Reinhold Messner: il ghiaccio nel museo


Nel trailer del nuovo documentario su di lui, Reinhold Messner rivela facce inaspettate dal pubblico che lo crede solo un alpinista. Un suo ritratto esposto nel castello di Brunico mostra la chioma fluente che ti immagini fatta apposta per essere mossa dal vento dell’Himalaya, con le ciglia così folte da farlo sembrare un’immagine solo appena più civile di uno Yeti. Poi lo vedi dal vero (Messner, non lo yeti) e capisci che quella caricatura è distante dalla realtà. 


Lui, leggenda dell’alpinismo, è anche collezionista, contadino ed ecologista. A Solda, ai piedi dell’Ortles, un edificio invisibile dall’esterno ospita una collezione di dipinti e cimeli dove l’acqua allo stato solido è protagonista. «Volevo parlare del ghiaccio dove c’è il ghiacciaio, non potevo portare la gente in vetta, così ho fatto un museo dove il ghiaccio si vede, nei quadri e dall’unica apertura sul tetto».


Il ghiaccio ritorna protagonista a Castel Firmiano, alle porte di Bolzano, nel suo museo più vasto. La mostra appena aperta nell’area delle esposizioni temporanee racconta per immagini quello che sta succedendo ai ghiacciai. Kaukasus Karakorum – Sulle tracce dei ghiacciai è una collezione di immagini in parallelo tra suggestivi scatti panoramici, d’epoca e contemporanei. Il fotografo Fabiano Ventura ha ricercato lo stesso punto di scatto a distanza un secolo. «Non sono state poche le difficoltà di individuare lo stesso punto di scatto di un secolo fa. In certe aree, il ghiaccio è scomparso del tutto e la vegetazione impedisce di piazzare la macchina fotografica», afferma il giovane fotografo. «Mi sono subito appassionato di queste foto – dice Messner – perché non fanno commenti o analisi scientifiche sui ghiacciai ma presentano i fatti come li capirebbe un bambino». La maggior parte delle immagini mostra il drammatico ritiro della massa glaciale: dove nello scatto storico in bianco e nero c’era il ghiaccio, in quello a colori si notano ghiaioni e alberi. 
«Solo in alcuni casi, preservati da condizioni geoclimatiche particolari, si assiste alla conservazione o in certi casi addirittura all’aumento di ghiaccio», commenta il professor Claudio Smiraglia riferendosi alle immagini della mostra. «Nelle diverse epoche c’è stato un andamento alternato tra contrazione ed espansione dei ghiacci – continua il glaciologo dell’Università di Milano tracciando un quadro sulla tendenza attuale – Non è vero che la Val Padana, parlando di un caso italiano, soffrirebbe la scomparsa dei ghiacciai alpini, che contribuiscono solo per il 10% al volume d’acqua del Po. È vero però che ecosistemi alpini  d’alta quota ne risentirebbero in modo drammatico». 
«Un maso non può vivere senza acqua – aggiunge Messner – a Castel Juval (il museo a fianco al quale ha realizzato un’azienda agricola modello e un ristorante a chilometro zero, ndr) un acquedotto rifornisce l’acqua da 400 anni».



Il messaggio che l’alpinista lancia è soprattutto una presa di coscienza.
«Noi sulle alpi non portavamo neanche la borraccia e sugli 8000 solo il fornello per sciogliere la neve, perché se vai in montagna sai che l’acqua è tutto. L’uomo deve rispettare l’acqua perché da lì viene la vita. Non deve costruire dove si forma e non deve contaminare dove scorre». Con pragmatismo da contadino, Messner traccia una linea di confine precisa e invalicabile, stante la quale oltre i duemila metri non bisognerebbe stabilire alcuna attività.


«Microimpianti idroelettrici o lo sfruttamento della capacità di rilascio delle dighe sono uno spunto rinnovabile per la sostenibilità – dice Andrea Falessi di Enel Green Power, sponsor della mostra – ma ottime occasioni per produrre energia possono trovarsi anche con geotermico e biomasse che sfruttano elementi naturali presenti in abbondanza in ambienti sensibili come quelli alpini».  


«Alla base di tutto deve esserci il rispetto per la cultura contadina – precisa Messner – I problemi che abbiamo con le Alpi sono parecchi. Molti dalla città vorrebbero usarle solo per passare il weekend. Altri sognano le Alpi di Heidi. Io mi batto per la realtà. Abbiamo una responsabilità, il diritto di tutelare e anche sfruttare le Alpi dove l’uomo ha sempre lavorato. Se il turismo ci porta i mezzi per sopravvivere è giusto approfittarne. L’allacciamento tra turismo e agricoltura è la base per il turismo, però oltre una certa quota, dove c’è il ghiacciaio, l’uomo non deve fare infrastrutture».

Messner è oggi un fine collezionista e gli allestimenti dei musei rivelano un buon gusto mediato tra minimalismo ed esaltazione per la materia, ferro grezzo per le strutture, pietra sulle mura e i quadri che si stagliano come chiazze di colore. Mentre passeggiamo di fronte alle tele ci fermiamo. Mi invita a guardare un paesaggio alpino sul confine tra il pascolo smeraldo, la roccia rugginosa e il ghiaccio perlato. Osservo quella mano che ha impugnato una piccozza su tutte le vette più alte dei continenti, accarezzare i colori con una delicatezza inaspettata. Emerge una tenerezza che spinge lo yeti lontanissimo. p forse è solo lo yeti feroce che fugge per lasciare qui un simbolo di pace della Natura. «Sparisce il ghiaccio, si sgretolano le montagne. Quando ero piccolo cadevano solo piccoli pezzi, oggi crollano rocce grandi come grattacieli. Le Dolomiti erano definite da Le Corbusier le costruzioni più belle del mondo, nate nel mare come coralli. In 50 milioni di anni sono cambiate un po’ le forme, però questo verde sotto, i cirmoli, le malghe, e poi la verticalità delle rocce sono una combinazione unica».
L’uomo che da del tu agli 8000 e ai Seven Summits ci parla dell’acqua e delle sue montagne con l’arte e con semplicità francescana. È un segnale forte, non solo per chi conosce le alte quote, sapremo coglierlo?
La mostra nell’area temporanea del Messner Mountain Museum di Firmian  è stata resa possibile grazie al supporto di aziende a vocazione verde:
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