Cronache dalla Terra degli orsi

Questo blog compie un anno.
Nato quasi per gioco, alimentato dalla passione, speranzoso di essere un po’ utile, sono trascorsi 365 giorni e oltre 27 mila pagine viste. Nessuna illusione: ci sono colossi con cui è impossibile competere per i numeri e la visibilità, ma non interessano i termini di paragone se chi legge aggiunge qualità a quello che è scritto. E sinceramente so che chi ha letto qui, ha quelle qualità che hanno aggiunto valore.
Quindi grazie. Grazie con una novità.
Ho deciso di cambiare nome. E’ da un po’ che ci pensavo. Non che l’ecoista non andasse bene. Un nome così ha il pregio di rendere con immediatezza la vocazione di chi scrive. Però ha il peso di trasmettere l’idea di qualcosa o qualcuno dalle posizioni un po’ estremiste. Piuttosto, fin dal  secondo post con lo strepitoso pezzo di Benni su Calcolino e la punizione extraterrestre, mi piace pensare a un comportamento ecologico praticabile da tutti come se guardassimo la nostra Terra da un luogo lontano, rendendoci conto che una bolla azzurra con foreste, cascate, città d’arte, culture antiche va presa per quello che è: un paradiso. Non importa se il punto di osservazione è sulla Terra stessa, magari in una foresta, su una montagna o in un golfo lontano, quel minimo di distacco ci fa capire che è sbagliato ogni comportamento che non lascia risorse a chi viene dopo, ogni pregiudizio che compromette la serenità di una esistenza pacifica, ogni gesto che lascia dietro di sé una traccia di rovina anziché un lieve passaggio di testimonianza responsabile.
Mi piace allora pensare di essere sulla mia montagna, tra gli orsi, e ascoltare le notizie che arrivano dal basso con la necessaria distanza per poter riconoscere quel che è giusto e quel che invece va migliorato. Senza estremismi.
Dalla terra degli orsi, il riferimento è sospeso tra Buzzati e il post “il giorno in cui sono morto un po’ “,  sarà interessante ascoltare le cronache di quel che succede fuori dal bosco, raccontando le cose belle e quelle meno belle con la certezza tutto è migliorabile.
Buon 2014.

Te lo regalo se vieni a prenderlo!

Natale e la montagna di regali che si muove di mano in mano è l’occasione di punta per una presa di coscienza: molte della cose che ci circondano ci sono inutili. 



Regali sbagliati o doppioni aumentano il volume delle cose che da noi richiamano polvere, quando magari a qualcun altro potrebbero fare un gran comodo. Ecco dunque la pagina di facebook Te lo regalo se vieni prenderlo



Credo basti l’incipit per essere evidenziata in questo blog.

 Tutti possiamo essere una risorsa per gli altri»

Parola di Salvatore Benvenuto, fondatore di un’idea (dalla portata del successo la definirei più un’ideona) per rimettere in circolo oggetti per noi ormai inutili ma che a qualcuno potrebbero fare comodo. 
Dal divano al ferro da stiro, lo scopo di questo gruppo é quello di REGALARE oggetti che possono essere riutilizzati.Il fine é quello di diminuire l’inquinamento evitando le discariche; dove spesso si trovano oggetti funzionanti o ancora in ottimo stato. 

«ABBRACCIAMO IL PRINCIPIO DELLA COLLABORAZIONE E DELLA BUONA FEDE, stiamo collaborando per favorire uno sviluppo sostenibile (ambientale, sociale ed economico)»,

sostengono gli amministratori delle pagine, che hanno un frazionamento regionale e comprendono anche il Canton Ticino, da cui è partita l’idea.
L’unica raccomandazione è quella di leggere con attenzione gli accordi del gruppo.


L’albero di Natale che sarà un piacere smontare

Sul piazzale del Palazzo delle Arti di Budapest c’è un albero di Natale alto 11 metri. La notizia non desta stupore a dicembre, quel che è curioso è però che l’originale forma conica è in realtà composta da 365 slitte da neve e permetterà a un po’ di bambini di divertirsi appena la costruzione sarà smantellata. I fruitori che riceveranno gratuitamente le componenti dell’albero sono gli ospiti del programma di assistenza SOS Children’s Village.

La costruzione sulle rive del Danubio ha richiesto qualche giorno di pazienza di un team di operai che hanno anche installato un suggestivo sistema di illuminazione.

La parte eco della notizia è che gli alberi che hanno fornito il legno delle slitte, provenienti da foreste certificate a ripiantumazione programmata, è stato lavorato prima di diventare l’originale simbolo delle festività di fine anno e che ogni componente è già pronto per essere riciclato. Per i bambini interessati, smontare l’albero di Natale non è mai stato così piacevole.

I cinque sensi del mare in inverno

Avete mai pensato a scegliere di trascorrere il Natale non nella ovvia montagna ma tra i colori e i profumi di una terra abbracciata dal mare? Sono reduce con la collega Debora Bergaglio da un entusiasmante giro in Salento. Tra presepi, buona cucina, ottimi vini e il profumo del Mediterraneo, garantisco di non aver sentito neppure per un attimo la nostalgia della folla sulle piste da sci. 

Dal sito Buonviaggioitalia.it (testi e foto Debora Bergaglio)
Per raccontare più efficacemente questo viaggio diverso da tutti gli altri e questo territorio che si svela in maniera diversa dal solito, userò i 5 sensi.

VISTA: luce, onde e città messapiche 

Sarà che siamo nel punto più orientale della penisola, sarà che in Salento si abbracciano e si fondono i due mari, l’Adriatico e lo Ionio, ma percepisco una luce intensa e trasparente che ci accompagna durante tutto il viaggio. L’arrivo nel piccolo borgo di Vignacastrisi, nel Comune di Ortelle, a pochi chilometri daCastro, meravigliosa località a picco sul mare, è accompagnato da un chiarore rilassante, destinato tuttavia a tramontare presto, rispetto al resto d’Italia.

buonviaggioitalia_salentoIl nostro Tour lungo il mare, costeggiando le spiagge più belle d’Italia, è accompagnato da questa luce che illumina e accende la bellezza di località come S. Cesarea Terme, Torre dell’Orso e S. Foca sulla costa adriatica, e Porto Cesareo su quella ionica. 

Dall’insenatura di Torre dell’Orso la luce colpisce la pineta e i famosi faraglioni delle due sorelle, simbolo del turismo in Salento e secondo la leggenda nati da due due fanciulle. Un susseguirsi di piscine naturali, grotte, scogli e isole basse rende l’idea del perché il Salento stia crescendo così tanto come meta turistica estiva. Ma noi non siamo qui per vedere le spiagge, per quanto belle, ma per scoprire cosa c’è appena all’interno di esse. La nostra meta èOria, in provincia di Brindisi, dove si trova il Castello di Federico II.
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Per raggiungerlo ci imbattiamo in alcune bellezze inattese, come il caratteristicoquartiere ebraico (foto), dove visse Donnolo, famoso medico farmacista a cui è dedicato l’ospedale di Tel Aviv, e la meravigliosa Cattedrale dedicata a Maria SS. Assunta, attualmente Basilica, da cui svetta a sinistra la Torre dell’Orologio e una bella cupola policroma.
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Ricca di tele e reliquie, la Basilica custodisce una sorpresa davvero inattesa, quasi raccapricciante. Dalla cappella del Battistero si accede infatti all’Oratorio dell’Arciconfraternita della morte, e da qui si può scendere fino alla cripta delle mummie, antico oratorio cinquecentesco alle cui pareti sono appesi i cadaveri disidratati dei confratelli. E infine eccolo, dominante e fiero, il Castello di Federico II, oggi gestito da privati, circondato da mura spesse fino ad 8 metri, un tempo utilizzato per riunire le truppe e dominare la città messapica e i due mari.
OLFATTO: dai sentori del Negroamaro allo show del pesce nella via delle pescherie 

Ulivi e vitigni, vitigni e ulivi, e poi il mare. Il territorio salentino offre una grande varietà di sensazioni olfattive. Prima fra tutte, quella del pregiato vino locale, ilNegroamaro, coltivato soprattutto nel territorio di Guagnano, dove la principale attività è la viticoltura. Qui si trovano cantine che esportano in tutto il mondo, come l’azienda Leone de Castris, pioniera dei vini salentini nel mondo, quest’anno premiata per i primi 70 anni del Five Roses, il primo vino del Salento ad essere esportato negli Stati Uniti.

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Dall’entroterra al mare, l’odore cambia e anche i prodotti. Il pesce domina la cucina e le vie dei borghi, come a Porto Cesareo, dove un’intera via, la via delle Pescherie, si accende come un palcoscenico per raccontare storie di mare. Grandi pescherie colorate, animate e ricche di pescato fresco di ogni genere si alternano immettendo nell’aria l’odore intenso del pesce e del mare di Puglia.

GUSTO: dal sapore intenso delle olive spremute alla cucina contadina del Salento 

Immense distese di ulivi secolari e muretti a secco, con reti allargate sui prati compongono la tela del territorio salentino. Con forme contorte e tenui sfumature del verde raccontano il sacrificio di chi lavora la terra e produce un olio apprezzato in tutto il Paese.

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Da metà ottobre a metà novembre scuole e turisti possono partecipare e vedere la raccolta delle olive e la loro trasformazione in olio purissimo, raccolto con metodi meccanizzati oppure a mano scuotendo le piante con una sorta di pettine.
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E in alcune aziende è possibile assistere alle fasi della lavorazione e poi degustare e acquistare il prodotto negli spacci aziendale. Moltissimi anche gli agriturismi e le locande sparse in tutti i borghi dell’entroterra, da Vignacastrisi a Guagnano, da Oria a Novoli, in cui assaporare una buona cucina contadina, semplice, fatta di ortaggi, carni e pesce, tra cui spiccano piatti tradizionali come le orecchiette e la tipica massa, e poi prodotti che non mancano mai come le fave, la cicoria, il finocchietto, talvolta anche la carne di cavallo. E per finire il dolcezza un buon pasticciotto, il caffè invece si prende al mare, come si usa fra gli abitanti di queste zone.

UDITO: il crepitio del fuoco, il ritmo delle feste 

C’è un’espressione molto calzante per sintetizzare le tradizioni più antiche del luogo. Il “fuoco buono di Puglia, messaggero di pace nel mondo”, ovvero una fra le più vive tradizioni del Mediterraneo, simbolo di incontro fra popoli, religioni e culture attorno al fuoco.

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Il crepitio del fuoco e il rullo ritmico dei tamburi trascinano verso le feste e le tradizioni del Salento. Fra queste il più importante evento invernale è senza dubbio la Fòcara di Novoli, un falò di 25 metri di altezza e 20 di diametro, il più grande del Mediterraneo, che brucia durante tutta la notte del 16 Gennaio in onore di S. Antonio, patrono di Novoli.
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E’ un ritmo incalzante, allegro, un’aria di festa, fatta di suoni, una musica che si propaga velocemente come le fiamme del falò, in un grande abbraccio per la rievocazione del rito laico della Festa della vite e del Paesaggio del Parco del Negroamaro, che inizia l’8 Dicembre e culmina il 17 gennaio di ogni anno.

TATTO: l’abbraccio dell’ospitalità, le tecniche artigianali dei presepi

Passione è il sentimento che si avverte a pelle, arrivando in Salento. Quella passione che splende negli occhi fieri dei suoi abitanti, legati alla loro terra, ai suoi frutti, alle loro attività. Accoglienza è la sensazione che si percepisce dai modi gentili dei proprietari delle strutture ricettive, dai B&B alle dimore, che considerano il turista non già come un cliente, bensì come un ospite.

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Arte e maestria sono gli aspetti che contraddistinguono e mantengono in vita gli eventi legati alla tradizione, come gli straordinari presepi viventi che coinvolgono larga parte della popolazione locale, impegnata a far rivivere mestieri antichi e tecniche di lavorazione ormai dimenticate.
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Particolarmente significativi, direi da non perdere, il presepe vivente di Vignacastrisi, con circa 150 figuranti in costume e numerose scene per le vie del centro storico, e quello di S. Donato, ambientato in una location d’eccezione, quasi esotica per la presenza di cactus e di un delizioso percorso botanico.  
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Il SESTO SENSO è il ben – essere, ovvero la sensazione di relax, di armonia e di aver staccato veramente la spina che prova il turista che sceglie il Salento, sia d’estate, ma anche d’inverno, all’insegna di un tour insolito, ricco di magia e di scoperte non scontate. 

Il gasdotto sotto la bandiera blu

Melendugno, un angolo di Salento dove il mare ricama tra le scogliere strisce di sabbia dall’acqua cristallina, il depuratore non scarica in mare i reflui ma utilizza la fitodepurazione in zone umide interne in cui fanno tappa gli stormi migratori, la pineta lambisce il paese sul quale sventola la bandiera blu facendone una perla del turismo pugliese. Bello vero?

Ora resettate. Melendugno, terminale costiero di arrivo del gasdotto intercontinentale TAP (Trans Adriatic Pipeline), di cui sono iniziati proprio ieri i sondaggi. Bel cambio di prospettiva, non trovate?

La società incaricata dichiara che tutto il processo ha seguito l’iter burocratico previsto. E ha ragione. Ma siamo sicuri che valga la pena sconvolgere per qualche anno il tratto di costa, costruire la struttura (anche se, garantiscono dalla società, avrà un basso impatto) e fare di un pezzo di Salento un terminale per risorse energetiche non rinnovabili provenienti dal Mar Caspio e dirette poi verso l’Austria (l’hub di distribuzione del gas è oltralpe) ?

La maggioranza dei sindaci si schiera a fianco al comitato NO-TAP e ha commissionato un’indagine a personale tecnico competente in materia. Ho potuto intervistare uno dei componenti della commissione.

«Ci sono diverse ragioni che dovrebbero scoraggiare l’approdo del gasdotto qui – sostiene l’ingegner Alessandro Manuelli – Dal punto di vista morfologico, la scarpata marina che fronteggia la costa obbliga l’aumento della pressione del gas nella condotta il cui diametro sarà di un  metro. La zona è ricca di Poseidonia alla base della catena alimentare marina. L’area è ad elevato rischio sismico. Non bastasse: non è stato stilato nessun piano dei rischi né un albero delle conseguenze in caso di incidente.»

Rincara la dose il comitato NO-TAP, nel quale affermano che, stando ai piani pubblici visionati, sarà sbancata un’area di pineta e parecchie centinaia di olivi secolari per nascondere sotto terra il danno ambientale di una condotta. Come dire: per non farmi un danno alla mano, me la taglio. Il problema è la sfumatura decisionale che passa dal NO secco locale all’approvazione romana dell’opera, definita “strategica”. In molti, nel Salento, si domandano peraltro come mai i sondaggi di compatibilità si effettuino solo ora, a progetto presentato. Le perplessità ci sono anche sul piano socio-economico.

«Non possiamo venderci oggi il futuro dei nostri figli – dichiara la giornalista Carmen Mancarella – qui c’è gente che vive di turismo e in molti hanno scelto di non emigrare per investire nella nostra terra, farne un mestiere per portare qui gente e condividerne la fortuna di un ambiente con tutti i numeri per fare turismo di qualità. Non voglio andare a fare la cameriera in Australia dopo che mi sono battuta per promuovere la mia regione sperando di costruire un futuro per Salvatore, Carlo e Giuseppe, i miei figli».

Signori politici di Roma e signori Tap, in un’epoca dove si punta sulle fonti energetiche rinnovabili, non posso non condividere questa posizione.

Siamo sinceri: andreste mai al mare in un posto sul cui depliant ci fosse scritto “mare blu, scogliere suggestive, campagne con ulivi secolari e un nuovissimo gasdotto intercontinentale”? Piuttosto, senza estremismi: poco più a nord verso Brindisi c’è una centrale a carbon fossile. Non si potrebbe variare di qualche grado l’inclinazione del gasdotto nel punto in cui si immerge in Albania e farlo spuntare là dove si potrebbe sostituire il carbone col gas e trasportare poi energia anziché combustibile? E poi, in ogni caso, mi piacerebbe dare un’occhiata all’analisi costi benefici, per capire anche quanto costa il tutto e quali saranno i vantaggi reali.

Se mi domando chi a Roma ha analizzato l’opera, temo di conoscere la risposta. Signori,  una preghiera, prima di ogni futura decisione, fatevi un giro in Salento. Sono certo che vi basterà affacciarvi alla scogliera per capire tutto.

Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post.

La notte dei diavoli e l’acqua santa

Tra le suggestive tradizioni dell’Avvento, ce n’è una estranea al buonismo prenatalizio, agli angioletti nei presepi e agli zampognari. Riguarda il diavolo, anzi i diavoli. In molte valli alpine è consuetudine che in certi momenti dell’anno, specie verso la fine, alcuni dei paesani si travestano per portare il terrore nelle vie. Dalle Alpi Bavaresi al Friuli e alla Slovenia, tra le montagne echeggiano campanacci, l’odore delle pelli dei caproni è forte e le urla rompono il silenzio dei campi mentre i fuochi illuminano maschere che mettono spavento non solo ai bambini.

In Alto Adige, quasi in ogni paese, nella notte precedente San Nicola, i giovani e le giovani non sposate, si coprono di pelli e corna per camminare tra le strade e molestare i malcapitati che si trovano a incrociare il loro cammino. È la notte dei krampus, ossia dei diavoli. La collocazione temporale dicembrina, in realtà, non è tanto legata all’avvento, quanto ai riti pagani dell’addio al buio per salutare il ritorno della luce con l’allungamento delle giornate. Due mostre, a Bolzano e a San Candido, raccontano questa tradizione attraverso le maschere più caratteristiche.

In sostanza si tratta di uno di quei riti legati ai ritmi della natura che l’uomo non ha dimenticato e che in regioni ancora rurali riesce a sposare la tradizione e il folklore con uno spettacolo che almeno una volta nella vita va vissuto. Meglio se poi ci si infila in una delle osterie che alla tradizione contadina dei krampus sono ben legate, anche perché fanno scoprire che concetti come chilometro zero e sostenibilità delle culture non sono un’affermazione di marketing o la moda del momento.

Come dire che nel momento in cui tutti si sentono più buoni, i diavoli e qualche peccatuccio (di gola) sono ben accetti.
Questo articolo è pubblicato anche sull’Huffington Post. Grazie ad Alessio Ciani per le foto.

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