Il ritorno alla campagna, come lo vedi?

Negli Usa c’è una rivista che sta riscuotendo un successo inaspettato. Non parla di smartphone, non fa gossip, non pretende di vendere felicità in pacchetti simil-zen. Racconta piuttosto del ritorno alla campagna e si rivolge a quelli che avvertono il richiamo della terra senza l’angolazione degli agriturismi visti da bordo piscina o le vigne con cantina disegnata dall’archistar di turno.

La rivista, che è anche un sito, punta anche all’home-farming rivelando le soddisfazioni del farsi (e coltivarsi) le cose da soli. Poi c’è chi esprime una scelta ancora più radicale e all’opzione del ritorno alla campagna e all’autoproduzione aggiunge l’impegno di farne una professione. Questi sono, secondo me, un po’ degli eroi. Ne ha descritti alcuni Alessandro Cannavò in un suo pezzo. La lucidità del giornalista, che è anche un camminatore e un amante della natura, non nasconde che per scegliere la campagna a 360° devi farti un c… così. Perdonate la forza del termine, ma un conto è fare un aperitivo green sull’aia al tramonto. Altra cosa è alzarsi a mungere prima dell’alba, scrutare il cielo per la pioggia, che non sia troppa o troppo poca, spalare letame e scommettere che il raccolto andrà bene.

Solo se avanza tempo, c’è l’opzione di unire l’utile al dilettevole e organizzare giri a dorso di mulo per far scoprire il proprio territorio a chi ne è attratto. È il caso di Roberta Ferraris. Ci ha scritto un libro e ne trovate alcuni passaggi in rete. Ha uno stile che smorza subito le illusioni pur fornendo una lista di luoghi che non aspettano altro che essere ripopolati. Ne cito alcuni dalle sue pagine, casomai voleste covare l’idea.

Carta geografica alla mano, ecco le nuove frontiere da ripopolare. Tutto il crinale dell’Appennino settentrionale, con punte estreme di abbandono nell’area nota come “Quattro Province”, dove si incontrano le province di Genova, Alessandria, Pavia, Piacenza. L’entroterra montano delle province di Savona e Imperia. Le valli di Cuneo e di Torino. L’alta Langa. Vaste zone della val d’Ossola e della Valsesia. Le Alpi Orobie in Lombardia, tra la Valtellina, Bergamo e Brescia. L’alta Carnia, le Dolomiti bellunesi e vaste zone delle province di Pordenone e Belluno. Sorprendentemente, buona parte dei comuni rivieraschi lungo l’asta fluviale del Po, e soprattutto nelle province di Rovigo e Ferrara. Le zone interne dell’Appennino tosco-emilianoromagnolo, inclusi i comuni interni di Lunigiana e Garfagnana sulle Alpi Apuane. Molti comuni appenninici delle Marche, dell’Umbria, del Lazio, dell’Abruzzo. Tutto l’Appennino meridionale. Le aree interne montane di Sicilia e Sardegna.

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Nessun incanto nelle sue parole. Semmai accenna la riscoperta di certi valori pur smorzando le visioni idilliache. Chiarisce che un vegano non può essere un montanaro, ma un attimo dopo afferma che nelle Langhe lei sceglie di usare gli asini per dissodare. Ma nel 2015 non sarebbe meglio un trattore? No, comprime troppo il terreno. Certe scelte sono pura filosofia. A chi crede che i pionieri sono degli illusi, rispondo che dovrebbero conoscere Roberta. Di illusi così, ne ha tanto bisogno il mondo.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Super navi da crociera ancora in laguna a Venezia.

Le super navi da crociera potranno avvicinare di nuovo  Venezia. Il Tar ha annullato il limite al passaggio dei supercondomini galleggianti nel canale della Giudecca. Gli schieramenti bipartisan, le foto di Berengo Gardin, gli sguardi attoniti dei turisti che vedevano scorrere palazzi di 15 piani sfiorando piazza San Marco non sono bastati.

I giudici hanno ritenuto che la mancanza di una via di transito alternativa e la mancanza di una comprovata informativa sui danni reali fossero motivi sufficienti al nuovo semaforo verde. Ora, capisco le ragionevolissime questioni legate al sostegno del turismo, ma credo sia opportuno domandare qualche spiegazione ai giudici del Tar.

Secondo voi è sensato accostare alle architetture veneziane questi carrozzoni da vacanza industriale? Sicuri che i croceristi destinati ad un ormeggio in un porto limitrofo non sarebbero comunque attratti dalla perla della laguna?

Dimenticandoci per un attimo dell’impatto visivo, avete presente che massa d’acqua spostano questi colossi nel loro movimento a poche decine di metri dalle già precarie fondamenta?

Il taglio del traffico stabilito dai precedenti decreti era pur minimo (12,5%), ma era un chiaro segnale. Perché ignorarlo? Sinceramente: piazzereste un supercondominio di fronte al Colosseo o uno stadio in ferro a fianco alla torre di Pisa?

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Alan Turing – The imitation game

Avete presente Alan Turing e il film The imitation game che racconta la sua storia ed è ora nelle sale?

Cinque anni fa vidi la macchina Enigma esposta al War Museum di Londra e mi colpì. Conoscevo la storia del matematico. E il trattamento che gli avevano riservato. Avevo anche sentito parlare del suo compagno Alistair. Così ho provato a immaginare un pezzetto di quella loro storia. Quello che non avevo immaginato è che dopo cinque anni dopo ne avrebbero tratto un film.

Se vi piace, potete diffonderla liberamente. Vi chiedo solo, per favore, di citare la fonte. Grazie.

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ENIGMA (©2011 – Stefano Paolo Giussani)

Ad Alan Turing e Alistair Noon

King’s College, Cambridge, 1934.

Quel letto sarebbe stato normalmente troppo stretto per due persone. A vent’anni non sai ancora se preferisci stare vicino a chi dorme con te per scaldarti o avere lo spazio intorno per dormire allungandoti senza ostacoli. Loro erano di quelli a cui piaceva sentirsi vicini. Avevano l’abitudine di ascoltare il battito dell’altro tornare normale dopo l’amplesso. Al crepuscolo il più giovane sarebbe sgattaiolato nella sua camera in fondo al corridoio. Appena in tempo perché nessuno si accorgesse di nulla.

Stavano per ore affiancati così. Nudi. Con il sudore che raffreddandosi metteva voglia di stare più vicini l’uno all’altro. A cercare il calore della pelle dell’amico sulla propria. La stanza era rettangolare. Su un lato il letto. Di fronte un armadio e uno scrittoio sormontato da una piccola libreria. I libri, disposti ordinatamente, erano tutti testi di aritmetica. Un orologio era appoggiato su uno dei ripiani. Il suo ticchettio segmentava l’aria immobile del college. Il soffitto seguiva l’inclinazione del tetto, interrotta a metà da una grossa trave in legno. Per il più anziano, quella superficie spezzata era un puro esercizio geometrico. Un quadrato diviso in due rettangoli. Per il più giovane era invece una specie di finestra. Alla vista era chiusa, ma dietro quella grande anta in legno brillava un cielo pieno di stelle. Stelle che anche dalla finestra, quella dietro cui i rami del giardino balbettavano dal freddo, tremolavano con maggior intensità quando loro due erano assieme.

Alan era il matematico, Alistair il poeta.

È la nostra ultima notte assieme, disse Alistair sottovoce.

Chi può dirlo questo? rispose Alan come se stesse fissando qualcosa sul soffitto.

Lo sarà almeno per un po’. Parto per un giro in Europa.

Il matematico non se l’aspettava. Continuando a rimanere sdraiato girò la testa verso l’amico. Lo fissava infilarsi i boxer, la pelle raccoglieva il chiarore che filtrava dalla finestra e se lo spalmava addosso. Avrebbe voluto farlo lui. Quello in piedi si chinava a raccogliere le sue cose. La maglia, la camicia, le scarpe, tenute in mano. In quello stato di quiete notò che i piedi nudi facevano scricchiolare le assi nella stanza. La dita si distinguevano nella penombra sullo scuro del legno. Quando la porta si chiuse alle sue spalle, i passi nel corridoio schiaffeggiarono il pavimento mentre si allontanava.

 

Oceano Atlantico, HMS Garland, primavera 1942.

Sul ponte della corvetta inglese due ufficiali e un civile scrutano l’orizzonte. Non è una linea precisa ma un contorno sfumato reso incerto dall’acqua sollevata dal vento e spazzata come polvere. In lontananza si intravede il sole schiacciato tra nubi e mare. Riempie una linea infuocata tra due tavole color cenere che solo in certi punti assorbono la luce al giorno, si illuminano e vorrebbero incendiarsi.

Signor Turing, i nostri hanno iniziato a trasmettere. Ci affiancheranno entro pochi minuti. La voce del marinaio sopra di loro riesce appena a superare il rumore delle onde che sbattono sulla fiancata della nave. Gli ufficiali impugnano i loro binocoli puntandoli verso una unica direzione. Alan Turing ancora non distingue nulla e socchiude le palpebre per resistere alla raffiche di salsedine.

Dal centro della nave un gruppo di uomini si prepara a calare in mare una lancia. Un uomo in uniforme da ufficiale al fianco dell’unico in abiti civili gli indica un punto in mezzo all’oceano. Una luce. Sembra ancora lontana. La lontananza dell’orizzonte e le nubi basse non gli permettono di valutare la distanza. Negli elementi instabili del piano marino, tutto è precario. Non c’è verso di avere un fulcro nell’acqua. Sono colline liquide che si muovono alzando e abbassando la lancia ormai staccata dalla nave da guerra. L’unico punto stabile per Alan è la murata della corvetta. Sembra resistere indifferente all’acqua e al vento.

Il faro che prima era lontanissimo e spariva tra le onde, ora lampeggia tra gli spruzzi. Si avvicina.

Si distingue avanzare una sagoma scura. Fende la superficie rimanendo sul pelo dell’acqua. È un sommergibile. Il ponte è coperto dall’acqua, scivola indisturbato tra lievi colline fluide. Gli ricorda uno di quei grossi tronchi durante le mareggiate invernali, quando dalla scogliera si vedono galleggiare mentre lasciano passare sotto di loro onde grosse come montagne. Solo la torretta emerge dall’acqua mentre sulla sua cima si muovono mezzi busti di uomini. Si capisce che c’è una certa attività ma non si distingue cosa stanno facendo.

Ora le due navi sono quasi affiancate. Sul ponte della corvetta si sente un borbottio. È il motore diesel del sommergibile che a tratti gorgoglia sotto la superficie dall’acqua. È un rumore pigro che sfuma nei fischi delle raffiche del vento.

Alcuni dei marinai della torretta scendono sul ponte. Uno a fianco all’altro formano una catena e coprono la distanza fino alla scialuppa che adesso tocca il sommergibile. In balia delle onde e sospeso tra le due navi il motoscafo sembra ancora più piccolo. In certi momenti sembra debba essere ingoiato dalle onde, che però lo sputano subito dopo. Gli uomini si scambiano dei pacchi. Verso il sommergibile si distingue quello della posta. Alan pensa che probabilmente quegli uomini sono in missione da parecchio tempo. Una grossa scatola scende invece di mano in mano dalla torretta fino al motoscafo. È una cassa, distingue bene le assi che segnano la forma di un parallelepipedo. Gli uomini la appoggiano sul pavimento. Usano una delicatezza inusuale per dei marinai che ti aspetti abituati agli schiaffi dell’oceano, la trattano come se fosse un oggetto fragile. L’uomo a poppa piega con decisione la barra del timone e ridà gas al motore. Il piccolo scafo si allontana veloce per tornare verso la corvetta, come un bambino che ha fretta di scappare dal nuovo arrivato per tornare dalla mamma. Il tempo di fissarlo mentre spancia sull’acqua sotto di loro e Alan nota che anche il sommergibile è ripartito. È già lontano, al termine di una scia di schiuma che ribolle tra le onde infrante. Sta per scomparire, discreto come si era avvicinato.

Nel quadrato degli ufficiali la cassa è appoggiata sul tavolo. La sagoma regolare è illuminata dalle luci sul lato anteriore. Risalta sulla parete scura. Ha quasi l’aspetto di un altare all’interno di uno spazio sacro. Sacerdotale è anche il silenzio. Sul fronte della cassa una sola scritta: for intelligence use only.

Il comandante con un cenno della testa indica ai due marinai di aprire la cassa. Delicatamente, ragazzi. Da quel pezzo di legno dipende la guerra, dice loro mentre infilano le mani tra i legni. Le braccia nude si gonfiano mentre la estraggono. L’oggetto è pesante, esce lentamente dal contenitore.

Un telo mimetico avvolge una specie di macchina da scrivere. Ha una tastiera, ogni tasto marchiato con una lettera o una cifra. L’occhio immobile di un’aquila nazista nella parte superiore sostiene e ricambia lo sguardo di tutti. Ora è affar suo, mister Turing, aggiunge il capitano mentre continuano a fissare l’oggetto al centro della stanza. Alan si scambia un’occhiata con l’unico uomo che indossa un’uniforme diversa da quella della marina. Dev’essere dello stato maggiore.

Signori, ora potete lasciarci soli, dice l’ufficiale. Come Alan, anche lui dipende dalla Hut8. Sono criptoanalisti del ministero della guerra. Devono rompere il più grande segreto della marina tedesca. Il codice Enigma, il linguaggio cifrato con cui comunicano le navi di Hitler.

 

Quartier Generale Hut8, Bletchley Park, Autunno 1944.

I numeri sono dati oggettivi, non hanno bisogno di interpretazioni. Le parole sì. Hanno più di un significato. Una stessa parola cambia a seconda di come la pronunci o la ordini in una frase. Un matematico e un poeta, per questo, non potranno mai andare d’accordo.

Alan pensava questo prima di incontrare Alistair. Poi aveva scoperto che il cuore era una specie di denominatore comune che poteva far dialogare i due universi. Matematica e poesia erano diverse ma riuscivano a parlarsi.

Nel mezzo dell’oceano lui, il matematico diventato per necessità criptoanalista, si era trovato di fronte alla macchina che decifrava segnali. Ci aveva lavorato sopra da subito. Giorni e notti. Aveva imparato a prevenire le mosse del nemico. Raccoglieva informazioni. Salvava vite. Creava le condizioni perché ne finissero delle altre. Erano anche quelle addizioni e sottrazioni. La morte di un marinaio è una tragedia per una famiglia, l’affondamento di una nave con mille uomini è solo una statistica. Operazioni matematiche di guerra calcolate solo spostando carte e senza mai abbandonare l’edificio vittoriano tra le piante secolari nella campagna di Londra.

Da qualche parte sulla costa del continente aveva immaginato Alistair in una strada a combattere. All’inizio della guerra sapeva che lo avevano visto lanciare bombe tra le milizie popolari contro l’alziamento dei generali in Spagna. So bene che lotto per qualcosa che non durerà. Nessun futuro è per sempre, gli aveva detto il poeta prima di partire. Spesso sente ancora quelle parole, la voce dell’amico gli echeggia nella testa. Era stato il suo commiato appena prima di partire. Prima di uscire scalzo dalla stanza.

Io combatto per il mio passato, perché un po’ di me riposi intatto in quello che è accaduto. Era il suo modo per scendere in campo. Immediato, sanguigno, per lui era perfino naturale, come un verso di una poesia. Lasciar scorrere il sangue nelle vene fino alle mani. Lasciare che il fluido bollente le muovesse nel combattimento. Per questo si era unito a un gruppo di catalani.

La Catalogna, gli aveva scritto poi, è un posto perfetto per i poeti.

Ormai erano cinque anni che non aveva più sue notizie.

 

Nella stanza Alan è solo. È appena tornato da una corsa sotto la pioggia. Gli piace correre. Sulle lunghe distanze ha una buona resistenza. Lo aiuta a pensare. Lo aiuta a sfogarsi.

È completamente sudato. Si toglie la maglia fradicia e la butta a terra. La lascia a fianco alle scarpe nel centro di una pozza. C’é un tavolo nella stanza. In mezzo alle carte sparpagliate c’è una tunny. È una delle macchine del codice Enigma. Ormai le chiama con confidenza, le conosce fino all’ultimo degli ingranaggi. Il codice è rotto da tempo. Per questo alcuni lo chiamano “Il genio della matematica”. Il cono della lampada sul soffitto illumina l’apparecchiatura da sopra, senza lasciare ombre. È quella arrivata con il sommergibile nell’Atlantico, la prima trovata. Puzza ancora di carne bruciata. Ha letto poi nei rapporti che c’era stato un incendio a bordo della nave tedesca durante l’attacco. L’odore è forse di qualcuno che è morto vicino alla macchina. Immagina un giovane marinaio cresciuto sulla costa tedesca. Forse non gliene fregava perfino niente della guerra. O forse era un invasato del nazismo e ha difeso fino in ultimo il segreto.

Ogni tanto torna a toccare la macchina. Quando si muovono i tasti, i rumori metallici si susseguono in un incastro perfetto di suoni. Sono rumori affilati nel silenzio della stanza. Alcuni più lunghi. Altri più brevi. Dipende dalla lettera. Ogni volta che schiaccia avverte una sensazione strana. Come di irreversibilità. Alan riflette come sia impossibile cancellare la lettera originata dal suono. Battuto un tasto non è più possibile tornare indietro. A… B… segni che si trasformano in suoni e scivolano nell’aria.

La guerra sta per finire e gli hanno permesso di tenere la macchina. Ormai sono riusciti a prenderne altre. Poi, a lui è concesso. È quello che ha rotto il codice. Forse anche per questo alla Hut8 lo trattano con rispetto. Sono perfino disposti a dimenticarsi certi suoi comportamenti. Sanno che preferisce gli uomini alle donne. Almeno nel suo letto. Se ne sono accorti quando ha detto di no a Joan Clarke. Una collega, un’amica. Agli occhi di tutti poteva filare. Non ai suoi, non avrebbe mai potuto essere un marito. Almeno per ora non gli possono fare nulla, lui è quello dell’Enigma.

 

A… B…. Due lettere su due tasti. L’inizio dell’alfabeto e le prime due lettere decifrate dalla macchina. A come Alistair. B come Barcellona. Un caso? La matematica non lo ammette. Lui, ora, sì.

È tornato ancora da una corsa. Sul tavolo c’è una busta aperta. La lettera è arrivata in mattinata. È di un amico comune. Conosce il fratello di Alistair.

È morto. A Barcellona. Su una barricata della città durante un attacco dei generali. È successo il 26 gennaio del 1939. Son passati 5 anni. Ne erano già passati 3 quando Alan era in mezzo all’oceano ad aspettare la sua prima tunny.

Alan vuole piangere. Sente il dolce di una lacrima mischiarsi col salato del sudore sul labbro. Ricorda l’ultimo abbraccio di Alistair prima di uscire dalla stanza del college, quei passi nudi nel corridoio. Pensa alle guerre così diverse di un poeta e un matematico.

Quitaly: Quit the Doner racconta l’Italia come non l’avete mai vista

Non so voi, ma le vacanze di Natale sono quelle che più mi ispirano le letture che pennellano visioni dell’Italia. Saranno i video appelli di fine anno o le domande tipo “chissà se l’anno prossimo xyz?” (sostituire xyz con la variabile che preferite), ma la voglia di fermarsi a riflettere non mi è mai mancata nelle serate davanti al camino con le luci dell’albero accese.

Ho incontrato due quadretti che potrebbe valer la pena di condividere per come è presentato il Bel Paese. In una scala di colori i due autori sono il bianco e il nero. Uno, recentemente scomparso, che è stato un grande storico e un riconosciutissimo traduttore dei classici. L’altro mai apparso pubblicamente – pochissimi addirittura conoscono il suo vero nome – che ammette di essersi spacciato agente della questura per scoparsi ragazze extracomunitarie in cerca del visto. Eppure i due rivelano un paio di denominatori comuni potenti: entrambi i loro lavori sono esilaranti e scrivono sapendo il fatto loro, dando una lettura lucidissima del sistema Italia con angolazioni alternative.

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Ezio Savino ci racconta di un programma politico attualissimo e twittato, ma non cercate il nome di Renzi tra le righe. Lo storico ci fornisce un quadro di come già Augusto si facesse promotore di temi come spending review, riorganizzazione delle provincie, lavoro, riforme costituzionali. Il tutto comunicato al Senato con metodi particolarmente efficaci. A chi ritiene la storia una materia inutile, Savino lascia un testamento spirituale che andrebbe quantomeno letto a scuola, tanto per capire che gli eventi si ripetono e qualche avvenimento futuro potremmo predirlo perfino senza essere il mago Otelma.

Quit the Doner raccoglie in 200 agilissime pagine dal titolo Quitaly una serie di gag sull’Italia che purtroppo non sono gag, ma la realtà. Nessuno sa che faccia abbia, ma il blogger, reporter, conoscitore delle italiche sfaccettature come pochi altri riesce a fornire una serie di quadretti che possono farvi sciogliere dalle risate o farvi piangere mentre fate le valigie per lasciare la penisola, a vostra scelta.

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Quitaly è ben spiegato sul sito di Vice, di cui Quit the Doner è una delle firme, e in pochi mesi ha meritato due edizioni. Dai raduni degli alpini che inneggiano a “Papa Francesco, uno di noi” tra i fumi dell’alcol e le palpate alle ragazze, ai beach party salentini dove si spiega che i social sono una religione, solo predicata per altri mezzi. Dai complottisti delle scie chimiche che hanno capito chi è il responsabile occulto dietro tutto (tutto!) al declino del botox e della sua miglior macchina promozionale, con sede in decadenza ad Arcore. Ci troverete le manie dei selfiesti che postano autoritratti come chicchi in una grandinata d’estate, gli incatenati della Herbalife, la presa di coscienza che da noi si vendono più tatuaggi che libri. Si trova perfino una citazione del nostro Huffington Post e un consiglio per una mangiata memorabile sull’Appenino emilano. Se vi servissero due referenze in più sull’autore: è tra gli scomunicati ufficiali di Grillo e il disegnatore Gipi gli ha disegnato apposta una splendida copertina. Non perdetevi questo libro, è pieno di chicche memorabili che tra venti anni potrebbero essere storia.

RIcapitolando, cercate risposte sul futuro dell’Italia, dal paesaggio a qualche consiglio di ordinaria sopravvivenza? Queste letture vi aspettano.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Stèphane Charbonnier di Charlie Hebdo: le parole premonitrici

Stèphane Charbonnier, direttore di Charlie Hebdo, dichiarava nel 2012:

Dipingi un Maometto glorioso, e muori.
Disegna un Maometto divertente, e muori.
Scarabocchia un Maometto ingobile, e muori.
Gira un film di merda su Maometto, e muori.
Resisti al terrorismo religioso, e muori.
Lecca il culo agli integralisti, e muori.
Prendi un oscurantista per un coglione, e muori.
Cerca di discutere con un oscurantista, e muori.
Non c’è niente da negoziare con i fascisti.
La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.
Grazie, banda di imbecilli.

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Peins un Mahomet glorieux, tu meurs.
Dessine un Mahomet rigolo, tu meurs.
Gribouille un Mahomet ignoble, tu meurs.
Réalise un film de merde sur Mahomet, tu meurs.
Tu résistes à la terreur religieuse, tu meurs.
Tu lèches le cul aux intégristes, tu meurs.
Pends un obscurantiste pour un abruti, tu meurs.
Essaie de débattre avec un obscurantiste, tu meurs.
Il n’y a rien à négocier avec les fascistes.
La liberté de nous marrer sans aucune retenue, la loi nous la donnait déjà, la violence systématique des extrémistes nous la donne aussi.
Merci, bande de cons.

Stèphane, nove suoi colleghi e due poliziotti sono stati massacrati oggi.

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11 good news per l’ ambiente 2015

Il 2015 sarà un anno migliore del precedente per le good news di ambiente e ricerca? Nessuno lo sa, ma mi ha impressionato sentire citato l’ambiente anche nel discorso di congedo del Presidente Napolitano. Così ho scelto 10 notizie di buon auspicio per ricordare il 2014 in modo positivo. Mi scuso per l’arbitrarietà della scelta, è solo un modo per leggere, tra le righe e le date, che con la buona volontà qualcosa di buono si può sempre fare. I buoni esempi, si sa, sono spesso contagiosi, tanto più se li si considera messaggi di speranza.

Le 10 Good News del 2014.

1. L’ONU ha ufficialmente condannato la caccia giapponese alle balene. Stop dunque alla farsa della ricerca scientifica che nasconde invece la caccia ai cetacei nelle zone antartiche.

2. La bici si piazza al primo posto tra i mezzi preferiti dagli italiani assieme alle moto. Non è purtroppo un indice riferito alle scelte quotidiane ma alle preferenze nei sondaggi. La parte positiva della dichiarazione è che l’attitudine a spostarsi e a fare vacanze in bici è effettivamente in crescita.

3. Matera sarà la Capitale Europea della Cultura 2019. La città dei sassi e delle chiese rupestri richiamerà l’attenzione del continente e dei molti italiani che ancora non la conoscono. Sarà anche l’occasione per scoprire una delle regioni della penisola meno conosciute.

4. L’Uomo è riuscito a far atterrare un oggetto su una cometa.
Con l’acquisizione di nuove conoscenze di un corpo spaziale semplice, si riaccende il dibattito sull’ambiente complesso della Terra e in particolare sulla formazione degli oceani.

5. L’Italia è prima, davanti alla Germania, nello sfruttamento dell’energia solare, che si avvicina ora al 10%. La nostra nazione si afferma al settimo posto nella classifica dello sfruttamento energetico rinnovabile procapite (eolico+solare).

6. Lego abbandona lo storico partner Shell grazie alla campagna di Greenpeace che denuncia la politica scellerata di esplorazione artica del colosso petrolifero.

7. Lo strato di ozono si rafforza e il buco sembra restringersi dopo una tendenza contraria di decenni. Non è un invito ad abbassare la guardia ma un incoraggiamento a incrementare le azioni comuni indotte dai vari stati, prima fra tutti la Comunità Europea.

8. Fabiola Gianotti è la prima donna e la prima italiana a dirigere il CERN di Ginevra.Il riconoscimento ha una grande rilevanza per i cervelli italiani che, nonostante un clima non certo favorevole alla ricerca, riescono ad affermarsi ai massimi livelli. Spero che il messaggio aiuterà a dare voce ai molti scienziati che ogni giorno raccontano il nostro paesaggio e i suoi mille problemi proponendo soluzioni.

9. Si rafforza Ozoshare, il sito dedicato a chi ha qualcosa da raccontare sull’ambiente.Le comunità che lo compongono sono ancora molto incentrate sul mondo anglosassone, ma gli spunti per approfondire e condividere stili di vita sostenibili non mancano. La potenza del messaggio sta tutta nella possibilità di trovare persone con la stessa passione per stili di vita verdi.

10. Chiudo con una notizia che è anche una cartolina di buon auspicio. Orso e lupo sono tornati sulle Alpi lombarde, cuore della catena montuosa assediata da milioni di abitanti. Il messaggio di speranza è nelle parole del ricercatore Mauro Canziani.

Nel secolo che ci separa dalla loro estinzione su scala locale, sono scomparse le taglie e i premi concessi per l’abbattimento delle cosiddette “bestie feroci”. I boschi hanno in parte riguadagnato i loro antichi spazi. Gli ungulati selvatici – anche grazie a programmi di reintroduzione – hanno conosciuto un deciso incremento e la presenza dell’uomo, che un tempo interessava gran parte dello spazio alpino, ha lasciato posto a silenziose montagne dove trovare riparo invernale o allevare i propri cuccioli.

11. Vi lascio anche una fiaba che racconta di riciclo e di rispetto. E’ stata scritta con l’aiuto di due bambini, spero vi piaccia. Condividere un augurio con una favola è un messaggio per tutte le età. Buon 2015.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.