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Metti una Banana al muro

Questo è un elogio alla provincia italiana che parte da una banana. Cattelan l’ha appesa al muro portando il frutto su tutti i giornali. Ci sono dei precedenti ben più consistenti, visto che al muro ci appese già il suo gallerista Massimo de Carlo, che però mi risulta nessuno si sia mangiato. Questa volta l’artista ha avuto pronti emuli in quella provincia italiana che per la sua fantasia e la sua operosità non ci si stanca di elogiare. Antonio Natali, lo storico direttore degli Uffizi di Firenze, sottolinea queste doti per arrivare poi alle opere d’arte.

“Da anni coltivo la convinzione che la provincia sia la parte più sana dell’Italia (generalizzo, ma la sostanza è questa). (…) Due sono le virtù che nella provincia italiana dimostrano, nonostante i venti contrari, capacità di resistenza, e che fanno confidare in un futuro meno fosco e crudo per l’intero Paese: la generosità e l’umiltà.”

Molto meno nobilmente io arrivo alle banane e ai salami. Penso a Cattelan (che dalla provincia arriva) che ha trovato emuli capaci di cogliere gli stimoli che l’arte impone. Ma penso al molisano che ha cattelanizzato la salsiccia giocando con lo stesso sfondo e lo stesso nastro adesivo, ma mettendo al posto della banana l’orgoglio della tavola di Riccia, la salsiccia piccante che arricchisce il menu molisano.

Inorridiranno i vegetariani, meritevoli di rispetto, ma eterni incompresi in Molise come in buona parte dell’Italia. Salvatore Ciocca, l’autore dell’opera gastroartistica, risponde che, dove Cattelan appende un prodotto importato, lui ha messo una cosa che nel suo territorio si produce da secoli e con grande rispetto del maiale, spesso allevato ancora in fattoria e non pompato a estrogeni. Con contadina dovizia precisa che il suino si chiamava Pigmalione e il norcino Giosuè. 

Nicola Schiaffino si chiama invece il ragazzo di Lavagna – cambiamo sponda e dall’Adriatico passiamo al Tirreno – che appena sentita la notizia ha portato Cattelan nel suo carrugio. Anche Nicola è un’espressione genuina della provincia. Geografo per vocazione e alpinista per passione, ha scelto di portare avanti il negozio di frutta e verdura dei genitori alzandosi ogni giorno alle 6. Amando la sua terra, intelligentemente privilegia i prodotti del territorio. Letta la notizia, dice di non aver resistito all’idea della banana e da buon ligure assicura che la quotazione è un vero affare.

Ode alla banana (di

Diversamente da quanto successo all’Art Basel di Miami, nessuno l’ha mangiata e la banana è rimasta al suo posto, dimostrando due cose: la provincia è onesta e io non sono passato di lì. Come Datuna, non avrei resistito alla provocazione. 

Consiglio un libro per chi, come me, della provincia è comunque innamorato. “Portami dove sei nata” è un viaggio nell’Abruzzo profondo, a Valle San Giovanni. Roberta Scorranese ci accompagna nel suo clan familiare e ci immerge in un doppio piano narrativo. Lo fa con una delicatezza tutta sua passando dal contemporaneo ai periodi della guerra.

Ci sono i colpi di cannone, i terremoti, le “vergogne” da tenere in famiglia e le emozioni che solo la provincia sa dare. Si apprezzano le cartoline dove emerge il territorio fatto di tinte pastello e di suoni, compresi i boati creati dal personaggio dello zi ’Ntonio, il dinamitardo che ho adorato. La campagna con le sue stagioni racconta la fatica dell’esistere quotidiano e ci dona un romanzo che può tranquillamente essere considerato una raccolta di racconti che commuovono per la tenerezza delle carezze dei vecchi, ma fanno ridere di gusto per le piccole guerre quotidiane tra le comari.

Roberta è una buona cronista anche nel portare alla luce quell’Italia irrisolta in cui la famiglia “va protetta a tutti i costi, con gli errori e con le cadute”, creando a volte disastri in tema di diritti umani. Proprio perché è un’ottima giornalista, azzera le distanze tra i lettori e i protagonisti delle scene e ci porta all’empatia. I personaggi non chiedono scusa, ma ci obbligano a riflettere di cose non normali ma che succedono. Esattamente come una banana appesa a un muro.

QUesto articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

L’anima e l’arte della felicità

«Dicono che l’anima ritrova sempre la strada di casa.»

E’ l’incipit del film animato L’arte della Felicità. Il trailer è tutto un programma che invoglia a guardare il resto. Per chi si domanda dove, prima poi, ci fermeremo.
Il lavoro è firmato da Alessandro Rak e in Italia è passato (oh!) quasi inosservato, nonostante l’ambientazione in una splendida Napoli e i contenuti forti. Il film parla del futuro, quindi parla di tutti noi e ha anche il pregio di essere costato abbastanza poco grazie all’ingegno di un team creativo partenopeo con la media d’età di 30 anni. Siete diffidenti verso le animazioni italiane? Leggete che fior di critiche.

Silenzio, l’arte si anima

Sono più bambino che esperto d’arte, quindi mi emoziono quando, di fronte a un quadro che mi piace, ci cado dentro.

Movimento 3D e tecniche digitali mi hanno accalappiato di fronte al video dove i personaggi e il movimento di macchina accennano dei piccoli spostamenti che danno un tocco dinamico alla visione. Mettici la musica e il gioco è fatto.

Inorridiranno i critici di professione, ma a noi bambini dell’arte il progetto Beauty piace proprio. L’autore, il milanese Rino Stefano Tagliaferro, anni 34, rende omaggio ai capolavori di Caravaggio, Reni, Vermeer, Rembrandt, Rubens e molti altri in 10 minuti di pura bellezza.

«Come se in quelle immagini che la storia dell’arte ci ha consegnato fosse congelato un movimento che l’oggi può rivitalizzare grazie al fuoco dell’inventiva digitale – scrive Rino Corti nel manifesto del progetto – Una serie ben congegnata di immagini della più bella tradizione pittorica (dal rinascimento al simbolismo di fine ottocento, passando per il manierismo, il paesaggismo, il romanticismo e il neoclassicismo) sono accostate secondo un’intenzione che rintraccia il sentimento sotto il velo delle apparenze.»

Colto dall’entusiasmo ho immaginato un gioco: alcuni dei dipinti (sono tutti elencati tra i crediti) raffigurano territori e volti ben precisi, saprei riconoscerli nel mondo contemporaneo?

Probabilmente non tutti. Ricercarli è però, credo, un modo per affezionarsi a un ambiente. Chissà se basterebbe anche per affezionare amministratori e amministrati alla loro terra. Magari, dopo aver goduto la combinazione suono-immagine-animazione, una persona ci penserebbe prima di buttare una batteria in un cassonetto generico o di autorizzare una palazzina oscena. Anche perché, ammettiamolo, dovremmo tutti fare in modo che, per quanto bella possa essere una raffigurazione, non dovrebbe mai scavalcare la realtà da cui è nata.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.
La segnalazione è di Alessio Ciani, che ringrazio.

Questioni di Natura, una mostra in un centro storico

Un lupo appare inaspettato sulla scala della torre in mattoni, un giovane vede foglie spuntare dalle proprie mani, una coppia si incammina nel nulla di un campo innevato, zolle di terra disegnano le sagome dei continenti e ospitano semi di piantine. Naturales Quaestiones  è una mostra allestita nell’arengario di Monza. L’antico palazzo comunale diventa il teatro per un argomento molto attuale che attinge a Seneca per il titolo. Il rapporto con l’ambiente passa anche dall’arte, fino al 19 maggio.

La luna privata di Leonid

Leonid Tishkov è un dottore appassionato di arte che a un certo punto decide di farsi un giro ritraendo un disco luminoso con le sembianze della luna.

Ne nasce il progetto Private Moon e il risultato è sospeso tra i sogni del Piccolo Principe e un immaginario surreale. “Non vorrai mica la luna?” si chiedeva un tempo a chi domandava l’impossibile: Leonid non solo l’ha voluta, ma l’ha anche portata dove più gli è piaciuto valorizzando paesaggi d’incanto.

Passavamo, ancora giovani, sotto gli alberi alti e il vago sussurro della foresta. E le radure, improvvisamente apparse nella casualità del sentiero, il chiarore della luna le trasformava in laghi, le cui rive, intricate di rami, erano più notte della notte stessa. La brezza vaga dei grandi boschi faceva sentire il suo respiro fra gli alberi. Parlavamo delle cose impossibili; e le nostre voci erano parte della notte, del chiarore lunare e della foresta. Le sentivamo come se fossero di altri.
Il libro dell’inquietudine, Fernando Pessoa)