Milioni di euro buttati in un mare di plastica

Settimana scorsa si è tenuta a Malta la conferenza Our Ocean, promossa tra gli altri dalla Commissione Europea. Ho aspettato a scriverne per vedere cosa ne sarebbe uscito e soprattutto cosa avrebbe implicato per il portafoglio Ue. Le cifre: 550 milioni di Euro stanziati direttamente con una stima di 6 miliardi globali annunciati a fine lavori dalla Commissione e dagli altri soggetti pubblici e privati provenienti da più di 112 paesi di tutto il mondo. Una enorme quantità di denaro che si spera sia gettata in mare, ma non nel senso peggiore.

Inquinamento, aree protette, sicurezza, sostenibilità, cambiamento climatico, la lista completa di impegni è lunga. Ma non è niente rispetto al problema chiave: consideriamo gli oceani come la nostra cloaca ultima. Continuiamo a comportarci a livello globale come se fossimo in un “Wc”, con lo scarico da azionare. Ma lo scarico non c’è e prima o poi rischiamo che l’ondata ci cascherà addosso.

Non sarà neanche troppo nera a giudicare da quanta plastica colorata galleggia al largo. Un breve filmato tra quelli diffusi in occasione dell’incontro è esauriente per come si stanno desertificando le barriere coralline.

Potremmo aggiungere le isole di plastica grandi come nazioni che galleggiano nei mari e gli spargimenti di monnezza che alcuni stati continuano a rovesciare in acqua. La lista è lunga e se alcuni temi di ecologia sono controversi – il cambiamento climatico spacca il mondo degli scienziati – il danno che stiamo perpetrando al nostro cuore blu è sotto gli occhi di tutti, da vedere e da toccare.

Speriamo di vedere presto in azione i milioni. MI basterebbero piccole azioni concrete a iniziare dalla sensibilizzazione degli stati “zozzoni” e dal perseguimento dei responsabili di eco-crimini. Almeno per non dovere più assistere a certi spettacoli come quello della foto che ha vinto il World Press Photo 2017 per la natura. Sarebbe davvero imbarazzante spiegare ai nostri nipoti con quale coraggio abbiamo permesso che una delle specie più protette del mare fosse tristemente addobbata in una rete.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Il labirinto di bambù

Copernicus, l’agenzia europea che si occupa dell’osservazione del territorio, ha pubblicato i dati degli incendi boschivi degli ultimi mesi. In una delle estati più incandescenti che si ricordi, in Europa vince il Portogallo, che si è fumato circa 2300 kmq (circa due volte la provincia di Napoli). L’Italia è buona seconda con 1300 kmq (quasi la provincia di Milano). La mappa dei focolai è impressionante: domina il rosso dove le fiamme sono divampate, con i dati che stanno peggiorando rispetto all’annata precedente. Su scala mondiale, la graticola non cambia, le foto del satellite mostrano il pianeta come un grande barbecue, con le prossime salamelle che rischiamo di essere noi. Secondo la Bbc, entro il 2025 ci saremo giocati oltre il 50% delle specie della foresta amazzonica. Non illudiamoci che se un bosco brucia lo si ripianti e -pluff- tutto rispunta e torna come prima. Spesso lo si brucia apposta per fare spazio ad allevamenti lager, piantagioni intensive, miniere. In ogni caso perdiamo una fonte di ossigeno, ci giochiamo l’azione stabilizzante delle radici, mandiamo in fumo l’ecosistema. Potremmo continuare, ma mi fermo qui.

Nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Per esempio, prestare attenzione negli acquisti cercando sull’etichetta l’origine della materia prima, che deve essere proveniente da foreste certificate. Dovremmo privilegiare nell’acquisto le specie a ricrescita veloce. Personalmente ho scoperto il bambù. Il che non fa di me un panda (è il loro alimento principale), ma uno consapevole di scegliere una sorta di pianta dei miracoli (per l’ambiente). Ha un ritmo di crescita che arriva ai 30 cm al giorno, a parità di età produce il 35% in più di ossigeno della media delle altre piante, arriva ad assorbire 12 tonnellate di CO2 per ettaro all’anno, cresce da zero a 4000 m e infine è versatile. Se ne fanno carta, arredi, costruzioni, cibo (perfino se non siete dei panda). In Giappone sono anche sicuri che le foreste di bambù abbiano un potere senza eguali sul fisico e sulla psiche. Grazie al shinrin-yoku, letteralmente bagno di foresta, camminare tra i tronchi migliora il potere immunitario e diminuisce lo stress.

Volete provare l’esperienza del perdervi in una foresta di bambù ma non potete volare fino a Kyoto? Andate verso Parma, al Bosco della Masone. Franco Maria Ricci – sì, è l’editore, il bibliofilo, il designer e il collezionista – ha creato nei pressi della sua abitazione il labirinto più grande del mondo radunando una ventina di specie di bambù. Un’occasione a cui non mancare, perfino se non siete dei panda.

Il weekend del 23 e 24 settembre sarà anche quello di Under the bamboo tree, una due giorni dedicata a questa pianta dei miracoli. Il bambù sarà il vero fil vert della manifestazione: si potrà passeggiare tra i viali del Labirinto, accompagnati dalle guide che illustreranno le peculiarità delle varie specie presenti, ci si potrà cimentare nella costruzione di oggetti di uso quotidiano o gustare speciali infusi al gusto di bambù. I più piccoli potranno divertirsi a costruire aquiloni o osservare le spregiudicate acrobazie dei trapezisti e i
mirabolanti spettacoli dei giocolieri, che utilizzeranno attrezzi rigorosamente in bambù.
I viali del dedalo verde saranno popolati anche da musicisti, che terranno piccoli concerti di flauto tra le fronde, da scovare negli angoli segreti, e dai disegnatori, impegnati a dipingere en plein air sotto la guida del maestro acquerellista Lorenzo Dotti.

Come racconta Franco Maria Ricci:

La pianta tradizionale dei labirinti è il bosso; anch’io forse
l’avrei usato, se fossi stato più giovane; ma il bosso cresce lentamente, mentre il bambù è velocissimo. L’età mi ha fatto innamorare di questa pianta meravigliosa, che è uno dei molti doni
dell’Oriente.
Se i bambù (il mio parco ne conta venti specie diverse) sono cresciuti così rigogliosi è forse perché respirano bene, a poca distanza da un fiume il cui nome profuma  di Cina: il Po. Si tratta di una pianta straordinaria, che non si ammala, non si spoglia d’inverno, a causa della sua impaziente crescita assorbe grandi quantità di anidride carbonica lasciando a noi l’ossigeno e non provoca disastri a causa di tifoni o trombe d’aria (nessuno è mai morto perché gli era caduto addosso un tronco di bambù).

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

 

 

 

Il traffico e le code ci rendono acciughe un mese ogni anno

A causa del traffico, piaccia o no, sono almeno 23 i giorni che trascorriamo in macchina ogni anno, e molti di questi giorni li trascorriamo in coda. Lo rivela uno studio promosso da Ipsos e Boston Consulting Group per l’Osservatorio Europeo della Mobilità. Perdendo 128 minuti al giorno siamo in fondo alla classifica europea, davanti solo della Grecia.

Oltre due ore rubate a una esistenza più rilassante che potrebbe essere quella del meditare, del dedicarsi alla cucina, dello stare con gli amici, leggere un libro. Mettetecene quante ne volete di voci, fatto sta che questo tempo trascorso in scatola a me da proprio l’impressione di essere un uomo stretto. Del resto, se fossimo nati per stare in macchina forse avremmo avuto le ruote e la spina dorsale a forma di sedile. Invece no.

Usiamo auto per andare a lavorare o a studiare (69 per cento contro la media europea del 61%), per andare a fare la spesa settimanale (86% contro il 76%), per star dietro ai figli (64% contro il 56%) probabilmente convinti di proteggerli quando invece gli stiamo solo dando un cattivo esempio.

A onor del vero, all’essere auto-dipendenti corrisponde contemporaneamente l’essere tra i primi a usare la bici – va al lavoro o a scuola il 6% degli intervistati – e alcune nostre città sono in testa alle classifiche europee.

Vuoi vedere che allora il problema è in quello che ci sta in mezzo, l’isola tra lo scegliere la bici e lo spostarsi in auto privata? La nota barcollante è in effetti il nodo dei mezzi pubblici. Agli intervistati mancano i collegamenti di coincidenza, i raccordi parcheggi-linee, le aree di interscambio dove finiscono le autostrade e iniziano le città.

Rimedi? Ne butto un po’ sul tavolo da cittadino, avendo ben chiaro che i pesi delle infrastrutture vanno valutati caso per caso e circostanziati sulle necessità individuali. Forse dobbiamo sviluppare una mentalità più disposta a qualche piccolo sacrificio, non c’è niente di male a camminare per 15 o 20 minuti lungo un avvicinamento, ne beneficerebbe il nostro fisico e limiteremmo l’inquinamento (“secondo i ricercatori dell’Harvard Center for Risk Analysis, il traffico delle 83 più grandi città degli Stati Uniti ha causato nel 2010 più di 2.200 morti premature e ha fatto spendere alla sanità pubblica 18 miliardi di dollari”).

Poi potremmo davvero unirci per chiedere agli amministratori azioni forti come biglietti integrati, corse speciali, mezzi attrezzati a trasportare le bici (l’unione fa la forza – e i voti – dopotutto).

Un’altra soluzione sarebbe quella di incentivare il telelavoro: siamo davvero sicuri che non potremmo lavorare almeno un giorno alla settimana da casa, o dalla biblioteca, o dal parco locale?

Sono poi un grande sostenitore del carpooling: basta posti vuoti in auto se si usano app come quella di BlaBlaCar, che in Francia sta addirittura sperimentando una specie di servizio di linea su tratte precise battute dai pendolari.

Esistono anche rimedi non risolutivi per il numero delle auto circolanti, ma almeno agevolanti per il traffico. Per esempio educare chi guida a consultare le app per risparmiare minuti di coda. Oppure si potrebbe scaglionare ingressi e uscite da uffici, fabbriche e scuole. Un po’ come si fa per le partenze intelligenti delle vacanze.

Il trucco sta nel non essere deficienti noi nel pretendere di muoverci tutti agli stessi orari e chiedere sempre più strade perché quelle vecchie non ci bastano più. Insomma, basta mari di asfalto perfetti solo per le sardine contemporanee che nessuno di noi vuole essere.

Trump cow boys e indiani, la lotta infinita

Contro Trump e i suoi cow boys gli indiani perdono, la storia si ripete. Mi hanno colpito molto le immagini delle fiamme che si levano alte dai teepee della pianura centrale americana. Se non fosse stato per le auto e i cellulari, sarei tornato allo scontro tra cowboy e pellerossa, tra i cattivi conquistatori e i nativi delle praterie. I servizi relativi alla Dakota Pipeline hanno dato rilievo alla notizia calcando la mano su come il presidente Trump abbia riaperto – e subito messo a tacere tra le polemiche di atti imposti – questioni ambientali che Obama aveva chiuso con un certo successo.

Non sono certo sulle posizioni ambientali di Trump – anzi, mi ci riconosco come un granchio sul Monte Bianco – ma val la pena di rimarcare qualche fatto:

  • Obama aveva già autorizzato la posa dell’oleodotto Dakota, accogliendo la richiesta di una deviazione che rispettasse il territorio Sioux e non mettesse a rischio le falde acquifere dell’area considerata sacra dalle tribù. Trump ha “solo” deciso di soprassedere alla deviazione scegliendo il percorso più breve.
  • Di fatto, la condotta, è un progetto di oltre tre miliardi di euro in grado di pompare 470.000 barili di petrolio al giorno lungo i 1900 km che separano i pozzi del Canada dalle raffinerie dell’Illinois ed era autorizzata da anni.
  • Questo petrolio era già comunque trasportato su rotaia, con i rischi che le manovre comportano. Intendiamoci, un oleodotto non è scevro di rischi, ma sono minori che non quelli legati alla movimentazione con veicoli.

Precisato quanto sopra lascio i fatti per le riflessioni, assolutamente personali, su come si è arrivati a un caso emblematico.

In questo momento Trump è il mostro da sbattere in prima pagina. Il suo essere maldestro in certe affermazioni lo porta a essere ridicolizzato o giudicato facilmente. Troppo facilmente, affermano i sostenitori. Però, ammettiamolo, se le cerca. Così la scena delle tende bruciate diventa quella del nativo cacciato dall’invasore.

Curiosamente, nel suo recente decreto sull’immigrazione, Trump ha dimenticato che i nativi erano loro, i pellerossa. E che il muro che lui vorrebbe costruire per contenere i messicani, gli indiani non hanno fatto in tempo a farlo perché i bianchi erano un casino di più e avevano i Winchester. Guardatevi le vignette satiriche sul tema, sono esilaranti.

Altrettanto curiosamente, la stampa americana ha scoperto che fino a giugno il nuovo presidente aveva una partecipazione nella società incaricata di realizzare l’opera. Trump non ha mai confermato, o smentito. Però ha ricevuto da personaggi legati all’azienda 100.000 dollari a sostegno della campagna elettorale.

Per offuscare la notizia, nell’atto di firma ha sottolineato almeno tre volte che per tutte le future condotte si sarebbe usato acciaio americano e si sarebbero creati nuovi posti di lavoro.

In questo momento dire nell’interno degli States che si creano posti di lavoro significa promettere oro. La crisi più nera si estende tra gli Appalachi e le Montagne Rocciose. Questo dall’Europa ci è poco chiaro. Ed è vero che i posti di lavoro si faranno e saranno circa 40.000, ma saranno relativi al solo periodo delle costruzioni e del loro indotto, perché a regime le condotte saranno tutte automatizzate e a farle funzionare basteranno meno di 40 persone. Uso il plurale perché c’è anche un altro oleodotto, il Keystone, in merito al quale l’amministrazione appena insediata ha invitato società amiche a candidarsi per la costruzione.

Il privilegiare un investimento tanto massiccio ci conferma che al di là delle belle parole sulle fonti rinnovabili si continuano a premiare le fonti fossili. Anche convertendo i miliardi investiti nell’estrazione e nelle condotte in opere e ricerche par limitare il petrolio, una società energivora come la nostra non riuscirebbe a cambiare a breve. Servirebbe crederci.

Trump non mi dà questa impressione, al di là di quello che dice è uno che premia logiche palazzinare e di sfruttamento del territorio. Più che “Trump il cattivo a priori” temo il ritorno agli anni ’80 che anche in Italia hanno fatto disastri per l’ambiente., riotrno di cui Trump potrebbe essere un attore perfetto. Stai a vedere che quella macchina del tempo che i programmi satirici americani invocano per tornare a prima delle elezioni, il neo presidente sempre più biondo la sta davvero azionando a suo favore.

 

Global warming, certa neve è bollente

Hanno pubblicato i dati 2016 sul global warming, il famigerato riscaldamento globale. Con mezza Italia sepolta dalla neve e battuta dalle tempeste, quello che state per leggere può suonare pazzia, ma è solo la prova che certi eventi non si controllano da una stanza dei bottoni.

Alla faccia degli scettici – in testa il signore che si è appena insediato al 1600 di Pennsylvania Avenue in Washington – la situazione sta peggiorando e il 2016 è stato il peggior anno dalla prima rilevazione “ufficiale”, ossia da quando è iniziata la registrazione metodica delle temperature nel 1880. Prima lo erano stati il 2015 e prima ancora il 2014. Sequenza peggiorativa, insospettiamoci!

I negazionisti saranno pronti a sostenere che cicli climatici ce ne sono sempre stati (vero!) e che anche a memoria d’uomo si sono vissuti periodi particolarmente caldi e altri particolarmente freddi (vero!). Nel filmato Nasa, date però un’occhiata a dove si sviluppano le temperature e a quale grado di aumento si arriva e poi dite voi se il global warming non è un problema.

La verità che in pochi dicono in parole semplici è che il pianeta ha la febbre e se la febbre sale troppo, bisognerà correre all’ospedale. Lo racconta bene un’animazione, che nel suo minuto e mezzo però non arriva alla conclusione che potrebbe essere tragica: non conosciamo la medicina istantanea e il paziente potrebbe innescare delle conseguenze dannose e non controllabili per la comunità umana.

L’unico vero rimedio è prevenire e sensibilizzarci sul tema del rispetto dei trattati. Non facile se non ti chiami Trump o Jinping, ma, spargere la voce e diventare parte di chi sa, aiuta. Mattoncino su mattoncino si arriva a costruire la consapevolezza. Anche divulgare le iniziative è un modo per fare parlare del problema.

Una eclatante e con un tocco di poesia è stata quella di GreenPeace che ha portato Elegy for the Artic di Einaudi vicino al polo e lo ha filmato. Musica che si spera arrivi alle orecchie di chi, quei trattati firmati, ha il potere/dovere di farli rispettare.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Ecco perché il freddo fa bene

Dai social sembra che neve e freddo stiano imperversando come mai prima d’ora. Dalle stesse voci che quest’estate «uff che caldo», ora si ascolta «brr che freddo». Urlavano al lupo della steppa infuocata, ma ora sono certi che dal Brennero iniziano a scendere i mammut. La verità è che è normale che in inverno faccia freddo e, guarda un po’, in estate caldo. Non è colpa del global warming insomma, le cui conseguenze concrete e minacciose sono ben altre e di più larga scala.

Piuttosto, l’ambiente naturale ha bisogno del freddo e della neve per il suo ciclo di vita. E ci sono benefici affatto scontati anche per il nostro organismo. Non tutto il freddo viene per nuocere, insomma: le energie aumentano, le calorie si smaltiscono più facilmente, si alleviano certi fastidi circolatori, si ottimizzano i risultati dell’esercizio fisico e della tonificazione muscolare.

slide_513106_7205254_compressed

Come la pausa invernale giova dunque alla vegetazione, un cambio nella routine dei mesi freddi è un toccasana per la salute del nostro fisico, ben più minacciato dall’aria stagnante cittadina che non dall’ondata di freddo stagionale. Non serve essere sportivi accaniti e neppure troppo allenati per incamminarsi su un sentiero e perdersi nella quiete cristallina di montagne sconosciute al caos vacanziero. Ci sono altipiani dove l’ossigeno del bosco incontaminato e il fresco della neve appena caduta sono una risorsa fruibile da sentieri pianeggianti.

slide_513106_7205256_compressed

Magari, poi, tra una baita e l’altra si scopre anche il gusto delle pietanze. Hanno sposato perfettamente il binomio passeggiate/sapori gli ideatori di Alps Culinaria, una serie di weekend dedicati all’esplorazione facile e golosa delle Alpi. Quattro appuntamenti per altrettante località in Val Isarco. Tre coinvolgono gli altipiani di Barbiano, Velturno e Villandro con le Dolomiti a fare da sfondo. Uno si spinge sotto le Dolomiti di Funes a toccare le cattedrali di roccia.

slide_513106_7205242_compressed

L’Italia ha l’enorme fortuna di un ambiente montuoso (alpino e appenninico) che lascia staccare la spina permettendo di incontrare paesaggi invidiabili e specialità della tradizione, roba che tedeschi, inglesi e francesi apprezzano inventandosi le occasioni più disparate – spesso fuori stagione – per venirci a trovare quando noi italiani pensiamo alla invariabilità dell’equazione vacanza invernale=sci.

n-INVERNO-large570

Diversamente, diventa normale che ci si abitui a sentirsi rispondere “tutto esaurito” quando si prenota un soggiorno. Pensiamoci: un impianto di risalita – che spesso si è mangiato pure un pezzo di bosco – può arrivare alla capacità massima di ricettività, dopo la quale non ce n’è più per nessuno, salvo la pena di lunghe code, con tutti che guardano tutti nell’attesa di attaccarsi al filo per salire. Praticamente è il trasferimento dello stress tra i picchi.

In mezzo agli alberi e sugli altopiani invece questo non succede, perché la coda più grossa in cui si potrebbe incappare è quella di una volpe e lo sguardo più intenso quello di un camoscio che spia da dietro un cespuglio. È un invito anche all’ascolto, del vento tra gli alberi o della neve che cade dai rami con quei tonfi attutiti che non hanno uguali. Magari lasciandosi consigliare dai padroni di casa, ben informati sull’accessibilità dei sentieri e sull’apertura delle strutture in quota.

slide_513106_7205252_compressed

C’è poi un libro che educa all’ascolto di questa straordinaria biblioteca dei rumori. Il sole che nessuno vede di Tiziano Fratus nasce dalla semplice azione di sedersi spalancando le orecchie e il cuore, con la dedizione a cui ci ha abituati l’autore nei confronti di foreste e corsi d’acqua.

L’uomo medita – scrive Fratus – perché trova giovamento nel dimenticare quello che è per la società in cui è immerso. Smette di dare ascolto a quell’io che ha dentro per iniziare a ricostruire il mondo sentendosi parte dell’immensa materia che lo circonda e lo compone. È un cambio viscerale. Chi accetta di entrare in questa dimensione inizia a riconoscersi della stessa materia di un bosco libero nel cielo e non di una colonna fumante, sia essa di auto o sciatori incalliti.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

slide_513106_7205238_compressed

Obama – Trump, sfida all’ultimo pianeta

Obama e Trump si passeranno il testimone alla Casa Bianca il 20 gennaio. Nessuno sa bene cosa potrebbe accadere alla Terra da quel giorno, visto che la direzione politica dello stato più potente del pianeta passerà da chi ha dimostrato di esserci impegnato (anche) per l’ambiente a chi ha pubblicamente dichiarato che “il concetto di riscaldamento globale è stato montato dai cinesi per rendere non competitive le industrie statunitensi”. Sì, Trump dubita pubblicamente delle prove scientifiche del global warming.

In attesa dei prossimi 4 anni di mandato e pronto a ricredermi se le dichiarazioni twittate dal neoeletto saranno smentite, voglio ricordare Obama per qualche suo gesto coerente con le dichiarazioni in campagna elettorale in tema di rispetto per l’ecologia.

  1. Ha sottoscritto il trattato di Parigi che prevede un drastico taglio alle emissioni di anidride carbonica.
  2. Con il suo omologo canadese Trodeau è riuscito a imporre limiti restrittivi alla ricerca e allo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas sulle coste atlantiche e artiche.
  3. Ha dichiarato riserva marina un’area del Pacifico la cui superficie è quasi tre volte quella della penisola italiana.
  4. Ha bandito i microgranuli, particelle di plastica indistruttibili presenti in molti dentifrici e creme cosmetiche. Finiti in mare, questi componenti sono alla fine ingoiati da pesci e uccelli.
  5. Ha posto il veto sul progetto di un oleodotto di circa 2000 chilometri tra i porti del Texas e l’Alberta, in Canada.
  6. Ha esteso la protezione della costa californiana includendo circa 20000 micro-isole e scogliere.
  7. Ha ratificato accordi con 13 case automobilistiche per ridurre le emissioni inquinanti e migliorare le prestazioni ecologiche dei veicoli.
  8. Ha spinto in direzione delle centrali energetiche pulite.
  9. Ha esteso la protezione dell’ambiente in nove stati iscrivendo i territori come wilderness, cioè inviolabili da strade e costruzioni di qualsiasi genere.
  10. Ha usato per 23 volte il potere dell’Antiquities Act del 1906 per proclamare monumenti nazionali. Nessun presidente prima di lui era arrivato a tutelare un numero così elevato di tesori naturali e storici.
  11. In piena recessione ha puntato sulle fonti rinnovabili con 90 miliardi di dollari di investimenti per impianti e posti di lavoro.
  12. Ha stabilito una strategia nazionale per proteggere le api e gli insetti impollinatori.
  13. Si è lasciato coinvolgere in molti programmi di divulgazione a favore della protezione dell’ambiente. Rimane memorabile la sua partecipazione alla trasmissione di Bear Grylls. Durante l’episodio Obama si è lasciato guidare in Alaska per commentare il considerevole ritiro dei ghiacciai. Il sentiero e le situazioni erano evidentemente preparate in anticipo, ma l’impegno è stato apprezzabile.
  14. Una nota che non c’entra con l’ambiente naturale ma con la naturalità delle cose: ha tinto di rainbow la Casa bianca e il mondo prendendo più volte posizioni a favore della comunità LGBT.

Obama poteva fare di più? Certo! Gli Usa hanno dormito sonni pesanti nelle ratifiche dei trattati internazionali, probabilmente per gli enormi interessi in gioco. Per l’ambiente non si fa mai abbastanza, non ci si stanca di ripeterlo. Intanto, però, qualcosa Obama ha fatto.

Ora ci aspettano quattro anni di Trump. Speriamo che qualcuno gli ricordi che la  Terra non è uno yacht per miliardari che se affonda offre una scialuppa ovattata per salvarsi su una spiaggia dorata. Anche se poi fosse, chi sale sulla scialuppa? L’augurio d’obbligo è “Buon lavoro Mr. Trump, ci risentiamo nel 2020 sperando di scrivere altrettanto bene di lei”.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Good news per il 2017 della Terra

Le good news per la Terra non dovrebbero mai mancare. Anziché dieci all’anno, ce ne vorrebbero dieci di una certa portata ogni giorno. E probabilmente non basterebbero a compensare i disastri, ambientali e non, che produciamo quotidianamente, soprattutto nelle aree dove le priorità sono altre (vedere alle voci “pace” e “fame”).

Convinto però che le buone notizie siano contagiose, ecco qualche pillolina verde che dovrebbe farci strizzare l’occhio al 2017 con un po’ di ottimismo.

  1. Le emissioni di anidride carbonica non sono aumentate per il terzo anno consecutivo. Gli studiosi del Global Carbon Project – un gruppo di scienziati che misura le emissioni di CO2 in atmosfera – hanno confermato che piante, terre e acque hanno compensato il gas emesso dall’attività umana. Non un vero e proprio invito a respirare in città a pieni polmoni ma una conferma che lasciare la macchina in garage e piantare alberi serve.
  2. Barack Obama e il suo omologo canadese Trodeau sono riusciti a imporre limiti restrittivi alla ricerca e allo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas sulle coste atlantiche e artiche. Trump era già stato eletto con le sue affermazioni stile “non esiste un problema climatico” ma il presidente uscente è riuscito a piantare qualche cartello off limits sulle aree sensibili. Trump e suoi hanno quattro anni per scoprirli.
  3. La grid parity per il fotovoltaico – energia prodotta dal solare allo stesso prezzo dell’energia generata dalle fonti fossili – è sempre più vicina. Secondo il centro studi della Deutsche Bank il risultato potrebbe essere conseguito già entro i prossimi due anni. Tra i fattori determinanti per il raggiungimento figurano l’aumento dei prezzi dell’elettricità generata dalle fonti convenzionali e i costi del solare in continuo calo. Se lo dicono i tedeschi che l’astro vicino lo vedono spesso solo in cartolina, noi che siamo il paese del sole dovremmo crederci di più. Pannelli alla mano, gente!
  4. Il traffico sulle nostre strade si conferma in diminuzione. Il rapporto Traffic Scorecard 2016 della Inrix, azienda specializzata nell’analisi dei dati sulla mobilità, ha preso in esame i livelli di congestionamento di 96 città europee classificando l’Italia al decimo posto, con Milano in testa ai luoghi più intasati. Guardiamola così: prima eravamo messi peggio, ma possiamo migliorare e i dati sono un incoraggiamento.
  5. Per il traffico, infatti, non si fa mai abbastanza e per vedere come è andata nel 2016 non ci resta che aspettare. Nell’attesa, pedaliamo, magari incoraggiati dai dati di vendita delle bici a pedalata assistita, ottime per muoversi nel traffico senza arrivare grondanti di sudore agli appuntamenti. L’aumento della produzione di questi gioielli meccanici è del 90,36%, con le esportazioni volate al +166,9%.
  6. E al volo si ispirano quasi le velocità dei treni che da dicembre sfrecciano nel nuovissimo tunnel del San Gottardo. Con una estensione di 57 km, permette a persone e merci di muoversi tra il nord e il sud delle Alpi con molta più agilità che in precedenza, risparmiando traffico ed emissioni ad un ambiente (quello di montagna) spesso massacrato da colonne di camion e auto.
  7. Anche alle Eolie sono arrivati i fenicotteri rosa. Dopo le segnalazioni del 2015 tra Sicilia, Sardegna e Puglia, anche a Lipari il blu si è tinto di rosa per il ritorno di grandi volatili sulla rotta migratoria. Contestualmente, la buona notizia si estende alla reintroduzione in ambiente degli esemplari che hanno richiesto attenzioni mediche.
  8. Dopo il piombo (dei fucili) il peggior nemico degli uccelli è l’olio di sintesi che intacca il piumaggio. Il delta del Po è una delle aree più a rischio e il sistema industriale della Lombardia il maggior contribuente di acque reflue da impianti e scarichi. La good news è che la stessa regione ha stabilito il record del riciclo degli olii esausti. Intendiamoci: riciclare l’olio è un obbligo, ma da qui a stabilire un record è comunque un buon segnale, anche sulla via del recupero e del riuso. Sul piano nazionale il Consorzio Obbligatorio che coordina l’attività di 74 aziende private di conferimento e di 4 impianti di rigenerazione ha raccolto nel 2015 in tutta Italia 167.000 tonnellate di olio lubrificante usato, un dato considerato vicino al 100% del potenziale raccoglibile.
  9. Il consumo di carne è ai minimi storici sulle tavole italiane. Se teniamo conto che bistecche e hamburger non si materializzano sui banchi dei supermercati ma sono spesso il risultato di una catena di sfruttamento intensivo del territorio oltre che del bestiame costretto a spazi di vita ristretti e condizioni di trasporto imbarazzanti, il calo è una buona notizia. Da prima, la carne è passata a essere la seconda voce del budget alimentare delle famiglie italiane dopo frutta e verdura. La spesa relativa alla bistecca è scesa a 97 euro al mese, mentre l’incidenza è del 22% sul totale. Non consumare (troppa) carne è un segno di civiltà.
  10. Il rispetto, coerentemente, si estende anche alle vacanze. Gli italiani apprezzano sempre di più la vacanza verde e rispettosa delle comunità locali. Secondo i dati di Ipr Marketing presentati alla Borsa del Turismo 2016 di Milano, la sostenibilità della destinazione e della vacanza scelta è un requisito che fa la differenza e quindi è una leva per rendere un’esperienza di viaggio di qualità, gratificante e completa. La conferma arriva dal fatto che quasi la metà degli italiani è disposta a pagare di più per le vacanze sostenibili.

Nota: molti dei dati citati si riferiscono a rilevamenti del 2015 ma sono stati presi in considerazione in quanto divulgati nel corso del 2016. Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Un libro, se vi va, per capire la natura

Tra un libro e l’altro, al Pisa Book Festival 2016 non sono mancati i colori del paesaggio tra racconti di mare, storie di montagna e sguardi alla campagna espressamente rivolti ai bambini. Tra le tante promesse prereferendarie, almeno la letteratura ci lascia qualche certezza.

Mauro Corona racconta il suo nuovo romanzo La via del sole allontanandosi dai canoni per i quali lo conosciamo. Un giovane ingegnere ha tutto dalla vita, ma non basta. Nessuno è tanto annoiato quanto un ricco, sostiene lo scrittore citando il poeta Brodskij. Così il protagonista rinuncia al superfluo per ritirarsi su una montagna e scoprire che non tutto si può comprare.

corona

Corona invita a liberarsi dal superfluo per concentrarsi sull’essenziale. È un libro – afferma l’autore – nato per autocritica in una giornata dalla luce pallida dello scorso gennaio. Ha inseguito il sole per un giorno e quando è tramontato ne voleva ancora, di più. Non gli bastava nonostante le ore precedenti. La lezione è per quando ci sentiamo drogati dal non accontentarci, esattamente come quando facciamo il gioco dei signori del marketing che ci vogliono in overdose di oggetti e non riusciamo a fermarci dal volerne di nuovi.

Avete presente le file per l’ultimo cellulare appena uscito? Ecco! È questa fame che ci fa provocare disastri e spesso ci rende infelici. Il rampollo protagonista scopre che, una volta tra i monti dove finalmente può dedicarsi – senza preoccupazioni – unicamente alla contemplazione della palla infuocata che attraversa il cielo, le ore di luce a sua disposizione non gli bastano più e inizia a far abbattere le montagne che gli fanno ombra. Lezione durissima da uno scrittore che arriva da una valle, quella del Vajont, dove una società energivora e cieca si è macchiata del delitto di 2000 persone.

larsson

Björn Larsson è il papà della bellissima storia del pirata Long John Silver. Nell’intervista ci lancia anche uno scoop made in Napoli. Se lo abbiamo amato nei racconti del fuorilegge che, ritiratosi tra le baie del Madagascar, traccia un bilancio della sua vita, se ci ha incantato con il capitolo aggiuntivo, ora l’autore torna ad affascinarci con una raccolta dedicata al mare attraverso le parole di Conrad, Maupassant, Cristoforo Colombo e molti altri.

Larsson conosce molto bene la materia, e non solo perché vive buona parte del suo tempo su una barca a vela. In Raccontare il mare usa tutta la capacità di romanziere e di fine paesaggista per tracciare quella cornice dell’anima che il regno di Nettuno rappresenta per ognuno di noi. Se amate le grandi distese blu, il rumore delle onde e i battiti d’ala dei gabbiani sopra di voi, questo è un saggio da non perdere. Magari in abbinata a Long John, casomai non lo aveste ancora letto. O vi andasse di riscoprirlo.

C’è un’appendice campagnola dedicata all’infanzia che ho apprezzato nel panorama del Book Festival. Lo spaventagente è una fiaba scritta da Davide Mazzocco e illustrata da Paula Dias con immagini dal sapore di bozzetto cinematografico che fanno di ogni tavola un quadro.

mazzocco2

Con i punti di vista di un corvo e la narrazione in rima, il tema della guerra tra gli spazi chiusi (del contadino) e quelli aperti senza confini (dei volatili) riveste un’attualità pazzesca. Ci vedo la volontà di chi alza barriere come se la natura si potesse fermare. La battaglia ha una sola soluzione sensata, però, come sempre: quella di non combatterla e avere il coraggio di fare un passo indietro. Se vi sembra che questa storia abbia il sapore di una lezione di umanità, non siete lontani. La confezione portagiochi fatta a tubo e riciclabile è un valore aggiunto per un’opera dedicata all’infanzia e non solo.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

Terremoto: non è lui l’assassino

Il terremoto è visto come un qualcosa che l’Italia fatica a gestire tra protezione civile, amministratori e ricercatori.

A Milano si è inaugurata la mostra Terremoti: origini, storie e segreti dei movimenti della Terra. Sulla scia dell’esposizione dedicata ai vulcani che ha riscosso un grande successo lo scorso anno, il Museo di Scienze Naturali punta la lente su fenomeni affatto rari che danno modo di ascoltare scienziati e sfatare miti relativi ai movimenti – naturalissimi – della Terra. Ma andiamo con ordine affrontando qualcuna delle frasi che si sentono fioccare dopo eventi come quello che ha colpito Amatrice e che, sia chiaro, sono destinati a ripetersi.

I terremoti sono prevedibili con precisione nei luoghi. Falso! Ci sono le mappe di rischio utili per capire quali sono le aree dove è più probabile che avvenga un fenomeno sismico, ma nessuno potrà puntare con esattezza un dito sulla mappa e dire «qui!», questo a causa delle numerosissime variabili che possono intervenire dovute alle condizioni della crosta terrestre e alle sue discontinuità in quel punto e nelle aree limitrofe. A proposito di mappe, la mostra di Milano ne espone due della penisola, una addirittura risalente alla fine dell’800, affiancata a una tra le più recenti. Carlo Meletti, responsabile del Centro Pericolosità Sismica dell’INGV, ricorda che una mappa, per quanto importante, è una icona, un tassello che per diventare uno strumento di prevenzione deve coesistere con diverse competenze: conoscenza della sismologia, ingegneria infrastrutturale, amministrazioni che conoscano il territorio, protezione civile.

I terremoti sono prevedibili con precisione nel tempo. Falso! Ci sono strumenti che rilevano l’onda sismica in arrivo dal luogo in cui si è manifestata, ma è un preavviso di pochissimi secondi. Le rilevazioni e gli studi possono dare un’idea della frequenza dei fenomeni, ma si riferiscono al passato e non al futuro. Le stesse numerosissime variabili del punto precedente non permettono di conoscere con esattezza i tempi in cui un terremoto colpirà. Il geologo Marco Carlo Stoppato, curatore della mostra di Milano, ha radunato alcune macchine per i test meccanici dei campioni di roccia, ma chiarisce che i dati rilevati su un singolo campione di pochi centimetri sono solo una goccia nell’oceano degli elementi che possono intervenire a provocare un sisma.

I terremoti sono eventi rari nella storia dell’uomo. Falso! Secondo il National Earthquake Information Center del Servizio Geologico degli Stati Uniti, ogni anno al mondo si registrano circa 4 milioni di terremoti. Solo una piccola parte di essi è percepita, generalmente sopra i 2,5 gradi della scala Richter. In Italia se ne rilevano tra 1500 e 2300 superiori a questa entità. Domenico Piraina, direttore del Museo di Scienze Naturali di Milano afferma che, fin dall’antichità, l’evento sismico ha messo a nudo la fragilità dell’essere umano e la sua illusione di poter dominare gli elementi. Per questo non abbiamo ancora interiorizzato questa dinamica naturale della Terra e tendiamo a considerarla alla stregua di eventi catastrofici di carattere occasionale. La mostra illustra immagini tra le più drammatiche dei terremoti del passato, dai più lontani documentati con litografie fino ai più recenti filmati da smartphone. Un diorama racconta quello fortissimo di Messina e Reggio Calabria del 1908, 80000 morti (di cui 2000 provocati dal consequente tsunami) proprio in prossimità del punto in cui qualcuno vorrebbe costruire il ponte sullo Stretto.

L’Italia deve imparare molto sugli studi da Giappone e Stati Uniti. Falso! In Italia gli studi sono all’avanguardia, sia per quanto riguarda la sismologia che per quanto attiene la tecnica. Gli strumenti esposti nella mostra, oltre alla mappa storica del rischio sismico, rivelano che l’attenzione ai terremoti dei ricercatori italiani ha origine antiche. La sezione milanese dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) è oggi tra i centri di eccellenza mondiale, nato dall’ex-Istituto di Ricerca sul Rischio Sismico (IRRS) del CNR, che si occupava principalmente di indagine sismologica applicata alla valutazione della pericolosità sismica e del rischio sismico a varie scale, oltre che di indagine geofisica applicata allo studio della litosfera e delle sue parti superficiali. Una curiosità: il primo paese al mondo a prescrivere norme per le costruzioni antisismiche fu proprio il nostro, in conseguenza del disastro di Messina, che fu un disastro nel disastro anche per la lentezza dei soccorsi.

Non ci sono rimedi ai terremoti. Falso! Conoscere i rischi e ammetterne la possibilità è già un grado di conoscenza. Piccoli accorgimenti di pochi euro come i fissaggi dei mobili alle pareti e materiali edili paragonabili per spesa a quelli tradizionali ma rinforzati di fibra e capaci di trattenere muri e vetri dal frantumarsi fanno già la differenza. In Israele hanno brevettato un banco di scuola capace di proteggere gli scolari  da impatti di una tonnellata. In Giappone ogni studente ha un piccolo kit di sopravvivenza per resistere sotto le macerie in attesa dei soccorsi. Se dopo gli eventi sismici recenti ancora pensiamo di non aver bisogno di tutto questo, il problema non è il terremoto ma siamo noi.

In Italia ci manca la tecnologia antisismica. Falso! Nella mostra di Milano sono esposti materiali edili di avanguardia e una enorme boa anti-tsunami, prodotti 100% italiani. Un video dimostra l’attività dell’EUCENTRE di Pavia (European Centre for Training and Research in Earthquake Engineering), con piattaforme in grado di testare gli edifici fino a 9,5 gradi della scala Richter (il grado di terremoto più alto mai registrato, nel 1960 in Cile).

In Italia manca la fiducia. Vero! Ricercatori e tecnici andrebbero più ascoltati dai politici, raccomanda Graziano Ferrari, Responsabile dell’Unità Funzionale SISMOS – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Serve costruire un clima di fiducia. Nel nostro paese siamo troppo spesso su una linea tipo: dato il problema > trovata la soluzione > vedremo quando applicarla. E questo è il punto: applicare gli insegnamenti partiti da noi e che altri sono stati più bravi di noi a cogliere e applicare.

In Italia manca la cultura della prevenzione. Vero! Fa notare Meletti che sappiamo scegliere case originali per il design, curate nelle finiture estetiche, ad alta efficenza energetica, ma molto raramente ci preoccupiamo di quanto siano sicure informandoci e chiedendo spiegazioni sulla loro antisismicità.

Il terremoto non uccide. Crolli e negligenze sì. Vero! E’ un po’ la frase che riesce a dare la summa di tutti i punti precedenti. Da quando si è formata, la nostra Terra non è mai stata ferma. Possiamo scegliere di ignorare questo dato di fatto ed essere certi che ogni terremoto, tra pochi minuti o molti anni, sarà una tragedia. Oppure iniziare a informarci e lavorare sulla prevenzione. Fino al 30 aprile 2017, a colmare la lacuna ci sarà anche la mostra Terremoti a Milano.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

terremoti-il-confronto-tra-una-delle-prime-mappe-sismiche-mai-redatte-e-una-recentissima terremoti-tre-tipi-di-possibile-rottura-per-movimento-superficiale-di-faglia terremoti-una-boa-anti-tsunami-di-produzione-italiana