Terre Rare e ingiuste

Non lo sapete, forse, ma è molto probabile che abbiate in tasca un pezzo di Congo. Il vostro smartphone, infatti, potrebbe contenere una piccola quantità di coltan, ingrediente indispensabile per ottimizzare il consumo di energia nei chip di nuova generazione. È dalla Repubblica Democratica del Congo che arriva il più puro, conteso per la fabbricazione di cellulari e computer.

E questo è il punto dolente del Congo, essere ricchissimo. “Siamo uno dei Paesi più ricchi del pianeta, eppure i miei compatrioti sono tra i più poveri al mondo – dichiara il medico congolese Premio Nobel per la Pace Denis Mukwege. L’inquietante realtà è che proprio l’abbondanza delle nostre risorse naturali, oro, coltan, cobalto e altri minerali strategici, è causa primaria di guerre, violenza estrema e povertà assoluta”.

L’attenzione che richiama tanti interessi economici ha creato nel Paese uno scenario di violenza estrema in cui è difficile (leggasi “non conveniente”) intervenire. A oggi, sarebbero circa 6 milioni i morti per cause dirette e indirette del conflitto e 4 milioni i profughi. “Quando guidate la vostra auto elettrica o quando usate il vostro smartphone – continua il dottor Mukwege – prendetevi un minuto per riflettere sul costo umano che c’è dietro la produzione di questi oggetti. Come consumatori, cerchiamo quanto meno di pretendere che siano realizzati nel rispetto della dignità umana. Girare la testa significa essere complici”.

C’è un documentario che spiega cosa sia il Congo, un supermercato di risorse preziose grande come Italia, Francia e Germania messe insieme. Cold Case Hammarskjölddi Mads Brügger narra la storia del misterioso incidente aereo in cui perse la vita il Segretario Generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld, definito uno dei Peace Maker del XX Secolo.

Il 18 settembre 1961, l’aereo su cui viaggiava precipitò mentre questi si apprestava a incontrare Moïse Tshombe, leader della provincia ribelle del Katanga, che aveva appena dichiarato l’indipendenza dal Congo. Il Segretario ONU sperava di convincerlo a ricongiungersi al Congo indipendente. I ribelli erano però sostenuti dalla potente società belga Union Minière e la pace non era compatibile con i profitti dell’azienda. 

È in questa polveriera, che il mondo della buona diplomazia ha appena perso un altro suo paladino. Tra le molte ombre che circondano l’omicidio di Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo, c’è un mondo difficile da immaginare mentre decidiamo di comprare l’ultimo modello di telefonino o un’auto elettrica che entusiasma per le sue “emissioni zero”.

Ho avuto modo di conoscere i genitori e alcuni amici di Luca a una commemorazione privata. Sono molto grato per l’opportunità concessami. Ho ascoltato attentamente le testimonianze di chi ha ricordato. Non ho mai incontrato il nostro ambasciatore ma lo sentivo vicino per il suo luogo di origine prossimo a casa mia e per il corso di studi che ci accomunava.

Dopo la piccola cerimonia, mi sembra di conoscerlo di persona, Luca Attanasio. Anche per i sorrisi che, mi hanno raccontato, riusciva a suscitare perfino in situazioni poco convenzionali per un diplomatico. È così che mi sono spiegato come mai le foto che lo ritraggono sono tutte rassicuranti. Luca era molto preparato, conosceva la storia e sono convinto che fosse perfettamente a conoscenza dei rischi che correva inoltrandosi sulla strada che gli fu fatale. Eppure non si è tirato indietro.

Recentemente gli è stato dedicato un albero nel Giardino dei Giusti a Milano. Credo che il gesto sia un doveroso riconoscimento a chi riesce a sorridere anche quando le cose non vanno come dovrebbero andare.

Vi invito alla lettura di Che cosa c’è da ridere di Federico Baccomo. Per Erich, un comico ebreo berlinese, nel 1933 le cose erano molto difficili. La storia e la sua biografia si intrecciavano negando la salvezza nonostante il personaggio suscitasse ilarità e riuscisse a portare buon umore perfino davanti ai carnefici responsabili del massacro della sua gente.

Il libro ci riporta alla Shoah, raccontando le tante vite che si sono perdute nell’orrore o che hanno cercato di restare accese di fronte alla furia dell’odio. Ma saremmo degli stolti se non facessimo tesoro della Memoria, che continua a essere illuminata da esempi che ancora oggi vivono e si sacrificano.

Per Erich lo troviamo in un libro, per Luca in una vita.

È per questo che penso a come entrambi siano la punta di un iceberg di cui noi siamo tutto il resto. Il sorriso di Luca in Africa (e prima in Asia) è un modo per sognare, una sorta di passaporto che ci ha consegnato per proseguire verso un altrove e pensare che un mondo migliore esiste se seguiamo il suo esempio. Voglio scriverlo per mamma Alida e papà Salvatore, per la sua Zakia e per le loro tre bimbe. Non esiste un’arma capace di cancellare un esempio come quello dell’Ambasciatore Attanasio, del segretario Hammarskjöld e di tutti quelli che guardano avanti verso a meta che, siamo sicuri, è quella dei Giusti.

preti che predicano il verde

Sono sempre stato affascinato da un certo tipo di sacerdote, quello che non ha paura di sporcarsi le mani, in una missione oltremare come nei quartieri più critici delle nostre città. Nel 2008, l’indimenticato Candido Cannavò pubblicava Pretacci, storie di uomini che portano il vangelo sul marciapiede.

Ho chiesto al figlio Alessandro di raccontarmi cosa avesse spinto papà ad abbandonare per qualche ora il tempio del giornalismo milanese per dedicarsi a quei sacerdoti che al pulpito e alle speculazioni teologiche hanno preferito l’impegno nelle zone più difficili del nostro paese, in aree dove perfino le forze dell’ordine hanno difficoltà a muoversi.

«Candido ha sempre avuto una particolare attenzione per le fasce più deboli, gli emarginati, gli invisibili – dice Alessandro Cannavò – Da direttore della Gazzetta ha spesso coinvolto i campioni dello sport in iniziative sociali. Non era mosso solo da una spinta etica, sapeva col fiuto del giornalista di razza che le loro storie sono dei veri tesori di umanità.

Con questa convinzione si è avvicinato ai pretacci, affettuoso e ironico dispregiativo per definire i preti in prima linea nell’affrontare le emergenze sociali. Papà non era religioso ma ammirava quel volto del cristianesimo che affonda ogni giorno le mani nella melma della violenza, delle sopraffazioni, dell’indifferenza e della miseria materiale e morale per estrarre il buono che nonostante tutto esiste e che può crescere.

È una chiesa che non ha paura, forte della consapevolezza di essere portatrice della parola e dell’esempio di Gesù Cristo. Un mondo, quello dei pretacci, che ha raccontato andando in giro per l’Italia con il taccuino in mano e l’entusiasmo di un giovane cronista. Ho un solo rammarico: che mio padre sia morto prima dell’arrivo di Bergoglio. Avrebbe vissuto questo pontefice come una vittoria personale.»

Proprio Papa Francesco, con l’enciclica Laudato sì del 2015, prende una posizione ferma sull’ecologia, non solo quella delle bandiere ambientaliste, ma quella integrale per l’equità verso i poveri, l’impegno nella società, naturalmente anche quella per la Natura. Con il titolo è preso in prestito dal Cantico delle creature di San Francesco, il pontefice chiede per la nostra terra, “casa comune” maltrattata e saccheggiata, una “conversione ecologica” e un “cambiamento di rotta”.

Oggi esce Preti Verdi, l’Italia dei veleni e i sacerdoti-simbolo della battaglia ambientalista. 

Mi piace pensarlo come il passo di un unico percorso iniziato dai primi missionari. Mario Lancisi racconta le storie di dieci sacerdoti combattenti che predicano e agiscono per terra, acqua e aria pulita, elementi indispensabili per la salute e il lavoro. L’Italia dei veleni è colta da diverse angolazioni, quelle che hanno riempito pagine di giornali e che rievocano nei nostri occhi animali agonizzanti, bambini ammalati, terra marcia.

La geografia degli orrori non ha purtroppo bisogno di presentazioni. Ritroviamo l’ILVA di Taranto, il petrolchimico di Augusta, la famigerata terra dei fuochi, l’eternit di Casale, l’inceneritore di Brescia, il cemento selvaggio del Veneto. Se l’Italia vista da Capri, dal Canal Grande, dai Fori Imperiali, dalla cupola del Brunelleschi ci rende orgogliosi, quella vista dai campanili di Don Albino Bizzotto, Padre Guidalberto Bormolini, Don Michele Olivieri, Padre Maurizio Patriciello, Padre Nicola Preziuso, Don Palmiro Prisutto, Don Marco Ricci, Don Gabriele Scalmana, Don Giuseppe Trifirò, Padre Bernardino Zanella, ci fa vergognare, increduli che si tratti dello stesso paese.

Ho volutamente citato tutti questi sacerdoti perché possiate cercarli in rete e incuriosirvi. L’autore ci aiuta a fissarli nella memoria perché se ne possa parlare. È giustissimo che l’ecologia ci racconti di balene e delfini da proteggere, ma c’è un mondo che in parallelo non possiamo dimenticare e che forse deve toccare la nostra coscienza prima di ogni altro aspetto, perché il male lo abbiamo in casa. Preti verdi serve a questo.

La generazione Oceano per il prossimo decennio

Quando sentiamo parlare di crisi climatica e delle minacce del climate change, non sempre abbiamo a fuoco il problema nella sua totalità. La questione non è solo legata ai dati di innalzamento della temperatura globale. La definizione è molto più complicata, condizionata da una serie di variabili, di cui la più imprevedibile è quella generata dalla specie che vedete riflessa ogni mattina nello specchio. La nostra.

Aiutiamoci con una definizione. “Il clima è lo stato dell’atmosfera e dell’oceano che è in equilibrio con la forzatura solare esterna, cioè le condizioni che si ripetono frequentemente e che in qualche modo caratterizzano lo stato fondamentale del sistema atmosfera-oceano”. Le parole di Antonio Navarra, direttore del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, rendono evidenti quanto il problema sia da concentrare tanto sulla componente aerea quanto su quella acquea del nostro pianeta.

Se l’aria è spesso al centro delle nostre attenzioni, non fosse altro perché è il nostro principale alimento, non altrettanta attenzione è dedicata agli oceani. È l’economia a dirci che 3 miliardi di esseri umani dipendono la loro esistenza dal continente liquido, ma è la climatologia a spiegarci che perfino chi vive nell’ultimo rifugio di montagna dipende dal mare. E se, fino a non molto tempo fa, esso era considerato una risorsa inesauribile e inattaccabile, oggi abbiamo dati a sufficienza per definirlo seriamente minacciato.

A ricordarcelo e a sensibilizzarci, le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2021 – 2030 “Decennio delle Scienze del Mare per lo Sviluppo Sostenibile”. Questa iniziativa punta a mobilitare la comunità scientifica, i governi, il settore privato e la società civile intorno a un programma comune di ricerca e di innovazione tecnologica che focalizza sette obiettivi da conseguire per l’oceano. Dobbiamo fare di tutto per garantirlo:

  • pulito, con le fonti di inquinamento chiaramente identificate e ridotte fino ad essere rimosse,
  • sano, con ecosistemi marini mappati, protetti, reintegrati e saggiamente gestiti,
  • sostenibile, così da garantire la fornitura di cibo e di risorse che generino occupazione nel rispetto degli equilibri,
  • predicibile, dando alla società la capacità di comprendere le condizioni oceaniche attuali e ipotizzare le future,
  • sicuro, in cui le persone abbiano coscienza dei pericoli che comunque fanno parte del sistema marino,
  • accessibile, per la divulgazione di dati, informazioni e tecnologie,
  • fonte di ispirazione e coinvolgente, perché la società possa capire e condividere il mare in relazione al benessere umano e animale.

Ci sono molti testimoni schierati, ma l’agente di cambiamento più efficace rimaniamo noi, con la parsimonia dei nostri consumi quotidiani, con la leggerezza delle confezioni che acquistiamo, con il voto che esprimiamo, con le risorse che ricicliamo e riutilizziamo, con la sottoscrizione e la condivisione del Manifesto.

E naturalmente con gli esempi che portiamo ai più piccoli. Mi ha colpito la storia di Ida e la Balena volante, graphic novel dove una bambina che vive in un bosco riceve la visita di un cetaceo. Inizialmente impaurita dalle sue dimensioni – chi di noi non si è mai trovato almeno un attimo smarrito di fronte alla vastità del mare? – accetta l’invito di cavalcarla per scoprire il mondo e la sua diversità. Una successione di quadri dipinti con raffinatezza per un racconto filosofico nato da una coppia di illustratori svizzeri che vivono insieme in mezzo alla natura, proprio come la piccola protagonista. Impugnando colori e pennello, esprimono l’idea che tutti avremmo bisogno di una balena per ampliare gli orizzonti arrivando a quello assoluto del blu. Chissà che il decennio degli oceani non sia davvero la nostra occasione per lasciare il bosco a cui siamo aggrappati e guardare in modo diverso il mondo che lasceremo in eredità a Ida.

Impara l’arte (e divulgala)

«La bellezza salverà il mondo», se sai come fare. Penso che Dostoewskij non se ne avrà a male per l’aggiunta, sempre più necessaria quando circostanziata all’arte, all’ambiente e al territorio. Se già certe istituzioni, piccoli musei, attrazioni culturali languivano prima, il lockdown è stata una mazzata di quelle che buttano al tappeto.

Di fronte a una catastrofe puoi subire o prendere atto dei tuoi mezzi e provare a ricostruire, che non significa necessariamente rifare quello che facevi prima. A volte bisogna osare e provare strade nuove.

A Milano James Bradburne è il direttore di Brera e uno di quelli che considero un illuminato per azioni e reazioni. Preso atto che gli appassionati non potevano andare al museo, glielo ha consegnato a domicilio con Brera Ascolta, un museo a casa tua. Le visite al sito sono cresciute nell’ordine delle centinaia di migliaia. Lo stesso possiamo dire di Cristian Greco dal Museo Egizio di Torino con le Le passeggiate del Direttore guidate da lui medesimo e da esperti.

Andiamo verso una digitalizzazione matura, seria, non di acqua dolce perché non si limita a portare il depliant sul web ma cala nella realtà come e di più che non se si fosse lì. Andiamo anche verso una fase esperienziale per cui si promuove o visita la realtà ma lo si fa in modo indimenticabile grazie alla qualità dell’accompagnatore.

Quando giriamo un documentario abbiamo la fortuna di ottenere visite speciali con la guida dei curatori. Credetemi se vi dico che puoi visitare dieci volte un luogo ma non è mai come essere accompagnati dal padrone di casa.

Due esempi a diversi livelli ci mostrano la portata di quello che ancora si può fare.

Il primo tocca un’icona di stile. Chiara Ferragni agli Uffizi c’era per un servizio di Vogue, si è postata dichiarando dove fosse ed è stato boom di visibilità. Chiunque abbia espresso una critica a qualsiasi livello deve tacere e basta. 

Accetto pareri solo se si visitano musei e si conosce davvero la fatica necessaria a promuovere la cultura. Poi, scusate, uno: la Ferragni era già lì per una testata di prestigio a cui molti si riferiscono. Due: essa stessa è seguitissima in tutto il mondo perché un‘interprete della bellezza (e ammettiamolo che siamo tutti un po’ invidiosi da tanto che è bella e fine). Tre: ha legato il suo nome a un museo portandolo alla ribalta e magari stimolando a visitarlo chi non ci sarebbe mai andato. E io dovrei lamentarmi? Ne vorrei cento e mille di Chiare Ferragni che aiutino a promuovere le istituzioni culturali.

Diciamole grazie invece di criticare. Ho sinceramente apprezzato pure il modo in cui il marito Fedez l’ha difesa dagli attacchi dei leoni da tastiera. I Ferragnez a me divertono perché sono l’equivalente dei Sandra e Raimondo della mia epoca – Chiara e Federico non vogliatemi male per il paragone perché è un grosso complimento! – e quando si muovono lo fanno anche per fin di bene, vedi le operazioni sanitarie e solidali che hanno sostenuto personalmente per l’emergenza covid. 

Se qualcuno ha dubbi che la bellezza abbia bisogno di testimonial, oggi diremmo influencer, legga Umberto Eco. La sua Storia della bellezza rimane un punto di riferimento. 

Secondo esempio: per la stessa forza motrice di bellezza appena accennata non posso non apprezzare le migliaia di volontari impegnati nell’arte. Ai miei occhi sono già un pezzo di quei cento e mille che auspico sopra. Un’iniziativa di questi giorni è quella del Touring Club Italiano, un’istituzione che da oltre un secolo promuove il nostro paese e le bellezze che lo distinguono. La spontaneità di quella ragazza del loro ultimo spot non mi lascia indifferente. 

Insieme al loro tempo, i volontari dei luoghi “Aperti per voi” hanno messo la faccia nel messaggio per invitare al sostegno degli 80 luoghi che ogni giorno li vede testimoni e attori nel mondo della cultura. I due euro della donazione attraverso un sms sono strameritati e, per quanto mi riguarda, dovuti.

Se poi qualcuno volesse fare di più per la campagna Prenditi cura dell’Italia con noi, basta seguire le istruzioni. «Nei primi giorni del contagio abbiamo pubblicato la campagna “Passione Italia” – dichiara Arianna Fabri, responsabile della promozione e dello sviluppo associativo del Touring – per contrapporre alla mappa del contagio la mappa della bellezza e incoraggiare tutti i cittadini italiani alla creazione di una carta geografica per viaggiare simbolicamente da casa e per non dimenticare quello che l’Italia offre.»

Ecco il punto! Quella carta dobbiamo averla dentro, un tatuaggio sul cuore per non perdere la direzione che più che mai in momenti di incertezza è indispensabile.

C’era una volta (quel) west

Se doveste pensare a un luogo tranquillo dove andare in vacanza e vi piacesse da morire il cinema, ho il posto che fa per voi. Nell’estate in cui sarà meglio avere un po’ di spazio intorno, ecco un angolo d’Europa perfetto per isolarsi come in un film di Lawrence d’Arabia, avventuroso per scoprire l’Indiana Jones che è in voi, ideale per calarvi nel west che ci ha fatto sognare.

Ad attestarlo non sono (solo) io ma la European Film Academy, che ha dichiarato il deserto di Tabernas, in Andalusia, “tesoro della cultura cinematografica europea”. Questa parte della Spagna è strana, non aspettatevi la movida di altre aree. Già il piccolo aeroporto è una scommessa sui freni dell’aereo per non finire a mollo. Giuro, parla una foto per me. Ma il resto arriva subito a ruota.

C’era una volta quel

Vai in albergo e trovi il corridoio costellato delle immagini dei divi che sono passati di lì a girare. E ti viene normale fare la foto tra le star, ma è solo l’inizio. Per i più giovani il riassunto degli scenari potrebbe farlo il video Boum Boum Boum di Mika. 

Per gli over 40 il riferimento principale è invece al western. Non Arizona o Texas. Ma una terra con strade che tirano dritte come un colpo di fucile e ci trovi il Black Hotel della serie Black Mirror, oppure sterrati contorti che serpeggiano tra le rocce e sei nel West. Non è un West qualsiasi. Niente Arizona o Texas. È quello che c’è nella testa di quando ero bambino, davanti a uno schermo di cinema largo come tutta la parete dell’oratorio, che mi sembrava ancora più grosso un po’ perché ero piccolo io e un po’ perché non avevo ancora iniziato a viaggiare e il mondo mi sembrava molto più grande. 

Mi lasciavo ingoiare dalla panca in legno col sedile basculante che era duro e mi costringeva ad alzare la testa per guardare. Dovevo tenere il collo un po’ piegato all’indietro e alla fine mi sentivo pure indolenzito, come se avessi cavalcato anche io nello schermo tra quelle montagne. 
Però ero nel film. Lì, a fianco di Henry Fonda e Charles Bronson mentre si guardavano in faccia per minuti infiniti prima di premere il grilletto fatale. Ero al fianco di Clint Eastwood a dargli man forte mentre faceva il giustiziere dell’avamposto di San Miguel. C’ero anche quando la dinamite fece saltare i binari sotto la vaporiera costretta a inginocchiarsi nella prateria mentre partiva l’assalto al treno tra urla e spari. 

Sono sempre stato più attratto dagli indiani che non dagli “altri”. Soldati, banditi o cow boys che fossero. Perché vivevano nei tee pee lungo il torrente anziché nelle case scricchiolanti, perché erano nudi e non coperti da pastrani che puzzavano a vederli, perché l’aria del villaggio pellerossa era sempre più sana che non quella fumosa del saloon. Probabilmente il me bambino conteneva già molti dei pezzi di quel che oggi è l’adulto. Uno che sta meglio vicino ai ruscelli, è più a suo agio in maglietta che non in cravatta, è allergico ai locali e appena può fugge dal casino. Il bimbo di città di allora vive oggi tra i boschi dove la sera vengono a trovarlo lupi e cinghiali.

C’era una volta quel

Quello spigolo iberico dove l’ultimo lembo di Europa guarda in faccia l’Africa, sapendo di averle rubato un pezzo di landa desolata, contiene ancora molto di quei film. Cammini nel deserto di Tabernas tra le location ascoltando le musiche di Morricone. Piangi dalla bellezza. Dall’emozione. Alcune case le hanno tenute in piedi lasciandole invecchiare, altre le hanno ricostruite, rendendole un po’ troppo pulite. Ci fanno anche delle rievocazioni, ma troppo Gardaland per essere davvero western. Mika è lì, nella finzione, ma tu vai oltre.

Se ti procuri una brava guida, la cosa cambia. Jorge Rubio ha lasciato la strada per portarmi nell’alveo di un torrente in secca. L’ho misurato tutto a testate incastrato tra panca e tetto della vecchia Nissan della Guardia Civil. Avrei dovuto capirlo prima di salirci che la scritta Rolling Almeria non era un’insegna ma una dichiarazione di intenti. Finite le rollate si è iniziato a camminare, tra radi cespugli con i pali del telegrafo che punteggiavano la prateria tracciando una linea verso dei ruderi. Il set di Sergio Leone. L’Hotel Coyote con le finestre a incorniciare il deserto, la casa dello sceriffo con la prigione, perfino la forca con la corda che ondeggia nel vento secco. 

Noi da soli, sul set spento dal 1966.  Loro giravano e io nascevo, vedi che coincidenza. Ma non è solo West, il deserto di Almeria. Jorge era ben attrezzato e mi ha mostrato come da lì fosse passato il Patton Generale d’Acciaio scritto da un giovane F.F. Coppola, con una fiumana di carri armati prestata dall’esercito spagnolo. È anche il posto dove Harrison Ford e Sean Connery hanno duellato con il tank nazista nella saga di Indiana Jones.

È passata di qui anche la più costosa delle serie, la più famosa, la più sopravvalutata. Il regno dei Dothraki in Game of Thrones era a Tabernas. Nel deserto sono spuntati due cavalli rampanti, uno di fronte all’altro a formare un maestoso arco. Ambientazione pomposa anche alla rocca di Almeria, con le scene della reggia del sud affacciate su un giardino fatto di cascatelle che ricordano il passato arabo e il culto di chi aveva già capito quanto l’acqua fosse preziosa.

C’era una volta quel

Potenza della fantasia e della pioggia di milioni rovesciati dalla post produzione della HBO se il deserto di Tabernas continua a entrare nelle nostre case. Chissà cosa direbbe oggi Sergio Leone di tutto questo, lui che per risparmiare scelse di portare il West – e me – in quest’angolo di mondo rendendolo più vero dell’originale.

Il fascino di perdersi in un archivio

David Campbell, protagonista de Il giardino dell’arte, include nel suo Grand Tour della penisola Caravaggio, Michelangelo e Raffaello, ma anche l’Archivio di Stato. Il personaggio creato dallo storico dell’arte Claudio Strinati viaggia nel Bel Paese del XXI secolo e per capirlo fino in fondo non può prescindere dal toccare uno dei luoghi della memoria della nostra storia.

Gli archivi storici non sono luoghi inaccessibili coperti di ragnatele, ma preziosi custodi del racconto di una memoria collettiva, che può essere riletta da molti punti di vista, per arricchire rievocando vicende, stili di vita, snodi epocali, curiosità e passioni. Veri magazzini del sapere, sono una traccia indelebile, composta pazientemente in anni di attività delle associazioni culturali, ma anche delle imprese, dei sodalizi, degli istituti che sono stati a fianco del popolo cogliendone i momenti epici, quelli sciagurati e quelli della vita di tutti i giorni.

C’è un momento dell’anno in cui gli archivi si aprono e, grazie alla digitalizzazione, possono essere condivisi per far immergere il pubblico in questa straordinaria ricchezza. Archivissima è il festival per scoprire, raccontare e far conoscere il valore degli archivi storici. Si svolgerà quest’anno in una rinnovata versione digitale dal 5 all’8 giugno 2020. Con la Notte degli Archivi del 5 giugno 2020, si trasformerà in una grande trasmissione gratuita, con un palinsesto di oltre 50 puntate, di cui 18 podcast d’autore tutti dedicati alle storie degli archivi. Il folto programma è on line. Oltre 80 podcast e più di 100 video tratteranno il tema 2020, #WOMEN.

Le figure femminili saranno al centro dell’attenzione, non solo per celebrarne i successi ma per testimoniare l’importanza dei processi di trasformazione e cambiamento che proprio le donne hanno saputo attivare nella politica, nella letteratura, sul lavoro, nella medicina e nello sport.

Archivissima, lezioni dalla

Tra tutti i contenuti prodotti dagli enti partecipanti, dieci in particolare saranno quelli prodotti direttamente da Archivissima, curati dalla giornalista Valentina De Poli che accompagnerà con la sua voce l’ascoltatore alla scoperta dei documenti e delle carte conservati negli archivi selezionati. Fra questi: l’Archivio Storico Ricordi con un focus dedicato a Maria Callas; l’Archivio Fondazione Mondadori con un racconto su Alba De Cespedes, Eliana Liotta racconterà l’Archivio Storico di Intesa Sanpaolo attraverso collegamenti e focus dedicati al tema femminile.

Stefania Auci, divenuta celebre per aver scritto I leoni di Sicilia, leggerà un suo inedito. Attraverso i testi della scrittrice Francesca Manfredi, insegnante alla scuola Holden, si racconterà il posto speciale che le donne hanno sempre avuto in Lavazza,presente anche con il podcast Il caffè è donna. Lidia Ravera darà voce alla storia della partigiana e antifascista Teresa Noce, operaia e sindacalista e fra le fondatrici del Partito Comunista Italiano. 

Michela Murgia dedica il suo podcast alla tradizione della poesia orale sarda indagando le differenze tra il maschile e il femminile. Cathy La Torre accompagnerà il pubblico alla scoperta del Cassero, storico circolo LGBT di Bologna. Sempre su questa tematica, grazie alla collaborazione con il Lovers Film Festival e il Museo Nazionale del Cinema, anche Vladimir Luxuria, attuale direttrice del festival, presterà la sua voce al podcast dedicato alla rappresentazione delle donne trans nel cinema italiano. 

Archivissima presenta anche Epochè – La figura femminile negli archivi, un percorso visivo tra le diverse sfaccettature della presenza delle donne nei documenti d’archivio. La mostra digitale, che sarà visibile online dal 5 giugno 2020, comprende una selezione di immagini d’archivio sull’universo femminile. In totale, gli archivi storici di enti pubblici, istituti culturali e grandi aziende che hanno confermato la loro partecipazione a questa Notte degli Archivi – Digital Edition sono oltre 170. È la storia, ve ne convincerete, che può indicare il cammino per il nostro futuro.

Questo articolo è pubblicato anche sull’HuffingtonPost.

Gli Italiani sul Titanic

http://vimeo.com/61359304

Titolo: Gli italiani del Titanic
Produzione: Cinehollywood per History Channel 2012
Regia: Valerio Scheggia
Autore: Ezio Savino, Annalisa Reggi, Stefano Paolo Giussani
Durata: 50′
Location: Milano, Belfast – Eire

Cosa non sappiamo ancora della tragedia del Titanic, che il 14 aprile 1912 naufragò dopo l’impatto con un iceberg causando oltre 1500 morti? Poco o nulla, si direbbe, specie dopo che nel 1997 James Cameron ne ha realizzato un kolossal cinematografico capace di battere tutti i record precedenti in fatto di incassi.
E invece qualcosa da scoprire c’è ancora, e ce lo racconta il documentario di Valerio Scheggia “Gli Italiani sul Titanic” prodotto da Cinehollywood per Fox International Channels Italy e trasmesso  da History Channel.
Continua la lettura di Gli Italiani sul Titanic →

Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II: i papi che cambiarono la storia

http://vimeo.com/90217123
Produzione: Libreria Vaticana, Polivideo 2013-2014
Regia: Valerio Scheggia
Autore: Stefano Paolo Giussani
Durata: 2 x 50′
Location: Città del Vaticano, Bergamo

In occasione della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, due documentari diffusi dalla Radiotelevisione Svizzera e disponibili su DVD, raccontano il lato inedito di due pontefici che hanno segnato la storia. Filmati originali e documenti fino ad oggi sconosciuti si alternano con la testimonianza del Cardinale Capovilla e gli interventi del Cardinale Kasper e di Don Ezio Bolis, direttore della Fondazione Papa Giovanni XXIII di Bergamo. I due DVD, raccolti nel cofanetto “I Papi che cambiarono la storia”, “Giovanni XXIII – Il Papa fuori programma” e “Giovanni Paolo II – Il Papa rock che sgretolò la cortina di ferro” hanno attinto agli archivi della Città del Vaticano e della Fondazione Papa Giovanni XXIII. La colonna sonora è arricchita dalla splendida voce di Mina, con le arie sacre “Magnificat” e “Omni die”.

Covid 19: diffondiamo idee, non pangolini

Oggi è il cinquantesimo anniversario della Giornata della Terra. 

Dalla decisione di dedicare una ricorrenza all’unico guscio amichevole conosciuto in un universo non ospitale, sono trascorsi 50 anni e molti eventi che hanno segnato l’umanità. Mai come quest’anno, però, la data è legata a circostanze apocalittiche per il mondo occidentale.

Senza scomodare i visionari che imputano Covid-19 al castigo divino, il virus pare ormai assodato essere una zoonosi e potrebbe avere a che fare con l’uomo non per la fantasiosa elaborazione fantapolitica di un’arma batteriologica, quanto per la conseguenza del nostro comportamento nei confronti delle specie e degli ambienti del pianeta.

Lo spiega benissimo David Quammen in Spillover, libro edito nel 2014. L’autore fu intervistato da Fazio il mese scorso, vi consiglio di di ascoltarlo per la qualità dell’intervista. Firma autorevole del National Geographic e ottimo divulgatore, parlando di virus, previde con una buona approssimazione cosa sarebbe successo e dove sarebbe successo. Il ragionamento è semplice e facilmente comprensibile, perfino da non scienziati, visualizzando una catena di eventi.

  1. Abbiamo consumato gli ambienti naturali con percentuali da estinzione di massa.
  2. Di conseguenza si sono ridotte le specie che, come noi stessi, sono portatrici di virus.
  3. I virus, non avendo gambe, puntano a moltiplicarsi con gambe altrui, cioè cercando nuovi organismi in grado di ospitarli al posto di quelli scomparsi.
  4. Contestualmente offriamo ai virus quasi otto miliardi di esseri umani che permettono loro di proliferare muovendosi in aereo.

Serviva solo il taxi che portasse il virus dall’ambiente che era il suo naturale a un nuovo ambiente. Lo ha trovato nei pipistrelli o nei pangolini o in qualche essere che ancora non è stato individuato venduto nei mercati del sud della Cina. Se è chiaro a tutti cosa sia un pipistrello, è probabile che, come ha fatto il sottoscritto, dobbiate informarvi su cosa sia un pangolino. 

Scoprirete che è uno dei mammiferi di selvaggina più commerciati nel mondo, nonostante sia una specie a rischio estinzione.

Frenatevi dal pensare “ma che schifo, come fanno i cinesi a mangiare ’ste cose?!?” perché un americano pensa esattamente la stessa cosa di noi quando cuciniamo il coniglio che in USA è un animale da compagnia o quando consumiamo il nostro formaggio con i vermi che fa inorridire anche alcuni nostri connazionali quando per altri è una prelibatezza.

Paese che vai, abitudini che trovi. Semmai andrebbero risolti i problemi legati all’igiene. Non è razzismo affermare che il wet market di Wuhan non sia da prendere a modello. Così come non lo sono i mercati della Liberia dove si consuma abitualmente carne di scimmia e ci sono focolai di Ebola probabilmente legati a questo commercio. Quammen ci assicura che il Coronavirus è quasi un dilettante rispetto al disastro che può provocare Ebola se iniziasse a diffondersi seriamente.

La giornata della Terra 2020 è dunque uno stimolo di riflessione, partendo dallo sfruttamento indiscriminato del nostro pianeta. In nessun modo, uno scenario come quello attuale va visto come una vendetta o un castigo. La Terra non si vendica. Come tutti gli organismi complessi reagisce, nella logica delle cose. Se ci pungiamo un dito, spostiamo la mano. Se distruggiamo un ambiente, quel che c’è dentro e sopravvive si sposta, virus compresi. Semplice.

Il nostro obbiettivo dovrebbe essere quello di ridurre il rischio di futuri eventi del genere. Come? Rimediando al punto 1 della catena di cui sopra e sostenendo leader che condividano una visione preservativa e non di consumo, fornendoci da persone che dichiarino chiaramente da dove provengono gli alimenti, responsabilizzandoci sul modo in cui ci spostiamo, privilegiando l’uso di prodotti riutilizzabili, condividendo l’uso delle risorse e ponendo la massima attenzione al significato di “rifiuto” che può essere risorsa e non pattumiera. Sarebbe davvero apprezzabile se, per la Giornata della Terra e per ogni alba che segue, ognuno di noi riuscisse a fare propri questi concetti e trasmetterli a tutti quelli che ci circondano. Esattamente come un virus: contagiamo il mondo, ma solo con messaggi positivi per il futuro. Diffondiamo idee, non pangolini.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Bernini

“No artist defined 17th-century Rome more than Gian Lorenzo Bernini did, working under nine popes and leaving an indelible mark on the Eternal City. And there is probably no better place to appreciate his talent and genius than the Borghese Gallery in Rome, the villa — now a museum — built by his first patron, Cardinal Scipione Borghese, where Bernini revealed his talent for capturing tension and drama in stone. But during the remarkable exhibition titled “Bernini,” visiting may be a once-in-a-lifetime experience.” The New York Times

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Giornalista e scrittore