione della compassione – dichiara Sua Santità – che dipende dal calore, dalla comprensione della coesione dell’umanità, dalla preoccupazione per il benessere degli altri e dal rispetto per i loro diritti. L’intera famiglia umana deve riunirsi in una comunità sostenibile, globale ed ecologica, che collabora e si prende cura della nostra casa».

Il pensiero buddista, avallato un comitato scientifico internazionale, è presentato in versione video da Feedback Loops, una miniserie di documentari visibili a tutti. All’evento di presentazione, il Dalai Lama era affiancato da Greta Thunberg, mentre i testi originali sono letti da Richard Gere, che da anni ha abbracciato la fede buddista.

Proprio Sua Santità il Dalai Lama, domani 7 aprile all’alba, terrà un insegnamento sulle Quattro Nobili Verità (denpai shi), seguito da una sessione di domande e risposte. I contenuti saranno disponibili nei prossimi giorni sui social dell’Unione Buddista Italiana. 

Per il buddismo sono le fasi nella comprensione di ogni verità che ci permettono di capire quale deve essere la nostra posizione, fisica e mentale, su questa Terra che ci ospita. Ancora una volta, fede e scienza non sono poi così distanti nell’affermare che la logica del profitto a tutti i costi non è quella che deve guidarci. È forse la ragione per cui nasciamo persone, non amministratori delegati.

Avere tempo

Non mi stancherò mai di spiegare che per essere liberi bisogna avere tempo: tempo da spendere nelle cose che ci piacciono, poiché la libertà è il tempo della vita che se ne va e che spendiamo nelle cose che ci motivano.
Mentre sei obbligata a lavorare per sopperire alle tue necessità materiali, non sei libera, sei schiava della vecchia legge della necessità.
Ora, se non poni un limite alle tue necessità, questo tempo diventa infinito.
Detto più chiaramente: se non ti abitui a vivere con poco, con il giusto, dovrai vivere cercando di avere molte cose e vivrai solo in funzione di questo.
Ma la vita se ne sarà andata via…
Oggi la gente sembra non accorgersene e si preoccupa soltanto di comprare e comprare e comprare, in una corsa infinita…

Pepe Mujica

5 disastri per la Giornata dell’Ambiente

5 giugno, Giornata Mondiale dell’Ambiente. Potremmo elencare una serie di minacce che ogni giorno sono rivolte alla parte naturale della nostra Terra. Raggruppando 5 macrocategorie, distingueremmo:

Cambiamento climatico: ha già creato effetti evidenti sull’ambiente. I ghiacciai si sono ritirati, fiumi e laghi si scongelano prima, piante e e alberi fioriscono in anticipo. L’effetto è un lento inesorabile innalzamento delle temperature che porterà a sconvolgimenti come l’inaridimento di alcune aree mentre altre conosceranno disastrosi effetti per le precipitazioni improvvise.

Deforestazione: anche se il tasso di deforestazione è diminuito (e in Italia la tendenza è a un aumento delle aree verdi) continuiamo a giocarci 130.000 km2 l’anno di fonti di ossigeno. È come se ogni 12 mesi perdessimo una distesa d’alberi grande come l’Italia da Napoli in giù.

Inquinamento: tira una cattiva aria, in Italia sono 30.000 i decessi annui imputabili alle pessime condizioni della miscela che respiriamo. Per rendervi conto cosa significa respirare bene anche in città, se vivete a Roma, Milano o Padova, vi consiglio di entrare nella AirShip, un bosco itinerante che Austria per l’Italia ha installato per qualche giorno nelle nostre città, sulla scia del memorabile padiglione di Expo 2015.

Perdita di biodiversità: negli ultimi 40 anni abbiamo perso il 52% della biodiversità, il dato sale al 58% se consideriamo i soli vertebrati.

Crescita esplosiva della popolazione: di questo passo, mantenendo il ritmo di vita attuale, entro il 2100 ci serviranno tre pianeti per mantenerci, chi ce li da?

Leggendo la lista, che è limitata a macroproblemi a loro volta sfaccettati in moltissime ulteriori criticità, non pensiamo a 5 elementi completamente indipendenti tra loro, ma a 5 concause che da qui al 2050 potrebbero cambiare l’immagine della Terra in modo tale da non farcela riconoscere se solo avessimo il potere di materializzarci a 32 anni da oggi.

Nello stesso periodo di tempo, ma al passato, sono cambiati – solo per fare qualche esempio – il modo di muoverci (si viaggia tra Milano e Roma in meno di tre ore e si vola in tutta Europa per il weekend), di comunicare (ognuno di noi ha in tasca un processore potente come i più potenti di allora), di mangiare (in Italia è ormai normale trovare vini sudafricani e frutti sudamericani), di acquistare (compriamo con un clic beni di cui conosciamo poco o nulla oltre quello che ci viene detto attraverso lo stesso strumento da cui stiamo acquistando).

Cosa siamo disposti a fare, dunque, per aprire gli occhi e non rimanere sconvolti dalla visione del 2050? Buona Giornata dell’Ambiente a tutti noi, Terra compresa. Intanto ecco 6 minuti di Pianeta come vorrei ritrovare.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Qualcosa sul doodle di oggi

Oggi è la Giornata della Terra. Non tanto una ricorrenza da festa e fuochi d’artificio, piuttosto il momento di qualche riflessione e promessa per il futuro. Con il doodle di oggi, una magnifica Jane Goodall racconta in 145 secondi la sua vita e il suo rapporto con tutto quello che ci circonda.

Non credo ci sia una sola virgola da aggiungere a colei che ha fatto dello studio degli animali la sua vita. Mi permetto solo uno spunto: immaginatevi seduti all’interno della ISS (la stazione spaziale che orbita sulle nostre teste) e guardiamo giù grazie a questa diretta NASA. Quella meravigliosa sfera azzurra che vedete lì sotto è il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro. Per inciso, è anche l’unica bolla d’aria respirabile, acqua potabile e fonte di cibo che conosciamo in tutto l’universo. Fareste mai qualcosa per danneggiarla? Se avete letto fino a qui, probabilmente no. Ma qualcuno potrebbe non essere della nostra stessa opinione, ecco perché servono la Giornata della Terra, qualcuno che la ricordi e qualcuno che la faccia rispettare.

Non so in quanti, consultando oggi Google, si siano domandati il perché della faccia di una signora con le rughe tra alberi e radici. Nell’era dei belli ad ogni costo e dell’apparire fighi per qual che si ha, penso che ogni ruga, ogni foglia, ogni radice, valga la pena di una battaglia. Una presa di impegno per la Terra e per chi continua a non considerarla un bene comune ma una specie di discarica.  Ancora una volta è questa Terra che ci chiede da che parte stare. E noi a decidere. Lo decidiamo ogni volta che usiamo la bici o un mezzo pubblico al posto dell’auto, ogni volta che differenziamo il vetro dalla carta e dalla plastica, ogni volta che scegliamo un bidone per buttare anche un piccolo rifiuto. Anche ogni volta che raccogliamo un rifiuto magari buttato da qualcun altro che la prossima volta – si spera – non lo farà più perché ci ha visto raccoglierlo al posto suo.

Milioni di euro buttati in un mare di plastica

Settimana scorsa si è tenuta a Malta la conferenza Our Ocean, promossa tra gli altri dalla Commissione Europea. Ho aspettato a scriverne per vedere cosa ne sarebbe uscito e soprattutto cosa avrebbe implicato per il portafoglio Ue. Le cifre: 550 milioni di Euro stanziati direttamente con una stima di 6 miliardi globali annunciati a fine lavori dalla Commissione e dagli altri soggetti pubblici e privati provenienti da più di 112 paesi di tutto il mondo. Una enorme quantità di denaro che si spera sia gettata in mare, ma non nel senso peggiore.

Inquinamento, aree protette, sicurezza, sostenibilità, cambiamento climatico, la lista completa di impegni è lunga. Ma non è niente rispetto al problema chiave: consideriamo gli oceani come la nostra cloaca ultima. Continuiamo a comportarci a livello globale come se fossimo in un “Wc”, con lo scarico da azionare. Ma lo scarico non c’è e prima o poi rischiamo che l’ondata ci cascherà addosso.

Non sarà neanche troppo nera a giudicare da quanta plastica colorata galleggia al largo. Un breve filmato tra quelli diffusi in occasione dell’incontro è esauriente per come si stanno desertificando le barriere coralline.

Potremmo aggiungere le isole di plastica grandi come nazioni che galleggiano nei mari e gli spargimenti di monnezza che alcuni stati continuano a rovesciare in acqua. La lista è lunga e se alcuni temi di ecologia sono controversi – il cambiamento climatico spacca il mondo degli scienziati – il danno che stiamo perpetrando al nostro cuore blu è sotto gli occhi di tutti, da vedere e da toccare.

Speriamo di vedere presto in azione i milioni. MI basterebbero piccole azioni concrete a iniziare dalla sensibilizzazione degli stati “zozzoni” e dal perseguimento dei responsabili di eco-crimini. Almeno per non dovere più assistere a certi spettacoli come quello della foto che ha vinto il World Press Photo 2017 per la natura. Sarebbe davvero imbarazzante spiegare ai nostri nipoti con quale coraggio abbiamo permesso che una delle specie più protette del mare fosse tristemente addobbata in una rete.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Il labirinto di bambù

Copernicus, l’agenzia europea che si occupa dell’osservazione del territorio, ha pubblicato i dati degli incendi boschivi degli ultimi mesi. In una delle estati più incandescenti che si ricordi, in Europa vince il Portogallo, che si è fumato circa 2300 kmq (circa due volte la provincia di Napoli). L’Italia è buona seconda con 1300 kmq (quasi la provincia di Milano). La mappa dei focolai è impressionante: domina il rosso dove le fiamme sono divampate, con i dati che stanno peggiorando rispetto all’annata precedente. Su scala mondiale, la graticola non cambia, le foto del satellite mostrano il pianeta come un grande barbecue, con le prossime salamelle che rischiamo di essere noi. Secondo la Bbc, entro il 2025 ci saremo giocati oltre il 50% delle specie della foresta amazzonica. Non illudiamoci che se un bosco brucia lo si ripianti e -pluff- tutto rispunta e torna come prima. Spesso lo si brucia apposta per fare spazio ad allevamenti lager, piantagioni intensive, miniere. In ogni caso perdiamo una fonte di ossigeno, ci giochiamo l’azione stabilizzante delle radici, mandiamo in fumo l’ecosistema. Potremmo continuare, ma mi fermo qui.

Nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Per esempio, prestare attenzione negli acquisti cercando sull’etichetta l’origine della materia prima, che deve essere proveniente da foreste certificate. Dovremmo privilegiare nell’acquisto le specie a ricrescita veloce. Personalmente ho scoperto il bambù. Il che non fa di me un panda (è il loro alimento principale), ma uno consapevole di scegliere una sorta di pianta dei miracoli (per l’ambiente). Ha un ritmo di crescita che arriva ai 30 cm al giorno, a parità di età produce il 35% in più di ossigeno della media delle altre piante, arriva ad assorbire 12 tonnellate di CO2 per ettaro all’anno, cresce da zero a 4000 m e infine è versatile. Se ne fanno carta, arredi, costruzioni, cibo (perfino se non siete dei panda). In Giappone sono anche sicuri che le foreste di bambù abbiano un potere senza eguali sul fisico e sulla psiche. Grazie al shinrin-yoku, letteralmente bagno di foresta, camminare tra i tronchi migliora il potere immunitario e diminuisce lo stress.

Volete provare l’esperienza del perdervi in una foresta di bambù ma non potete volare fino a Kyoto? Andate verso Parma, al Bosco della Masone. Franco Maria Ricci – sì, è l’editore, il bibliofilo, il designer e il collezionista – ha creato nei pressi della sua abitazione il labirinto più grande del mondo radunando una ventina di specie di bambù. Un’occasione a cui non mancare, perfino se non siete dei panda.

Il weekend del 23 e 24 settembre sarà anche quello di Under the bamboo tree, una due giorni dedicata a questa pianta dei miracoli. Il bambù sarà il vero fil vert della manifestazione: si potrà passeggiare tra i viali del Labirinto, accompagnati dalle guide che illustreranno le peculiarità delle varie specie presenti, ci si potrà cimentare nella costruzione di oggetti di uso quotidiano o gustare speciali infusi al gusto di bambù. I più piccoli potranno divertirsi a costruire aquiloni o osservare le spregiudicate acrobazie dei trapezisti e i
mirabolanti spettacoli dei giocolieri, che utilizzeranno attrezzi rigorosamente in bambù.
I viali del dedalo verde saranno popolati anche da musicisti, che terranno piccoli concerti di flauto tra le fronde, da scovare negli angoli segreti, e dai disegnatori, impegnati a dipingere en plein air sotto la guida del maestro acquerellista Lorenzo Dotti.

Come racconta Franco Maria Ricci:

La pianta tradizionale dei labirinti è il bosso; anch’io forse
l’avrei usato, se fossi stato più giovane; ma il bosso cresce lentamente, mentre il bambù è velocissimo. L’età mi ha fatto innamorare di questa pianta meravigliosa, che è uno dei molti doni
dell’Oriente.
Se i bambù (il mio parco ne conta venti specie diverse) sono cresciuti così rigogliosi è forse perché respirano bene, a poca distanza da un fiume il cui nome profuma  di Cina: il Po. Si tratta di una pianta straordinaria, che non si ammala, non si spoglia d’inverno, a causa della sua impaziente crescita assorbe grandi quantità di anidride carbonica lasciando a noi l’ossigeno e non provoca disastri a causa di tifoni o trombe d’aria (nessuno è mai morto perché gli era caduto addosso un tronco di bambù).

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.